Argomenti:
1 - L'ATTIVITA' VULCANICA DEL LAZIO
2 - IL PAESAGGIO VULCANICO LAZIALE


1 - L'ATTIVITA' VULCANICA DEL LAZIO
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I vulcani che bordano il versante tirrenico della penisola italiana, dalla Toscana fino alla Campania, si sono formati nel corso della storia geologica più recente dell’area mediterranea, benché per noi si tratti di epoche incredibilmente remote. La superficie terrestre è fin dalle sue origini in lento e continuo movimento e, mentre si osservano gli effetti dei processi geologici del passato, impercettibilmente questi sono ancora in corso.

I movimenti che avvengono nella parte più esterna del globo terrestre (la litosfera, cioè la crosta superficiale e parte del mantello terrestre sottostante, fino a circa un centinaio di chilometri di profondità) sono innescati principalmente dal calore che si espande dall'interno della terra.

Intorno a 30 milioni di anni fa, un piccolo continente, formato dai territori delle future isole di Corsica, Sardegna, Sicilia e parte della penisola italiana, staccandosi dal resto della zolla europea che ora corrisponde a Francia e Spagna, si spostava verso Est.

Intorno a 10 milioni di anni fa, anche questo piccolo continente cominciò fratturarsi e il pezzo più orientale ruotò lentamente verso Est, abbozzando la forma della penisola italiana.

In milioni di anni, il frammento di litosfera si porterà nella posizione attuale, lasciandosi alle spalle una zona crostale assottigliata e fratturata che ospiterà il Mar Tirreno.

Le profonde fratture provocate dallo stiramento della litosfera terrestre (processo di distensione) saranno una delle cause di formazione del magma in profondità. Dove il magma riuscì poi a raggiungere la superficie, avvennero le eruzioni che hanno segnato con un allineamento di vulcani tutto il bordo occidentale della penisola.

I vulcani più antichi, quelli dell'area toscana, sono stati attivi a partire da circa 5 milioni fino a mezzo milione di anni fa. Successivamente si sono formati quelli laziali con un'attività che si è protratta fino a dopo 20.000 anni fa, mentre in Campania alcuni centri, in quiete da tempo, sono considerati ancora attivi (Vesuvio, Ischia e Campi Flegrei).

I vulcani dell'area laziale si sono formati all'interno di una zona allungata, di forma depressa, parallela alla costa tirrenica. A partire da Nord, si succedono le aree vulcaniche dei Monti Vulsini e del lago di Bolsena, dei Monti Cimini e del lago di Vico, poi dei Sabatini e del lago di Bracciano, dei monti della Tolfa, dei Colli Albani e, a mare, quella delle Isole Pontine.


2 - IL PAESAGGIO VULCANICO LAZIALE

Benché sia comune riconoscere nei laghi dell'Italia centrale la forma di antichi crateri vulcanici, è forse meno noto che anche le boscose colline che li circondano erano vulcani, così come lo erano le isole di Ponza, Ventotene, Palmarola, famose per le loro spiagge, ma non altrettanto per la loro origine vulcanica. Alcuni poi, come i Colli Albani, sono vulcani considerati in fase quiescente, cioé privi di eruzioni da lungo tempo, ma non così lungo da farli ritenere definitivamente spenti.

Il paesaggio laziale è movimentato dall’alternarsi di calcari e aridi calanchi argillosi con fertili terreni vulcanici. Tra i coni coperti di boschi e i crateri riempiti da laghi si incontrano necropoli etrusche, borghi e castelli medioevali, profonde forre e inaspettate solfatare che creano una sensazionale mescolanza tra le vicende dell’uomo e quelle ben più remote del territorio che le ha ospitate.

Nonostante le eruzioni siano troppo lontane nel tempo per avere testimonianze umane dirette, frequenti in altre aree d’Italia, i vulcani hanno indirettamente determinato, con i loro prodotti, sistemi di vita e soluzioni abitative che, in alcuni casi, perdurano a tutt’oggi. Per millenni l’uomo ha scavato i tufi vulcanici per ripararsi o per seppellirvi i propri morti; i Romani usarono le colate di lava per lastricare le strade; pomici e scorie legarono le prime malte, rendendole porose e leggere.

Tra i segni ancora vivi della passata attività vulcanica restano alcune zone con concentrazioni di emissioni gassose e numerose sorgenti di acque termali. In epoca romana, nella Tuscia vi erano almeno quattordici impianti termali, collegati fra loro dalla via Cassia. Le terme del Bullicame (da bulicanti, acque ribollenti generate, secondo il mito, da un palo conficcato da Ercole nel terreno), costruite vicino a Viterbo, gareggiavano in splendore con quelle di Miseno, in Campania.

Il laghetto del Bullicame, con acque a 55°C, le due sorgenti di Masse di S. Sisto, una con acqua a 58°C, l’altra a 18°C, le vasche delle Piscine Carletti, con acqua a 58°C, e quelle del Bagnaccio, con diverse sorgenti a temperatura tra 66°C e 29°C, appaiono all’improvviso tra i campi e sono ancora molto frequentate dai viterbesi.

Una miriade di tombe etrusche, di varie fogge, sono distribuite nell’alto Lazio, sull’altopiano della Tuscia e nei valloni che la incidono. Molte necropoli sono scavate nel tufo vulcanico, una roccia debole al taglio, ma resistente ai carichi.

Osservati da vicino, gli strati rocciosi scavati dagli Etruschi, alti anche diverse decine di metri, rivelano pure ad un non esperto la loro natura. Sono, infatti, un impasto di cenere vetrosa inglobante pomici, scorie e pezzi di lava. Le particelle più piccole, la cenere, erano in origine minuscoli frammenti di magma che, nelle eruzioni esplosive, venivano scagliati con violenza dal cratere insieme ai brandelli più grossi, le pomici e le scorie, e formavano poderosi flussi che scorrevano rasentando il terreno.

Le eruzioni di questo tipo stravolgevano e modificavano completamente il paesaggio. I flussi seguivano le vallate, spesso percorse da fiumi che erano poi costretti a scavarsi un nuovo alveo, le intasavano con i loro depositi, aggiravano gli ostacoli più alti o scavalcavano quelli più modesti.

I flussi di ceneri e pomici, spinti dai gas vulcanici che li rendevano gonfi e leggeri, percorrevano chilometri dal centro di emissione e, quando invadevano terreni coperti di vegetazione, tranciavano intere foreste. Nonostante la loro temperatura fosse intorno ai 400-500°C, il passaggio dei flussi era così rapido che gli alberi erano curvati o strappati, ma non bruciati. Le impronte dei tronchi si vedono ancora all’interno di molti strati di cenere.

La spinta impressa a queste fiumare torride era essenzialmente data dal gas che arrivava in superficie con il magma e che in parte restava intrappolato nella nube di frammenti solidificati. Quando pomici e ceneri si depositavano al suolo, iniziava il lento processo di trasformazione del cumulo di granuli sciolti in roccia.

Le alterazioni chimiche, favorite dalla temperatura del deposito e dalla residua presenza di gas che lo attraversava per liberarsi nell’aria, causava la ricristallizzazione che legava fra loro le superfici dei minuscoli frammenti di cenere, fino a cementarli e a formare quello che viene comunemente chiamato tufo vulcanico o, con un termine vulcanologico, ignimbrite (dal latino, pioggia di fuoco).

Il tufo vulcanico è la roccia che gli Etruschi abilmente scavavano, tagliando intere colline. Quando, nei primi decenni del 1800, l’aratro di un contadino sprofondò in una tomba, iniziò il triste capitolo di storia recente degli antichi sepolcri etruschi, benché già i romani e tutti quelli che erano seguiti avessero cominciato a depredarli. Ai danni dei primi scavi, sorvegliati da guardiani armati, ma avvenuti quando l’archeologia era un metodo ancora incerto e il concetto di conservazione del monumento quasi sconosciuto, si sommarono i saccheggi.

Dai sepolcri aperti a picconate di Vulci, Tarquinia, Norchia, Cerveteri, Blera, Veio e di molti altri siti, erano recuperati solo gli oggetti di valore, poi gli scavi venivano ricoperti e l’area tornava ad uso agricolo, mentre i cubicoli scavati nella roccia restavano come occhi vuoti nelle pareti di tufo. Ma quel che rimane nelle campagne laziali dell’antica civiltà etrusca, anche nei siti meno famosi, aggiunge particolare suggestione all’ambiente geologico e la ricerca di rocce vulcaniche in queste aree rappresenta un felice viaggio nella storia naturale e umana della penisola.



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