L'ERUZIONE DEL VESUVIO

DEL 79 d.C.  

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IN QUESTA PAGINA


PREMESSA
L'area del Vesuvio vista dal satellite
Un'eruzione non osservata direttamente, specie se avvenuta in tempi molto lontani, si ricostruisce attraverso le informazioni ricavate dalle cronache dell'epoca, quando ci sono, dallo studio dei prodotti eruttati e dal confronto con altri eventi eruttivi.
La Villa dei Misteri, nei pressi di Pompei, circondata dai prodotti vulcanici dai quali era stata completamente sepolta nel 79 d.C.
L'eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. distrusse Pompei e Ercolano presenta questa terna di fonti al completo. La cronaca è una lettera di Plinio il Giovane in cui, per la prima volta, viene descritta un'eruzione esplosiva.
Capo Miseno, da dove Plinio osservò l'eruzione, e il profilo del Vesuvio sullo sfondo
I prodotti eruttati dal Vesuvio coprirono i campi, riempirono le vie, gli edifici e le piazze delle città. Gli scavi archeologici conservano poche tracce delle pomici e delle ceneri che furono la causa dell'improvvisa tragedia e che hanno il merito di averne conservato al loro interno tutti i segni. Nonostante questo, i nuovi scavi e le alte pareti di materiale vulcanico che restano intorno alle aree dissepolte hanno consentito di applicare e evolvere i criteri della moderna vulcanologia.
Villa dei Papiri, nei pressi di Ercolano, a tutt'oggi scavata solo in minima parte, è circondata da pareti di prodotti vulcanici
Infine, il confronto con altre eruzioni sia del Vesuvio che di altri vulcani ha permesso, attraverso una serie di analogie, ulteriori controlli nella ricostruzione di quanto successe in quel tragico agosto di quasi duemila anni fa.

IL RACCONTO DI PLINIO A CONFRONTO CON LE CRONACHE DI ALTRE ERUZIONI

FENOMENI PRECURSORI

Dopo secoli di completo riposo, durante i quali le pendici del vulcano si erano ricoperte di fitta vegetazione, il risveglio del Vesuvio è annuncianto fin dal 62 o 63 d.C. con un terremoto. L'episodio è noto perché avvenne proprio mentre l'imperatore Nerone era impegnato a cantare in un teatro di Napoli.
Bassorilievo rinvenuto a Pompei che mostra gli edifici del Foro scossi da un terremoto
Secondo Seneca, le scosse si ripeterono per diversi giorni, fino a che si fecero meno intense, ma ancora in grado di causare danni. Le città maggiormente colpite furono Pompei e Ercolano e, in misura minore, Napoli e Nocera.
Particolare di un affresco in una villa di Stabia
Dall'estensione dell'area danneggiata, che risulta limitata alle vicinanze del vulcano, l'origine dei terremoti non era molto profonda.
Il cono del Vesuvio dopo una nevicata
La terra deve essersi mossa di frequente anche nei 17 anni successivi, se Plinio il Giovane riferisce che immediatamente prima dell'eruzione

per molti giorni si erano succeduti terremoti, ma non temevamo perché essi sono comuni in Campania

Anche Dione Cassio (150-235 d.C.) riferisce che prima dell'eruzione vi erano stati terremoti e brontolii sotterranei e che i giganti erano stati visti vagare nella zona. Fin nelle mitologie più antiche, la visione dei giganti viene associata ai fenomeni naturali catastrofici.
Panorama sugli scavi di Pompei
I terremoti sono testimoniati anche dalle riparazioni provvisorie e dalle ristrutturazioni in corso in molti edifici privati e pubblici, compresi quelli intorno al Foro di Pompei e i luoghi di culto, segno evidente di danni subiti poco prima dell'eruzione.
All'interno di Villa Regina, una villa suburbana di Boscoreale, un palo di sostegno testimonia che l'edificio era danneggiato al momento dell'eruzione
I terremoti sono i segnali precursori più comuni del risveglio di un vulcano quiescente. Al Vesuvio la stessa cosa si era verificata prima dell'eruzione del 1631, anche questa avvenuta dopo un lungo periodo di inattività. Nel descrivere l'eruzione del 1631, l'abate Braccini (1632) dice che la zona intorno al vulcano: "tremava quasi nel continuo".
Calchi di armadi rinvenuti nella casa di Polibio, a Pompei, probabilmente allineati nel peristilio per sgomberare ambienti in riparazione
I terremoti che precedono l'eruzione del 1631 sono avvertiti fino a Napoli solo la notte prima dell'eruzione: "Terremoti particolarmente forti avvennero in quella notte (...) con tanta forza che ritenemmo che la stessa città fosse divelta dalle fondamenta". Recupito (1632)
Scavi di Ercolano (a) e di Villa dei Papiri (b). Prima dell'eruzione del 79 d.C., il mare arrivava ai piedi della città (freccia)
In alcune eruzioni recenti avvenute su vulcani quiescenti da tempo, come il St. Helens negli Stati Uniti nel 1980 e il Pinatubo nelle Filippine nel 1991, si sono registrati terremoti limitati all'area del vulcano e con profondità non superiori a qualche chilometro, a partire da due mesi prima dell'eruzione.

PRIMA FASE ERUTTIVA: colonna pliniana

Colonna eruttiva pliniana del Vesuvio nel 1779, dipinta da Pietro Fabris
L'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. inizia con la formazione di un'alta colonna, così descritta da Plinio:

La nube (...) a forma di pino, si sollevava alta nel cielo e si dilatava come emettendo rami

Plinio, da Miseno (21 km dal vulcano), può osservare la colonna eruttiva in tutto il suo sviluppo. La sua descrizione è tanto efficace che il termine pliniano viene utilizzato nella vulcanologia moderna per indicare una fase eruttiva durante la quale si forma una colonna verticale sopra il cratere, composta da una miscela di cenere, pomici e gas.
Ricostruzione della colonna eruttiva pliniana, come poteva apparire da Miseno
Una fase pliniana è descritta anche nell'eruzione del 1631. La colonna deve essere tanto simile a quella del 79 che l'abate Braccini sente il bisogno di cercare le lettere di Plinio per confrontare quello che vedeva direttamente con quanto era stato descritto tanto tempo prima.
Colonna eruttiva al Vesuvio nel 1872
Analogamente, durante un'altra eruzione del Vesuvio, nel 1906, l'americano Frank Perret osserva che "i getti di fuoco si elevavano sempre di più".
Schema delle zone a differente densità che formano una colonna eruttiva pliniana
Nel 79 d.C., dalla colonna pliniana caddero pomici in direzione di Pompei, dove si accumularono formando uno strato alto circa 4 metri. Nello stesso tempo, su Ercolano pioveva solo una sottile cenere e la città fu risparmiata per molte ore dal disastro. Sapendo quel che sarebbe successo, gli ercolanesi avrebbero potuto salvarsi.
Principale area di dispersione delle pomici cadute dalla colonna pliniana
Dalla stima del volume totale delle pomici e dei valori di flusso tipici di fasi eruttive pliniane di eruzioni recenti, la colonna dovrebbe essere rimasta alta nel cielo tra 10 e 20 ore.
Lo strato di pomici nell'area della necropoli di Via Nocera a Pompei
Le dimensioni medie delle singole pomici aumentano verso l'alto del deposito. Questo particolare indica che la colonna veniva spinta ad altezze sempre maggiori e che quindi, al procedere dell'eruzione, l'energia andava crescendo.
La parte superiore dello strato di pomici grigie
Le pomici della fase pliniana presentano, circa a metà altezza dello strato, una brusca variazione di colore, da bianco a grigio. Questo cambiamento corrisponde a una differente composizione chimica. Le pomici bianche sono più ricche in silice di quelle grigie.
Le pomici cadute su Pompei
L'ipotesi possibile è che il magma in profondità fosse diviso in due strati, di cui quello più siliceo e più leggero era migrato verso il tetto della camera magmatica ed era stato espulso in superficie per primo.

Particolare delle pomici cadute su Pompei
La porzione di magma da cui derivano le pomici grigie si trovava probabilmente in una zona più profonda, dove era affondato sotto quello siliceo, contenendo una maggiore quantità di specie mineralogiche pesanti. Tra le pomici grigie si trovano numerosi frammenti di rocce che segnalano la demolizione di parti del vulcano stesso.
Calco del tronco di un albero, a Boscoreale, rimasto verticale nello strato di pomici cadute dalla colonna eruttiva pliniana
Secondo Sigurdsson et al. (1985), durante la fase delle pomici bianche la colonna raggiunse un'altezza massima di circa 26 Km e venne emesso un volume di magma di circa 1 Km3.
La città di Pompei, in primo piano, e ricostruzione della caduta di pomici dalla colonna eruttiva pliniana
Dopo il passaggio da pomici bianche a pomici grigie, la colonna superò i 30 Km di altezza, provocando una più ampia dispersione delle pomici grigie. La stima del volume di magma emesso in questa fase è di circa 2,6 Km3.
Il tratto rosso indica lo spessore dello strato di pomici grigie a Torre Annunziata, località dove non arrivarono quelle bianche
L'eruzione può essere stata innescata da un progressivo aumento di pressione all'interno della camera magmatica. Una delle circostanze in cui questo avviene è quando il magma ha in soluzione la quantità massima possibile di gas (magma saturo) e interviene una variazione nei diversi parametri che controllano l'equilibrio del sistema (temperatura, cristallizzazione, ecc.). Parte del magma può diventare così soprassatura e non essere in grado di trattenere in soluzione il gas in eccesso che si separa e forma delle bolle (processo di essoluzione).
Il processo di essoluzione del gas causa un aumento di pressione nella camera magmatica che innesca la risalita del magma
Una volta iniziata l'eruzione, l'apertura del condotto e lo svuotamento di parte del serbatoio di magma crea una rapida diminuzione di pressione nella camera magmatica. Una minore pressione è la condizione per avere altro magma soprassaturo, dal quale può continuare a separarsi la fase gassosa.
Schema animato della progressiva essoluzione di gas nella camera magmatica
Se cresce la quantità di gas essolto, riprende a crescere anche la pressione all'interno della camera magmatica e il gas risale nel condotto vulcanico trascinando il magma. Le bolle gassose cominciano a esplodere, frammentando il magma, mentre si muovono verso l'alto, al progressivo decrescere della distanza con la superficie e, pertanto, della pressione esterna.
Schema animato degli effetti delle variazioni di pressione interna e esterna
A un incremento di pressione nella camera magmatica corrisponde la maggiore altezza raggiunta dalla colonna eruttiva cui corrisponde, alla stessa distanza dal cratere, la caduta di frammenti di magma ormai solido (pomici) più grandi. L'allargamento del condotto e la frantumazione di rocce in profondità è indicata dall'abbondanza crescente di litici che si trovano insieme alle pomici.
Le pomici più grandi e i litici scuri verso l'alto dello strato
La forte pressione all'interno della camera magmatica preme sulle rocce circostanti e le frattura, dando luogo al tremore che accompagna la fase pliniana. Queste scosse hanno un'origine più profonda di quelle avvertite all'inizio dell'eruzione e la terra trema anche oltre le pendici del vulcano, come testimonia Plinio da Miseno:

I carri (..) sebbene fossero in terreno piano, si muovevano di qui e di là e non potevano essere fermati nemmeno se puntellati con pietre.

La stessa evoluzione è testimoniata nel corso dell'eruzione del 1631: "Cominciò anco in Napoli a sentirsi con li continui tremori per li quali crollavano talmente le case e ballavano i tetti". (Braccini)
Schema dei collassi intorno alla camera magmatica dopo le fasi iniziali dell'eruzione
E ancora nel 1631: "Erasi (...) cominciato a sentire in Napoli un picciolo, benché continuo, tremar delle case. Crebbe in maniera e l'uno, e l'altro, che a tutti parve dover quivi in quel punto infallibilmente morire". (Giuliani)

SECONDA FASE ERUTTIVA: colonna pulsante

Nelle eruzioni esplosive molto violente, il flusso (quantità in un'unità di tempo) di magma che arriva al cratere può aumentare fino a diventare troppo abbondante per formare una colonna eruttiva capace di innalzarsi sopra il vulcano.
Esempio di inizio di collasso di una colonna eruttiva sostenuta (St Helens, 1980)
Il collasso di una colonna densa e pesante, che può interessare anche solo le sue zone più esterne, convoglia la miscela di gas e frammenti di magma solidificato e di rocce verso il basso. Si formano in questo modo flussi di materiale vulcanico che scorrono al suolo e scendono veloci lungo i fianchi del vulcano.
Schema animato del collasso di una colonna eruttiva
I flussi sono chiamati surge quando il volume della fase gassosa è più abbondante di quello dei frammenti solidi e flussi piroclastici quando il volume di particelle solide prevale su quello del gas.
Schema delle differenze di densità e scala tra flusso piroclastico e surge formati da collassi della colonna eruttiva
Attraverso le strutture dei depositi di materiale vulcanico si può risalire ai diversi meccanismi di trasporto e di sedimentazione che, a loro volta, riconducono al processo eruttivo.
I prodotti vulcanici che seppellirono Villa Regina a Boscoreale
Se gli strati di pomici con dimensioni più o meno uguali corrispondono alla colonna eruttiva sostenuta, i depositi con materiale di dimensioni molto diverse sono attribuibili ai flussi piroclastici e quelli formati in prevalenza da granuli piccoli (lapilli-cenere), spesso sottilmente stratificati e ondulati, derivano dai surge.
Differente aspetto dei depositi di prodotti vulcanici: a) pomici cadute a Pompei dalla colonna eruttiva pliniana; b) ceneri, litici e pomici sedimentati a Ercolano da un flusso piroclastico
Oltre a questi, molti altri aspetti peculiari dei diversi depositi consentono di riconoscere la successione delle fasi di un'eruzione.
Il limite superiore dello strato di pomici si trova poco sopra il terreno. Poi si vedono gli strati ondulati dei surge e, in alto, i depositi dei flussi piroclastici (Oplonti)
Durante l'emissione delle pomici grigie le condizioni devono essersi mantenute vicine al limite tra colonna sostenuta e collassante, dal momento che lo strato di pomici è interrotto verso l'alto da diversi strati di cenere.
I prodotti corrispondenti alla fase a colonna pulsante, con strati di pomici grigie e litici intervallati da strati di cenere dei surge
Le caratteristiche degli strati di cenere rispecchiano meccanismi di trasporto e di sedimentazione dei flussi con un alto contenuto in gas (granuli mediamente piccoli, selezionati per dimensioni in sottili lamine, talvolta ondulate).
Nella parte inferiore dei prodotti che seppellirono la Villa di Poppea a Oplonti si vedono gli strati di pomici grigie intervallati da tre sottili strati di cenere
La fase a colonna pulsante viene riconosciuta nella descrizione di Plinio quando questi dice che la nube

veniva prima spinta verso l'alto da un soffio d'aria e poi, improvvisamente, come vinta dal proprio peso, ricadeva e si espandeva lateralmente.

Dal momento che la sua osservazione inizia quando l'eruzione è già in corso da un certo tempo, è probabile che Plinio non veda tutta la fase pliniana, ma colga un passaggio da colonna sostenuta a colonna collassata.
Ricostruzione della fase eruttiva probabilmente osservata da Miseno da Plinio il Giovane

TERZA FASE ERUTTIVA: i flussi piroclastici

Dopo la fase a colonna pulsante, l'eruzione cambia completamente. Il materiale vulcanico non si alza più sopra il cratere, nemmeno a intervalli come nella fase precedente, ma scivola veloce dalla cima del Vesuvio con una successione di flussi densi di cenere e pomici, che travolgono come violenti e torridi fiumi tutto quello che incontrano.
Calco di un albero all'esterno di Villa Regina, a Boscoreale, rimasto in posizione verticale duranta la caduta di pomici e poi piegato dai flussi piroclastici
Il cambiamento di stile eruttivo viene ricollegato al continuo variare delle condizioni di equilibrio tra pressione interna al serbatoio magmatico e pressione esterna.
Esempio di flusso piroclastico al vulcano Usu, in Giappone
La pressione interna, che era bruscamente diminuita al momento dell'apertura del condotto, veniva poi rapidamente incrementata dall'essoluzione di gas, causando il crescendo di violenza della fase pliniana.
Interno delle Terme Suburbane di Ercolano. Nello specchio della porta restano i prodotti dei flussi piroclastici che avevano completamente invaso i locali
Quanto più magma era espulso dalla camera magmatica, tanto più vi erano le condizioni per la formazione di altre bolle di gas nel magma residuo. Il movimento verso la superficie di grandi quantità di bolle prossime all'esplosione, trascinava una crescente quantità di magma, fino a che al cratere si formarono i flussi piroclastici che rappresentano il momento di maggiore distruzione.
Sul muro del giardino interno (peristilio) della Casa di Polibio a Pompei, liberato dai prodotti vulcanici, restano le tracce dei flussi piroclastici che seguirono la caduta di pomici
Come in una bottiglia di bibita gassata aperta improvvisamente, dopo un certo tempo, dal liquido si libera sempre meno gas. Così, quando il magma non è più in grado di essolvere gas in quantità sufficiente a controbilanciare la pressione delle rocce che formano le pareti del serbatoio, queste, già in parte fratturate nel corso della fase pliniana, cominciano a cedere, trascinando anche le falde acquifere. Il contatto tra rocce, acqua e magma innesca le ultime, violente esplosioni.
I prodotti dell'eruzione a Pompei: a) pomici da caduta; b) surge; c) flusso piroclastico
Il crollo delle pareti e del tetto di una camera magmatica provoca terremoti profondi. Nelle eruzioni esplosive controllate strumentalmente (ad esempio al St. Helens nel 1980 e al Pinatubo nel 1991), è stato registrato uno sciame di terremoti profondi in coincidenza delle fasi finali.
Sopra un sottile strato di ceneri lasciate dal primo surge arrivato all'interno della città di Pompei si vede il calco di una vittima, in origine coperto dai prodotti dei flussi piroclastici
Dalla lettera di Plinio, sembra che anche i terremoti finali dell'eruzione del 79 siano stati più profondi, in quanto avvertiti nitidamente fino a Miseno:

La terra continuava a tremare.

La stessa cosa, secondo la testimonianza del Giuliani, succede durante l'eruzione del 1631: "Si annoverarono di quando in quando presso a cento gagliardissimi tremuoti."
Esempio di flusso piroclastico al vulcano Soufriere (Montserrat) nel 1997
Plinio descrive con un crescendo di tensione la fase più disastrosa dell'eruzione, preceduta da una forte scossa e dal ritiro del mare:

Vedevamo il mare ritirarsi quasi ricacciato dal terremoto.

Nel corso dell'eruzione del 1631, Braccini nota lo stesso fenomeno: " Essendosi sentito un grandissimo terremoto (...) anco il mare (...) si ritirò per lungo spatio."
Prodotti dei flussi piroclastici a Ercolano
I flussi piroclastici che si abbatterono su Ercolano, Stabia, Oplonti e Pompei nel 79 d.C. devono essere stati numerosi. Almeno due, probabilmente i maggiori, sono osservati da Plinio in successione verso la fine dell'eruzione:
Il lato della Villa di Poppea (Oplonti) rivolto verso il Vesuvio. La scala copre il dislivello formato dai prodotti vulcanici, visibili a destra

Una densa tenebra ci minacciava alle spalle.

Di nuovo le tenebre, di nuovo la cenere, densa e pesante.

Analoga è la sequenza di eventi descritta nel 1631: "Fece prima sopra Ottaviano un così grande e rapido torrente (...) diviso in tre profondissimi canali (...). Da questi torrenti è nato il maggior danno" (Braccini). "Crescendo il rumore un torrente di fuoco uscì dal vertice del monte" (Recupito).
I prodotti dei flussi piroclastici a Pompei. Le pomici della fase pliniana sono sotto il livello del terreno
I depositi dei flussi piroclastici dell'eruzione del 79 consistono in grossi strati di ceneri miste a pomici e a litici strappati dal condotto e dalle pareti della camera magmatica.
Prodotti dei flussi piroclastici a Ercolano
I prodotti delle esplosioni finali, quelle innescate dall'apporto di acqua di falda o di rocce umide, sono prevalentemente cenere contenenti aggregati sferici (pisoliti vulcaniche) che si formano in presenza di vapore acqueo.
Le ceneri e le ceneri con aggregati (pisoliti vulcaniche) delle esplosioni finali dell'eruzione

DANNI PROVOCATI DALL'ERUZIONE

Le eruzioni esplosive sono eventi devastanti. Le ceneri delle colonne pliniane si disperdono su aree molto vaste e compromettono anche per anni pascoli e raccolti, con conseguenti carestie e catastrofi tra gli animali.
L'area di dispersione di una colonna eruttiva alta tra 3 e 6,4 km (eruzione del vulcano Ciaiten del maggio 2008)
Le pomici che cadono dalla colonna pliniana possono causare gravi danni agli edifici, come il crollo dei tetti, ma possono non essere mortali se non si è proprio sotto il vulcano e se si ha l'accortezza di fuggire immediatamente.
Il tetto di Villa Regina a Boscoreale come venne trovato dopo aver tolto i prodotti vulcanici che lo ricoprivano
I flussi piroclastici e i surge, al contrario, non lasciano praticamente scampo anche a notevoli distanze, sia per la loro velocità di propagazione che per la temperatura.
Una soletta nella casa detta dei Casti Amanti, non ancora aperta al pubblico, piegata dal carico delle pomici. Gli interventi di ricostruzione, specie quelli più antichi, hanno cancellato questi segni dell'impatto dell'eruzione sugli edifici
Anche le persone non direttamente investite dal flusso possono subire gravi danni o morire per soffocamento o ustioni.
Calco in gesso dell'impronta lasciata nelle ceneri dal corpo di un cane legato alla catena (Villa Regina, Oplonti)
L'eruzione del 79 d.C. ha cancellato nel giro di poco più di un giorno intere città, consegnandoci, sotto una coltre di pomici e ceneri, pezzi intatti di vita quotidiana dell'epoca romana. Purtroppo, gli scavi, che durano ormai da oltre due secoli, raramente conservano, come meriterebbero, i prodotti vulcanici con i segni dell'improvvisa catastrofe.
Calco di una delle vittime di Pompei rinvenuta nell'area detta Orto dei Fuggiaschi
Solo negli ultimi tempi gli archeologi hanno rivolto maggiore attenzione all'aspetto vulcanologico, consentendo di sfruttare i dati degli scavi in corso per studi sul rischio vulcanico.
I muri delle case di Ercolano abbattuti dai flussi piroclastici
D'altra parte, in nessun altro luogo al mondo esiste una testimonianza così ampia e completa dell'impatto di un'eruzione esplosiva su un'area densamente abitata.

Calco di vittime di Pompei, rinvenute sopra lo strato di pomici tra i prodotti dei flussi piroclastici
Si è notato, ad esempio, che contrariamente alle aspettative, dei 1044 corpi recuperati a Pompei, il 38% era perito nel corso della caduta di pomici e, di questi, l'80% è stato rinvenuto in luoghi chiusi, per lo più cantine. Da una stima fatta sulle eruzioni esplosive avvenute negli ultimi 400 anni, solo il 4% delle vittime risulta colpito a morte dalla caduta di pomici.

Il soffitto a volta delle terme urbane di Ercolano ha retto alle ondate dei flussi piroclastici. I prodotti vulcanici avevano comunque invaso gli ambienti, che quindi non sarebbero stati un rifugio sicuro, deformando con il loro peso il pavimento
Se i luoghi chiusi e sotterranei sembrano essere un riparo talvolta sufficiente per salvarsi dai flussi piroclastici, evidentemente non lo sono per la caduta di pomici, in teoria meno pericolose.
Dai flussi piroclastici del vulcano Pelée nel 1902 si salvò una sola persona su 28.000, rinchiusa per ubriachezza in questa solida struttura carceraria
I cadaveri trovati a Pompei all'aperto giacciono sopra lo strato di pomici e le ceneri del primo surge, coperti dai prodotti dei flussi piroclastici successivi.
La visione più drammatica dell'eruzione: 13 corpi rinvenuti nell'area di Pompei detta Orto dei Fuggiaschi, fotografati come si trovavano dopo la rimozione dei prodotti dei flussi piroclastici che li ricoprivano (scavi Maiuri del 1961)
E' probabile che tentassero di salvarsi dopo essere rimasti al coperto durante la caduta di pomici, oppure che, allontanatesi, siano tornate sui loro passi per cercare di recuperare qualche cosa dalle abitazioni e siano state sorprese dall'arrivo dei flussi.
Calchi di alcune delle persone trovate a Pompei nell'area detta Orto dei Fuggiaschi
Questo potrebbe significare che, tra la fase pliniana e quella dei flussi, l'eruzione abbia avuto una tregua che ha tratto in inganno e causato la morte di molte persone.
Le vittime di Ercolano come erano al momento del ritrovamento nei portici di fronte al mare
Le vittime rinvenute in ambienti chiusi, come cantine o stanze dove il tetto reggeva al peso delle pomici, anche se non raggiunte direttamente dai flussi sono morte soffocate dall'aria resa irrespirabile dal calore, dalla cenere che aderiva alla trachea e intasava i polmoni e dal gas residuo tra i prodotti vulcanici.
Calchi degli scheletri di tre ragazzi rinvenuti a Ercolano
A Ercolano, dove non sono cadute pomici, quasi tutte le vittime, oltre duecento, sono state trovate nei portici antistanti la spiaggia, sepolte dai prodotti dei flussi. Per loro la morte deve essere sopraggiunta mentre tentavano di fuggire via mare, causata soprattutto dall'alta temperatura.
Ricostruzione della posizione dei corpi trovati all'interno dei fortici (corrispondenti a quelli della fotografia) e sulla spiaggia di Ercolano
Dopo l'eruzione, Marziale (40-104 d.C.) descrive il Vesuvio "poc'anzi verdeggiante di vigneti ombrosi (...) Ora tutto giace sommerso in fiamme e in tristo lapillo"
L'unico dipinto di Pompei in cui si potrebbe riconoscere il Vesuvio prima dell'eruzione
Le morti e i danni materiali causati dal Vesuvio furono tanto gravi che l'Imperatore Tito incaricò due ex-consoli (Curatores Restituendae Campaniae) di sovrintendere ai lavori di ricostruzione e di risolvere le questioni legali sorte per la scomparsa di così tante persone.
Una delle vittime di Ercolano, come venne trovata nel corso degli scavi finanziati da National Geographic nel 1980
L'economia della regione ne uscì compromessa e la produzione di vino subì una drastica riduzione. Pompei era famosa anche per una salsa di pesce detta "garum" che esportava in grande quantità.
Contenitori di vino all'interno di Villa Regina a Boscoreale
Il ritrovamento di numerose anfore di tipo gallico, con la completa scomparsa di quelle provenienti dalla Campania, testimonia che a Roma, dopo l'eruzione, si importava vino e altri prodotti dalla Gallia.
Calco dell'ammasso di corpi trovato nei fornici di Ercolano
Le pomici della fase pliniana caddero verso Sud-Est e i flussi scesero verso a Sud e Ovest, ma anche le altre zone intorno al vulcano, pur essendo state risparmiate dai danni più gravi, subirono serie conseguenze economiche.
L'attuale indecoroso stato dei fornici di Ercolano, malamente sbarrati e con gli scheletri in disfacimento al loro interno
Pochi centimetri di ceneri o di pomici possono compromettere il raccolto per anni ed è possibile che le colture dell'intera Campania siano state distrutte con conseguenti carestie, perdita di bestiame per mancanza di foraggio e malattie.
Uno dei tre muli uccisi dall'eruzione nel panificio della casa detta dei Casti Amanti
Marco Aurelio (121-180 d.C.) e Dione Cassio (150-235 d.C.) parlano dei gravi danni riportati a Pompei e a Ercolano e riferiscono anche che le ceneri dell'eruzione raggiunsero l'Africa, la Siria e l'Egitto, dove causarono pestilenze.
Le vittime di Ercolano nei fornici aperti verso la spiaggia, come apparivano nel corso degli scavi finanziati da National Geographic nel 1980
Non vi sono molte notizie sulle conseguenze dell'eruzione a Napoli o nelle zone non direttamente investite dai prodotti dell'eruzione. Nelle sue lettere, Plinio il Giovane riferisce solo della morte dello zio, avvenuta sulla spiaggia di Stabia, e del terrore seminato dall'evento fino a Miseno.
Il Vesuvio e, in primo piano, una delle ville di Stabia dove Plinio il Vecchio passò la notte precedente la sua morte
Papinio Stazio (40- 96 d.C.) nella sua opera "Silvae" parla di danni a Napoli e dovrebbe trattarsi di una testimonianza diretta, dal momento che il poeta visse nella città e probabilmente vi si trovava durante l'eruzione (ritirò un premio di poesia nella città nel 78 o nell'80).
Le pomici e, sopra queste, i prodotti dei flussi arrivati fino a Stabia
Allontanatosi dopo l'eruzione, Stazio torna a Napoli nel 92 e scrive alla moglie Claudia cercando di convincerla a tornare a vivere in Campania. Napoli gli appare come una città viva e brulicante di gente. Promette alla moglie di farle visitare i templi e il porto di Pozzuoli con le sue belle spiagge. Vuole che torni nei luoghi dove " l'inverno è mite e l'estate fresca, dove il mare lambisce la terra con pigre onde".
Calco di un bambino travolto dai flussi piroclastici a Pompei
Il ricordo dell'eruzione sembra rapidamente svanito, probabilmente perché a Napoli e nei Campi Flegrei i danni agli edifici non furono rilevanti e non vi erano state perdite di vite umane.
L'odierno panorama delle pendici del Vesuvio e degli scavi di Pompei
Al contrario, le condizioni di altre zone danneggiate e più vicine al vulcano dovevano essere molto diverse. Stabia fu la prima a riprendersi lentamente e a costruire un'importante via di comunicazione con Nocera nel 121.
Pomici e prodotti dei flussi coprono una strada romana all'esterno delle mura di Pompei
La zona di Portici e Torre del Greco fu rioccupata tra il II e IV-V secolo d.C. e quella di Pompei e Ercolano solo tra il III e V secolo.
Uno scavo incompleto a Pompei. Il Vesuvio sullo sfondo
La memoria delle città sepolte perdurò per secoli ma, dopo la caduta dell'impero romano, se ne persero praticamente le tracce. Eppure, in ogni opera di scavo e nella coltivazione dei campi, immancabilmente emergevano vestige di una città che veniva chiamata "La Civita".
I cantieri stradali continuano a intersecare strutture romane distrutte dall'eruzione del 79 d.C. Qui il complesso termale con casa-albergo di Murecine, venuto alla luce nel 1999 durante i lavori di ampliamento dell'autostrada Napoli-Salerno e parzialmente interrato di nuovo dopo aver recuperato i corpi di sei vittime e numerosi oggetti in oro e argento
Gli scavi sistematici iniziarono a Ercolano nel 1738, e dieci anni dopo a Pompei, per volere di Carlo III di Borbone, re delle Due Sicilie. A tutt'oggi, i siti continuano a riservare sorprese che aggiungono alla documentazione archeologica i particolari di una cronaca dettagliata non solo della sciagura, ma anche dell'eruzione che la provocò. La lunga e spesso tormentata vicenda degli scavi rappresenta da sola un capitolo di storia nella storia.
I magazzini colmi di reperti visibili nell'area del foro di Pompei

Altre notizie sull'eruzione e sulla storia di Pompei, Ercolano e altri siti in:

VESUVIO, POMPEI, ERCOLANO Storia e escursioni (2001, pagine 127) Ed. BeMa, Milano, euro 16,52 - disponibile presso la casa editrice

Altre immagini

1 - Ercolano - Limite della zona scavata e area dell'antica spiaggia. A destra si vede il deposito dei flussi che ricoprivano l'intera città.
2 - Ercolano - Particolare del deposito dei flussi di cenere. Si distinguono almeno due flussi principali.
3 - Ercolano - Pilastro fratturato dal peso dei prodotti vulcanici che ricoprivano l'edificio del cripto-portico.
4 - Ercolano - La fontana pubblica del Cardo V in primo piano e una bottega  all'angolo della strada.
5 - Ercolano - Il peristilio o giardino interno circondato da porticato. Tutti questi spazi erano completamente sommersi dalla cenere.
6 - Ercolano - Le parti scure sono i resti carbonizzati delle travi e delle porte originali. Dallo stato di conservazione di molti reperti, si ritiene che i flussi di cenere non fossero a temperatura molto alta (intorno o meno di 100° C) e che  la carbonizzazione delle parti lignee degli edifici in molti casi sia dovuta a fenomeni di mineralizzazione e non di combustione diretta. Alcuni flussi avevano probabilmente temperature più elevate, ma il rapido passaggio sulle strutture ha bruciato solo i legni più secchi.
7 - Ercolano - Particolare dei contenitori (dolia) incassati nei banconi di vendita delle botteghe. Servivano per i prodotti alimentari in vendita, come il garum, una salsa di pesce abbondantemente prodotta nell'area vesuviana.
8 - Ercolano - I prodotti vulcanici che hanno riempito e coperto gli edifici hanno preservato dal deterioramento una grande quantità di pareti dipinte che costituiscono una testimonianza unica, andata persa nella quasi totalità degli altri siti archeologici di epoca greca e romana. In origine (le prime pitture parietali si trovarono nel 1739) gli scavi miravano solo alla scoperta degli oggetti preziosi e delle pareti decorate. Gli affreschi considerati più pregevoli, secondo il gusto d'allora, venivano staccati ed esposti in pezzi nel museo reale, gli altri distrutti.
9 - Ercolano - Struttura interna di un edificio con pareti decorate.
10 - Ercolano - I colori delle pitture hanno subìto alterazioni nel corso dei secoli in cui sono rimaste sepolte. Molti toni di giallo sono diventati bruni o rossastri. A Pompei il fenomeno è meno frequente.
11 - Ercolano - I graffiti di animali rinvenuti sulla parete di un'abitazione sono attribuiti a una mano infantile.
12 - Ercolano - Nel 79 d.C. la linea costiera lambiva la città. Il livello su cui appoggiano le macchine scavatrici era la spiaggia su cui si aprivano i porticati inutilmente usati dagli ercolanesi per sfuggire all'eruzione. Qui l'intero si vede spessore dei prodotti vulcanici, tagliati dalla strada di accesso agli scavi.
13 - Ercolano - Vista delle abitazioni e dei magazzini che si affacciavano sulla spiaggia.
14 - Ercolano - Numerosi edifici recano i segni delle esplorazioni fatte nel '700. Dopo aver tolto qualche metro di cenere, si praticavano dei fori nelle pareti in modo da poter ispezionare l'interno dei locali. La rimozione del materiale è stata per molto tempo uno dei maggiori problemi: liberare l'intera facciata significava correre il rischio di crolli. Vi era inoltre la difficoltà di trasportare e accumulare altrove enormi quantità di materiale.
15 - Ercolano - Un'abitazione rimasta intatta fino al piano rialzato e al tetto. Si notano all'interno le pareti decorate.
16 - Pompei -  Oltre porta Vesuvio si intravvede il vulcano.
17 - Pompei - L'anfiteatro.
18 - Pompei - Calco di alcune vittime dell'eruzione. Il calco si ottiene riempiendo con gesso liquido la cavità lasciata dai corpi nelle pomici. Questo sistema, inventato nel 1863 dal direttore degli scavi Giuseppe Fiorelli, permette di rivedere esseri umani e animali nell'atteggiamento che avevano quando furono colti dalla morte.
19 - Pompei - La posizione di molti cadaveri fa pensare a una morte sopraggiunta nel sonno per soffocamento.
20 - Pompei - Calchi di un gruppo di persone tra le quali si trovano numerosi bambini.
21 - Pompei - Ai margini dell'area scavata si possono notare gli effetti dei prodotti vulcanici sui manufatti: alla base, alla sinistra del muro, si trovano le pomici cadute dalla colonna eruttiva sostenuta; il muro risulta abbattuto in corrispondenza dei primi flussi (surge). Gli alberi e gli edifici sono quasi intatti fino all'altezza del deposito di pomici da caduta (tranne i tetti che crollano sotto il peso delle pomici), mentre si trovano piegati o abbattuti nella direzione dei flussi.
22 - Oplonti - Villa di Poppea - Alle spalle della piscina si osserva la successione dei prodotti vulcanici lasciati dai flussi che hanno investito la villa.
23 - Oplonti - Giardino nord della Villa di Poppea. Sulla parete di scavo si osserva la successione dei prodotti vulcanici: alla base vi sono pomici da caduta, intervallate verso l'alto da sottili strati di cenere da flusso; sopra l'ondulazione più accentuata i prodotti diventano totalmente da flusso. Il foro scuro al centro è l'impronta lasciata da un albero travolto dai flussi di cenere. In corrispondenza della persona, il calco di un albero del giardino rivela il tronco in posizione verticale fino all'altezza delle pomici da caduta, mentre la parte superiore è piegata nella direzione dei flussi.


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