1 - ORIGINE
DELLE ISOLE PONTINE N.B. A
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Le isole Pontine sono i resti di
antichi vulcani che, insieme a molti altri sorti lungo il versante
tirrenico della penisola italiana, dalla Toscana fino alla Campania, si
sono formati nel corso di lente modificazioni che hanno interessato
l’area mediterranea negli ultimi milioni di anni.
Intorno a dieci milioni di
anni fa, a Est dei massicci sardo-corsi che, dopo essersi staccati
dalla parte occidentale del continente europeo ormai si erano arrestati
più o meno dove sono ora, si formava una nuova profonda
spaccatura. Dei due pezzi separati dalla frattura, quello orientale
diventerà parte della penisola italiana e, con una lenta e
irregolare rotazione verso Est, raggiungerà la posizione attuale
assottigliando la litosfera, fino a fratturarla profondamente.
L'area con litosfera
assottigliata, compresa tra Sardegna-Corsica e il bordo occidentale
della penisola, sarà occupata dal Mar Tirreno, sul cui fondo si
depositeranno i sedimenti che successive fasi geologiche accavalleranno
fino a formare la catena Appenninica. Le fratture provocate dallo
stiramento saranno tra le cause che consentiranno la formazione dei
magmi in profondità e la loro risalita fino alla superficie.
I vulcani dell'area
laziale sono cresciuti lungo una fascia parallela alla costa tirrenica,
dove lo stiramento aveva lacerato la litosfera. A partire da Nord, si
trovano le aree vulcaniche dei Vulsini, dei Cimini, Vico e Sabatini,
poi quelle della Tolfa, Ceriti e Manziana, quella dei Colli Albani e, a
mare, delle Isole Pontine.
L'arcipelago Pontino è formato da cinque
isole, Ponza, Palmarola, Zannone, Ventotene e Santo Stefano, allineate
a circa 30 km dalla costa del Golfo di Gaeta.
Sono tutte di origine vulcanica, tranne Zannone,
inclusa dal 1979 nel Parco Nazionale del Circeo, che ha una base di
rocce sedimentarie.
Intorno a Ponza, Palmarola e Zannone, la
profondità del mare raggiunge gli 80 metri, mentre 15-20 km a
Sud di Ponza, aumenta bruscamente fino ad oltre 2000 metri, separando
geograficamente e geologicamente il gruppo delle tre isole da Ventotene
e S. Stefano.
Solo Ponza e Ventotene sono abitate. La prima
è lunga 8 km, larga tra 200 e 1800 m e ha il punto più
alto nel Monte La Guardia (280 m); la seconda è lunga 2,8 km e
larga 500 m, con la quota più elevata a Punta dell’Arco (139 m).
Le eruzioni più antiche sono avvenute
circa 4,5 milioni di anni fa, nell'area di Ponza, all'interno di un
mare poco profondo.
L'attività più recente di Ponza,
le colate di lava di Monte Guardia, è avvenuta al di sopra del
livello del mare intorno a 900.000 anni fa.
L'isola di Palmarola si è formata
attraverso eruzioni sottomarine, simili a quelle di Ponza, ma insieme
ai prodotti vucanici si trovano anche blocchi di argilla dell'antico
fondo marino, spinti verso l'alto dalle lave.
L'isola di Ventotene è un piccolo
frammento della parte sommitale di un vasto apparato vulcanico
smembrato e quasi completamente sommerso.
I prodotti più antichi visibili in
superficie, datati a circa 900.000 anni fa, sono lave affioranti in
località Semaforo, mentre l'ultima eruzione, avvenuta circa
200.000 anni fa, rappresenta l'evento più giovane
dell'arcipelago.
L'isolotto di S. Stefano, famoso per l'antico
carcere fatto erigere sulla sua cima da Ferdinando IV di Borbone nel
1795, è considerato un duomo di lava, o i resti di un condotto,
ricoperto dai prodotti delle eruzioni esplosive di Ventotene.
1a - NOTE STORICHE
L’uomo arrivò sulle isole Pontine in
epoca preistorica, attratto da una particolare lava vetrosa, di colore
da bruno a nero assoluto, conosciuta col nome di ossidiana fin dal
tempo dei romani.
Le schegge di ossidiana furono indispensabili,
dal Neolitico fino all'Età del Bronzo, per fabbricare strumenti
taglienti. La presenza di imperfezioni, come le bolle lasciate dai gas
vulcanici, e la difficoltà di lavorazione di un materiale
così duro che veniva scheggiato a mano con mazzuoli di pietra,
hanno formato intorno ai siti preistorici, come quello presente su
Monte Tramontana a Palmarola, accumuli di residui e scarti di pezzi mal
riusciti.
Nel periodo greco le due isole maggiori furono
importanti tappe lungo le rotte fra Ischia, la Toscana e la Sardegna. I
Greci chiamarono Ventotene Pandoteira (dispensatrice di ogni
cosa), poi modificato dai romani in Pandataria.
L’arcipelago divenne romano nel 338 a.C., ma
solo su Ponza, la più adatta agli approdi, si stabilì un
presidio militare che acquisterà importanza nel corso della
lotta contro Annibale, nel 209 a.C.
Dopo le guerre puniche, i punti strategici
militari persero importanza e per lungo tempo non si trovano più
riferimenti alle isole Pontine negli autori latini.
Di Ponza parla Varrone, nel 37 a.C., quando
ricorda le coltivazioni di vite dell’isola, fatte senza sostegno di
pali, come aveva visto in Asia, e dell’incredibile abbondanza di
uccelli migratori nei periodi di passo.
Gli insediamenti erano però impediti
dalle stesse ridotte dimensioni delle isole. L'occupazione residenziale
avverrà solo quando, superato il pericolo delle scorribande
piratesche, i ricchi romani, dopo aver disseminato i litorali della
penisola di splendide ville, allargarono il loro interesse anche alle
isole, che conservarono comunque il ruolo di esilio dorato.
Già nei primi anni del regno di Augusto,
a Ventotene, che apparteneva al patrimonio privato dell’imperatore, nel
2 a.C. cominciarono ad arrivare i primi esiliati di rango imperiale.
Grazie alla lex Julia de adulteriis del
18 a.C., gli imperatori romani mandarono in isolamento nella villa di
Punta Eolo a Ventotene, mogli e madri ingombranti, quali Giulia, figlia
di Augusto, Agrippina Maggiore, per sospetta infedeltà al marito
Germanico, Ottavia, moglie di Nerone e Flavia Domitilla, ultima esule
romana di rango, sospettata di simpatie per il cristianesimo, inviatavi
da Domiziano.
La possibilità di vita sulle isole per
una comunità numerosa era ostacolata dalla mancanza di acqua e a
questo posero rimedio i romani con la loro esperienza in impianti
idraulici. Enormi cisterne, acquedotti e tunnel scavati nelle rocce
vulcaniche resero possibile la vita agli abitanti delle grandi ville.
A Ventotene vennero asportati 60.000 m3 di tufo per ottenere il
bacino del porto e le vasche per l’allevamento dei pesci. La struttura
e la posizione riparata del bacino e delle opere annesse, ancora
visibili, sono uno straordinario esempio dell'abilità
ingegneristica portuale dei romani.
A Ponza, la distribuzione dell’acqua era molto
articolata, data la conformazione irregolare dell’isola. Quattro
acquedotti garantivano autonomia idrica raccogliendo la scarsa acqua
sorgiva e quella piovana e distribuendola in innumerevoli cisterne,
ricavate a varie altezze nei terrazzamenti artificiali che servivano
anche da sostegno alle abitazioni di mezza costa.
I resti di un acquedotto scavato nella roccia si
riconoscono lungo tutto il versante orientale dell’isola e potrebbe
essere ancora funzionante, se non fosse stato danneggiato da una
vecchia miniera di bentonite.
A Ventotene, mancando completamente le sorgenti,
veniva raccolta in serbatoi l'acqua piovana. La forma dell'isola, con
il centro abitato circoscritto intorno al porto, richiedeva di un solo
punto di raccolta, posto quasi al centro dell'isola, e la distribuzione
era più semplice, essendo le aree da raggiungere con tubature
tutte a un livello più basso.
Seguendo le indicazioni di Columella (I sec.
d.C.), esperto di itticoltura e agricoltura, la peschiera di Ventotene
era alimentata da acqua di mare e da acqua dolce derivante dagli invasi
delle cisterne dei Carcerati e di Villa Stefania, situate a metà
dell'isola e ancora oggi intatte.
La struttura a volta dei serbatoi e
dell'acquedotto, rivestita in cocciopesto, conservava l'acqua fresca e
potabile per lungo tempo. Le splendide dimore residenziali romane
cominciarono il loro declino con la fine del II sec. d.C. e le isole
rimasero per secoli in balìa delle incursioni saracene e turche.
Il difficile insediamento umano sulle isole
Pontine è riconoscibile nell'agglomerato di abitazioni scavate
nella roccia, alle spalle del Porto di S. Silverio a Palmarola,
impostato su un nucleo di rifugi preistorici non naturali, come se ne
trovano anche a Ponza.
Alle grotte si sovrapposero modifiche che le
trasformarono in vere e proprie abitazioni, con tipologie che
richiamano lo stile delle case gitane e andaluse.
Nella forma di questi ripari, si trova un
sottile legame con la colonizzazione spagnola di Ponza, voluta nella
prima metà del 1700 dal re di Napoli, Carlo III di Borbone, il
quale aveva ricevuto l'isola, insieme ai beni dei Farnese di Parma,
nella cospicua eredità pervenutagli dalla madre Elisabetta
Farnese, moglie di Filippo V, re di Spagna.
Gli interventi più recenti su questo
nucleo di grotte, ora utilizzate come case di vacanze estive, saranno
considerati solo fra molti secoli, se non peggioreranno ulteriormente,
una testimonianza evolutiva.
L'opera di urbanizzazione e popolamento delle
isole Pontine, iniziata da Carlo III, continuò con Ferdinando
IV, cui si deve, oltre al penitenziario di S. Stefano, la realizzazione
del porto borbonico di Ponza e la struttura dell'abitato di Ventotene.
Il carcere di S. Stefano venne progettato dall’architetto Francesco
Carpi, che ricalcò altri suoi progetti ispirati alle opere di
Antonio Winspeare.
Ultimato nel 1795, il carcere, con una forma a
ferro di cavallo e 99 celle distribuite a raggiera su tre piani,
più numerosi edifici di servizio, sorge sulla cima dell'isolotto.
La struttura, ora completamente in rovina, ha
acquisito nel tempo un'eleganza che forse non aveva nemmeno all'epoca
di costruzione e, superata l'infelice destinazione originaria, per la
sua suggestiva collocazione e testimonianza storica, meriterebbe un
intervento di salvaguardia.
Per destino di molte isole, anche le Pontine
conservarono a lungo il triste ruolo di colonie penali. Restituite ai
Borbone nel 1815 con il trattato di Vienna, Ponza, nel 1820, e
Ventotene, nel 1825, divennero luogo di relegazione.
Dopo l'annessione al regno d'Italia, il
domicilio coatto venne abolito, ma a Ventotene continuarono a arrivare
prigionieri fino a dopo la prima guerra mondiale.
ll regime fascista ripristinò il confino
a Ponza nel 1928 e, nel 1939, a Ventotene. Da qui, nel 1942, Ernesto
Rossi, Eugenio Colorni e Altiero Spinelli scrissero e diffusero
clandestinamente il "Manifesto per un'Europa libera e unita".
Tra i dissidenti del regime, a Ponza furono
inviati Giorgio Amendola, Lelio Basso, Pietro Nenni, Mauro Scoccimarro,
Giuseppe Romita, Pietro Secchia e Umberto Terracini. Il carcere di S.
Stefano ebbe tra i suoi molti ospiti politici, Sandro Pertini, Camilla
Ravera e Luigi Longo. Persino Mussolini conobbe l'isolamento di Ponza,
dal 27 luglio al 7 agosto 1943, prima di essere trasportato al Gran
Sasso.
Ai nostri giorni, le isole pagano la loro
vicinanza alla costa con l'assalto massiccio del turismo, ma nei mesi
più tranquilli la loro bellezza emerge sopra le nuove villette e
le antiche case, tutte irrimediabilmente chiuse dopo il breve periodo
di ferie.
Molti resti di epoca romana di Ponza sono ormai
accerchiati e sommersi dagli edifici moderni. Restano intatti i tunnel
stradali, ancora oggi utilizzati, e le grotte di Pilato, un'ampia
peschiera scavata nella roccia per la raccolta dell'acqua destinata a
una vicina villa.
A Ventotene, numerosi negozi vivacizzano ancora
i ripari scavati nel tufo vulcanico intorno al porto romano, mentre i
muri di Villa Giulia, appoggiati sopra i prodotti dell'ultima eruzione
dell'isola, dominano i bagnanti di Punta Eolo, tenuti lontani da un
solido recinto.
Gli uccelli migratori vi fanno ancora tappa come
ai tempi di Varrone, anche se la caccia sulle isole è
abbondantemente diffusa. Le rocce vulcaniche, testimoni di una storia
più lunga di quella umana, coperte dalla profumata macchia
mediterranea, formano verso il mare scogliere e dirupi, interrotti da
splendide spiagge.