I COLLI ALBANI

argomenti:
1 - L'ATTIVITA' VULCANICA
2 - INTORNO AL VULCANO
3 - UN TERRITORIO CARICO DI STORIA

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1 - L'ATTIVITA' VULCANICA
La struttura dei Colli Albani ricorda quella del più piccolo Somma-Vesuvio, con due vulcani principali, uno dentro l'altro. I prodotti dell'attività più antica formano il lungo crinale dei Monti Tuscolani e dell’Artemisio. All'interno di questa struttura semi-circolare sorge il vulcano più recente, il cono delle Faete.

Prima delle eruzioni, l'area era un'estesa pianura con isolati rilievi (uno riconosciuto attraverso perforazioni era in corrispondenza di Ciampino, un altro nell'area di Pomezia), poi sprofondati. L'origine dei vulcani dei Colli Albani non è molto diversa da quella degli altri che bordano la costa occidentale della penisola italiana. La crosta terrestre dell'area in cui sono cresciuti è attraversata da profonde e lunghe faglie che, dalla zona umbro-sabina, arrivano fino al Tirreno. Le fratture tagliano obliquamente tutta la penisola, attraversando anche la catena appenninica.

La formazione delle fratture è una conseguenza della diversa velocità, crescente da Nord a Sud, con cui i vari settori della penisola ruotano verso Est. Su queste faglie se ne innescano altre, con andamento quasi perpendicolare, prodotte dallo stiramento obliquo della crosta. Le eruzioni si sono localizzate all'incrocio tra i due sistemi di faglie e questa struttura geologica ha probabilmente inciso più di altri fattori sulla formazione del magma in profondità e sulla sua risalita verso la superficie.

La cronologia dell'attività vulcanica dei Colli Albani è ricostruibile nelle sue tappe fondamentali in base ai prodotti visibili sul terreno e risente dell'incertezza legata alla gran quantità di eruzioni, avvenute nell'arco di un tempo molto lungo. Al miglioramento dei metodi di datazione si deve il continuo lavoro di revisione della storia vulcanologica di questo come di altri vulcani.

Una suddivisione cronologica, ormai classica, riconosce nell'attività vulcanica dei Colli Albani tre fasi principali:
- fase Tuscolano-Artemisio (da circa 600.000 a 350.000 anni fa)
- fase delle Faete (da circa 350.000 a 270.000 anni fa)
- fase idromagmatica (da circa 270.000 a 20.000 anni fa)
La fase Tuscolano-Artemisio comprende una serie di grosse eruzioni, durante le quali è stato emesso un volume di prodotti stimato in oltre 280 Km3, che rappresenta più del 90% di tutti quelli eruttati dai vulcani dei Colli Albani. L'attività del Tuscolano-Artemisio è suddivisa in quattro cicli che si sono ripetuti circa ogni 100.000 anni. Ciascun ciclo iniziò con attività esplosiva e flussi piroclastici (ignimbriti), seguita da un'altra fase esplosiva di tipo pliniano (pomici da caduta) e a volte da eruzioni effusive (colate di lava).

La suddivisione in cicli della fase Tuscolano-Artemisio è per alcuni autori uno schema troppo rigido. Recenti lavori raggruppano i prodotti emessi da ogni singolo edificio vulcanico in unità stratigrafiche chiamate litosomi. Vengono in questo modo riconosciuti quattro litosomi:
-
Vulcano Laziale,
-
Tuscolano-Artemisio,
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Faete
-
Via dei Laghi.

Tuttavia, i litosomi del Tuscolano-Artemisio e di Via dei Laghi non sono riferibili ad un unico vulcano, ma ad un insieme di apparati con una storia eruttiva comune. Questa ricostruzione è ritenuta più appropriata a descrivere l'attività di un'area in cui alcuni vulcani sono stati attivi contemporaneamente e i loro prodotti sono sovrapposti nello spazio e nel tempo.
 
Di seguito, si descrivono i prodotti delle eruzioni, utilizzando la suddivisione cronologica in tre fasi, con quattro cicli nella prima, tenendo però in considerazione anche i lavori che si discostano, più o meno, da questo schema.

FASE TUSCOLANO-ARTEMISIO

I prodotti delle eruzioni più antiche hanno coperto un'area estesa circa 1600 km2, compresa quella su cui sorge buona parte di Roma. Ora sono visibili solo in poche località distanti dal vulcano, dove non sono stati completamente mascherati dai prodotti delle eruzioni successive. Numerose eruzione esplosive, con grossi flussi piroclastici (sono stati stimati circa 37 km3 di materiale eruttato), formarono una spessa coltre di ignimbriti intorno a un vulcano che doveva avere la forma di un ampio cono, con fianchi poco inclinati e un vasto cratere centrale.

Le ignimbriti più antiche sono chiamate Tufi pisolitici o con molti altri nomi (Prima Unità di Flusso del Tuscolano-Artemisio, Tufo Granulare Grigio, Peperino Grigio, ecc.). Dopo il riconoscimento all'interno dei Tufi pisolitici di paleosuoli che indicano interruzioni nell'attività vulcanica, il deposito è stato considerato il risultato di diversi eventi esplosivi, avvenuti tra circa 570.000 e 530.000 anni fa. Le eruzioni più grosse furono almeno quattro e i relativi prodotti sono chiamati, dal più antico al più recente, Tufo di Trigoria, Tufo di Tor de Cenci, Tufo del Palatino e Tufo del Casale del Cavaliere. Solo verso Est, vi sarebbe una quinta ignimbrite, detta di Genazzano.

Le pomici da caduta delle eruzioni più antiche si trovano principalmente verso Est, mentre alcune colate di lava affiorano sul lato occidentale, a Selcetta, Acquacetosa e Cecchignola. In questa direzione le lave formano una piattaforma di circa 30 m di spessore, costituita da più colate emesse lungo fratture radiali che si dipartivano dalla zona centrale del vulcano.

Intorno a 500.000 anni fa, buona parte del Lazio doveva essere sconvolta dalle eruzioni. Infatti, all'intensa attività esplosiva a Sud del Tevere, è quasi contemporanea quella altrettanto violenta dei vulcani Sabatini. Sopra i Tufi pisolitici si trovano prodotti delle eruzioni sabatine (Tufo Giallo di Prima Porta) e quelli di un probabile centro eruttivo formatosi in posizione esterna rispetto al vulcano principale (area di Bagni Albule), seguiti da altri prodotti dei vulcani sabatini (Piroclastiti di Grottarossa e Tufo Terroso a Pomici Bianche).

Le eruzioni dei Colli Albani continuavano ad essere di tipo esplosivo. Le pomici delle fasi a colonna sostenuta cadevano verso Est ed erano poi coperte dai prodotti dei flussi piroclastici, chiamati Pozzolane rosse (o Pozzolane di S. Paolo o Seconda Unità di Flusso del Tuscolano-Artemisio).

Dal volume delle Pozzolane Rosse, stimato in circa 30-40 Km
3 distribuito su un'area di oltre 1000 km2, questa eruzione, avvenuta intorno a 460.000 anni fa, sarebbe tra le più voluminose di tutto il complesso vulcanico. Il flussi raggiunsero distanze di 30 Km dal centro di emissione, risalendo le pendici dei Monti Tiburtini fino a oltre 400 m di quota, con un dislivello dal fondovalle di oltre 200 m.

Seguirono altre eruzioni esplosive con colonna eruttiva sostenuta, alle quali sono attribuiti i prodotti che si trovano insieme a materiale rimaneggiato e a sottili depositi da flusso (Conglomerato Giallo) sopra le ignimbriti nei settori meridionale e orientale. La colata di lava di Vallerano è considerata la fase effusiva che chiude questo ciclo, anche se età (tra 480 e 460.000 anni fa) e posizione stratigrafica rispetto ai prodotti delle fasi esplosive non sono definitivamente accertate.

Anche questo ciclo fu dominato dalle eruzioni esplosive, con flussi piroclastici che formarono le ignimbriti dette Pozzolane Nere e Tufo Lionato o, insieme, Terza Unità di Flusso del Tuscolano-Artemisio. Non vi sono colate di lava attribuibili a questo ciclo. Pozzolane Nere e Tufo Lionato sono stati considerati prodotti con caratteristiche diverse di una o più eruzioni molto vicine nel tempo, fino a quando il riconoscimento di un paleosuolo fra i due depositi indicò che differenti eventi erano avvenuti a distanza di almeno 5.000 anni uno dall'altro. Datazioni non concordi collocano queste eruzioni tra 520.000 e 480.000 anni fa o a poco prima di 400.000 anni fa. Questo è uno dei punti in cui la ricostruzione dell'attività secondo cicli regolari risulterebbe forzata, a meno di non dare più credito all'una che all'altra ipotesi.

Al quarto ciclo sono attribuite alcune eruzioni esplosive i cui prodotti sono chiamati Quarta Unità di Flusso Piroclastico del Tuscolano-Artemisio. Nella successione sono compresi prodotti da caduta e ignimbriti dette Pozzolanelle e Tufo di Villa Senni. Secondo alcuni autori, Tufo Lionato e Pozzolanelle sarebbero, rispettivamente, la parte inferiore e superiore del deposito di un solo flusso, attribuito all'eruzione di Villa Senni, la più voluminosa (oltre 50 km3 di prodotti) avvenuta nell’area. Per il Tufo di Villa Senni è stata stimata da datazioni discordanti un'età di circa 380.000 o 350.000 anni.

Con l'eruzione di Villa Senni finirono le grandi eruzioni e l'area vulcanica, se già non aveva subìto sprofondamenti dopo ogni voluminosa emissione di magma, come è probabile che sia avvenuto, ebbe un definitivo assestamento. La struttura del vulcano, che si era ampliata con l'accumulo dei prodotti sedimentati dai flussi (ignimbriti) e con la sovrapposizione delle colate di lava, nello stesso tempo era stata sconvolta in profondità dalle eruzioni più violente.

La sua forma doveva essere simile a un grande cono, in parte sventrato e decapitato, con un'area interna, la caldera, delimitata da fratture circolari lungo le quali il fondo continuava ad abbassarsi. Le eruzioni successive avvennero proprio in corrispondenza delle fratture di collasso che il magma utilizzò come via di risalita.

La formazione della caldera fu accompagnata, o seguita nell'arco di poco tempo, da eruzioni esplosive stromboliane, di moderata violenza, che formarono i coni di scorie allineati sul bordo della depressione, da Monte Castellaccio a Frascati, verso Nord, fino a Lanuvio verso Sud.

Nella ricostruzione in base a litosomi, i quattro cicli eruttivi del Tuscolano-Artemisio sono attribuiti a un apparato, chiamato Vulcano Laziale, che avrebbe alternato le grosse eruzioni ignimbritiche a eventi esplosivi meno violenti e a colate di lava. Le eruzioni minori avvenivano all'interno del fondo calderico, che sprofondava progressivamente dopo ogni eruzione esplosiva, e i loro prodotti restavano in gran parte nell'area ribassata o poco distante.

Per questo motivo, osservando le ignimbriti lontane dal centro eruttivo, sembra che le eruzioni siano state intervallate da prolungati riposi, mentre l'attività era più o meno continua con eruzioni minori. Prodotti di eventi meno violenti si trovano nelle aree vicine al vulcano, sia sopra le Pozzolane Rosse (successione di Corcolle), sia sopra le Pozzolane Nere (successione di Centogocce) e sia sopra l'ignimbrite di Villa Senni (successione di Madonna degli Angeli).

Nella stessa ricostruzione, i prodotti dell'attività successiva all'ignimbrite di Villa Senni, sono riuniti nel litosoma Tuscolano-Artemisio, che comprende una serie di eruzioni avvenute lungo due sistemi di fratture quasi perpendicolari. Diversi coni di scorie formarono parte del bordo che circonda la caldera, dal Tuscolo a Monte Castellaccio e in corrispondenza dell'Artemisio.

Nel settore del Tuscolo, il sistema di fratture, e insieme l'attività vulcanica, si spostò progressivamente verso l'esterno. Infatti, i prodotti che si trovano più vicini alla caldera, la successione di Madonna degli Angeli, hanno un'età inferiore a 355.000 anni, quelli più esterni, la successione del Tuscolo, circa 310.000 anni e quelli di Pantano Borghese, un piccolo apparato esterno al vulcano principale, tra 300.000 e 260.000 anni. Al contrario, nel settore Sud, le eruzioni dell'Artemisio si localizzarono lungo un solo sistema di fratture. Intanto, nella parte centrale della caldera, iniziavano le eruzioni del vulcano delle Faete.

FASE DELLE FAETE O DEI CAMPI DI ANNIBALE
(tra circa 350 e 270.000 anni fa)

Il cono delle Faete raggiunge quasi i 1000 m s.l.m e sorge dal fondo della caldera, ampia 8x8 km, con la base a 500 m di quota e con fianchi molto ripidi (anche più di 45° di pendenza).

I prodotti attribuiti alle eruzioni di questo vulcano sono stati stimati in circa 6 Km
3, volume nettamente subordinato rispetto a quello delle eruzioni precedenti. L'attività iniziale fu di tipo moderatamente esplosivo (stromboliano), seguita da attività effusiva, con colate di lava che arrivarono a coprire il fianco Nord-Ovest del primitivo vulcano.

L'attività terminò con lo sprofondamento del fondo del cratere che formò una piccola caldera circolare, i Campi di Annibale, con dimensioni di 2x2 km. Eruzioni stromboliane sui bordi della caldera formarono poi i coni di scorie di Colle Iano e Monte Cavo.

Mentre la suddivisione dell'attività vulcanica in tre fasi ipotizza che, dopo le eruzioni del Tuscolano-Artemisio e la formazione della caldera, non vi sarebbero tracce di attività vulcanica per un periodo di circa 75.000 anni, la ricostruzione in base a litosomi ritiene che le eruzioni del vulcano Faete siano iniziate mentre ancora avvenivano quelle dei coni di scorie del Tuscolano-Artemisio. Le prime eruzioni sarebbero avvenute dopo 355.000 anni fa (età dell'eruzione di Villa Senni), ma i loro prodotti formerebbero la base del vulcano sprofondata. Solo quelli arrivati in aree più distanti, che corrisponderebbero ai livelli di scorie che si trovano intercalati alla successione di Madonna degli Angeli, restano visibili. Benché sia evidente il decremento nel volume dei prodotti eruttati dalle più antiche eruzioni esplosive in avanti, è possibile che il cono delle Faete sia solo una parte dell'edificio vulcanico, la cui base si trova sepolta. L'età delle eruzioni successive, che con lave e strati di scorie accrebbero il cono delle Faete (successione di Rocca di Papa), risulta compresa tra 290 e 260.000 anni fa.

Dopo i prodotti della successione di Rocca di Papa, vi sono strati di cenere, interrotti da paleosuoli, che indicano un cambiamento nel tipo di attività, da eruzioni effusive o debolmente esplosive a fasi esplosive di tipo freato-magmatico, cioè provocate dal contatto del magma con acqua esterna, in genere quella delle falde acquifere sotterranee. I prodotti (successione dei Campi di Annibale) si trovano principalmente lungo la scarpata interna e sul fondo della depressione, mentre un sottile livello di cenere, con una distribuzione più ampia, attribuito alle stesse eruzioni, copre i prodotti del Tuscolo. Le esplosioni freato-magmatiche sono molto violente e potrebbero essere state la causa della formazione della depressione presente sulla cima del cono.

FASE IDRO-MAGMATICA (o LITOSOMA DI VIA DEI LAGHI)

A partire da circa 200.000 fa, diverse eruzioni avvenute da crateri isolati emisero un volume complessivo di prodotti stimato inferiore ai 2 Km3. Questi eventi sono riuniti in una fase chiamata freato-magmatica (o idro-magmatica) perchè i prodotti e le strutture dei depositi sono caratteristici degli eventi esplosivi causati dal contatto tra il magma e l'acqua. Le eruzioni di questo tipo sono in genere di breve durata (le esplosioni si succedono fino a quando vi è acqua disponibile) e formano strutture vulcaniche ampie, con bordi poco elevati e con il fondo craterico a una quota inferiore rispetto al territorio circostante (Maar).

In sequenza da Sud verso Nord, si formarono crateri che in seguito diventarono bacini lacustri e ora alcuni sono laghi fossili. Nel settore Nord, oltre a quello più antico di Castiglione, si trovano i piccoli crateri di Pantano Secco, Laghetto, Prata Porci, Valle Marciana, il cui diametro è intorno al Km. Nel settore occidentale, i centri eruttivi di Ariccia, Nemi, Giuturna ed Albano si formarono allineati lungo fratture orientate Nord-Sud e Nord Ovest-Sud Est. Gli edifici vulcanici hanno bordi bassi, poco inclinati verso l'esterno (2°-10°) e ripidi sul lato craterico. Valle Marciana, Pantano Secco e Prata Porci ebbero una sola eruzione, Laghetto, Ariccia e Nemi due, Albano almeno otto.

In ordine cronologico, dal più antico al più recente, si formarono Prata Porci, Pantano Secco, Valle Marciana, Nemi, Ariccia, Laghetto e Albano. L'attività di Albano iniziò prima di quella di Laghetto, intorno a 45.000 anni fa, e terminò con le eruzioni più recenti di tutta l'area, tra 36 e 19.000 anni fa, o forse anche più tardi.

I prodotti di Albano comprendono anche flussi particolarmente densi che raggiunsero la distanza di 7 km verso Nord-Ovest e di 3 km verso Sud, scorrendo sul fondo di profondi canaloni che incidevano i fianchi del vulcano. Da questi flussi si è formato un deposito di piccolo volume (l'ignimbrite chiamata Peperino di Albano), ma con spessori che arrivano anche a 30 m.

I flussi incontrarono sul loro percorso il cratere di Giuturna, che probabilmente già ospitava un lago, lo riempirono e ne scavalcarono il bordo a valle, demolendolo in parte. Potrebbe derivare da questa circostanza il deposito caotico (chiamato con lo stesso nome del deposito ignimbritico, Peperino di Albano, ma diverso nella struttura) che si trova fino a una distanza di 15 km dal lago, interpretato come sedimento di torrenti fangosi (lahar), anche non contemporanei alle eruzioni.

I prodotti delle eruzioni di Albano sono in prevalenza pezzi di rocce vulcaniche preesistenti e, in quantità subordinata, frammenti derivanti dal magma. Il fatto che la composizione chimica di questi ultimi non rispecchi le caratteristiche dei magmi rimasti a lungo in profondità è uno dei motivi per cui appare improprio considerare le eruzioni più recenti come un ciclo finale. L'attività di Albano è più paragonabile all'inizio di una nuova fase, completamente differente da quelle del passato, piuttosto che a una graduale diminuzione di capacità eruttiva del sistema. Questa conclusione sarebbe anche confortata da alcune datazioni che spostano quasi a tempi storici le ultime eruzioni di questo cratere.

Non vi sono, comunque, evidenze di una possibile e imminente ripresa di attività, benché resti ancora un margine di tempo per poter dire con sicurezza che la lunga storia eruttiva dei Colli Albani si sia definitivamente conclusa. Segnalano lo stato di quiete, forse non definitiva, i frequenti sciami di terremoti (specie negli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso), il rigonfiamento del suolo, le sorgenti di acqua sulfurea distribuite lungo i margini esterni del vulcano, come ad esempio quelle di Tor Caldara verso Anzio, e le emanazioni gassose (CO
2, H2S, SO2, Radon), particolarmente concentrate nelle zone di Cava dei Selci e S. Maria delle Mole, di Marino, Frattocchie e Ciampino.

Gli incidenti per emissione di gas sono stati frequenti anche in tempi recenti. Nel 1999, morirono 29 mucche che pascolavano in una valletta dove si era creata una concentrazione di anidride carbonica. Nel 2001, a Cava dei Selci, oltre a 37 capi di bestiame, perse la vita una persona. Si aggiunga che il costante abbassamento del livello del lago, anche con episodi repentini, aumenta la concentrazione di gas nell'acqua e la possibilità che possa essere liberato in superficie, specie in occasione di terremoti anche piccoli.


2 - INTORNO AL VULCANO

I prodotti delle eruzioni si possono vedere, oltre che sui Colli Albani stessi, in un ampio raggio intorno al vulcano. Qui di seguito si descrivono alcune località che rappresentano punti di passaggio molto comuni, sia per brevi itinerari escursionistici che durante il transito lungo le normali strade di comunicazione.



3 - UN TERRITORIO CARICO DI STORIA

I Colli Albani si trovano a una ventina di chilometri dal centro di Roma e, con il generico nome de i Castelli, sono sinonimo per i romani di gite fuori porta e scampagnate domenicali. Molti, quando sentono parlare di un vulcano, si chiedono dov'è e quale è esattamente, restando perlomeno sorpresi nell'apprendere che tutto il rilievo montuoso è un vulcano o, meglio, un insieme di vulcani, esteso circa 1500 km2, cresciuti uno sopra l'altro e attivi fino a un tempo geologico nemmeno troppo remoto.

Non solo la struttura vulcanica è molto ampia, ma i prodotti delle eruzioni (e le rocce che da questi si sono formate) si trovano per chilometri oltre le sue pendici. Arrivano al corso del Tevere, che li separa da quelli dei vulcani Sabatini, si spingono fino contro i rilievi appenninici, si allargano nella Pianura Pontina, fino alla bassa valle del Tevere e al Mar Tirreno. I Colli Albani e i loro dintorni sono il simbolo di un passato geologico segnato da violente eruzioni ma, anche grazie a queste, il territorio è poi diventato favorevole all'insediamento degli uomini.

I luoghi legati a importanti circostanze storiche sono davvero tanti. Per citarne solo alcuni, nel 211 a.C., Annibale, nella sua marcia su Roma dopo Canne, sostò all'interno del cratere che conserva ancora il nome di Campi di Annibale. Sulla cima di Monte Cavo, un cono vulcanico che rappresenta il punto massimo del rilievo, sorgeva il più importante centro religioso delle 47 città della confederazione Latina, dove si venerava il dio supremo della stirpe latina, Iuppiter Latiaris. Vi si accedeva attraverso la Via Sacra, di cui rimane ancora un tratto.

Nemi, affacciata su un cratere diventato lago, è la Nemus Dianae romana; Rocca di Papa nacque intorno a una fortezza pontificia, a sua volta sorta su una struttura romana; Marino è la Castromoenium latina, trasformata in colonia da Silla. L'area di Albano era disseminata di ville in epoca repubblicana e, nel periodo imperiale, Domiziano costruì sul versante occidentale del lago una sontuosa residenza che divideva il pendio in ampi terrazzamenti.

Ma la presenza umana su queste colline è ancora più antica, anche se, inevitabilmente, le vicende delle bellicose popolazioni latine e delle loro città, da Albalonga a Tuscolo, hanno offuscato quelle dei loro predecessori, primi abitatori del Lazio. Uomini dell'età della pietra levigata e del rame vissero qui insieme ai grandi mammiferi della fauna pleistocenica e, se non furono testimoni diretti delle ultime eruzioni del vulcano, certamente camminarono su un territorio ancora caldo. Di loro restano alcune ossa umane colorate, singolare rito funebre praticato alla fine del III millenio a.C.

Gli insediamenti si ampliarono dal IX sec. a.C., quando le vicine pianure erano invivibili per le intricate foreste, alternate a malsane paludi. Sull'alto dei colli, nell'area tra Frascati, Monte Porzio, Lanuvio e Velletri, sorsero le capanne di un popolo di agricoltori e pastori che aveva riti, tombe e suppellettili simili a quelle dei vicini occupanti il Palatino e l'Esquilino, quando non addirittura forme più evolute.

Sul Tuscolo, la parte più antica del vulcano, sorse in Età del Ferro un abitato che ebbe vita ininterrotta fino in piena epoca storica. La tradizione vuole che la città sia stata fondata intorno al 900 a.C. da Telegono, figlio di Ulisse e di Circe, ma furono probabilmente gli Etruschi a dare impulso al primitivo nucleo di capanne. Benché non vi siano evidenti tracce del loro passaggio, è lo stesso nome Tusculum, di origine etrusca, a rivelarne la presenza. Giove era la divinità più venerata, come dimostrano i ruderi del tempio e il ritrovamento di due simulacri del dio sullo spiazzo dell'Acropoli, dove sorgeva anche il tempio dedicato a Castore e Polluce, distrutto nel Medioevo.

La città di Tuscolo acquistò importanza politica nel periodo regio romano quando, distrutta la metropoli della regione, Albalonga, fondata dal figlio di Enea, Ascanio, nella zona tra Castelgandolfo e Albano, Roma cercò di prenderne il posto a capo delle popolazioni laziali. Le città latine, capeggiate da quella di Tuscolo, non riconobbero il ruolo autoconferitosi da Roma e nel bosco di Ferentino si unirono nella Lega Albana che sarà l'ultimo baluardo di indipendenza dei popoli dell'antico Lazio contro Roma.

Lo scontro decisivo fra romani e latini avvenne intorno al 500 a.C. presso il Lago Regillo, una delle tante aree lacustri che riempivano le bocche vulcaniche (forse l’attuale Prata Porci o Pantano Secco o il Lago della Doganella), dove Roma riportò una difficile vittoria. Da qui in poi, le vicende della città di Tuscolo dipesero da quelle di Roma, ormai avviata a diventare la grande dominatrice che fu.

Dopo il 340 a.C., Roma consolidò il controllo sul Lazio e la maggior parte delle città latine fu incorporata nello stato romano. L'antico Latium era collegato con Roma attraverso la Via Castrimeniense e la Via Albana. Nel 312 a.C., sul tracciato della via Albana, cominciò la costruzione della Via Appia, che garantiva il collegamento da Roma fino a Brindisi.

Dal I° sec. a.C., il Tuscolo, esaurita ogni importanza politica, divenne un elegante suburbio di Roma. Splendide ville, tra le quali quelle di Cicerone, Lucullo, Catone e molte altre, spuntarono sulle pendici ondulate dei colli. In età imperiale anche Tiberio e poi Nerone e Galba scelsero per riposarsi le loro residenze sul Tuscolo, tra le molte che possedevano.

Il declino di Roma trascinò con sè anche le comunità albane. L'individualità politica, persa nel diventare sobborgo di vacanza per ricchi romani, veniva in parte recuperata nell'alto Medioevo, quando la città di Tuscolo diventò un centro feudale. Cinta da potenti mura, fu a lungo contesa tra romani, forze imperiali e papali.

La fine definitiva della città avvenne il 17 aprile 1191, molto tempo dopo la sua nascita. Il Papa aveva autorizzato i Romani a distruggerne le mura, a patto che riconoscessero la sovranità della Santa Sede sul territorio tuscolano. I Tuscolani assediati resistettero fino all'arrivo dell’imperatore Enrico VI, ma i Romani, in cambio della sua incoronazione da parte del papa Celestino III, pretesero che le truppe imperiali non intervenissero a favore degli assediati. Dopo l'incoronazione, la città fu rasa al suolo. Molti abitanti si erano posti in salvo nel vicino borgo agricolo di Frascata, quelli rimasti furono mutilati e giustiziati.

La città di Tuscolo sorgeva sul rilievo formato dai prodotti delle eruzioni più remote dei Colli Albani. Nel versante interno del colle, le colate di lava sporgono tra i prodotti delle eruzioni esplosive e sono messe in evidenza dalle antiche cave che fornirono il materiale per lastricare le prime arterie stradali d’Italia.


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