Argomenti:
1 - L'ATTIVITA' VULCANICA DI BOLSENA E DEI MONTI VULSINI - Paleo-Vulsini
- Bolsena
- Latera
- Vulsini meridionali e Montefiascone
2 - INTORNO AL VULCANO


1 - L'ATTIVITA' VULCANICA DI BOLSENA E DEI MONTI VULSINI

N.B. A questo pulsante corrisponde una figura
Le eruzioni avvenute nell’arco di tempo compreso tra 600.000 e 100.000 anni fa nell'area vulcanica più settentrionale del Lazio hanno coperto con i loro prodotti circa 2.000 km2.

Cinque complessi vulcanici, chiamati Paleo-Vulsini (o Paleo-Bolsena), Bolsena-Orvieto (o Bolsena), Vulsini Meridionali, Latera e Montefiascone, hanno avuto fasi esplosive molto violente che hanno innescato lo sprofondamento di ampie aree, come la conca che ospita ora il lago di Bolsena (11x13 Km) e la caldera di Latera (7x9 km).

PALEO-VULSINI
L'attività dei Paleo-Vulsini cominciò prima di 600.000 anni fa con colate di lava in due aree poco lontane da dove si trova ora il lago. Le eruzioni che seguirono, datate a circa 570.000 anni fa, furono di tipo esplosivo e i loro prodotti formarono le rocce chiamate Ignimbriti Basali. Particolarmente violenta deve essere stata un'eruzione avvenuta 505.000 anni fa che coprì con circa 10 km
3 di materiale vulcanico un'area di oltre 1500 km2. I prodotti di questa eruzione, chiamati Formazione di Civitella d’Agliano, si vedono solo nelle zone periferiche dell'area vulcanica.

Un primo ribassamento di una zona corrispondente alla parte settentrionale dell'attuale lago di Bolsena avvenne probabilmente dopo quella eruzione e fu accompagnato dall'emissione di colate di lava e dalla formazione di coni di scorie. Successivamente, le eruzioni si spostarono in una zona esterna rispetto ai Paleo-Vulsini e cominciarono a formarsi i vulcani di Bolsena, Latera e Montefiascone.

BOLSENA
Le eruzioni di Bolsena iniziarono intorno a 400.000 anni fa, a Nord e Nord-Est rispetto alla posizione del lago, con numerose colate di lava. Contemporaneamente e dopo questa fase, si formarono diversi coni di scorie, specie nell'area ora compresa tra i paesi di Bolsena e Montefiascone.

Le eruzioni successive furono esplosive e culminarono, intorno a 330.000 anni fa, con fasi molto violente. Voluminosi flussi piroclastici invasero un territorio di circa 200 km2, e i loro depositi formarono la roccia chiamata Tufo di Bagnoregio o ignimbrite di Orvieto-Bagnoregio. L'area di origine doveva essere a Sud dell'odierno paese di Bolsena.

L'enorme quantità di magma (stimata in circa 1,5 km3) emessa nel corso dell'eruzione dell'ignimbrite di Orvieto-Bagnoregio fu la probabile causa del definitivo sprofondamento dell'area corrispondente alla conca lacustre.

Il collasso avvenne lungo fratture anulari, ma il fondo della depressione accentuò il ribassamento per molto tempo anche dopo le eruzioni, probabilmente per adattarsi alle irregolarità del substrato di rocce calcaree, trascinando con sé verso il basso una parte del bordo della caldera.

Dopo l'eruzione dell'ignimbrite di Orvieto-Bagnoregio e fino a circa 250.000 anni fa, l'attività vulcanica di Bolsena si limitò a colate di lava e alla formazione di coni di scorie e, quando ormai il lago occupava in parte il fondo dell'area ribassata, ebbe una fase finale esplosiva.

Le ultime eruzioni avvennero, tra 127.000 e 100.000 anni fa, all’interno dello specchio d'acqua, da due coni i cui resti formano ora le isole Martana e Bisentina.

Si trattò di una serie di esplosioni, che avvenivano ogni volta che il magma arrivava in superficie e entrava in contatto con l'acqua di falda o con quella del lago. Il volume di magma eruttato fu modesto, ma le esplosioni frantumarono grandi quantità di rocce, formando deposti caratteristici di questo tipo di eruzioni, chiamate freato-magmatiche.
LATERA

Sul fianco occidentale del vulcano di Bolsena, intorno a 400.000 anni fa, iniziarono le eruzioni di Latera. Colate di lava e coni di scorie si formarono lungo fratture nella parte meridionale dell'odierna conca di Latera e anche in zone più esterne, verso Sud-Ovest.

Tra 280.000 e 160.000 anni fa, avvennero numerose eruzioni esplosive, intervallate da periodi di stasi nel corso dei quali i prodotti vulcanici si trasformavano in suoli e si ricoprivano di vegetazione.

Quando il vulcano tornava attivo, intere foreste erano sepolte dai prodotti delle eruzioni e in molti depositi sono ancora visibili le impronte di grossi alberi. Molte fasi esplosive di Latera iniziarono con un'alta colonna eruttiva, seguita da flussi piroclastici che si propagarono intorno al vulcano nel raggio di 20-25 km.

Le pomici e le ceneri cadute dalla colonna eruttiva e gli intercalati depositi dei flussi di queste eruzioni lasciarono intorno al vulcano una successione di prodotti chiamati Formazione di Canino.

Verso Ovest, i prodotti delle eruzioni di Canino si sparsero direttamente sopra terreni di tipo sedimentario, ricoprendoli con depositi alti anche 45 m. Sui bordi dell'area di dispersione, a Nord e a Sud, caddero sopra i prodotti dei Paleo-Vulsini, formando un deposito con spessore di circa 10 m.

Alle eruzioni esplosive seguirono alcuni eventi minori e poi un periodo privo di attività. La ripresa avvenne con un'altra serie di eventi esplosivi, anche questi separati fra loro da prolungate stasi. Dopo l'eruzione detta di Rio Maggiore, si riconoscono almeno tre fasi esplosive, chiamate eruzioni di Farnese, Sovana e Sorano.

In base allo spessore dei prodotti, al massimo qualche metro, e alla limitata estensione dell'area ricoperta, l'eruzione di Farnese, avvenuta circa 230.000 anni fa, è stata una tra le meno voluminose di Latera. I prodotti consistono in uno strato di pomici da caduta, seguito da ceneri sedimentate da flussi ricchi in gas (surge) e poi da depositi di flussi piroclastici densi.

L'eruzione di Sovana, datata intorno a 190.000 anni fa, iniziò con flussi ricchi in gas, dai quali si sedimentò circa mezzo metro di cenere. Successivi flussi piroclastici formarono spessi depositi di cenere, alcuni inglobanti pomici chiare, altri pomici e scorie scure. Mentre il deposito con pomici chiare è poco consolidato, quello con le scorie ha assunto un aspetto litoide, formando un tipico tufo di colore giallo-rossastro, noto come Tufo rosso a scorie nere.

Tra i prodotti dell'eruzione di Sovana si trovano brecce formate da pezzi di rocce, in parte di origine profonda, che indicano forti esplosioni e il probabile squarciamento del vulcano.

I prodotti di Sovana caddero sopra un paleosuolo, particolarmente sviluppato in spessore ed estensione. Nel paleosuolo non vi sono tracce di vegetazione, che sono di solito comuni nei suoli maturi. Il fatto è ricollegato alla coincidenza tra la formazione del suolo e un picco climatico freddo che può aver influito sullo scarso sviluppo di vegetazione.

I prodotti dell'eruzione di Sorano, datati a circa 187.000 anni fa, sono distribuiti a ventaglio intorno al lato occidentale della depressione di Latera, dove hanno riempito le profonde incisioni che si erano formate nei prodotti dell'eruzione di Sovana. Alla base, uno strato cenere con sciami di pomici bianche è attribuito alla sedimentazione di più flussi piroclastici arrivati in rapida successione. Sopra questo vi è un altro strato di cenere con pomici più grossolane, uniformemente disperse, probabilmente sedimentato da un unico flusso. Nel loro insieme i due strati raggiungono al massimo la decina di metri.

Dopo quella di Sorano, avvennero molte altre eruzioni esplosive. Nella coltre di pomici, scorie e ceneri che coprì l'area intorno al vulcano, si individuano i prodotti di due episodi eruttivi importanti, attribuiti a eruzioni chiamate di Grotte di Castro e di Onano.

I prodotti da flusso di Grotte di Castro hanno alla base un sottile strato di pomici da caduta e raggiungono in totale lo spessore massimo di circa 10 m. L'eruzione di Onano, avvenuta intorno a 170.000 anni fa, ha avuto almeno due fasi principali.

Nella prima avvenne l'apertura delle bocche eruttive, testimoniata da accumuli di brecce. In quella successiva si formarono flussi ricchi in gas, alternati a esplosioni più deboli, di tipo stromboliano, e a fenomeni di fontane di lava.

I prodotti della seconda fase, chiamati tufi di Poggio Pinzo, comprendono strati di ceneri e di piccole scorie, da flusso e da caduta. I prodotti dell'eruzione, in totale, hanno spessori variabili da alcune decine a pochi metri e sono ampiamente distribuiti intorno alla caldera. Il loro volume, stimato in circa 1 km3, pone questa fase eruttiva tra le più rilevanti avvenute al vulcano di Latera.

La sequenza di depositi di flussi molto ricchi in gas indica il coinvolgimento di sistemi acquiferi sotterranei che forniscono alla miscela eruttiva grandi quantità di vapore acqueo. Questa condizione è comune nelle fasi di collasso calderico ed è probabile che l'eruzione di Onano abbia causato lo sprofondamento della parte più orientale della caldera di Latera. La struttura intersecò il bordo della già esistente superficie ribassata di Bolsena e tutta l'area assunse una forma vicina a quella di oggi.

Dopo altri eventi minori, Latera ebbe, intorno a 155.000 anni fa, un'ultima eruzione esplosiva, i cui prodotti sono detti ignimbrite di Pitigliano. I depositi da flusso che formano l'ignimbrite hanno alla base due strati di pomici da caduta. Dopo questa eruzione avvenne lo sprofondamento della piccola area di Vepe, la cui delineazione era forse già iniziata con l'emissione dei Tufi di Poggio Pinzo.

Tra 158.000 e 145.000 anni fa, all'interno della caldera di Latera e lungo i suoi margini, si formarono numerosi coni di scorie con associate colate di lava. Alcuni di questi centri eruttivi si riconoscono nei rilievi di Poggio Paterno, Poggio Santa Luce e Poggio Lucio.

Anche lungo le fratture che delimitavano la depressione di Vepe, diversi accumuli di lave viscose formarono un arco di piccoli rilievi (Monte Calveglio di Latera, Poggio Montione, Monte Caso, Poggio Pilato, Poggio Seccante, Monte Calveglio e Monte S. Anna).

Tra 145.000 e 100.000 anni fa, isolate eruzioni avvennero dai crateri di Lagaccione e del Lago di Mezzano.

La formazione della caldera di Latera è pertanto avvenuta attraverso diversi stadi. Una delineazione della struttura è collegata alla fase di attività esplosiva che inizia con l'eruzione di Canino e culmina con quella di Sovana, tra 280.000 e 190.000 anni fa, nel corso delle quali furono emessi all’incirca 10 km3 di magma.

Dopo l'eruzione di Sovana, in un periodo tra 190.000 e 170.000 anni fa, che comprende le eruzioni di Sorano, Grotte di Castro e altre minori, non si trovano più ne' brecce, ne' depositi di pomici da caduta, come se i flussi piroclastici fossero usciti direttamente da un ampio cratere o da sistemi di larghe fratture, senza essere preceduti dall'apertura di un condotto e dalla formazione di una colonna eruttiva sostenuta.

Queste condizioni, appropriate alle aree vulcaniche interessate da cedimenti e percorse profonde da fratture, favoriscono la dispersione, prima dell'eruzione, di una parte del gas essolto dal magma.

Anche se il magma arriva in superficie copioso e frammentato, la miscela eruttiva può essere troppo densa per formare una colonna eruttiva verticale (per cui non vi sono i depositi di pomici da caduta) e i flussi piroclastici, pertanto, non si formano per il collasso della colonna stessa.

In un sistema fratturato, il magma può arrivare in superficie sempre più abbondante e senza fratturare altre rocce e, quindi, senza che si formino depositi di brecce. A Latera, i segni del progressivo cambiamento nello stile eruttivo, determinato dalla nuova conformazione del vulcano, culminarono con le deboli esplosioni stromboliane dell'eruzione di Onano.

Con questa eruzione, probabilmente la caldera si allargò in direzione di quella di Bolsena, mentre le eruzioni successive (Tufi di Poggio Pinzo e ignimbrite di Pitigliano) provocarono ulteriori cedimenti della superficie e la formazione della caldera di Vepe.

VULSINI MERIDIONALI-MONTEFIASCONE

Insieme ai vulcani di Bolsena e Latera, vicino al bordo Sud-Est della già esistente conca lacustre, intorno a 280.000 anni fa era cominciata l’attività del vulcano di Montefiascone.

Le eruzioni iniziali nell'area di Montefiascone furono esplosioni provocate dal contatto di acqua di falda con il magma. Numerosi flussi ricchi in gas (surge), seguiti da flussi piroclastici densi, formarono decine di metri di depositi di ceneri miste a pomici, scorie e frammenti rocciosi di vario tipo.

Dopo questi eventi avvenne il ribassamento di una piccola area del diametro di circa 3 km e, benchè ulteriori collassi siano testimoniati dalla struttura della depressione, quelle iniziali restano probabilmente le fasi determinanti nella storia del vulcano di Montefiascone.

Le eruzioni successive furono ancora esplosive, ma meno violente delle precedenti. Il progressivo esaurirsi dell'acqua di falda consentiva al magma di arrivare in superficie senza essere così intensamente frammentato e le esplosioni finali diventarono di tipo stromboliano, con lanci di brandelli di lava che cadevano al suolo sotto forma di scorie.

Un cono di scorie di questa fase formò un rilievo al limite della depressione calderica, sul quale sorge ora il paese di Montefiascone.

Numerose colate di lava di piccolo spessore e lunghe una decina di km, emesse dalle fratture che delimitavano lo sprofondamento calderico, conclusero, intorno a 145.000 anni fa, l'attività di questo vulcano.


2 - INTORNO AL VULCANO


Le indicazioni che seguono non sono un itinerario geologico, ma solo la segnalazione di alcune località molto frequentate o di facile accesso, dove l’azione dell’attività vulcanica è particolarmente evidente.

1 - Uno dei coni di scorie cresciuti sul bordo occidentale della caldera di Latera si vede all'entrata del paese di Valentano. Un lato del cono è sezionato da un fronte di cava.

La parete priva di vegetazione consente di vedere la struttura interna di un piccolo edificio vulcanico costruito nel corso di una sola eruzione, la cui durata può essere stata intorno a qualche settimana o mese. Il taglio mette in evidenza l'andamento degli strati di scorie rosse, che corrispondono ognuno a un'esplosione, che varia da pianeggiante, alla base del cono, a molto ripido verso il centro.

Queste eruzioni, dette stromboliane, consistono in una serie di esplosioni, intervallate da pause, con lanci di brandelli di magma incandescente per altezze variabili da qualche centinaio di metri fino a qualche chilometro sopra il cratere, che ricadono al suolo ormai solidi sotto forma di scorie. Le dimensioni delle scorie indicano il grado di frammentazione del magma e, quindi, indirettamente, il variare della quantità di gas e della violenza di ogni singola esplosione.

2 - Un esempio di prodotti di eruzioni avvenute all’interno di un bacino d’acqua e innescate dal contatto del magma con acqua superficiale (eruzioni surtseyane), si vede lungo la strada poco oltre Valentano, in direzione di Latera. Gran parte dell'affioramento è formato da prodotti da caduta, prevalentemente litici, con quantità inferiori di pomici grigio-scure. Le pomici sono simili a piccole bombe vulcaniche, con forme affusolate e la superficie deformata plasticamente.

Il contatto del magma con l'acqua provocava forti esplosioni e le gocce di liquido incandescente, mescolate a una grande quantità di frammenti di rocce, si raffreddavano durante il tragitto in aria, assumendo forme contorte. I frammenti caddero sopra un terreno coperto di vegetazione e seppellirono, senza abbatterli, grossi alberi, i cui tronchi hanno lasciato le loro impronte nel deposito.

Una volta aperta la strada verso l'esterno, la pressione sul magma diminuiva e questo consentiva l'essoluzione dei gas e l'esplosione di una crescente quantità di bolle gassose che frammentava il magma in particelle molto piccole. Le esplosioni le scagliavano poi radialmente dal cratere, formando piccoli flussi di cenere. Il primo flusso in questa direzione si abbattè sulla cima degli alberi che restavano in piedi nel deposito da caduta e le impronte dei rami piegati, fino ai più sottili ramoscelli, sono ancora impresse nel deposito di cenere.

Mentre l'acqua di falda andava esaurendosi e intorno alla bocca eruttiva cresceva l'accumulo di materiale che limitava il contatto diretto del magma con quella superficiale, la frammentazione diventava meno intensa e, ai flussi di cenere, si alternarono lanci di brandelli di magma sempre più grandi.

Dopo la fase pulsante dei flussi alternati a lanci di scorie, il magma potè risalire all'interno del cono senza più incontrare l’acqua, ormai esaurita in profondità e completamente confinata in superficie all'esterno del cratere. L'eruzione divenne di tipo stromboliano, con esplosioni sempre meno violente. La fase stromboliana iniziò con lanci isolati di brandelli di magma che caddero sui prodotti che già coprivano il terreno, lasciandovi profonde impronte di impatto. Poi il magma divenne più abbondante e furono espulsi dal cratere grossi brandelli vescicolati che formarono lo strato di scorie grossolane che si vede nella parte alta del deposito.

3 - La strada statale 74, tra i paesi di Valentano e di Latera, corre sul bordo orientale della caldera di Latera. La verde vallata è punteggiata da rilievi, come Poggio Montione e Poggio Calveglio, cresciuti durante e dopo l’ultima importante eruzione dell’area di Latera che ha formato l'Ignimbrite di Pitigliano.

I tratti di ripida parete su cui corre la strada, come ad esempio in corrispondenza del rilievo La Montagnola, sono i resti del bordo calderico di Latera che include anche la piccola depressione di Vepe, probabile centro di emissione dell'Ignimbrite di Pitigliano.

All'interno della caldera di Vepe vi è il lago di Mezzano, uno dei bacini vulcanici più piccoli del Lazio, circondato da insediamenti dell’Età del Bronzo e dai resti di villaggi su palafitte abitati dal XIX all’XI sec.

Il piccolo specchio d'acqua, profondo appena 40 m, ha intorno un anello di coni di scorie, interrotto verso Nord-Est dal Fosso delle Volpi, un corso d'acqua che più oltre prende il nome di fiume Olpeta. Nel 1972, un pescatore di lucci trovò nel lago i primi reperti riconducibili all'età del Bronzo.

Le ricerche archeologiche iniziarono l'anno successivo, ma furono presto interrotte per mancanza di fondi e ripresero solo dopo dieci anni.

Tra i resti dei diversi insediamenti sorti nella nicchia della caldera, si rinvenne una serie di bronzi tra cui un gruppo di asce e uno spillone, il reperto più antico, risalenti al Bronzo antico (XVI sec. a.C.), un'ascia e una spirale d'argento quasi puro, attribuibili al Bronzo medio (XV sec. a.C.) e un gruppo di manufatti dell'età del Bronzo recente (XIII sec. a. C.), tra i quali di particolare importanza due spade e una punta di lancia, di foggia molto particolare e quasi unica in Italia.

I prodotti dell'eruzione di Pitigliano, nonostante il nome, terminano prima del paese di Pitigliano, che sorge sopra uno sperone di tufo attribuito alle eruzioni di Grotte di Castro e Onano, ma sono visibili in numerose cave di pomice presenti nell’area.

4 - Nei pressi di Farnese, in località Casale Pietrazzoli, si trova la sorgente La Nova le cui acque confluiscono nel Fosso La Nova. Una cava di pomici, funzionante fino agli anni sessanta, ha spostato a valle il punto di fuoriuscita dell'acqua, che in precedenza aggirava con un ruscello il dosso della Roccaccia.

L'attività estrattiva non ha risparmiato un insediamento dell'Età del Bronzo, di cui restano alcune grotte sul fronte di cava, mentre è ancora intatta la parte del villaggio in cima alla rupe, vicina ai ruderi di una torre medioevale. A monte della sorgente, in una parete di circa 25 m, si vedono i prodotti dell’eruzione di Sovana, con pomici alla base, un livello di brecce, uno strato di Tufo rosso a scorie nere, seguiti da ceneri e scorie di altri flussi piroclastici.

Le scorie, specie le più grandi, del Tufo rosso a scorie nere hanno i bordi scuri e densi e una parte centrale vescicolata. La perdita di porosità della parte esterna è causata dagli urti durante lo scorrimento del flusso. La scoria, ancora calda, rimane avvolta da una membrana solida che blocca al suo interno il gas, il quale si libera poi molto lentamente, lasciando l’impronta delle bolle.

Scorie e pomici trasportate nei flussi piroclastici possono perdere in parte o tutta la porosità iniziale, a seconda della pressione più o meno intensa che subiscono e della loro temperatura. Se sono sufficientemente calde da essere plastiche e deformabili anche una volta sedimentate, possono assumere una forma completamente diversa da quella originaria, fino ad avere l’aspetto di lenti scure e dense, chiamate fiamme, immerse in una matrice di cenere.

5 - Le rocce vulcaniche più viste dell'alto Lazio sono quelle che si trovano negli scavi archeologici. A Sovana, la necropoli etrusca di Poggio Prisca, famosa per le sepolture a tempio di Ildebranda e di Pola, è scavata nei tufi dell’eruzione di Sovana, mentre nel parcheggio vicino alla necropoli sono visibili i prodotti dell'eruzione di Canino.

In particolare, nella tomba di Ildebranda si vede la successione completa dei prodotti di Sovana, con alla base i depositi poco consolidati dei flussi con pomici bianche e grigie e, nella parte superiore, quelli dei flussi con le scorie nere (Tufo rosso a scorie nere) nei quali è scavato il tempio a colonne della grande tomba.

Nella vicina necropoli di Sopraripa, nota per la tomba della Sirena, si vede il contatto tra i prodotti dell'eruzione di Sovana e quelli sottostanti dell'eruzione di Farnese, separati fra loro da un suolo scuro di 70-80 cm che indica un periodo senza eruzioni sufficientemente lungo da consentire la completa trasformazione dei prodotti vulcanici.

In questa necropoli, come nelle altre vicine, le tombe più grandi e importanti sono scavate nel Tufo rosso a scorie nere, mentre i loculi di minore prestigio sono stati ricavati incidendo i materiali meno resistenti che segnano il passaggio tra i prodotti delle due eruzioni.

Il paleosuolo visibile in questa località si ritrova in quasi tutta l'area intorno a Latera e rappresenta un importante riferimento per la ricostruzione della storia eruttiva del vulcano.

6 - I fiumi Fiora e Marta e i tagli artificiali fatti dagli Etruschi, i famosi “Cavoni”, incidono i prodotti vulcanici vulsini, rendendone visibili le sovrapposizioni che hanno consentito di ricostruire almeno le tappe principali della storia vulcanica dell’area.

Il Fosso Olpeta, un affluente del Fiora, ha scavato una profonda gola nei pressi delle rovine di Castro, un centro rinascimentale edificato dai Farnese. Distrutto nel 1649 dalle truppe papali, gli edifici di questo borgo furono poi saccheggiati per generazioni. Nello stesso luogo si trovava un importante insediamento etrusco che fu scavato nel 1963, quando venne alla luce in una tomba, denominata da allora Tomba del Carro, un carro da parata in bronzo che si trova ora al Museo di Villa Giulia in Roma.

7 - Dal paese di Montefiascone, collocato sopra un cono di scorie cresciuto nelle fasi finali di attività di questo vulcano, si può vedere la caldera di Montefiascone e il lago di Bolsena.

Ai piedi del rilievo, nella caldera aperta verso il lago, risaltano alcuni piccoli coni di scorie, oltre i quali si vede l'isola Martana e la più lontana isola Bisentina, resti dei prodotti di due eruzioni avvenute quando già esisteva il lago e, dietro il paese di Marta, la penisoletta di Capodimonte, formata da una colata di detriti. Scendendo da Montefiascone verso Marta, poco prima della chiesa di Montedoro, la strada taglia gli strati di scorie eruttate nel corso delle fasi stromboliane del vulcano.

8 - Nei pressi di Bolsena, una colata di lava dell'attività più antica dei Vulsini, nota come “pietre lanciate”, si presenta sezionata in colonne prismatiche, piegate nella direzione del flusso, formate dalla fratturazione per contrazione della colata nel corso del raffreddamento.

9 - I prodotti dell’eruzione di Orvieto-Bagnoregio si possono vedere vicino alla Chiesa di S. Cristina, nei pressi del paese di Bolsena. Il paleosuolo alla base del deposito indica che, prima dell'eruzione da molto tempo non arrivavano prodotti vulcanici in questa direzione.

Sopra il paleosuolo si vede uno strato di pomici cadute da una colonna eruttiva sostenuta, il cui spessore decresce con la distanza e, a circa 7 km da Bolsena, diventa di 2-3 cm, per poi scomparire completamente verso Bagnoregio. Sopra le pomici vi è un livello di cenere con lenti di pomici senza matrice, un deposito che si forma in genere alla base dei flussi che scorrono vorticosamente.

La parte più sviluppata del deposito consiste in circa 3 m di materiale grossolano, abbandonato da flussi piroclastici a poca distanza dal punto di emissione. Questi prodotti sono attraversati dalle fratture che hanno inciso il bordo della caldera, ribassandolo in direzione del lago.

10 - Lungo la strada tra Bolsena e Bagnoregio, si incontrano in più punti i prodotti dell'eruzione di Orvieto-Bagnoregio, come in località La Capraccia, circa a metà del percorso tra i due paesi. Il colle c'era già prima dell'eruzione e i flussi lo hanno scavalcato, riversarsandosi in una vicina valletta. Anche qui, sopra il paleosuolo si vedono le pomici da caduta, seguite da ceneri miste a pomici sedimentate dai flussi, con alla base un sottile livello di sola cenere.

I flussi piroclastici tendono ad abbandonare sul terreno il materiale più pesante e, con la distanza dal cratere, resta prevalentemente la cenere, nella quale possono essere trasportate per galleggiamento solo le pomici e le scorie più porose e leggere.

Crescendo la distanza dal punto di emissione, nei depositi si trovano particelle sempre più piccole, mentre lo spessore del deposito tende ad aumentare e può essere massimo dove il flusso rallenta e perde energia, fino a fermarsi in blocco. A meno di 10 km da Bolsena, i prodotti dell'eruzione di Orvieto-Bagnoregio sono un accumulo omogeneo di cenere, con pochi sparsi elementi più grossolani. La cenere ha subito alterazioni chimiche che hanno cementato le particelle di cenere fra di loro, formando il tufo vulcanico di colore ocra o rossiccio, comune nel paesaggio laziale.

11 - Dal ponte che porta a Civita di Bagnoregio, si vedono i prodotti dell'attività più antica dei vulcani vulsini, con diversi strati di pomici da caduta intercalati a ceneri e scorie dei flussi piroclastici, separati dalla soprastante ignimbrite di Bagnoregio da un paleosuolo.

Il piccolo borgo, quasi totalmente disabitato per la continua erosione della rupe e definito nelle guide turistiche come la “città che muore”, è uno dei luoghi più suggestivi del Lazio, utilizzato in numerose ambientazioni cinematografiche.

Lo sperone di roccia sorge ora isolato tra due torrenti, Chiaro e Torbido, che incidono un suolo di argille formatosi 5 milioni di anni fa. La sua forma protesa come una nave, allora ancora unita a Bagnoregio, era l'ideale per un insediamento etrusco, duramente colpito, oltre che dall'invasione romana, anche da un violento terremoto nell’anno 280 a.C.

I romani, come già prima gli Etruschi, fecero numerose opere di bonifica e di regolamentazione del deflusso delle acque. I Longobardi la occuparono nel 605 e a loro si deve probabilmente il cambiamento del nome di Roda in Balneum Regis, bagno del re, se si dà credito alla leggenda che vuole re Desiderio guarito da uno strano morbo dopo essersi bagnato in una fonte termale ai piedi della rupe.

Nel periodo dei Comuni, il borgo era diviso in otto contrade, di cui ora ne restano due, Civita e Mercatello, mentre le altre si sono sgretolate, soprattutto a seguito di terremoti come quelli violenti del 1297 e 1349. Il pianoro, circa 30.000 m2 in tutto, cadeva a fette ad ogni scossa, trascinando nel vuoto interi palazzi e la stessa necropoli etrusca.

La tragedia più grande avvenne nel 1764, quando un terremoto fece crollare la strada che collegava Civita a Bagnoregio, separandole per sempre. Persa l'unica via di accesso, cominciò l'isolamento della rupe e l'esodo dei suoi abitanti. Un primo ponte in muratura venne costruito nel 1920. Ai crolli naturali si aggiunse, nel 1944, la demolizione del ponte, da parte delle truppe tedesche, sostituito nel 1965 dalla struttura metallica ancora in uso. Questa si aggancia verso il paese a una balza di prodotti vulcanici, appoggiata sulle argille, la cui progressiva erosione è arginata da muri.

Fino ad un centinaio di anni fa, l’area esterna alle mura, dove si trova ancora un brandello del vecchio ponte, comprendeva un insieme di edifici pubblici e privati, tutto scivolato ai piedi del colle. I 650 abitanti del 1925 si ridussero a pochi individui tenaci e, solo negli ultimi decenni, appassionati e artisti hanno rioccupato, come è successo anche nel borgo di Calcata, gli antichi edifici medioevali e ricreato una piccola comunità.

L'instabilità della rupe è dovuta alla sua particolare conformazione geologica e ai processi erosivi che, nel corso dei millenni, hanno profondamente inciso i tufi vulcanici, isolandone ampi speroni.

Questa circostanza costituisce un grosso problema per i centri urbani che sono stati edificati su solida roccia vulcanica, appoggiata però su argille, alternate a livelli di sabbie e altri materiali sedimentari incoerenti. Per quanto di grosso spessore, i tufi vulcanici sono porosi e lasciano filtrare in profondità l'acqua piovana.

Le argille rispondono alla presenza di acqua variando anche di molto il loro volume e compromettendo la stabilità dell'intero sperone roccioso. Inoltre, le argille e i sedimenti incoerenti, amplificano le onde sismiche con effetti disastrosi e rappresentano anche un piano di scivolamento che rende instabili molti rilievi caratteristici dell'Italia centrale, come quelli su cui sorgono, oltre a Bagnoregio e Civita, Calcata, Orvieto, Orte e tanti altri. Gli interventi dell'uomo, quando non peggiorano la situazione, risultano spesso inutili contro la naturale evoluzione del territorio.


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