Escursione vulcanologica al

Vesuvio

I termini vulcanologici meno comuni possono essere visti nel glossario.


L'escursione permette di vedere i prodotti di alcune eruzioni e l'edificio vulcanico del Somma-Vesuvio. L'itinerario è percorribile in automobile fino alla base del cono del Vesuvio. In alternativa, si possono raggiungere alcuni punti con i mezzi pubblici: la ferrovia Circumvesuviana porta sia a Ercolano che a Torre Annunziata e Pompei. Dalla stazione di Ercolano partono pullman di linea che conducono al Vesuvio. L'orario di partenza e di ritorno è variabile a seconda delle stagioni ed è opportuno informarsi in precedenza (Tel 081.772.24.44). Si consiglia un abbigliamento adatto a percorrere un sentiero di montagna che supera i 1000 metri di quota.
Ercolano è una delle città distrutte dall'eruzione del 79 d.C. All'entrata degli scavi archeologici si può valutare lo spessore dei prodotti dell'eruzione confrontando il livello della strada attuale con quello dell'antica città.

Prima dell'eruzione, Ercolano sorgeva su un piccolo promontorio e il mare lambiva i piedi della roccia formando una spiaggia, visibile negli scavi davanti alle terme suburbane. Attualmente, la linea di costa dista circa 250 metri e si trova 4 metri più in alto rispetto all'antico livello di spiaggia.

La variazione della linea di costa è testimonianza di eventi geologici diversi. Da un lato la zona è soggetta a un lento abbassamento (subsidenza) che sposta la costa verso l'interno e, dall'altro, l'accumulo dei prodotti emessi durante le eruzioni del Vesuvio formano nuova terra a scapito del mare.

A Ercolano, i prodotti dell'eruzione, la cui successione è visibile sulla parete di fronte agli scavi, sono stati studiati in dettaglio nel 1985 da H. Sigurdsson e da altri vulcanologi. Qui manca lo spesso strato di pomici da caduta che caratterizza la prima fase dell'eruzione (e che si ritrova sia a Pompei che a Oplonti) e i prodotti consistono in depositi da surge, alternati a depositi di flussi piroclastici.

All'interno di molte abitazioni di Ercolano si notano tracce di incendi provocati dall'alta temperatura delle correnti piroclastiche. Nelle terme suburbane sono ancora drammaticamente visibili gli effetti devastanti dei flussi piroclastici che entrano nelle stanze attraverso porte e finestre.

Il primo strato, visibile sopra l'antica spiaggia nella zona Nord-Ovest degli scavi, è un deposito da surge, costituito da 20-40 cm di cenere. La maggior parte degli scheletri ritrovati nel porticato prospiciente il mare, giacciono all'interno di questo strato.

Sopra, vi è il deposito di un flusso piroclastico che contiene numerosi frammenti di legno carbonizzati e di vari materiali da costruzione. Il suo spessore è inferiore al metro e mezzo e si assottiglia verso il centro della parete.

Il terzo strato è ancora un deposito da surge, grigio scuro, con spessore inferiore al metro e mezzo, caratterizzato dall'alto contenuto di materiale edilizio, mattoni, tegole, stucchi e pezzi di colonne. Segue un deposito da flusso piroclastico di circa 5 metri, consolidato e ricco in pomici, sopra il quale si trova un deposito da surge di circa 10 cm.

Lo strato seguente rappresenta il deposito di un terzo flusso piroclastico, alto circa 10 metri, con numerosi litici. Il resto della successione è costituito da un deposito da surge con spessore variabile da 15 a 60 cm e da quello di un quarto flusso piroclastico dello spessore di due-tre metri, cui segue un livello da surge di circa due metri.

L'interpretazione di questi depositi non è univoca e alcuni autori ritengono che dopo il terzo flusso piroclastico si sarebbero succedute vere e proprie valanghe di fango, definite in vulcanologia con il termine lahar.

I vari strati del deposito di Ercolano sono stati correlati con altri simili in differenti località intorno al Vesuvio. In base a queste correlazioni, la distruzione di Ercolano deve essere avvenuta quando l'eruzione era già in corso da tempo, dopo la fase delle pomici da caduta.

Un importate contributo alla ricostruzione dell'eruzione del 79 è dato dalle lettere che Plinio il Giovane scrisse per descrivere la morte dello zio, Plinio il Vecchio, avvenuta a causa dell'eruzione. La nave con cui Plinio il Vecchio era partito da Miseno per portare soccorso agli amici in pericolo, non poté attraccare a Ercolano a causa della "rovina della montagna" e fu costretta a dirigersi verso Stabia, dove Plinio trovò la morte non potendo ripartire a causa di un forte vento da Nord-Ovest (vedi tragitto di Plinio e Miseno).

A Torre Annunziata si possono visitare gli scavi dell'antica città di Oplonti, anch'essa distrutta dall'eruzione del 79 d.C. Prima di entrare nel sito archeologico, sulle pareti dello scavo si osserva la successione dei prodotti vulcanici dai quali era ricoperta la villa. La stessa successione si vede anche all'interno dell'edificio, nella zona di più recente scavo, in corrispondenza della piscina della villa.

Alla base vi è lo strato di pomici ricadute dalla colonna eruttiva sostenuta che rappresenta la prima fase dell'eruzione. L'accumulo delle pomici ha probabilmente causato il crollo del tetto della villa, ma non quello delle mura. Le pomici sono alternate a strati di cenere da surge, con spessori di qualche decimetro.

La parte alta del deposito consiste in ceneri e pomici sedimentate dal flusso piroclastico che deve essere stata la causa dei danni più gravi. Sulla destra, prima di entrare alla villa, si nota infatti un muro perimetrale che si trova in posizione originale fino all'altezza delle pomici da caduta e risulta troncato in corrispondenza dei depositi da flusso.

Gli effetti dei differenti fenomeni eruttivi sono visibili anche osservando le impronte e i calchi dei tronchi d'albero rinvenuti in questo e in altri scavi (guardando la parete di fronte alla villa, verso destra). Questi sono in posizione verticale fino a quando i prodotti consistono in pomici cadute "a pioggia" dal cielo, mentre sono completamente piegati in direzione del flusso quando sono colpiti dalle ondate dei flussi piroclastici.

Pompei è la più famosa tra le città distrutte dall'eruzione del 79 d.C., sia per le sue dimensioni e la ricchezza dei reperti archeologici, sia per il fatto che gli scavi sono da oltre due secoli meta di innumerevoli studiosi e turisti.

Sebbene l'evento fosse giunto del tutto inaspettato, la natura vulcanica del Vesuvio era già nota da tempo a storici Greci e Romani, tra i quali Strabone e Diodoro Siculo. Un evento che poteva indicare il risveglio del vulcano è il terremoto che nel 62 d.C. aveva colpito la zona. Un'iscrizione dedicata all'intervento di Tito per la riedificazione di un edificio "terremotus collapsus" è stata rinvenuta a Sorrento.

L'eruzione del 79 causò gravi danni in tutta la regione napoletana e Tito nominò due magistrati (Curatores Restituende Campaniae), estratti a sorte fra gli ex consolari, con il compito di coordinare le opere di ricostruzione.

L'eruzione del 79 si è sviluppata attraverso diverse fasi. Sotto i prodotti dell'eruzione si trova un suolo, fatto che testimonia il lungo riposo del vulcano prima del 79. I primi prodotti vulcanici consistono in uno strato di pomici ricadute da un'alta colonna eruttiva (pomici da caduta).

Le colonne eruttive sostenute possono raggiungere altezze di 30-40 km e vengono chiamate anche colonne pliniane, da Plinio il Giovane che per primo le descrisse narrando proprio di questa eruzione.

Verso l'alto, lo strato di pomici è intervallato da strati di cenere, sedimentati da correnti composte da materiale vulcanico fine (cenere) misto a abbondante gas. Questi eventi, il cui termine vulcanologico è surge, sono fra i più pericolosi per la loro alta temperatura e velocità di propagazione.

Dopo quelli da surge, vi sono ancora depositi da flusso, ma sedimentati da correnti più dense che scorrono lungo i fianchi del vulcano, simili a torrenti di fango. Il termine vulcanologico per definire queste correnti è flusso piroclastico e con esso si indica una miscela più ricca di particelle solide (di varie dimensioni, da ceneri molto fini a grosse pomici o litici) rispetto ai surge.

Anche questi eventi sono molto pericolosi e, mentre scorrono rasenti il terreno, sono in grado di distruggere ogni cosa che incontrano. Surge e flussi piroclastici si generano quando la miscela eruttiva non è in grado di alzarsi verso l'atmosfera e di formare una colonna pliniana, ma scivola dal cratere e scorre prevalentemente all'interno delle vallate che solcano i fianchi del vulcano.

Dal punto di vista archeologico la singolarità di Pompei è legata al fatto che non si tratta di un antico centro andato lentamente in rovina e abbandonato, ma di una fiorente e attiva città, sepolta quasi intatta nel corso di poche ore in un qualsiasi giorno della sua vita.

Gli studi vulcanologici sono più recenti rispetto a quelli archeologici e per lungo tempo gli scavi hanno curato solo il recupero degli oggetti preziosi e degli affreschi più pregevoli, rimuovendo semplicemente pomici e ceneri che riempivano strade, abitazioni e monumenti. Quando la quantità di pomici e ceneri rimosse diventava tale da non sapere più dove accumularle, si procedeva anche attraverso cunicoli sotterranei.

Solo negli ultimi anni si è avvertita la necessità di una maggiore collaborazione tra archeologi e vulcanologi e negli scavi in corso, purtroppo non aperti al pubblico, si tende a conservare in situ parte dei reperti e dei prodotti vulcanici che li contengono.

Questo permette di seguire le varie fasi dell'eruzione, di riconoscere il momento in cui il pericolo è stato maggiore e di constatare come la natura dei prodotti vulcanici sia in relazione all'entità dei danni.

Il crollo dei tetti inizia con l'accumulo delle pomici da caduta della prima fase eruttiva, mentre nelle successive fasi dei surge e dei flussi piroclastici vengono abbattuti anche i muri. Molte vittime sono state trovate supine sopra i primi depositi da surge e probabilmente gran parte delle persone che erano riuscite a sopravvivere alla caduta di pomici, sono morte per soffocamento al sopraggiungere delle calde ondate di cenere.

Alcuni stringono tra le mani oggetti preziosi e proprio il tentativo di porre in salvo le cose più importanti, approfittando di una stasi tra una fase e l'altra dell'eruzione, deve essere stato loro fatale. La possibilità di vedere questi particolari così come emergono dallo scavo, non solo contribuisce alla comprensione dei fenomeni eruttivi e del differente impatto che possono avere sul territorio, ma rappresenta anche un documento di ineguagliabile valore emotivo per qualsiasi visitatore.

Dal foro il panorama è dominato dal Vesuvio, distante da questo punto 8 km. Gli scavi aperti al pubblico sono un lungo susseguirsi di strade con scritte murali, negozi, taverne, templi,bagni termali. All'interno di alcuni edifici si possono vedere scheletri di animali e calchi di persone impietosamente colte nel momento della morte. I calchi sono ottenuti riempiendo con gesso i vuoti lasciati dai corpi sepolti nella cenere.

Prima della salita al Vesuvio si consiglia di visitare gli scavi di Villa Regina a Boscoreale (per raggiungere il posto si seguono le indicazioni stradali, chiedendo eventualmente nei punti in cui mancano). Gli scavi hanno portato alla luce una villa rustica e i vigneti da cui si ricavava e si conservava in numerosi contenitori ritrovati nell'edificio il vino "Falernum".

Sulle pareti dello scavo è visibile l'intera sequenza dei prodotti dell'eruzione, con numerosi tronchi d'albero, piegati all'altezza dei depositi da flusso, nonché un'interessante ricostruzione del vigneto esterno eseguita sulla base dei calchi dei vitigni bruciati dall'eruzione. Annesso alla villa vi è un piccolo museo, ben curato, con i reperti trovati nella villa.

A Torre Annunziata si riprende l'autostrada verso Torre del greco. Lungo il breve tragitto, risalta sulla destra la collina dei Camaldoli della Torre, con il monastero soprastante. Questo rilievo è formato da un accumulo di scorie emesse durante un'eruzione del Vesuvio da una bocca laterale.

Torre del Greco è stata distrutta da numerose eruzioni in tempi storici, nel 1631, 1737, 1794, 1861, ma ogni volta gli edifici sono stati ricostruiti nello stesso posto e la città si è pericolosamente ampliata fino all'attuale situazione.

Si lascia l'autostrada Napoli-Salerno al casello di Torre del Greco e si inizia a salire verso il cratere del Vesuvio in un'area densamente edificata. All'altezza del bivio con la strada che sale da Ercolano si incontrano le colate di lava delle eruzioni più recenti.

Buona parte delle lave visibili in questo punto appartengono all'eruzione del 1858. Questa eruzione, durata circa due anni, ha emesso lente colate di lava che scorrevano lungo il fianco Est del Colle dei Canteroni, sul quale sorge il vecchio Osservatorio Vesuviano, il cui edificio, di colore rosso cupo, è riconoscibile in alto.

Ai lati della strada è interessante osservare la superficie delle colate con tipiche strutture "a corda". Queste pieghe superficiali, che assomigliano a fasci di cordame, si formano per la minore velocità di scorrimento della crosta della lava, raffreddata dal contatto con l'aria, rispetto alla parte sottostante più calda e più fluida. Quando lo scorrimento di un lobo di lava a corde viene frenato lateralmente da qualche ostacolo, le corde si arcuano in direzione del flusso. Numerosi esempi di simili strutture sono presenti in questa zona.

Al bivio per l'Osservatorio Vesuviano, guardando a valle in corrispondenza del bar sul lato sinistro della strada, si vede la colata di lava del 1944. Questa scorre nella valle fra il Monte Somma e il Colle dei Canteroni e raggiunge la città di S. Sebastiano.

La superficie della colata è molto diversa da quella osservata nelle lave del 1858 e si presenta ricoperta da detrito e blocchi di lava. Un flusso non è in condizioni di assumere forme superficiali plastiche, come le strutture a corde, quando la sua parte superiore è costituita da una spessa crosta fredda e rigida che si frantuma irregolarmente sotto la spinta del nucleo incandescente.

Proseguendo lungo la strada pochi metri, senza imboccare il bivio, a monte si possono osservare i prodotti dell'eruzione del 79 d.C.

L'edificio non è normalmente aperto al pubblico. E' tuttavia possibile visitarlo, soprattutto da parte di scolaresche e gruppi organizzati, previa autorizzazione. Attualmente i due edifici dell'Osservatorio, il vecchio costruito nel 1841 e il nuovo costruito nel 1971, sono sede di un museo di vulcanologia e della biblioteca storica dell'Osservatorio.

Nel museo sono raccolti strumenti scientifici storici e recenti per lo studio dei vulcani e le mappe vulcanologiche dei vulcani italiani. L'edificio più antico sorge dove si trovava l'Eremo, punto di appoggio per gli escursionisti del secolo scorso prima della faticosa salita al cratere ed è sopravvissuto indenne a numerose eruzioni: quella del 1850,1855, 1861, 1868, 1872, 1906, 1929 e 1944.

Si ritorna al bivio precedente e si prosegue verso il cratere. Sulla sinistra, incanalata tra la parete del Somma e il cono del Vesuvio, si osserva la colata del 1944. Dopo i primi tornanti, la strada taglia il fianco di un rilievo, ( Colle Umberto), formato da una successione di piccole colate di lava eruttate nel periodo 1895-1899 da una bocca laterale formatasi in questa zona.

La bocca era chiamata Coutrel o bocca del Francese, dal nome del viaggiatore d'oltralpe che vi cadde nel 1920. E' possibile notare, nei tagli della strada, la successione ritmica delle colate, talvolta di spessore inferiore al metro, intervallate da strati di scorie che rappresentano la base e la parte superiore dei vari flussi lavici.

Giunti al bivio tra la strada per la seggiovia e il cratere, si può fare una rapida deviazione a destra, verso la stazione di partenza della seggiovia, dove si gode di un'ottima panoramica (la seggiovia è inattiva).

Tornando sulla strada principale, sulla sinistra si vede l'ansa fatta dalla colata del 1944, arginata dal bordo dell'antico vulcano Somma di cui è possibile osservare la struttura interna. Le linee in rilievo che corrono e si intersecano sulla parete sono fratture riempite di lava e in alcuni casi rappresentano vecchi condotti di alimentazione. Altri strati di lava sono in posizione sub-orizzontale e testimoniano il trabocco di colate all'esterno del cratere in direzione Nord.

In corrispondenza dell'ultima curva, prima del parcheggio di quota 1000, vi è il rudere di un fabbricato, in origine costruito sopra una collinetta formatasi nel periodo 1891-94 (Colle Margherita) e parzialmente ricoperta dalla successiva attività. Da questo punto è possibile prendere un sentiero che scende verso la Valle dell'Inferno. Questa deviazione è consigliabile solo a escursionisti esperti e possibilmente nelle ore o nelle stagioni più fresche. Bisogna inoltre premunirsi per il rientro, in quanto il sentiero porta sul lato Est del Vesuvio.

Dopo aver attraversato una boscaglia di cespugli spinosi, si raggiunge la parete del Somma. Seguendo la base della parete verso Est, dopo il bordo del Somma si attraversa il versante del cono del Vesuvio, fino a un rifugio (non agibile). Da questo punto si prende un sentiero che conduce a Ottaviano.

Si lascia l'auto al parcheggio di quota 1000 e si prende il ripido sentiero che in meno di mezz'ora porta sul bordo del cratere. Appena iniziata la salita si può notare, alle spalle, l'ampia colata di lava del 1944 dove si distinguono chiaramente le irregolarità della superficie.

Guardando a valle, in direzione dell'Osservatorio, si vedono alla base del cono delle strutture lobate, simili a colate di lava. Queste sono formate da materiale accumulatosi sul ripido pendio nel corso della fase esplosiva dell'eruzione del 1944 e successivamente scivolato verso valle, anche a causa del tremore che ha caratterizzato la fase più violenta dell'eruzione, dove si è parzialmente sovrapposto a colate secondarie della stessa eruzione.

In alcuni punti è possibile vedere, a monte, ammassi di scorie saldate che rappresentano la zona di origine di queste frane. Gli accumuli di scorie saldate che si trovano in prossimità delle bocche eruttive si formano per la ricaduta al suolo di brandelli di lava ancora parzialmente calda, scagliata sopra il cratere per qualche centinaia di metri (fontane di lava).

L'accesso al cratere è a pagamento ed è permesso solo con l'accompagnamento delle guide che si trovano sul posto. In corrispondenza della prima apertura verso l'interno del cratere si notano verso Nord-Ovest, le pareti verticali formatesi in seguito all'eruzione del 1944 e ad alcuni crolli successivi.

Si vedono in posizione orizzontale le colate di lava traboccate dal cratere tra il 1913 e il 1944. Durante questo periodo, la voragine creatasi con l'eruzione del 1906 veniva lentamente colmata da piccoli efflussi di lava che uscivano da un conetto centrale e innalzavano il fondo del cratere. Il livello massimo raggiunto da questo conetto corrisponde alla parte più alta dell'attuale bordo, dove si vede uno spesso strato di lava sormontato da una ventina di metri di materiale vulcanico incoerente.

La colata di lava del 1944 è uscita dal cratere in questo punto e si è riversata a valle secondo il percorso che abbiamo seguito nelle tappe precedenti. La lava non si vede sul pendio più ripido, dal quale è in gran parte scivolata verso il basso o è stata ricoperta dai prodotti emessi durante le fasi finali dell'eruzione, come appare sull'orlo del cratere.

Il cratere attuale si è formato durante le fasi finali esplosive dell'eruzione del 1944. Nelle giornate più fredde la condensazione dei vapori rende visibili le fumarole presenti in numerosi punti della parete interna del cratere. Nel punto di sosta si possono osservare da vicino le scorie saldate emesse durante la fase delle fontane di lava. Nelle scorie e nel materiale sciolto si trovano spesso cristalli di augite.

Proseguendo lungo il bordo del cratere, guardando verso il mare si coglie l'intera estensione della parte meridionale del vulcano e, in giornate con buona visibilità, tutto il Golfo di Napoli dalla Penisola Sorrentina e Capri fino a Capo Miseno, Procida e Ischia. E' inevitabile notare anche la sconsiderata espansione urbanistica che risale lungo le pendici del vulcano.
 

Altre immagini di Ercolano, Pompei e Oplonti

1 - Ercolano - Limite della zona scavata. A destra si vede il deposito dei flussi che ricoprivano l'intera città.
2 - Ercolano - Particolare del deposito dei flussi di cenere. Si distinguono almeno due flussi principali.
3 - Ercolano - Pilastro fratturato dal peso dei prodotti vulcanici che ricoprivano l'edificio.
4 - Ercolano - Una via del Cardo V con la fontana pubblica in primo piano e una bottega  all'angolo della strada.
5 - Ercolano - Il peristilio o giardino interno circondato da porticato. Tutti questi spazi erano completamente sommersi dalla cenere.
6 - Ercolano - Le parti scure sono i resti carbonizzati delle travi e delle porte originali. Dallo stato di conservazione di molti reperti, si ritiene che i flussi di cenere non fossero a temperatura molto alta (intorno o meno di 100° C) e che  la carbonizzazione delle parti lignee degli edifici in molti casi sia dovuta a fenomeni di mineralizzazione e non di combustione diretta.
7 - Ercolano - Particolare dei contenitori (dolia) incassati nei banconi di vendita delle botteghe. Servivano per i prodotti alimentari in vendita, come il garum, una salsa di pesce abbondantemente prodotta nell'area vesuviana.
8 - Ercolano - I prodotti vulcanici che hanno riempito e ricoperto gli edifici hanno preservato dal deterioramento una grande quantità di pareti dipinte che costituiscono una testimonianza unica, andata persa nella quasi totalità dei siti archeologici di epoca greca e romana. In origine (le prime pitture parietali si trovarono nel 1739) gli scavi miravano solo alla scoperta degli oggetti preziosi e delle pareti decorate. Gli affreschi considerati più pregevoli, secondo il gusto d'allora, venivano staccati ed esposti in pezzi nei musei.
9 - Ercolano - Struttura interna di un'abitazione decorata da pitture.
10 - Ercolano - I colori delle pitture hanno subìto alterazioni nel corso dei secoli in cui sono rimaste sepolte. Molti toni di giallo sono diventati bruni o rossastri. A Pompei il fenomeno è meno frequente.
11 - Ercolano - I graffiti di animali rinvenuti sulla parete di un'abitazione sono attribuiti a una mano infantile.
12 - Ercolano - Nel 79 d.C. la linea costiera lambiva la città. Il livello su cui appoggiano le macchine scavatrici è l'antica spiaggia, sepolta insieme alle altre cose dai prodotti vulcanici, di cui si vede qui l'intero spessore tagliato dalla strada di accesso agli scavi. In questa zona sono stati rinvenuti numerosi cadaveri di persone che cercavano scampo verso il mare e il relitto di un'imbarcazione.
13 - Ercolano - Vista delle abitazioni e dei magazzini che si affacciavano sulla spiaggia.
14 - Ercolano - Numerosi edifici recano i segni degli antichi scavi. Dopo aver tolto qualche metro di cenere, si praticavano dei fori nelle pareti in modo da poter ispezionare l'interno dei locali. La rimozione del materiale è stata per molto tempo uno dei maggiori problemi: liberare l'intera facciata significava correre il rischio di crolli. Vi era inoltre la difficoltà di trasportare e accumulare altrove enormi quantità di materiale.
15 - Ercolano - Un'abitazione rimasta intatta fino al piano rialzato e al tetto. Si notano all'interno le pareti decorate.
16 - Pompei -  Oltre porta Vesuvio si intravvede il vulcano.
17 - Pompei - L'anfiteatro.
18 - Pompei - Calco di alcune vittime dell'eruzione. Il calco si ottiene riempiendo con gesso liquido la cavità lasciata dai corpi nelle pomici. Questo sistema, inventato nel 1863 dal direttore degli scavi Giuseppe Fiorelli, permette di rivedere esseri umani e animali nell'atteggiamento che avevano quando sono stati colti dalla morte.
19 - Pompei - La posizione di molti cadaveri fa pensare a una morte sopraggiunta nel sonno per soffocamento.
20 - Pompei - Calchi di un gruppo di persone tra le quali si trovano numerosi bambini.
21 - Pompei - Ai margini dell'area scavata si possono notare gli effetti dei prodotti vulcanici sui manufatti: alla base, alla sinistra del muro, si trovano le pomici cadute dalla colonna eruttiva sostenuta; il muro risulta abbattuto in corrispondenza dei primi flussi (surge). Gli alberi e gli edifici sono quasi intatti fino all'altezza del deposito di pomici da caduta (tranne i tetti che crollano sotto il peso delle pomici), mentre si trovano piegati o abbattuti nella direzione dei flussi.
22 - Oplonti - Villa di Poppea - Nello scavo della piscina si osserva la successione dei prodotti vulcanici lasciati dai flussi che hanno investito la villa.
23 - Oplonti - Giardino nord della Villa di Poppea. Sulla parete di scavo si osserva la successione dei prodotti vulcanici: alla base vi sono pomici da caduta, intervallate verso l'alto da sottili strati di cenere da flusso; sopra l'ondulazione più accentuata i prodotti diventano totalmente da flusso. Il foro scuro al centro è l'impronta lasciata da un albero travolto dai flussi di cenere. In corrispondenza della persona, il calco di un albero del giardino rivela il tronco in posizione verticale fino all'altezza delle pomici da caduta, mentre la parte superiore è piegata nella direzione dei flussi.


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