Ma tutti gli esseri che Zeus non ama / paventano udendo / il dolce suono delle Pieridi / sopra la terra e l'indomito mare, / come colui che giace nell'orrido Tartaro, / il nemico degli dei, / Tifeo dalle cento teste / che l'antro famoso di Cilicia / un tempo nutriva; / ora le coste che al di là di Cuma il mare cinge, / e la Sicilia schiacciano / il suo petto villoso; / e l'Etna nevoso, colonna del cielo / d'acuto gelo perenne nutrice / lo comprime. / Sgorgano da segrete caverne / fonti purissime d'orrido fuoco, / fiumi nel giorno riversano / corrente di livido fumo / e nella notte rotola / con bagliori di sangue / rocce portando alla discesa / profonda del mare, con fragore. / Vinto egli giace / sotto il peso dell'Etna / sotto le cime scure di alberi / l'intero dorso ferito da pietre.

La prima Pitica di Pindaro celebra la vittoria di Ierone, tiranno di Siracusa, ottenuta nella corsa delle quadrighe a Delfí nel 470 a.C. La Pitica fu eseguita in ricordo della fondazione della città di Etna che, nel 476/475 a.C., aveva preso il posto della colonia ionica di Catana, distrutta e ripopolata dallo stesso Ierone.

Nel 470, Ierone era al culmine del potere. Nel 480 a.C., aveva partecipato con il fratello Gelone alla vittoriosa battaglia di Imera contro i Cartaginesi di Amilcare che aveva dato a Siracusa il predominio sul Mediterraneo occidentale. Diventato tiranno di Siracusa alla morte del fratello, nel 478 a.C., nel 474 a.C. insieme ai Cumani, sconfisse gli Etruschi in mare. La vittoria gli permise di insediare i siracusani sull'isola di Pitecussa (Ischia).

Oltre alle gesta di Ierone, nella prima Pitica sono descritte le forze ostili all'ordine stabilito da Zeus. Tra queste, il mostroTifone (o Tifeo) che viene sconfitto e sepolto sotto il vasto territorio vulcanico che comprende l'Etna, il Vesuvio, i Campi Flegrei e le isole di fronte a Cuma.

Pindaro è il primo autore a collocare il sepolcro di Tifone tra l'Etna e Cuma (verso 18 e successivi), cioé nei due luoghi teatro delle gloriose imprese di Ierone (la fondazione della città di Etna e la vittoria sugli Etruschi). Oltre a conciliare due tradizioni discordanti sulla leggenda di Tifeo, il legame tra le due distanti località e l'azione di Ierone crea una geografia mitica da una realtà storica. Nell'elogio il tiranno è confrontato a Zeus: Tifeo è il caos che minaccia il giusto ordinamento divino, come le forze etrusche erano una minaccia per l'equilibrio del Tirreno, prima di essere fermate da Ierone nelle acque di Cuma.

L'Etna è la prigione che comprime il corpo di Tifone, fredda e bianca di neve (verso 20), ma è anche l'espressione della sua rabbia con i torrenti di lava incandescente. Nei versi 21-28 della Pitica si concentra la descrizione dell'eruzione. La lava scende dalla cima del vulcano, ne solca le pendici e arriva fino al mare, dove sprofondano i massi incandescenti (verso 24).

L'evento è vicino nel tempo rispetto al racconto e la data è confermata, solo con qualche differenza, da altre fonti. La famosa iscrizione del Marmor Parium, datata 264/3 a.C., parla di un'eruzione avvenuta nel 479-478 a.C., mentre Tucidide (III 116) la colloca nel 476-75 a.C., in perfetta coincidenza con la fondazione di Etna.