LIPARI
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Lipari, la più ampia delle Isole Eolie con poco meno di 38 km2 di superficie, è la parte emersa di diversi vulcani, la cui base si trova a circa 1000 m di profondità.
La costa orientale dell'isola di Lipari
L'attività vulcanica sopra il livello marino è iniziata circa 223.000 anni fa e si è protratta fino al VI sec. d.C. Non ci sono elementi che indicano probabili nuove eruzioni ma, data la longevità dei vulcani, la possibilità, per quanto remota, non è completamente esclusa.
Monte Guardia
L'evidenza di una natura vulcanica ancora viva sono le fumarole con temperature di 80-90°C, diffuse soprattutto nella zona occidentale dell'isola, fra Timpone Pataso e Timpone Ospedale e nel Vallone Ponte. I gas hanno trasformato i minerali dei prodotti vulcanici in caolino, un materiale già scavato e usato dai Greci nella fabbricazione di vasellame.
Rocce colorate dall'azione dei gas nella cava dismessa di caolino alle spalle di Timpone Pataso
Altre manifestazioni legate all'attività vulcanica sono le sorgenti termali, con temperature di 57°C, che scaturiscono ai Bagni di S. Calogero e nel Vallone di Bagno Secco.
Punta della Crapazza


La forma dell'isola

Nel corso della sua lunga storia, l'isola è stata ampliata e modificata dalle eruzioni e dall'erosione. La costa reca i segni di diverse variazioni del livello del mare, ricollegabili all'alternarsi di epoche glaciali e interglaciali. Nelle fasi glaciali, le calotte polari erano estese e assorbivano molta dell'acqua disponibile, mentre nel progressivo passaggio alle fasi interglaciali, con clima paragonabile a quello odierno, lo scioglimento dei ghiacci forniva grandi quantità di acqua ai mari.
I prodotti delle eruzioni esplosive più antiche, coperti dalle lave di Monte Giardina
La posizione della linea di costa è il risultato tra il variare del livello del mare e i movimenti della superficie terrestre che nelle aree di attività vulcanica possono essere più rapidi che altrove e, nelle ristrette superfici delle isole, più evidenti.
Strato di ciottoli e massi arrotondati di una spiaggia fossile
Se il territorio rimane a una quota stabile, le linee di costa seguono le oscillazioni del diverso apporto di acqua nei mari, spostandosi verso l’interno dei continenti (trasgressione) o avanzando dove prima c'era terra sommersa dal mare (regressione). La stessa cosa avviene anche senza variazione della quantità d'acqua nei mari, se a muoversi verso il basso o verso l'alto è il territorio.
La superficie orizzontale ai piedi di Timpone Ospedale è formata da depositi di spiaggia di epoca tirreniana
Le posizioni in cui si è trovata in passato la linea di costa sono ora superfici pianeggianti (terrazzi marini) coperte da sabbie, ciottoli e massi arrotondati, talvolta saldati fra di loro (conglomerati) che incidono le falesie a differenti livelli.
La costa occidentale di Lipari. La superficie piatta sopra la falesia e sulla cima degli scogli Le Torricelle si è formata per abrasione marina ed è coperta da depositi di spiaggia
Terrazzi marini datati intorno a 124.000 anni fa si vedono sul lato occidentale di Lipari, tra Punta del Legno Nero e Vallone dei Lacci, a un'altezza tra 25 e 45 m sopra l'odierno livello dell'acqua.
La costa Nord-occidentale di Lipari, vista da Monte Guardia. Sullo sfondo, le due cime dell'isola di Salina
Altre spiagge fossili, di circa 100.000 anni fa, si trovano ora a altezze tra 15 e 27 m s.l.m. nei pressi di Le Puntazze, Scoglio dell'Immeruta, Cala Sciabeca e Scoglio Le Torricelle. Residui di spiagge si vedono anche nel Vallone dei Lacci e a Sud di Bruca.
La costa occidentale di Lipari. Sa dinistra, i Timponi Ospedale, Pataso e Mazzacaruso e, dietro lo scoglio della Pietra del Bagno, il Vallone dei Lacci
Un altro livello di spiagge, datato a 81.000 anni fa, si trova tra Bruca e Punta delle Grotticelle, tra 2 e 12 m sopra il livello del mare.
Timpone Mazzacaruso
I vulcani di Lipari furono attivi sia in epoche glaciali che nel progressivo passaggio da una fase climatica all'altra. I piedi dei rilievi formatisi nel corso delle eruzioni più antiche furono spianati dalle onde e il mare penetrò per diverse decine di metri all'interno delle terre già emerse.
La superficie piatta che tronca la scogliera formata dalle lave del Timpone Mazzacaruso corrisponde a una linea di costa di epoca tirreniana
I prodotti delle eruzioni che seguirono si accumularono anche sopra le sabbie e i ciottoli di quelle spiagge. Tra questi si trovano strati di materiale, con predominante colore marrone scuro, chiamati Brown Tuff.
Le frecce indicano i depositi di una spiaggia di epoca tirreniana
I Brown Tuff comprendono prodotti caduti sulle isole nel corso di diverse eruzioni, come quelle avvenute a Salina da Monte dei Porri (Tufi Grigi del Porri, 67-70.000 anni fa) e da Pollara (23.000 anni fa), che a Lipari sono abbondanti soprattutto nel versante Nord rivolto verso quell'isola, oltre a ceneri di eruzioni esplosive avvenute ad Ischia intorno a 55.000 anni fa (Ischia Layer), che si trovano anche su vaste aree nel fondo del mare, e ad altri prodotti vulcanici rimaneggiati o di origine imprecisabile.


LE ERUZIONI

Distribuzione dei principali centri eruttivi delle più antiche eruzioni in superficie

Le prime eruzioni in superficie, iniziate intorno a 223.000 anni fa da un vulcano del quale rimane solo lo scoglio di Pietra del Bagno, formarono un'ossatura semi-circolare, chiamata Paleolipari. Più o meno dello stesso periodo si formarono Timpone Croci e tre coni allineati all'estremo Nord-occidentale dell'isola, in corrispondenza di Fuori del Pertuso.
Il paese di Lipari e Timpone Croci. A sinistra, Monte Guardia
La costruzione della parte occidentale dell'isola continuò da numerosi centri eruttivi fino a circa 150.000 anni fa.
Le colate di lava del Timpone Mazzacaruso formano Punta del Cugno Lungo
In gran parte erosi e coperti da prodotti più recenti, i coni vulcanici di questa fase formano ora un allineamento di piccoli rilievi che comprende Chiesa Vecchia (350 m), i Timponi Ospedale (356 m), Pataso (336 m), Mazzacaruso (322 m) e Carrubbo (195 m). Più isolati verso Sud-Est, si formarono i coni di Monterosa.
La penisola formata dai due centri vulcanici Monterosa
Le eruzioni dei due rilievi gemelli, Pietra Campana e Monterosa (detto anche U Mazzuni), iniziarono con moderate esplosioni, seguite da colate di lava.
Il rilievo Monterosa
Ai piedi di Timpone Mazzacaruso la superficie piatta di un terrazzo marino è coperta da conglomerati di spiaggia.
Il profilo della costa tra gli Scogli delle Torricelle e Punta del Cugno Lungo rispecchia la forma a lobi delle colate di lava scese dai Timponi
Nei pressi di Punta delle Grotticelle, il terrazzo marino incide i prodotti di Timpone Carrubo e, sulla superficie pianeggiante, si vede il fronte di una colata di lava a cordierite, emesse dal vulcano S. Angelo nel corso di eruzioni successive.
Una colata di lava a Cordierite, con la superficie a blocchi, scesa da Monte S. Angelo
Tra 150.000 e 127.000 anni fa, le eruzioni avvennero da due grossi vulcani, Monte S. Angelo e Monte Chirica, sorti all’interno dell'area delimitata dai coni già emersi, i quali funzionarono da sbarramento alla distribuzione dei prodotti.
L'area coperta dai prodotti dei centri eruttivi di Monte S. Angelo e Chirica
Le prime eruzioni di Monte S. Angelo, un cono ora alto 594 m s.l.m. e con un profondo cratere sulla cima, furono in prevalenza di tipo esplosivo. Dopo le eruzioni esplosive, furono emesse diverse colate di lava, visibili a Marina di Porto Salvo e alla base di Serra Pirrera.
Monte S. Angelo
Nello stesso tempo, circa 2 km più a Nord, cominciava l'attività di Monte Chirica, un vulcano che ha ancora un'altezza di 602 m. I prodotti delle sue eruzioni esplosive, alternati a colate di lava, si vedono nei canaloni (Vallone Bezzotti e Vallone Malopasso) che incidono il versante Nord fino alla costa tra Acquacalda e Punta del Legno Nero. Le colate di lava successive si trovano intorno al cratere, contro il rilievo di Chiesa Vecchia e sul bordo del Vallone Malopasso.
Il Vallone Gabellotto, alle spalle del paese di Canneto. In alto, a destra, Monte Chirica, coperto dalle pomici bianche dell'eruzione di Monte Pilato
Il vulcano S. Angelo tornò in attività a partire da circa 124.000 anni fa. Numerose eruzioni esplosive formarono flussi di pomici e ceneri che si allargarono a ventaglio nel settore meridionale dell'isola, da Est (Serra Pirrera) a Ovest. In questa direzione, i prodotti vulcanici (Piroclastiti a foglie) finirono in parte in un bacino lacustre che si trovava in prossimità di Timpone Pataso, dove gli strati di cenere vulcanica si intercalarono a livelli di selce formati dalla silice che precipitava dalle acque del lago.
Il rilievo di Timpone Pataso, a sinistra, e la parete di Bagnosecco, al centro in alto, formata dai prodotti che riempirono un lago esistente al tempo delle eruzioni di Monte S.Angelo
All'interno delle ceneri si trovano resti di tronchi, foglie di ulivo, alloro, quercia, palma e di molti altri vegetali, affini o identici (ad esempio, la palma nana) a specie contemporanee della boscaglia e della macchia mediterranea.
Una foglia di alloro nelle ceneri delle eruzioni di Monte S. Angelo
Sulla parete di Bagnosecco i livelli di selce si alternano regolarmente agli strati di cenere vulcanica. Probabilmente, gli stessi prodotti caldi causarono le condizioni di sovrasaturazione dell'acqua e la precipitazione della silice sul fondo del lago. Alla base della parete formata dai materiali che riempivano il bacino, si trova ancora una sorgente di acqua satura in silice.
La parete di Bagnosecco
Intorno a Timpone Pataso, i prodotti delle eruzioni di Monte S. Angelo hanno un colore bianco o giallastro, causato dalle trasformazioni mineralogiche indotte dai gas vulcanici che ancora permeano il territorio.
In primo piano, i prodotti intorno a Timpone Pataso, alterati dalle fumarole e, sullo sfondo, la parete di Bagnosecco
Sul versante orientale, i prodotti di Monte S. Angelo arrivarono sul versante dei Monti Rosa e entrarono in mare. Lungo la strada litoranea dopo Marina di Porto in direzione di Canneto, questi prodotti vulcanici conservano ancora strutture del rimescolamento provocato dal contatto con l'acqua marina.
Prodotti dei flussi piroclastici di Monte S. Angelo, arrivati fino al mare sulla costa orientale dell'isola
Dopo le eruzioni esplosive, Monte S. Angelo produsse, intorno a 105.000 anni fa, colate di lave a blocchi, viscose e alte anche più di 20 m, note col nome di lave a cordierite per l’abbondanza di cristalli di questo minerale al loro interno.
I blocchi sulla superficie di una colata di Lava a cordierite
Alle colate di lava seguì un periodo di quiescenza e poi, intorno a 90.000 anni fa, Monte S. Angelo tornò in attività con eruzioni di tipo esplosivo, seguite da brevi colate di lava.
Prodotti delle eruzioni esplosive di Monte S. Angelo, lungo Valle Muria
Insieme alle eruzioni finali di Monte S. Angelo, alcune colate di lava scesero dal lato occidentale di Monte Chirica (Costa d'Agosto) e arrivarono al mare formando la costa tra Fuori del Pertuso e Cala Sciabeca. Un altro tozzo rilievo di lave si formò nei pressi di Punta del Legno Nero.
Prodotti delle eruzioni esplosive di Monte S. Angelo. Le deformazioni negli strati sono causate dall'impatto di blocchi scagliati dal cratere
L'intervallo di quiescenza più importante, circa 50.000 anni, si colloca dopo questa fase. Le spiagge formatesi in quel lungo tempo privo di eruzioni si trovano ora circa 12 metri sopra il livello del mare. 
Localizzazione dei principali rilievi formati da accumuli di lave viscose nell'area Sud dell'isola
L'attività vulcanica riprese intorno a 42.000 anni fa nell'area meridionale. Le eruzioni furono esplosive ed emisero grandi quantità di pomici e ceneri che coprirono tutta l'isola. Seguirono colate di lave viscose che formarono tozzi rilievi o brevi e spesse colate.
Punta Perciato, all'estremità Sud dell'isola
Le eruzioni continuarono fino a circa 20.000 anni fa da tre centri che si trovavano in corrispondenza di Punta del Perciato, Falcone e Monte Guardia.
La costa Sud-occidentale di Lipari, dalla spiaggia di Valle Muria a Punta del Perciato
Alcuni duomi lavici e colate di Punta del Perciato sono stati quasi completamente erosi e sommersi e di loro non rimangono che resti discontinui lungo la falesia Sud-occidentale.
Pianoconte e i rilievi lavici della punta meridionale dell'isola, con al centro Monte Guardia
Accumuli di lave intorno al punto di emissione restano ancora a formare i rilievi del Falcone (215 m), Capparo (192 m) e Capistello, mentre le eruzioni di Monte Guardia formarono anche S. Lazzaro e Monte Giardina. Più a Est, sorsero i rilievi di S. Nicola e Punta S. Giuseppe.
Il versante a mare di Monte Guardia e, a destra, il rielivo di S. Lazzaro
Colate di lave viscose formarono il promontorio sul quale sorge il Castello di Lipari. Altre lave furono emesse verso Nord, tra Spiaggia della Papesca e Capo Rosso.
Al centro, l'incisione obliqua di Valle Muria. Le lave di Monte Giardina si sono accumulate sopra i prodotti delle eruzioni di Monte S. Angelo, di colore chiaro, visibili alla base
Dopo questa fase, non si trova traccia di altre eruzioni fino a circa 13.000 anni fa. Da allora e fino a 1.400 anni fa, furono attivi alcuni vulcani concentrati nella zona orientale, Canneto Dentro, Castello, Gabellotto-Fiume Bianco, Monte Pilato (o Pelato) e Forgia Vecchia.
Ubicazione delle principali aree interessate dall'attività vulcanica più recente
A Canneto Dentro si formò un duomo lavico, ampio 300 m e alto 50 m, circondato dai prodotti delle esplosioni che precedettero l'emissione della lava.
Il duomo di lava nel vallone di Canneto Dentro
Tra 11.000 e 8.000 anni fa, le eruzioni esplosive del Gabellotto coprirono con 2 metri di pomici circa 11 km2 della zona settentrionale dell’isola, con concentrazioni all’interno del Vallone Fiume Bianco e del Vallone del Gabellotto, dove le pomici si sono accumulate fino a spessori di 130 m.
Gli accumuli di pomici nel Vallone Gabellotto
Spesse colate di nera e viscosa ossidiana (lava del Pomiciazzo), sgorgate dallo stesso cratere, scorrendo sopra le pomici per brevi tratti, si accumularono una sull'altra formando un ampio e massiccio rilievo. Sono queste le lave dalle quali gli uomini del Neolitico ricavarono le schegge di ossidiana utilizzate per fabbricare i loro utensili.
La costa orientale di Lipari
Intorno a 1.600 anni fa iniziarono le eruzioni della Forgia Vecchia. Le esplosioni lasciarono sopra un suolo contenente tracce di frequentazioni neolitiche uno strato di sette metri di pomici. Dopo le esplosioni, arrivò in superficie una lava molto viscosa che si fermò sullo sbocco eruttivo senza riuscire a scorrere. L'occlusione del cratere causò forti esplosioni che frammentarono il blocco di lava, scagliando tutto intorno pezzi di ossidiana. Una volta riaperta la bocca eruttiva, riprese la lenta emissione di lava e la colata si mosse per un breve tratto grazie al pendio, assumendo una forma lobata.
La spessa colata di lava, divisa in due lobi, della Forgia Vecchia
Contemporaneamente, cominciarono le eruzioni di Monte Pilato, con esplosiosi ed emissioni di una grande quantità di pomici che si accumularono formando un cono.
L'interno del cratere di Monte Pilato, con al centro la colata di lava delle Rocche Rosse, scesa in direzione del mare
Il punto di emissione si spostò poi leggermente verso Sud, distruggendo un lato del cono di pomici. Il cratere aveva un diametro di circa 1 km ed era bordato da un accumulo di pomici che raggiunse in breve tempo l’altezza di circa 450 m s.l.m. Le cave di pomice di Campobianco e Acquacalda tagliano e, per ora, mettono in evidenza la struttura interna del cono.
Le cave di pomice sul fianco di Monte Pilato
Le esplosioni finali scagliarono cenere sull'intera isola. Ne fu coperto anche l'insediamento romano del IV-V secolo d.C di Contrada Diana, ai piedi del Castello. Dal lato aperto del cono tracimò la colata di ossidiana delle Rocche Rosse che, percorsi circa 2 km, arrivò al mare in località Acquacalda.
Il cono di Monte Pilato, con i bordi sezionati dalle cave di pomici e la colata di lava delle Rocche Rosse
L’interno di questa colata, con le tipiche fratture curvate verso l’alto (ramping) che si formano nelle lave poco fluide, si vede dal mare, tra Porticello e Acquacalda, mentre la strada che unisce le due località corre sul dorso stesso della colata. Nel punto più alto, che corrisponde alla parte centrale della colata, si possono vedere molte delle strutture caratteristiche delle lave viscose.
Strutture sulla superficie della colata di lava viscosa delle Rocche Rosse
Simili colate scorrono lentamente e si coprono di spessa crosta fredda. Lontano dal cratere, rallentano ulteriormente, formando un alto fronte. Quando la lava calda, racchiusa sotto la crosta, non ha più l’energia sufficiente per spingere in avanti il fronte, questo si ferma, mentre la parte calda continua lentamente a muoversi, curvando verso l'alto e dividendosi in strati.
Il cratere di Monte Pilato
Il profilo delle colate viscose è punteggiato da piccoli rilievi, formati dalle porzioni di lava uscite in superficie attraverso la crosta solida. Una volta sul dorso della colata, le lingue di lava si rompono in blocchi o, se conservano ancora una certa temperatura, si deformano plasticamente, con superfici striate dall'attrito.
La colata di lava delle Rocche Rosse e le cave di pomice sul fianco di Monte Pilato
L’eruzione di Monte Pilato resta l'episodio eruttivo più recente di Lipari. Ci si augura che l'attività estrattiva, il cui impatto appare ormai in netto contrasto con l'economia turistica dell'isola, non cancelli ogni traccia di questo singolare edificio vulcanico di pomici, nascondendo con il materiale di risulta anche la colata di lava.


L'UOMO E L'ISOLA

Carta dell'isola

Benché priva di sorgenti, se non alcune polle termali, l'isola è sempre stata la più popolosa dell'arcipelago e, in certi periodi, l'unica ad essere abitata. Le più remote frequentazioni umane sono legate alla sua natura vulcanica e alla presenza di quella lava particolare chiamata ossidiana, il materiale più duro e tagliente che si conoscesse nel Neolitico e che veniva utilizzato per costruire armi e molti strumenti di uso quotidiano.
Frammenti di ossidiana lavorati nel Neolitico
Nel Mediterraneo occidentale l'ossidiana si trova, oltre che a Lipari, solo a Pantelleria e, in minore quantità, nelle Isole Pontine, specie sulla piccola Palmarola, e al Monte Arci presso Oristano. Lo sfruttamento dell'ossidiana a Lipari precede di parecchi secoli gli insediamenti umani stabili. Il prezioso materiale era raccolto e trasportato con imbarcazioni sulle coste vicine, dove era lavorato e poi distribuito lungo tutta la penisola. Quando l’isola si popolò definitivamente, un ampio nucleo abitato si sviluppò tra la rupe del Castello e la costa.
Tomba a sarcofago litico nella contrada Diana a Lipari
La scoperta del rame segnò la fine dell'utilizzo dell'ossidiana e Lipari ebbe una rapida recessione economica e demografica. La ripresa iniziò solo verso la fine del III millennio a.C. , ma l'isola non tornò alla ricchezza di quando era il centro della via d'acqua che attraversava il Mediterraneo. Con un lento declino, in epoca romana perderà ogni importanza economica e strategica.
La rocca e il Castello di Lipari
Le vicende di Lipari nella preistoria, così strettamente legate allo sfruttamento e al valore delle sue risorse naturali, sono il più chiaro esempio di come il concetto di giacimento minerario non sia ne' scientifico ne' geologico, ma puramente economico. Un materiale assume importanza diversa e incide sull'alterna fortuna di interi popoli, a seconda delle esigenze umane. Nella nostra epoca, nuove applicazioni o difficoltà di importazione rendono produttivi, dal punto di vista economico, giacimenti minerari sottovalutati in altri contesti.
Cava di pomici all'interno dell'isola
Al contrario, si abbandona o si rinuncia alla coltivazione di siti produttivi, quando diventa più economico procurarsi materie prime da altri luoghi, magari con situazioni politiche e sociali favorevoli. Ora l'ossidiana di Lipari non ha più alcun valore, mentre le pomici, utilizzate in vari settori dell'edilizia e dell'industria, hanno assunto una certa importanza economica. Il vero "giacimento" da cui dipende l'economia di tutte le Eolie (e non solo) è rappresentato dal turismo, scoperta relativamente recente e certamente insospettata fonte di benessere nel Neolitico.
Cave di pomici nei pressi di Porticello


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