MONTI CIMINI E VICO
argomenti:
1 - L'ATTIVITA' VULCANICA
2 - INTORNO AL VULCANO
3 - IL PAESAGGIO E LA SUA STORIA

1 - L'ATTIVITA' VULCANICA

MONTI CIMINI
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Molto prima di un milione di anni fa, in corrispondenza dell'odierno rilievo dei Monti Cimini, una massa di magma, con un volume stimabile tra 60 e 100 km
3, si fermò poco al di sotto delle rocce sedimentarie che formavano la parte più esterna della crosta terrestre.

La risalita di magma non causò eruzioni, ma inarcò la superficie dell'area, abbozzando il rilievo dei Monti Cimini. Le eruzioni avvennero poi dalle stesse fratture che si erano create durante le fasi di inarcamento.

L’attività vulcanica dei Monti Cimini è la più antica dell’area tosco-laziale. Benchè non si conosca l'epoca precisa in cui il magma, dopo aver sollevato le rocce sedimentarie, cominciò a sgorgare in superficie, alcune eruzioni possono essere avvenute già intorno a 1.350.000 anni fa.

Fino a circa 940.000 anni fa, furono emesse lave molto viscose che si accumularono vicino alla bocca eruttiva, formando i rilievi a cupola (duomi) ancora riconoscibili in oltre cinquanta colline che punteggiano l'area a Sud-Est di Viterbo. Alla formazione dei duomi seguirono diverse eruzioni esplosive, con densi flussi di materiale vulcanico che seppellirono con i loro prodotti i duomi lavici più bassi.

I prodotti delle eruzioni esplosive formarono una vasta piattaforma e divennero una pietra compatta, detta localmente peperino, caratteristica dell'area cimina e viterbese e simile a quella omonima dei Colli Albani. Le eruzioni avvennero dal rilievo centrale di Monte Cimino, anche se è probabile che vi siano stati altri centri eruttivi lungo fratture. L'attività dei Monti Cimini si chiuse intorno a 800.000 anni fa con colate di lava che si allungarono per una decina di chilometri.

VICO
Intorno a 420.000 anni fa, l’attività vulcanica si spostò a Sud, in corrispondenza dell'area ora occupata dal lago di Vico. Le eruzioni che diedero forma a un ampio vulcano, e alla sua successiva parziale demolizione, continueranno fino a 92.000 anni fa, concentrate in un periodo di 20-30.000 anni, seguito da una lunga fase di inattività, stimata in 60-100.000 anni.

Le prime eruzioni di Vico furono esplosive e coprirono di pomici un'area molto vasta, arrivando a frapporsi ai prodotti dei Vulsini a Nord e dei Sabatini a Sud. Insieme alle pomici, i prodotti di alcuni flussi piroclastici di limitato volume formarono i depositi chiamati Tufi stratificati varicolori vicani o Formazione di Rio Ferriera. Due strati di pomici, detti Vico a e Vico b, che si trovano rispettivamente alla base e nella parte alta della successione, hanno un'età di circa 419.000 e 412.000 anni fa. Questo è considerato l’intervallo di tempo in cui avvennero le eruzioni della prima fase di attività di Vico. Seguirono alcune sporadiche e isolate colate di lava, come le lave di Petrignano, datate a circa 400.000 anni fa.

Per almeno 100.000 anni, non vi sono altri segni di attività. Poi le eruzioni ripresero con colate di lava (una è datata 258.000 anni fa) che diedero forma a un cono vulcanico centrale, in pratica distrutto dalle eruzioni esplosive che seguirono. La fase esplosiva lasciò una serie di depositi da flusso, chiamati Ignimbrite A, B e C. Non si sa quanto tempo intercorse tra la costruzione del cono vulcanico e l'eruzione esplosiva dell’Ignimbrite A, ma le successive eruzioni (Ignimbriti B e C), dovrebbero essere avvenute tra 157.000 e 150.000 anni fa.

Le prime due ignimbriti sono molto simili fra loro, con uno strato di pomici da caduta alla base e successivi prodotti da flusso piroclastico, spesso saldati. La terza è la più voluminosa, con un deposito stimato in circa 10 km
3.

I prodotti dell'Ignimbrite C hanno, sopra le pomici della fase iniziale, un ammasso di brecce vulcaniche, presenti soprattutto sul bordo meridionale della caldera. Sopra le brecce si trovano i depositi dei flussi piroclastici, noti come Tufo rosso a scorie nere, una denominazione descrittiva che spesso ricorre nelle rocce vulcaniche laziali.

I flussi si allargarono nel raggio di 25 km dal vulcano e arrivarono in contatto con i vulcani di Latera, che erano all'epoca attivi, raggiunsero la valle del Tevere verso Nord-Est e, a Sud, coprirono i prodotti dei vulcani Sabatini.

Le eruzioni esplosive causarono lo sprofondamento della parte centrale della struttura vulcanica di Vico e la formazione della caldera, il cui fondo è ora occupato dal lago. Le brecce presenti tra i prodotti dell’ignimbrite C, contengono grandi quantità di rocce, sia di origine profonda sia superficiale, che indicano fasi eruttive molto violente, capaci di demolire il vulcano e insieme di sconvolgere la sua struttura sotterranea.

Dopo la formazione della caldera, continuarono le eruzioni esplosive, ma con caratteristiche diverse dalle precedenti. Una, datata intorno a 140.000 anni fa, ha lasciato depositi, chiamati Ignimbrite D, con strutture tipiche dei flussi molto ricchi in gas (surge). Successivi prodotti di flussi piroclastici densi, sono distribuiti verso Est e all'interno della caldera.

Le eruzioni successive furono ancora esplosive. I loro prodotti sono chiamati Tufi finali e consistono in una successione di ceneri da caduta e depositi di flussi con vario contenuto in gas, distribuiti nei settori Est e Nord, all’interno della caldera e sulle pendici del vulcano. Contemporanee a queste sono le eruzioni che formarono i coni di scorie di Poggio Nibbio. Il cono di M. Venere, cresciuto all'interno della caldera circa 95.000 anni fa, è la manifestazione vulcanica più recente dell’area di Vico.


2 - INTORNO AL VULCANO

Numerosi sentieri tracciati dalla locale Comunità Montana attraversano i Monti Cimini e altrettanti ve ne sono intorno al lago di Vico, un’area inserita in una Riserva Naturale. Pur valorizzando gli ambienti di interesse naturalistico, come quello palustre e quello della faggeta depressa del Monte Venere, i vari itinireari relegano a margine l'aspetto vulcanologico, cui peraltro si deve la particolarità del paesaggio.

La ricchezza di minerali nel suolo vulcanico e l’umidità creata dal lago hanno consentito lo sviluppo di una lussureggiante vegetazione che formava sino all'epoca romana l'impenetrabile e orrenda Sylva Cimina. I prodotti vulcanici sono nascosti dalla vegetazione e si possono osservare solo tra gli edifici o nei tagli stradali o in pareti non sempre facili da avvicinare. Se da un lato questo intralcia il lavoro del geologo, dall’altro l’appassionato di vulcani trova un motivo in più per aggirarsi tra scavi archeologici, boschi e paesi.

Andando da Roma in direzione di Ronciglione, la strada statale Cimina corre sopra il pianoro formato dal Tufo rosso a scorie nere. All’altezza dell’arco che segna l’entrata a Ronciglione, si vede una parete con i prodotti dell’Ignimbrite B, formati da una breccia basale e da strati di ceneri e pomici saldate che hanno assunto per alterazione chimica un colore da grigio scuro a rossastro.

Intorno al paese di Caprarola affiorano i depositi di pomici e scorie dell’Ignimbrite D con quelli soprastanti, a struttura ondulata, dei Tufi finali, separati tra loro da uno strato di suolo. La via Cimina, da Ronciglione in direzione di Viterbo, corre sul crinale orientale del bordo craterico di Vico. Oltre alla panoramica sul lago e sul margine degradante della depressione, si vede il rilievo di M. Venere e, più arretrato, il dosso di Poggio Nibbio. Ai bordi della strada affiorano i prodotti dei Tufi finali.

Prima di entrare al paese di Canepina, a lato della strada, si vede un deposito di grosse scorie nere saldate attribuite a fasi stromboliane dell'eruzione dell'Ignimbrite C. In alcuni punti, la deformazione delle scorie e il loro grado di addensamento e saldatura sono così elevati che il deposito assume l'aspetto di una colata di lava. Questi prodotti si trovano tra il materiale derivante dall'erosione dei duomi cimini (alla base) e il Tufo rosso a scorie nere.

Sempre a Canepina, la Chiesa di S. Maria delle Grazie si appoggia sopra una colata di lava emessa dal vulcano di Vico.

Nella collina vicino alla chiesa, si vedono i depositi dell’Ignimbrite A, B e C. Alla base dell'Ignimbrite B, è evidente uno strato di prodotti molto fini, con strutture caratteristiche dei depositi derivanti da esplosioni idromagmatiche, che si ritrova intorno a tutto il vulcano.

All'ingresso della città di Viterbo vi sono i prodotti dell'Ignimbrite A. Nel punto più completo dell'affioramento, alla base della parete si vede uno strato di pomici da caduta, attribuite alla prima fase di attività del vulcano di Vico, seguito da un deposito di ceneri e da un paleosuolo, sopra il quale vi sono le pomici da caduta e i depositi dei flussi piroclastici dell'eruzione dell'Ignimbrite A. Dopo la città di Viterbo, verso Nord, si trova ancora la piattaforma formata dal Tufo rosso a scorie nere di Vico, fino nei pressi di Montefiascone, dove cominciano ad affiorare i prodotti del vulcano omonimo.



3 - IL PAESAGGIO E LA SUA STORIA

Alle eruzioni vulcaniche avvenute nell'area dei Monti Cimini e del lago di Vico va il merito di aver formato la conca del lago e il massiccio montuoso. La punta più alta è il Monte Cimino (1053 m), l'unico a superare quota mille tra i rilievi vulcanici laziali, circondato a Nord-Ovest da coni più bassi (Monte La Palanzana, 802 m, Monte S. Valentino, 713 m e Monte La Rocchetta, 677 m).

Ai prodotti delle eruzioni si deve anche il vasto altipiano che raccorda i Cimini alla caldera di Vico. Il bordo della caldera, che tocca i 963 m di altezza a Monte Fogliano e 896 m a Poggio Nibbio, chiude lo specchio d'acqua, il cui perimetro è interrotto da M. Venere, alto 838 m. La superficie del lago si trova a 507 m s.l.m. e il suo fondo raggiunge una profondità di 49 m.
 
Gli Etruschi per primi aprirono un tunnel artificiale che provocò l'abbassamento del lago e la formazione di una fascia di terreno fertile, oggi coltivata a noccioleti. Proseguendo l’opera, nel XVI sec., i Farnese fecero scavare a Sud un emissario più basso del precedente, per mantenere costante il livello del lago. Come in tutte le aree vulcaniche, il suolo è molto fertile e, sia la vegetazione spontanea quanto le coltivazioni, sono particolarmente rigogliose. In più, per uno straordinario effetto climatico, sulle sponde del lago le faggete toccano il limite inferiore di 500 m di quota, contro 900-1000 dell’Appennino, creando un interessante fenomeno naturalistico. Lo stesso avviene nel bosco di Allumiere, nella non lontana Tolfa, e alla Bocca di Oriolo, nei pressi del lago di Bracciano, dove i faggi crescono intorno a 500-600 m di altitudine.

I monti e l'impenetrabile foresta cimina rappresentarono per lungo tempo un confine naturale fra il popolo degli Etruschi e quello romano. Qui, intorno al 310 a.C., si giocarono le sorti dell'antica Roma, allora potenza emergente, in lotta ormai da decenni con gli Etruschi. Tanto era il timore che i romani avevano dell'intricata boscaglia cimina, che il Senato diede ordine alle truppe di non correre il rischio di attraversarla. L'ordine forse giunse in ritardo, tant'è che il Console Quinto Fabio Rulliano sul far dell'alba, occupava le vette del Monte Cimino; di qui, dopo aver contemplato le ricche campagne dell'Etruria vi mandò i suoi soldati a far preda (Tito Livio, Storia di Roma, IX, 36).

Disapprovata dal Senato che temeva una rappresaglia, l'iniziativa del console fu ardita, soprattutto perché si addentrò in Etruria lasciandosi alle spalle gli eserciti Etruschi che assediavano Sutri, ma risultò più astuta di quanto probabilmente non fosse nelle sue stesse intenzioni. Infatti, il tentativo degli Etruschi di fermare l'avanzata romana fallì. Cominciava il loro declino, culminato nel 283 a.C. con la battaglia del Lago di Vadimone, l'attuale Bassano, che aprì definitivamente il passo all’espansione di Roma verso Nord. Più tardi, quando ormai erano padroni incontrastati di queste terre, i romani penetrarono nella caldera vulcanica occupata dal lago con la Via Cassia, il cui tracciato è stato utilizzato fino all’800.

I luoghi non sono più gli stessi e, fortunatamente, le selve cimine non sono più rifugio di briganti come nei secoli scorsi. All'attività vulcanica si deve la fertile campagna, il lago, le solfatare, a quella umana le necropoli etrusche, le strade, i ponti e gli acquedotti romani, i borghi medioevali e i palazzi rinascimentali. Interi capitoli di due storie sovrapposte che raramente capita di trovare in così poco spazio.


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