Argomenti:
1 - ORIGINE DELLE ISOLE PONTINE 1a - NOTE STORICHE

2 - PONZA E PALMAROLA

3 - VENTOTENE - S. STEFANO 3a - L'ULTIMA ERUZIONE DI VENTOTENE


1 - ORIGINE DELLE ISOLE PONTINE
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Le isole Pontine sono i resti di antichi vulcani che, insieme a molti altri sorti lungo il versante tirrenico della penisola italiana, dalla Toscana fino alla Campania, si sono formati nel corso di lente modificazioni che hanno interessato l’area mediterranea negli ultimi milioni di anni.

Intorno a dieci milioni di anni fa, a Est dei massicci sardo-corsi che, dopo essersi staccati dalla parte occidentale del continente europeo ormai si erano arrestati più o meno dove sono ora, si formava una nuova profonda spaccatura. Dei due pezzi separati dalla frattura, quello orientale diventerà parte della penisola italiana e, con una lenta e irregolare rotazione verso Est, raggiungerà la posizione attuale assottigliando la litosfera, fino a fratturarla profondamente.

L'area con litosfera assottigliata, compresa tra Sardegna-Corsica e il bordo occidentale della penisola, sarà occupata dal Mar Tirreno, sul cui fondo si depositeranno i sedimenti che successive fasi geologiche accavalleranno fino a formare la catena Appenninica. Le fratture provocate dallo stiramento saranno tra le cause che consentiranno la formazione dei magmi in profondità e la loro risalita fino alla superficie.

I vulcani dell'area laziale sono cresciuti lungo una fascia parallela alla costa tirrenica, dove lo stiramento aveva lacerato la litosfera. A partire da Nord, si trovano le aree vulcaniche dei Vulsini, dei Cimini, Vico e Sabatini, poi quelle della Tolfa, Ceriti e Manziana, quella dei Colli Albani e, a mare, delle Isole Pontine.

L'arcipelago Pontino è formato da cinque isole, Ponza, Palmarola, Zannone, Ventotene e Santo Stefano, allineate a circa 30 km dalla costa del Golfo di Gaeta.

Sono tutte di origine vulcanica, tranne Zannone, inclusa dal 1979 nel Parco Nazionale del Circeo, che ha una base di rocce sedimentarie.

Intorno a Ponza, Palmarola e Zannone, la profondità del mare raggiunge gli 80 metri, mentre 15-20 km a Sud di Ponza, aumenta bruscamente fino ad oltre 2000 metri, separando geograficamente e geologicamente il gruppo delle tre isole da Ventotene e S. Stefano.

Solo Ponza e Ventotene sono abitate. La prima è lunga 8 km, larga tra 200 e 1800 m e ha il punto più alto nel Monte La Guardia (280 m); la seconda è lunga 2,8 km e larga 500 m, con la quota più elevata a Punta dell’Arco (139 m).

Le eruzioni più antiche sono avvenute circa 4,5 milioni di anni fa, nell'area di Ponza, all'interno di un mare poco profondo.

L'attività più recente di Ponza, le colate di lava di Monte Guardia, è avvenuta al di sopra del livello del mare intorno a 900.000 anni fa.

L'isola di Palmarola si è formata attraverso eruzioni sottomarine, simili a quelle di Ponza, ma insieme ai prodotti vucanici si trovano anche blocchi di argilla dell'antico fondo marino, spinti verso l'alto dalle lave.

L'isola di Ventotene è un piccolo frammento della parte sommitale di un vasto apparato vulcanico smembrato e quasi completamente sommerso.

I prodotti più antichi visibili in superficie, datati a circa 900.000 anni fa, sono lave affioranti in località Semaforo, mentre l'ultima eruzione, avvenuta circa 200.000 anni fa, rappresenta l'evento più giovane dell'arcipelago.

L'isolotto di S. Stefano, famoso per l'antico carcere fatto erigere sulla sua cima da Ferdinando IV di Borbone nel 1795, è considerato un duomo di lava, o i resti di un condotto, ricoperto dai prodotti delle eruzioni esplosive di Ventotene.



1a - NOTE STORICHE


L’uomo arrivò sulle isole Pontine in epoca preistorica, attratto da una particolare lava vetrosa, di colore da bruno a nero assoluto, conosciuta col nome di ossidiana fin dal tempo dei romani.

Le schegge di ossidiana furono indispensabili, dal Neolitico fino all'Età del Bronzo, per fabbricare strumenti taglienti. La presenza di imperfezioni, come le bolle lasciate dai gas vulcanici, e la difficoltà di lavorazione di un materiale così duro che veniva scheggiato a mano con mazzuoli di pietra, hanno formato intorno ai siti preistorici, come quello presente su Monte Tramontana a Palmarola, accumuli di residui e scarti di pezzi mal riusciti.

Nel periodo greco le due isole maggiori furono importanti tappe lungo le rotte fra Ischia, la Toscana e la Sardegna. I Greci chiamarono Ventotene Pandoteira (dispensatrice di ogni cosa), poi modificato dai romani in Pandataria.

L’arcipelago divenne romano nel 338 a.C., ma solo su Ponza, la più adatta agli approdi, si stabilì un presidio militare che acquisterà importanza nel corso della lotta contro Annibale, nel 209 a.C.

Dopo le guerre puniche, i punti strategici militari persero importanza e per lungo tempo non si trovano più riferimenti alle isole Pontine negli autori latini.

Di Ponza parla Varrone, nel 37 a.C., quando ricorda le coltivazioni di vite dell’isola, fatte senza sostegno di pali, come aveva visto in Asia, e dell’incredibile abbondanza di uccelli migratori nei periodi di passo.

Gli insediamenti erano però impediti dalle stesse ridotte dimensioni delle isole. L'occupazione residenziale avverrà solo quando, superato il pericolo delle scorribande piratesche, i ricchi romani, dopo aver disseminato i litorali della penisola di splendide ville, allargarono il loro interesse anche alle isole, che conservarono comunque il ruolo di esilio dorato.

Già nei primi anni del regno di Augusto, a Ventotene, che apparteneva al patrimonio privato dell’imperatore, nel 2 a.C. cominciarono ad arrivare i primi esiliati di rango imperiale.

Grazie alla lex Julia de adulteriis del 18 a.C., gli imperatori romani mandarono in isolamento nella villa di Punta Eolo a Ventotene, mogli e madri ingombranti, quali Giulia, figlia di Augusto, Agrippina Maggiore, per sospetta infedeltà al marito Germanico, Ottavia, moglie di Nerone e Flavia Domitilla, ultima esule romana di rango, sospettata di simpatie per il cristianesimo, inviatavi da Domiziano.

La possibilità di vita sulle isole per una comunità numerosa era ostacolata dalla mancanza di acqua e a questo posero rimedio i romani con la loro esperienza in impianti idraulici. Enormi cisterne, acquedotti e tunnel scavati nelle rocce vulcaniche resero possibile la vita agli abitanti delle grandi ville.

A Ventotene vennero asportati 60.000 m3 di tufo per ottenere il bacino del porto e le vasche per l’allevamento dei pesci. La struttura e la posizione riparata del bacino e delle opere annesse, ancora visibili, sono uno straordinario esempio dell'abilità ingegneristica portuale dei romani.

A Ponza, la distribuzione dell’acqua era molto articolata, data la conformazione irregolare dell’isola. Quattro acquedotti garantivano autonomia idrica raccogliendo la scarsa acqua sorgiva e quella piovana e distribuendola in innumerevoli cisterne, ricavate a varie altezze nei terrazzamenti artificiali che servivano anche da sostegno alle abitazioni di mezza costa.

I resti di un acquedotto scavato nella roccia si riconoscono lungo tutto il versante orientale dell’isola e potrebbe essere ancora funzionante, se non fosse stato danneggiato da una vecchia miniera di bentonite.

A Ventotene, mancando completamente le sorgenti, veniva raccolta in serbatoi l'acqua piovana. La forma dell'isola, con il centro abitato circoscritto intorno al porto, richiedeva di un solo punto di raccolta, posto quasi al centro dell'isola, e la distribuzione era più semplice, essendo le aree da raggiungere con tubature tutte a un livello più basso.

Seguendo le indicazioni di Columella (I sec. d.C.), esperto di itticoltura e agricoltura, la peschiera di Ventotene era alimentata da acqua di mare e da acqua dolce derivante dagli invasi delle cisterne dei Carcerati e di Villa Stefania, situate a metà dell'isola e ancora oggi intatte.

La struttura a volta dei serbatoi e dell'acquedotto, rivestita in cocciopesto, conservava l'acqua fresca e potabile per lungo tempo. Le splendide dimore residenziali romane cominciarono il loro declino con la fine del II sec. d.C. e le isole rimasero per secoli in balìa delle incursioni saracene e turche.

Il difficile insediamento umano sulle isole Pontine è riconoscibile nell'agglomerato di abitazioni scavate nella roccia, alle spalle del Porto di S. Silverio a Palmarola, impostato su un nucleo di rifugi preistorici non naturali, come se ne trovano anche a Ponza.

Alle grotte si sovrapposero modifiche che le trasformarono in vere e proprie abitazioni, con tipologie che richiamano lo stile delle case gitane e andaluse.

Nella forma di questi ripari, si trova un sottile legame con la colonizzazione spagnola di Ponza, voluta nella prima metà del 1700 dal re di Napoli, Carlo III di Borbone, il quale aveva ricevuto l'isola, insieme ai beni dei Farnese di Parma, nella cospicua eredità pervenutagli dalla madre Elisabetta Farnese, moglie di Filippo V, re di Spagna.

Gli interventi più recenti su questo nucleo di grotte, ora utilizzate come case di vacanze estive, saranno considerati solo fra molti secoli, se non peggioreranno ulteriormente, una testimonianza evolutiva.

L'opera di urbanizzazione e popolamento delle isole Pontine, iniziata da Carlo III, continuò con Ferdinando IV, cui si deve, oltre al penitenziario di S. Stefano, la realizzazione del porto borbonico di Ponza e la struttura dell'abitato di Ventotene.

Il carcere di S. Stefano venne progettato dall’architetto Francesco Carpi, che ricalcò altri suoi progetti ispirati alle opere di Antonio Winspeare.

Ultimato nel 1795, il carcere, con una forma a ferro di cavallo e 99 celle distribuite a raggiera su tre piani, più numerosi edifici di servizio, sorge sulla cima dell'isolotto.

La struttura, ora completamente in rovina, ha acquisito nel tempo un'eleganza che forse non aveva nemmeno all'epoca di costruzione e, superata l'infelice destinazione originaria, per la sua suggestiva collocazione e testimonianza storica, meriterebbe un intervento di salvaguardia.

Per destino di molte isole, anche le Pontine conservarono a lungo il triste ruolo di colonie penali. Restituite ai Borbone nel 1815 con il trattato di Vienna, Ponza, nel 1820, e Ventotene, nel 1825, divennero luogo di relegazione.

Dopo l'annessione al regno d'Italia, il domicilio coatto venne abolito, ma a Ventotene continuarono a arrivare prigionieri fino a dopo la prima guerra mondiale.

ll regime fascista ripristinò il confino a Ponza nel 1928 e, nel 1939, a Ventotene. Da qui, nel 1942, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli scrissero e diffusero clandestinamente il "Manifesto per un'Europa libera e unita".

Tra i dissidenti del regime, a Ponza furono inviati Giorgio Amendola, Lelio Basso, Pietro Nenni, Mauro Scoccimarro, Giuseppe Romita, Pietro Secchia e Umberto Terracini. Il carcere di S. Stefano ebbe tra i suoi molti ospiti politici, Sandro Pertini, Camilla Ravera e Luigi Longo. Persino Mussolini conobbe l'isolamento di Ponza, dal 27 luglio al 7 agosto 1943, prima di essere trasportato al Gran Sasso.

Ai nostri giorni, le isole pagano la loro vicinanza alla costa con l'assalto massiccio del turismo, ma nei mesi più tranquilli la loro bellezza emerge sopra le nuove villette e le antiche case, tutte irrimediabilmente chiuse dopo il breve periodo di ferie.

Molti resti di epoca romana di Ponza sono ormai accerchiati e sommersi dagli edifici moderni. Restano intatti i tunnel stradali, ancora oggi utilizzati, e le grotte di Pilato, un'ampia peschiera scavata nella roccia per la raccolta dell'acqua destinata a una vicina villa.

A Ventotene, numerosi negozi vivacizzano ancora i ripari scavati nel tufo vulcanico intorno al porto romano, mentre i muri di Villa Giulia, appoggiati sopra i prodotti dell'ultima eruzione dell'isola, dominano i bagnanti di Punta Eolo, tenuti lontani da un solido recinto.

Gli uccelli migratori vi fanno ancora tappa come ai tempi di Varrone, anche se la caccia sulle isole è abbondantemente diffusa. Le rocce vulcaniche, testimoni di una storia più lunga di quella umana, coperte dalla profumata macchia mediterranea, formano verso il mare scogliere e dirupi, interrotti da splendide spiagge.

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