L'  ERUZIONE DEL VESUVIO DEL MARZO 1944

L'ATTIVITA' DEL VESUVIO TRA L'ERUZIONE DEL 1631 E QUELLA DEL 1944

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Tra il 1631, anno di una grande eruzione, e il 1944 il Vesuvio resta continuamente attivo. Violenti episodi sono segnalati nel 1794, nel 1822, 1834, 1850 e 1872. Dopo il 1872 lente effusioni di lava che durano per molti anni formano dei rilievi (duomi di lava) in prossimità del cratere. Uno di questi duomi, formatosi fra il 1895 ed il 1899 nella zona fra l'Osservatorio e il Cono, costituisce l'attuale Colle Umberto.

Nel 1872, dopo l'eruzione, il cono del Vesuvio raggiunge la sua massima altezza con 1335 m s.l.m. Nel maggio del 1905 inizia una nuova eruzione, dapprima con lenti efflussi di lava e, dal gennaio 1906, con un'attività esplosiva intermittente (attività stromboliana). Il 7 aprile 1906 l'eruzione entra nel vivo con alte fontane di lava e forti terremoti, e culmina con la formazione di una colonna pliniana che raggiunge un'altezza di 13.000 metri. L'eruzione termina verso la fine di aprile.

Dopo l'eruzione del 1906, la cima del Vesuvio appare troncata e presenta un'ampia voragine di circa 500 metri di diametro e 250 di profondità. L'orlo craterico è ribassato fino a 1.145 metri nel punto minimo, cioé 180 metri meno di prima. Le pareti interne del cratere presentano una inclinazione di 40-45° fino a circa 80 metri sotto l'orlo e poi, verso il fondo, diventano quasi verticali.

Negli anni successivi, l'interno del cratere è interessato da continui franamenti di materiale incoerente che forma le pareti quasi verticali della voragine. Il 10 maggio 1913 il fondo del cratere sprofonda di circa 75 metri per un'area del diametro di 150 metri. A partire dal 5 luglio 1913 tale sprofondamento si riempie di lava.

Piccole esplosioni provocano lanci di scorie che si acculumano formando un conetto. Fra il 1915 ed il 1920 il fondo del cratere si solleva di circa 100 metri. Il 28 novembre del 1926 avviene il primo trabocco di lava all'esterno del cratere e tre anni dopo, nel giugno del 1929, si registra una violenta eruzione.

Dopo questa eruzione, il Vesuvio alterna stasi e attività, per lo più concentrata all'interno del cono, per parecchi anni. Il 12 agosto 1943 la lava riprende a sgorgare all'interno del cratere da una bocca posta al piede del conetto. L'apertura di questa bocca causa il crollo del conetto che, a sua volta, determina un aumento delle esplosioni.

Il 6 gennaio 1944 aumenta il flusso di lava. Da una frattura apertasi sul fianco del conetto, scaturisce una colata che, dopo aver invaso in meno di un'ora il settore ovest del cratere, si riversa all'esterno spingendosi per oltre 100 metri a valle. La lava continua a fluire all'esterno del cratere sino al 26 gennaio e all'interno dello stesso fino al 23 febbraio, giorno in cui l'attività effusiva cessa del tutto.

Nelle prime ore del 13 marzo 1944 crollano le pareti del conetto e cessa ogni tipo di attività fino al pomeriggio del 14 marzo, quando riprendono nuovi deboli lanci di scorie, la cui frequenza e copiosità va lievemente aumentando nei tre giorni successivi. Nella notte tra 17 e 18 marzo, con un poderoso crollo del conetto, cessa nuovamente ogni attività.

L'eruzione vera e propria, l'ultima avvenuta al Vesuvio fino ad oggi, inizia nel pomeriggio del 18 marzo 1944.
 
 

CONSIDERAZIONI SULL'ATTIVITA' DEL VESUVIO TRA IL 1631 E IL 1944



L'intenso periodo di attività del Vesuvio in epoca relativamente recente e la posizione del vulcano a così stretto contatto con l'ambiente umano sono state causa di apprensioni e sciagure, ma hanno anche stimolato la costante osservazione dei fenomeni vulcanici e il progresso della conoscenza in questo campo.

Le eruzioni che si sono susseguite al Vesuvio nel corso degli ultimi tre secoli sono state di tipo diverso, da effusive con formazione di lente colate di lava, a moderatamente esplosive, con fontane di lava incandescente, a fortemente esplosive, con formazione di un'alta colonna eruttiva pliniana.

Sulla base delle eruzioni avvenute nel periodo 1631-1944, alcuni studiosi hanno riconosciuto nell'attività del Vesuvio il ripetersi di un ciclo che inizia con un periodo di riposo dopo il quale avviene la formazione, all'interno del cratere, di un piccolo cono. Da questo cono vengono emesse lave che riempiono lentamente la voragine, fino a traboccare all'esterno.

Il ciclo si chiude con una violenta eruzione, cui segue una nuova fase di riposo. Questa periodicità è probabilmente più apparente che reale, ma i periodi di riposo si osservano quasi sempre dopo le grandi eruzioni.

Molte eruzioni esplosive del Vesuvio sono precedute da una fase effusiva, durante la quale vengono emesse in rapida successione colate di lava che raggiungono in poche ore la base della montagna.

L'attività esplosiva vera e propria inizia con la formazione di fontane di lava, alte centinaia di metri. Questa fase è accompagnata da un fortissimo tremore del suolo, avvertito non solo in prossimità del vulcano, ma anche oltre (viene spesso segnalato da Napoli). Dopo le fontane di lava l'eruzione diventa fortemente esplosiva e si forma una colonna eruttiva sostenuta, alta parecchi chilometri.

In molti vulcani che, come il Vesuvio, sono caratterizzati da alterna attività di carattere effusivo e esplosivo, la sequenza degli eventi è normalmente invertita, cioé alle prime fasi esplosive seguono fasi effusive o con attività esplosiva meno rilevante.

Inoltre, nelle eruzioni osservate su altri vulcani, la quantità di magma eruttato durante le eruzioni esplosive è di molto superiore rispetto alle effusive. Al contrario, nelle eruzioni del Vesuvio la quantità di magma eruttato risulta molto simile sia nel caso di eventi esplosivi che effusivi.

La composizione chimica del magma è ritenuta uno dei fattori che maggiormente influiscono sullo stile eruttivo: i magmi molto ricchi in silice (magmi acidi) danno più facilmente luogo a eruzioni esplosive, quelli basici a eruzioni effusive, con emissione di colate di lave basaltiche.

Questa condizione non è rispecchiata al Vesuvio, in quanto nella composizione chimica dei prodotti (prevalentemente basalti) di tutte le sue eruzioni avvenute fra il 1631 e il 1944 non esistono variazioni chimiche tali da poter essere considerate responsabili di differenti meccanismi eruttivi. E' probabile, allora, che a incidere sul tipo di attività intervengano fattori connessi con la struttura stessa del vulcano.

Le eruzioni possono essere innescate dalla formazione di fratture nelle rocce poste intorno alla camera magmatica. L'allargamento di queste fratture può giustificare l'aumento di portata che si osserva nelle fasi iniziali dell'eruzione che vanno dalle effusioni di lava alla formazione di fontane laviche.

Insieme all'incremento della portata, cresce anche la velocità di fuoriuscita del magma dal cratere. Questa, infatti, deve essere dell'ordine dei 2-300 m/s per formare fontane laviche di 3.000 metri di altezza, come ad esempio quelle descritte nell'eruzione del 1906.

Tali velocità di fuoriuscita sono inusuali nei magmi basaltici, relativamente poveri in fasi gassose. L'abbondanza di gas e la sua depressurizzazione durante la risalita verso l'esterno è infatti ritenuta la causa principale della frammentazione del magma e della formazione di eruzioni esplosive con alte colonne pliniane.

Bisogna allora supporre che all'interno del serbatoio magmatico si sviluppi improvvisamente una sovrapressione capace di spingere il magma verso l'esterno a velocità sempre più alte.

Un aumento di pressione può essere provocato dal collasso di rocce imbevute d'acqua all'interno della camera magmatica, quando questa comincia a svuotarsi nel corso dell'eruzione.

L'improvvisa vaporizzazione dell'acqua provoca un aumento di volume e di pressione che può far risalire il magma con velocità progressivamente crescente. Al procedere dell'eruzione, l'effetto della sovrapressione si esaurisce e le rocce incassanti gravano su un serbatoio magmatico in parte svuotato.

Ad un certo punto, il peso delle rocce non è più controbilanciato dalla pressione interna della camera magmatica e queste possono collassare interamente e determinare una vera e propria irruzione di acque freatiche all'interno del serbatoio di magma.

Il contatto tra acqua e magma causa violente esplosioni e l'espulsione di magma molto framentato e gas (vapore acqueo) che formano la colonna sostenuta pliniana, caratteristica delle fasi finali delle eruzioni del Vesuvio.

Il condotto e parte del cratere sommitale vengono erosi e demoliti dalle esplosioni. Quando tutta l'acqua immessa nel serbatoio di magma è vaporizzata, l'eruzione si esaurisce e il vulcano torna a una fase di riposo.

Queste ipotesi possono giustificare l'insolita sequenza dei fenomeni che si sono osservati durante i violenti parossismi del Vesuvio e che sono quasi sempre culminati con la formazione di una elevata colonna eruttiva formata da una miscela di pomici, ceneri e gas.
 
 

L'ERUZIONE DEL 1944

L'eruzione venne osservata e descritta dal direttore dell'Osservatorio Vesuviano, Giuseppe Imbò, il quale suddivise l'evento in 5 fasi:

FASE EFFUSIVA

La pausa eruttiva iniziata nella notte tra il 17 e 18 marzo si protrae sino al tramonto del 18 marzo quando, alle 16,30, si verificano nuove esplosioni seguite da un'abbondante emissione di lava che segna l'inizio dell'eruzione del 1944.

La lava si spinge contro l'orlo craterico in più rami, tra nord e sud-sud-est, fino a traboccare da diversi punti. Il ramo nord raggiunge in circa 20 minuti i fianchi del Somma dai quali si dirige a ovest verso il Fosso della Vetrana.

Le esplosioni si intensificano e, verso sera, si osservano abbondanti e continui lanci di scorie e brandelli di lava sino a 100 m. di altezza sull'orlo. A tarda sera la portata della colata settentrionale risulta alquanto ridotta rispetto a quella iniziale e la velocità del fronte della colata scende fino a 10 m/h. Molto più copioso appare un flusso traboccato a sud che si fermerà completamente solo il 21 marzo.

La sera del 18 marzo altre colate di lava traboccano sulle pendici occidentali del Gran Cono. La mattina del 19, alle 11, il ramo settentrionale raggiunge il Fosso della Vetrana e, nella sera, le prime case di Massa e S. Sebastiano. Gli abitati vengono invasi dalla lava che avanza fino a circa 1,5 km dal centro di Cercola (22 marzo).

Dalla mattina del 19 l'attività esplosiva si mantiene per lo più costante con sporadici incrementi e caratterizzata da frequenti e tumultuosi lanci di scorie e brandelli di lava alti sino a 150 metri. Dalla sera del 18 al mattino del 19 si avvertono all'Osservatorio tremiti discontinui e, dalle ore 10 del 19, tremiti continui con intermittenti rinforzi.

FASE DELLE FONTANE DI LAVA

Alle 17 del 21 marzo la lava viene emessa con tale violenza che la colonna incandescente si innalza sino a 2 km dall'orlo craterico.

La fontana lavica si manifesta per 30 minuti. Il materiale ricade e si accumula sulle pendici esterne del Gran Cono, da dove frana formando pseudo-colate di lava e scorie. Una di queste, particolarmente grande, si manifesta ad ovest-sud-ovest dove raggiunge i 700 m s.l.m.

Alle I7,30 ritorna una calma quasi totale con una notevole riduzione dei fenomeni esplosivi e la cessazione dei tremiti. La pausa eruttiva si protrae sino alle 20,10, allorché inizia a manifestarsi una nuova fontana lavica che dura 20 minuti e presenta le medesime caratteristiche della precedente. Anche questa è seguita da una nuova riduzione generale dell'attività eruttiva.

L'andamento alterno dell'eruzione continua per tutta la notte e il mattino del 22 marzo. Si susseguono 8 fasi di fontane di lava; con l'ultima si ha il massimo eruttivo di tutto il parossismo. Le scorie e i lapilli scagliati a maggiori altezze vengono trasportati dal vento in quota verso Angri e Pagani. Alle 9 del 22 marzo a Poggiomarino si osserva la caduta di scorie del peso variabile tra i 500 e i 1.000 grammi. Dalle 10, scorie con un diametro massimo di 15 cm ricadono anche su S. Giuseppe Vesuviano.

FASE DELLE ESPLOSIONI MISTE

Dalle 12 del 22 marzo si verifica un graduale cambiamento dei fenomeni eruttivi con l'emissione, oltre che di materiale incandescente, anche di materiale roccioso strappato dal condotto.

Alle pseudo-colate di scorie, caratteristiche della seconda fase, seguono nuovi fenomeni di flusso tipo "valanghe incandescenti" e "nubi ardenti in miniatura". La principale nube ardente si manifesta a sud alle 10 del 24 marzo. Essa si sovrappone alla colata lavica meridionale spingendosi, in pochi secondi, per 2 km oltre l'orlo craterico.

La violenza straordinaria dell'attività esplosiva subisce un ulteriore incremento verso le 13, rimanendo poi sino alle 17 per lo più costante. Il conetto terminale, in ricostruzione già dal 18 marzo, si salda, nel pomeriggio del 22, alle pareti interne del Gran Cono, raggiungendo una quota massima di oltre 1.260 m s.l.m.

Alle ore 21 del 22 marzo, riprendono le esplosioni. La loro intensità cresce fino a raggiungere i livelli del pomeriggio, dopodiché, dalle prime ore del 23 marzo, decresce gradualmente. Nel corso dello stesso giorno le colate si arrestano completamente: quella a sud si ferma a 350 m s.l.m. (rioni Monticelli-Le Voccole) e quella a nord si ferma a 120 m s.l.m. (1,2 km da Cercola).

FASE SISMO-ESPLOSIVA

Alle 12 del 23, mentre le esplosioni sono in decremento, incominciano ad essere avvertite all'Osservatorio un numero sempre crescente di scosse sismiche. La crisi sismica precede di poco un cambiamento delle caratteristiche esplosive. Infatti, dalle 14, si osserva una netta prevalenza, rispetto al materiale incandescente, di ceneri e materiali scuri. Dalla stessa ora si comincia a manifestare un'alternanza di crisi sismiche e esplosive.

In coincidenza con eventi esplosivi di particolare entità riappaiono sia i riverberi che i getti di materiale incandescente con produzione di valanghe incandescenti (specialmente a sud-ovest), nubi ardenti e fenomeni di ionizzazione atmosferica. Col procedere di questa fase, inizia una graduale riduzione dei fenomeni. Il 24 marzo continua l'emissione di ceneri più chiare delle precedenti.

FASE FINALE

Il 27 e 28 le crisi esplosive risultano sempre più rare e generalmente meno violente e, il 29, l'eruzione può dirsi conclusa. Tutta l'attività si riduce a semplici esalazioni post-eruttive. Terminate le esplosioni, le pareti intracrateriche e i fianchi del Gran Cono iniziano ad essere interessati da notevoli fenomeni di assestamento.

Il 29 marzo il cratere, giacente grosso modo su un piano inclinato da nord-est a sud-ovest, presenta una profondità centrale di 300 m (rispetto all'orlo), un perimetro di 1,6 Km. L'orlo ovest, il più interessato dalle frane, risulta a 1.169 m s.l.m. e quello nord-est a 1.300 m s.l.m..

Il bordo del cratere pur essendo alquanto irregolare, si avvicina, visto dall'alto, alla forma ellittica con l'asse maggiore di 580 m (est-ovest) e quello minore di 480 m (nord-sud). Per i continui fenomeni di frana il cratere subisce negli anni successivi numerose modificazioni.

Dopo l'eruzione del 1944 il Vesuvio entra in un fase di quiescenza che dura a tutt'oggi. Gli unici segni della sua attività sono alcuni piccoli terremoti che vengono costantemente registrati dai sismografi dell'Osservatorio Vesuviano e l'attività fumarolica che si osserva al cratere.
 
 

LE TESTIMONIANZE

L'eruzione del Vesuvio avviene poco dopo l'arrivo delle truppe alleate a Napoli. A causa degli eventi bellici l'Osservatorio è diventato una stazione metereologica delle truppe alleate ed il suo Direttore, Giuseppe Imbò, è relegato in un'unica stanzetta dalla quale compie le sue osservazioni nei giorni dell'eruzione.

L'evento coglie di sorpresa gli americani e causa loro danni maggiori di un bombardamento aereo: un intero stormo composto da 88 bombardieri B-25 che si trovava nel campo di atterraggio in prossimità di Terzigno viene distrutto in breve dalle ceneri. Il Vesuvio sembra così voler manifestare per l'ultima volta tutta la sua potenza prima di rientrare in un minaccioso riposo.

Dalla presenza in Napoli di tanti occasionali testimoni durante l'eruzione scaturirono un gran numero di scritti, attraverso i quali si colgono le intense emozioni di quei giorni. Fra le molte testimonianze, proponiamo quelle di un ufficiale dei servizi segreti inglesi, Norman Lewis, (Naples '44, Eland Books, 1978), a Napoli in quei giorni:

"19 marzo Oggi il Vesuvio ha eruttato. E' stato lo spettacolo più maestoso e terrribile che abbia mai visto (...). Il fumo dal cratere saliva lentamente in volute che sembravano solide. Si espandeva così lentamente che non si vedeva segno di movimento nella nube che la sera sarà stata alta 30 o 40 mila piedi e si espandeva per molte miglia. (...)

Di notte fiumi di lava cominciarono a scendere lungo i fianchi della montagna. (...) Periodicamente il cratere scaricava nel cielo serpenti di fuoco rosso sangue che pulsavano con riflessi di lampi. (...)

22 Marzo (...) In seguito alle notizie che San Sebastiano stava per essere spazzata via dal corso della lava e che Cercola era minacciata, sono stato mandato per fare un rapporto su quanto avveniva. (...)

Io ero proprio sotto la grande nube grigia piena di rigonfiamenti e protuberanze come un colossale pulsante cervello. Raggiunta S. Sebastiano, sembrava incredibile che tutta quella gente potesse aver voluto vivere in tal posto. La città era costruita all'estremità di una lingua di terra fin ad ora rispamiata dal vulcano, ma completamente circondata dai tremendi campi di lava lasciati dall'eruzione del 1872, anzi proprio in una valle fra di esse.(...)

Qui, in mezzo a questa "terra di nessuno" del vulcano, qualsiasi dilettante avrebbe predetto la distruzione della città con matematica certezza, ma apparentemente nessun cittadino di S. Sebastiano ne avrebbe mai ammessa la possibilità. Il legame con la città è una questione di fede religiosa. Gli edifici sono stati costruiti solidamente per resistere nei secoli (...) Tutte le finestre guardano ad ovest, alle verdi vallate verso Napoli, e le case hanno il retro verso il grigio, eterno cono del vulcano (...).

All'ora del mio arrivo la lava stava scivolando tranquillamente lungo la strada principale e, a circa 50 iarde dal fronte di questa massa debordante, una folla di diverse centinaia di persone, per la maggioranza vestite di nero, era inginocchiata in preghiera (...). Di tanto in tanto un cittadino più arrabbiato afferrava uno stendardo religioso e lo agitava con furia verso il muro di lava, come a scacciare gli spiriti maligni dell'eruzione. (...)

Una casa lentamente aggirata e poi sovrastata dalla lava scomparve intatta dalla vista e seguì un debole, distante scricchiolio mentre la lava cominciava ad inghiottirla. (...) Un certo numero di persone reggeva, a fronteggiare l'eruzione, immagini sante e statue fra cui quella dello stesso S. Sebastiano; ma in un lato della strada notai, con molte persone, la presenza di un'altra statua coperta da un lenzuolo bianco (...).

Questa era l'immagine di S. Gennaro contrabbandata da Napoli nella speranza che essa potesse essere di utilità se tutte le altre avessero fallito. Era stata coperta col lenzuolo per evitare un'offesa alla confraternita di S. Sebastiano e al santo stesso che si sarebbe potuto risentire di questa intrusione nel suo territorio. S. Gennaro sarebbe stato portato all'aperto solo come ultima risorsa. (...) Il carabiniere non pensava che questo sarebbe stato necessario, in quanto gli era chiaro che la colata di lava stava rallentando."

Un'altra cronaca viene fatta dall'inviato speciale del Manchester Guardian, il quale così scrive nel suo resoconto del 22 marzo 1944:

"Questi italiani mostrano un'apparente indifferenza, davvero rimarchevole, nei confronti del disastro. Mi ero aspettato scene di panico, donne esagitate, padri di famiglia impazziti. Non vi era niente di tutto ciò. In gruppi si raccoglievano a osservare il lento sacrificio del villaggio come se si trattasse di un incendio casuale. Il medico del paese tralasciò di salvare alcuni suoi beni per mostrarmi un buon punto di osservazione. Ci furono anche alcuni accenni di umorismo.

Osservavamo la lava che cominciava ad avvolgere una casa che ancora recava in maniera del tutto non necessaria, date le circostanze, lo slogan fascista "Vivi pericolosamente". In quel momento la casa crollò. Mentre la nuvola di polvere si dileguava, un incrocio di cane pastore improvvisamente sbucò dalla massa di calcinacci e sfrecciò verso la salvezza. Aveva messo in pratica le direttive di Mussolini. (...)"

BIBLIOGRAFIA


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