LE VILLE ROMANE
sepolte dall'eruzione del 79 d.C.


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BOSCOREALE VILLA REGINA L'ANTIQUARIUM

I PRODOTTI DELL'ERUZIONE

OPLONTI VILLA DI POPPEA I PRODOTTI DELL'ERUZIONE

GLI STILI PITTORICI

STABIA

In origine, i Romani usarono il termine villa per tutte le abitazioni situate fuori dalle mura cittadine o per gli appezzamenti coltivati con annessa azienda agricola. Nate con il sorgere della proprietà privata contadina nel V sec. a.C. dal nucleo di una semplice capanna, solo tra la fine del IV e il III sec. a.C. le villae si trasformarono in abitazioni in muratura, senza distinzione fra zona rustica e residenziale.


Uno degli strumenti per lavori agricoli trovati a Villa Regina

Quando il proprietario cessò di abitare stabilmente in campagna e la sua presenza nella villa divenne stagionale per dirigere le fasi più importanti dei lavori agricoli, gli edifici cominciarono a ampliarsi con distinte zone padronali (villa urbana) e altre adibite ai contadini, liberi e schiavi (villa rustica). 


Contenitore per l'ingrasso dei ghiri da Villa Regina

Dal II sec. a.C. si diffuse tra i cittadini di Roma più rappresentativi l'uso di possedere abitazioni poco lontane dalla città, circondate da piccoli appezzamenti coltivati (horti), dove trascorrere le giornate di riposo, in alternativa alla casa cittadina che manteneva il ruolo di residenza principale e di rappresentanza per i giorni lavorativi. In pratica, cominciò l'abitudine ad avere una seconda casa, nel senso moderno del termine. Più tardi, dalla prima metà del I secolo d.C., si chiamarono ville anche le abitazioni imperiali disseminate per l'Italia e le residenze dei comandanti delle legioni.


Parti in legno di un letto esposte all'Antiquarium di Boscoreale

L'evoluzione di questo termine, quindi, finisce col comprendere una grande quantità di edifici con caratteristiche diverse ma, specie nell'Italia centrale, il presupposto unificante dell'origine della villa resta la concentrazione di grandi latifondi nelle mani di pochi e influenti personaggi che risiedono nella capitale. Le ville acquistarono col passare del tempo le caratteristiche di ricche abitazioni, spesso con ostentata esibizione di benessere, utilizzate solo per brevi periodi dell'anno. A seconda dell'inclinazione del proprietario, quando questi era presente, si trasformavano in centri di vita culturale, in ritrovi artistici e letterari o più semplicemente in ambienti di riposo e divertimento. 


Il portico di Villa Regina

Le ville rurali delle regioni interne, sorte ai bordi di fertili pianure e in corrispondenza di importanti strade di comunicazione, conservarono a lungo la funzione di aziende agricole, molto più di quelle lungo la costa, considerate persino dai contemporanei solo uno sfoggio di ricchezza. Anche le ville rurali subirono importanti evoluzioni, passando dalla produzione senza reddito di prodotti destinati all'uso personale del proprietario, a monocolture agricole, o a un unico tipo di allevamento, con commercio e esportazione della produzione.


Ricostruzione della villa rustica la Pisanella esposta all'Antiquarium di Boscoreale

L'uso di un'agricoltura razionale e intensiva nacque fin dai tempi successivi alla seconda guerra punica (218-201 a.C.) e si diffuse ampiamente sul finire del I secolo a.C., quando i contrasti interni culminarono con la guerra sociale. I terreni dei piccoli proprietari, reclutati e costretti ad abbandonare per anni i loro poderi, formarono insieme a quelli strappati ai nemici, ampi possedimenti concentrati nelle mani dei cittadini più importanti di Roma. Solo nelle zone periferiche dell'impero continuarono a esistere le piccole fattorie con produzioni e economia modeste, ma autosufficienti.


Macina per le olive da Villa Regina

Catone il Censore (234-139 a.C.), nel suo trattato sulla coltivazione dei campi, il De Agricoltura, suggeriva di optare per le remunerative colture intensive di ulivi e viti, riducendo la coltivazione dei cereali che potevano essere importati dalle province di recente conquista, come la Sicilia, la Sardegna e poi l'Africa. Benché l'indole contadina continuasse a governare alcune ville rustiche, che mantennero una piccola produzione diversificata da quella principale, molte altre concentrarono la propria attività su olio e vino, anche se i poderi richiedevano impegnativi investimenti in mano d'opera, per quanto prevalentemente costituita da schiavi, e in attrezzature.

Immagine della primavera in un affresco di Pompei esposto al Museo Archeologico di Napoli

LE VILLE DI BOSCOREALE

Prima dell'eruzione del 79 d.C., la fertile area che in dolce pendenza si estendeva dal mare al Vesuvio era una distesa di campi coltivati, costellati di ville rurali che ospitavano, stabilmente o saltuariamente, anche il proprietario. La sorte di questi edifici (oltre cinquanta), testimoni di un sistema agricolo irripetibile e custodi di opere d'arte, è stata una delle più misere che si possa immaginare. Scavate tra la fine dell'800 e l'inizio del '900, per lo più ad opera di privati, proprietari dei fondi soprastanti, furono ripulite di ogni pittura e suppellettile e reinterrate senza lasciare traccia della loro esistenza. 


Argenti provenienti da Pompei e dalle ville suburbane esposti al Museo Archeologico di Napoli

Uno dei casi più tristi è quello di Villa della Pisanella. La storia inizia nella seconda metà del 1800, quando un contadino, scavando le fondamenta di un muro di recinzione, urtò con la vanga pareti dipinte e grossi contenitori di terracotta. L'allora direttore degli scavi pompeiani, Fiorelli, vide che si trattava di una villa rustica romana e ne fece iniziare subito il recupero. Purtroppo, dopo il disseppellimento di alcuni ambienti, l'opera di scavo avrebbe dovuto sconfinare nella proprietà di un prete che si oppose con tanta caparbietà alla distruzione del proprio vigneto da ottennere, nel 1876, la chiusura del cantiere. Alla morte del vecchio abate, l'erede del fondo si rese conto che valeva di più una villa romana sepolta che un vigneto da coltivare e, nel 1894, cominciò lo scavo per proprio conto.


Scena di caccia in una decorazione parietale di Villa della Pisanella (Antiquarium di Boscoreale)

La villa risaliva al I secolo a.C. e, per decorazioni e dimensioni, confermava che i proprietari terrieri godevano a quel tempo di un elevato livello di benessere, come descritto da molti autori latini. La zona riservata ad abitazione padronale comprendeva un ambiente termale, mentre gli alloggi per i servi erano annessi ai locali per le attività produttive del podere. Vi si trovarono la macina per il grano e il panificio, gli strumenti per la lavorazione dell'uva e delle olive, la stalla e i locali per il deposito del vino, dell'olio e dei cereali.


Calco del capo di una donna che si era rifugiata durante l'eruzione nel torcularium di Villa della Pisanella. Accanto si trovarono due orecchini d'oro con topazi (Antiquarium di Boscoreale)

Ma la parte più cospicua del bottino venne alla luce il giorno di Pasqua del 1895. Il giorno prima, mentre gli operai stavano lasciando lo scavo, l'ultimo ad andarsene, spintosi in fondo a un cunicolo se ne uscì dicendo che l'ambiente era impregnato di gas velenosi. Nessuno osò verificare, ma in realtà non era stato l'odore del gas a causare sgomento nell'operaio, bensì un cumulo di vasi d'argento e di altri oggetti d'oro che circondavano uno scheletro sul pavimento del cellaio del vino.


Argenti esposti al Museo Archeologico di Napoli

Si trattava di quello che verrà chiamato il tesoro di Boscoreale. Recuperato nella notte dal proprietario del fondo, prima che le autorità italiane potessero impedirlo, vasi d'argento e monete d'oro passarono la frontiera e vennero acquistati dal barone Edmondo Rothschild. Questi regalò ben 109 pezzi di argenteria da tavola al Museo del Louvre di Parigi (che ne aveva prima rifiutato l'acquisto), dove ancora oggi si trovano. L'interpellanza in Parlamento non servì a far rientrare il tesoro in Italia, ma la clamorosa notizia riaccese l'interesse intorno alle rovine sepolte dall'eruzione del Vesuvio. Mentre la collaborazione internazionale era molto attiva nel far sparire i pezzi più pregiati, quella proposta dall'inglese Charles Waldstein per coagulare le risorse di tutte le grandi potenze nell'opera di recupero delle città romane, svaniva in un'impennata d'orgoglio degli archeologi e dei politici italiani.


Pettine, specchio, pinze, cucchiai, ampolle e unguentari dalle ville di Boscoreale

Un'altra villa, scavata tra il 1899 e il 1900, era abbellita da decorazioni parietali datate tra il 50 e il 40 a.C. finite in diversi musei italiani e stranieri, tra i quali il Metropolitan Museum di New York. L'unico reperto rimasto nell'Antiquarium di Boscoreale è un vaso di bronzo con inciso all'interno dell'orlo il nome del probabile proprietario, P. Fannius Synistor.


Colatoio e brocche in bronzo nell'Antiquarium di Boscoreale

Nel 1903 fu scavata solo in parte, e poi reinterrata, una villa che prese il nome dal proprietario del terreno, D'Acunzo, e che aveva la particolarità di essere attrezzata come un odierno centro di agriturismo, con un punto di ristoro e vendita dei prodotti coltivati nel podere. 

Nel 1906 venne esplorata dal proprietario del terreno la villa di N. Popidius Florus, risalente al I secolo a.C. e disposta su due piani intorno a un porticato. Alcune delle decorazioni delle pareti, datate alla seconda metà del I secolo d.C., acquisite dallo Stato dagli eredi del fondo, sono esposte nell'Antiquarium di Boscoreale.


Ampolle in vetro dalle ville di Boscoreale

Una villa di carattere rustico, dotata di torchio per la lavorazione dell'uva, venne scoperta nel 1928 e attribuita a M. Livio Marcello in base a un sigillo in bronzo. L'unica testimonianza che ne rimane consiste in una placchetta in avorio e in quattro fotografie che risalgono all'epoca dello scavo, nelle quali sono mostrate, oltre al sigillo, alcune collane, pendagli e gemme. Un'altra villa, scoperta in Via Casone Grotta nel 1986 è stata scavata solo in parte. 

L'unica ad aver avuto sorte migliore è Villa Regina, scoperta solo nel 1977 nel corso dei lavori per la costruzione di un condominio facente parte della lottizzazione che incombe sul sito. Le tracce del cemento iniettato nel sottosuolo per appoggiare i pilastri che dovevano sostenere l'edificio sono ancora visibili in più punti all'interno dello scavo archeologico. Pare non sia stata impresa facile ottenere una diversa collocazione del fabbricato moderno, pur contro il valore culturale e il risvolto economico che lo scavo della villa poteva avere.


Mangiatoia da cortile per animali di piccola taglia (Antiquarium di Boscoreale)

Attualmente, Villa Regina e il suo Antiquarium, rappresentano un'isola felice nel panorama archeologico della Campania, soprattutto per i metodi di musealizzazione e per la manutenzione dell'area, benché per raggiungerla bisogni superare un tortuoso percorso attraverso uno dei panorami edilizi meno esemplari. Purtroppo, l'ingresso agli ambienti della villa è consentito da qualche tempo solo previo permesso della Sovrintendenza. Non sappiamo se negli ultimi mesi il sito sia tornato visitabile per intero ma, in ogni caso, l'edificio è ben visibile dall'alto e l'Antiquarium vale da solo il viaggio.

VILLA REGINA


Villa Regina al momento del ritrovamento


Informazioni: tel. 081.5365154, info@pompeiisites.org - (Prenotazioni di visite scolastiche 081-8613183)
Antiquarium Nazionale di Boscoreale - Via Settetermini, 15 - Località Villa Regina - tel. 081.5368796
Aperto tutti i giorni tranne 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre. Orari: marzo-settembre 8,30-19,30 (chiusura cassa 18); ottobre-febbraio 8,30-17 (chiusura cassa 15,30).
Ingresso (le tariffe sono quelle riportate nel sito dell'Antiquarium, ma è probabile siano state aggiornate)
- biglietto singolo ordinario 3,1 euro
-con accesso a 3 siti (Oplontis, Stabiae, Boscoreale: validità di 1 giorno) intero, 5,50 euro; ridotto 2,75 euro.
-con accesso a 4 siti (Pompei o Ercolano, Oplontis, Stabiae, Boscoreale) intero, 11 euro; ridotto 5,50 euro.
-con accesso a 5 siti (Pompei, Ercolano, Oplontis, Stabiae, Boscoreale: validità di 3 giorni) intero, 20 euro; ridotto 10 euro.
Ingresso gratuito per i cittadini dell’Unione Europea con meno di 18 o più di 65 anni.
Il prezzo di biglietto ridotto è praticato ai cittadini dell’Unione Europea di età compresa tra 18 e 25 anni (non compiuti) e ai docenti delle scuole statali dell’Unione Europea. Con Artecard ingresso gratuito



Villa Regina

Villa Regina era una villa rustica di piccole dimensioni, circondata da un fitto vigneto con qualche esemplare di ulivo. Il podere intorno alla villa è stato ripiantumato sulla base delle tracce lasciate dagli alberi che vi erano coltivati e, accanto ad ogni nuovo vitigno, si trova il calco della pianticella e del palo di sostegno dell'antico filare. Dotata di strumenti di lavorazione dei prodotti probabilmente d'avanguardia per il tempo, la villa aveva, intorno a una corte interna, una zona destinata all'abitazione signorile e piccole stanze per il personale addetto ai lavori. Fissati al pavimento dell'ampia cantina si trovavano due torchi costituiti da una robusta barra pressatrice, fermata tra due sostegni, che veniva spinta verso il basso per mezzo di un argano con braccio a leva.


Pressa in legno per la pigiatura dell'uva a Villa Regina

Dalla base dei torchi il mosto defluiva nei recipienti di argilla incassati nel pavimento oppure andava, nel caso di spremiture di qualità inferiore, in una grande cisterna laterale collegata con tubi di piombo a uno dei torchi. Il mosto veniva poi travasato per mezzo di tubi mobili in 18 grandi contenitori di argilla (dolii) interrati nel cortile di fermentazione. Probabilmente il mosto subiva ulteriori lavorazioni in una cisterna e forse veniva anche riscaldato, tramite una caldaia di piombo, per farlo concentrare. La fermentazione era favorita dalla sistemazione dei contenitori nel cortile all'aperto, esposto al sole, come descritto in un famoso trattato di agricoltura, il De Re Rustica di R. Giunio Moderato Columella, scritto intorno alla metà del I secolo d.C., non molti anni prima dell'eruzione che seppellì la villa.


I contenitori per il vino nel cortile di Villa Regina

Lo spazio destinato alla produzione dell'olio, che era marginale rispetto a quella del vino, si limitava a un ambiente per la snocciolatrice, una macchina formata da due emisfere in pietra lavica che ruotavano in una vasca circolare dove venivano buttate le olive, e ad un vicino locale in cui era collocato un torchio. L'edificio comprendeva un'aia e una stalla che ampliavano la varietà di generi alimentari disponibili e rendevano la villa autosufficiente.


Il vigneto che circondava la villa, ricostruito seguendo i segni lasciati dai tronchi nei prodotti vulcanici

In uno degli ambienti interni, una porta di comunicazione fra due stanze era puntellata da un palo. La provvisorietà dell'intervento fa pensare a un danno subito poco prima dell'eruzione (forse i terremoti dei giorni precedenti) piuttosto che a una lesione più antica, come quelle attribuite al forte terremoto del 62 d.C.

L'ANTIQUARIUM


L'edificio che ospita l'Antiquarium. Sullo sfondo, a sinistra, spunta il Vesuvio

Accanto agli scavi della villa rustica sorge il piccolo museo, inaugurato nel 1991, circondato da un giardino di piante e arbusti della flora mediterranea, gli stessi che venivano utilizzati in epoca romana. La prima delle due sale interne ricostruisce, attraverso reperti provenienti dall'area vesuviana e riproduzioni di affreschi, l'ambiente naturale, le risorse e l'economia dell'area vesuviana prima dell'eruzione del 79 d.C. La seconda è dedicata in particolare alle ville di Boscoreale, con calchi, il plastico di Villa della Pisanella, reperti e documentazioni sulle altre ville ormai scomparse.

Nell'ingresso dell'Antiquarium si vedono i diversi strati di prodotti vulcanici che hanno sepolto la villa nel 79 d.C. La successione non è una fedele riproduzione di quello che si può vedere nell'area di scavo, ma è comunque esemplificativa e interessante. Le sezioni che seguono mettono a confronto analogie e diversità tra l'ambiente attuale e quello dei tempi dell'eruzione. Sono esposti reperti botanici carbonizzati trovati tra i prodotti vulcanici, come aghi di pino marittimo e pigne, nella sezione che illustra l'ambiente costiero, un mucchio di erba da sfalcio, un cesto in vimini e attrezzi per i lavori dei campi trovati nei pressi della villa, nella sezione che riguarda la pianura e il fiume.


Aghi di pino marittimo, pigne e pinoli esposti all'Antiquarium

Le vetrine che rappresentano le coltivazioni della fascia collinare espongono grappoli di uva caramellata per la conservazione, proveniente da Pompei, olive, noccioli di pesca, un vaso in vetro con residui di frutta, anfore olearie e vinarie oltre a un grumo violaceo, traccia del vino contenuto in un'anfora vinaria trovata a Oplonti.


Finimenti e zoccoli di cavalli

L'ambiente montano è rappresentato da utensili fatti con corna di cervo o zanne di cinghiale e da attrezzi agricoli in legno di diverso tipo. Si vede anche il tronco di un cipresso, proveniente da Pompei, spezzato e travolto dalle ceneri dell'eruzione, la cui sfibratura ricorda in maniera impressionante quella che si osserva negli alberi abbattuti da altre eruzioni esplosive, come ad esempio nella pineta rasa al suolo nel 1980 dall'esplosione del S. Helens, negli Stati Uniti.


Tronco di cipresso mineralizzato trovato a Pompei

La sezione dedicata al verde urbano è illustrata con le statue che decoravano i giardini romani -un bel marmo proveniente da Pompei dalla casa di D. Octavius Quartio-, con attrezzi per la cura dei giardini -palette, piantatoi. Vi sono le impronte di una foglia di oleandro e di una di leccio lasciate nelle ceneri a Stabia.


Foglia di olendro impressa nella cenere e, dietro, un guscio di tartaruga

L'allevamento di animali è rappresentato dal calco di un maialino, che al momento dell'eruzione scorazzava intorno a Villa Regina, i cui tratti mostrano frequenti incroci con i cinghiali, segno che i suini erano allevati allo stato libero.


Calco del maialino rinvenuto nel cortile di Villa Regina

La presenza intorno alle case romane di animali da cortile è documentata da un cesto di uova, proveniente da Pompei, da un ingegnoso contenitore di mangime per i polli e da un glirario, una specie di scatola d'argilla dove, al buio, venivano fatti ingrassare i ghiri di cui i romani erano molto ghiotti, forse il primo esempio di maltrattamento di animali al fine di soddisfare la gola.


Cesto di uova

Dal cortile proveniva anche il calco del cane, rattrappito dalla morte violenta, ancora col suo collare stretto al collo. Sempre nella sezione dell'allevamento, vi sono finimenti per cavalli, rivestimenti di zoccoli, zoccoli ferrati, campanacci di mucche e forbici per tosare le pecore.


Secchio con catena

Per quanto riguarda le colture, sono esposti reperti di farro, miglio, frumento e avena, una macina, un modio (unità di misura per le granaglie) oltre a prodotti lavorati e strumenti, come il pane trovato nei forni di Pompei, un pezzo di formaggio proveniente da Ercolano, uno stampo per dolci.


Pane carbonizzato e falce (da Pompei)

Numerosi i reperti di frutta e verdura: fichi, mandorle, noci, ceci, piselli, lenticchie, cicerchie (un legume ora poco diffuso), fagioli, tutto annerito e screpolato dal calore, ma ancora perfettamente riconoscibile. Sono esposti anche alcuni melograni, provenienti da un grosso mucchio trovato all'interno della cosiddetta villa B di Oplonti, ancora in scavo.


Mandorle

Il melograno è un frutto tipicamente autunnale e la testimonianza che fosse in corso la sua raccolta potrebbe riaprire l'annosa discussione sulla stagione in cui avvenne l'eruzione. La data ormai comunemente accettata è quella del mese di agosto ma, sulla base di un altro codice delle lettere di Plinio il Giovane, qualcuno ritiene che possa essere avvenuta in ottobre.


Fichi

La frequente presenza di fichi e uva potrebbe non essere vincolante, avendo questi frutti periodi di maturazione ampi e diversi a seconda della varietà coltivata. A meno che non se ne siano trovati grossi quantitativi, fatto che può essere stato sottovalutato negli scavi meno recenti, noci, mandorle e altri frutti con il guscio che si conservano facilmente possono essere residui dell'anno precedente.


Noci, fichi, mandorle, melograni e un falcetto nelle vetrine dell'Antiquarium

Una risposta definitiva potrebbe venire da un'indagine mirata sulla quantità e qualità dei pollini e sui numerosi contenitori di vino e di olio trovati intatti che, come si è visto, conservano traccia del loro contenuto e che dovevano essere in gran parte vuoti prima della raccolta, sicuramente non ancora avvenuta in agosto. Basterebbe una sola cella vinaria con il fondo dei dolia coperto di condensato violaceo -che l'etichetta del reperto qui esposto garantisce profumare ancora di vino- per stabilire che il tempo della vendemmia era passato.


Il contenitore usato come unità di misura nella vendita di granaglie

Le vetrine centrali dell'Antiquarium contengono strumenti chirurgici, ampolle in vetro, bacche di cipresso che venivano ridotte in polvere e usate contro i morsi dei serpenti e gli ascessi dentari. Nella sezione dedicata alla profumeria sono esposti vetri, pettini, specchi.


Bacche di cipresso, ampolle e strumenti chirurgici

Le fibbre tessili e la loro lavorazione sono rappresentate da reperti di stoffe di lana, lino, seta, canapa, cotone, corde, aghi, fusi, la suola di una scarpa eseguita in sparto (una fibbra ricavata dalla pianta della ginestra Spartium) e molto altro ancora.


Suola in sparto

Nonostante l'Antiquarium non sia molto vasto e che il numero e tipo di reperti non sia confrontabile con quanto esposto al Museo Archeologico di Napoli o visibile nei siti principali stessi, il percorso didattico è un concentrato di quanto si conosce dell'ambiente di allora, dell'eruzione e delle sue conseguenze, qui esposto in maniera completa e comprensibile più che altrove.


Il cane a guardia della villa soffocato dalla cenere

I PRODOTTI DELL'ERUZIONE

La base dell'edificio si trova circa a 8 metri al di sotto dell'attuale piano campagna e il dislivello è costituito da prodotti vulcanici, quasi tutti dell'eruzione del 79 d.C. Solo in superficie vi sono anche quelli di eruzioni più recenti. La successione dei prodotti visibili in questa località rappresenta un esempio unico per comprendere la dinamica delle eruzioni esplosive.


Lo spessore completo dei prodotti vulcanici che seppellirono Villa Regina

La base della parete ha circa 1 metro e mezzo di pomici, prima bianche e poi grigie, come a Pompei, cadute dalla colonna eruttiva che il pomeriggio del 24 agosto del 79 d.C. si era sollevata sopra il Vesuvio. I venti spiravano verso Sud-Est e spingevano le pomici tutte in questa direzione, risparmiando località come Ercolano, esterne all'asse di dispersione.


Calco di un tronco di albero rimasto verticale nello strato di pomici

Via via che ci si allontana dal vulcano, lo strato diventa sempre più sottile, con frammenti che a loro volta sono gradualmente più piccoli. Durante l'eruzione, vicino al cratere cadevano i pezzi di roccia e le grosse pomici, alla distanza di Boscoreale pomici e litici erano un po' più piccoli e, nelle zone ancora più lontane, cadevano particelle sempre più minute, fino alla cenere.


Tra i sedimenti lacustri di un bacino prosciugato nei dintorni di Sulmona (circa 200 km dal Vesuvio e nella direzione opposta all'area di massima dispersione) si trovano i prodotti di molte eruzioni del Vesuvio. Sotto la moneta, si vedono ceneri e piccole pomici dell'eruzione del 79 d.C.

A Villa Regina, le dimensioni medie delle pomici sono appena più grandi di quelle di Pompei, come ci si aspetta essendo, anche se di poco, più vicina al Vesuvio. Al contrario, lo spessore dello strato di pomici è minore, perché è interrotto da un livello di cenere (circa 5 cm) che rappresenta il deposito del primo flusso scivolato lungo i fianchi del vulcano. Questo si era abbattuto prevalentemente nella direzione di Ercolano, dove ha lasciato un deposito alto tra 35 e 150 cm, ma le sue propaggini si sono allargate fino a Villa Regina, senza però raggiungere Pompei. Quindi, lo strato basale di pomici a Pompei è più alto perché comprende anche le pomici della fase successiva, quando la colonna eruttiva tornò a sollevarsi nel cielo, dopo il primo violento collasso, fatale per gli abitanti di Ercolano, quasi insignificante a Villa Regina e nemmeno sentito a Pompei.


Le pomici interrotte da numerosi e sottili strati di ceneri dei flussi

Mentre la distribuzione del deposito e le dimensioni delle pomici da caduta ci permettono di riconoscere molte caratteristiche della colonna eruttiva sostenuta, i depositi dei flussi sono più complessi perché si trovano solo in quelle zone del vulcano dove sono scivolati come torrenti in piena, rallentando e sedimentandosi in maniera diversa a seconda della forma del terreno. Quando la colonna eruttiva si abbassò verso le pendici del vulcano, il materiale che prima saliva verso l'alto e ricadeva nell'aria selezionandosi a seconda del peso e della forma, prese a scorrere a terra tutto insieme, quello grossolano misto alla cenere più fine.


Gli straterelli di cenere dei flussi ricchi in gas non hanno conseguenze sul tronco dell'albero che è invece tranciato all'altezza del primo grosso spessore di cenere lasciato dal flusso denso

Il tumultuoso torrente si gonfiava per il movimento vorticoso del gas e dei frammenti solidi espulsi dal cratere, cui si aggiungeva l'aria inglobata dall'esterno. Alcune zone del flusso erano dense di granuli che urtavano continuamente fra di loro, impedendosi reciprocamente di cadere verso il basso. In altre, era più abbondante la fase gassosa e i granuli potevano muoversi più liberamente, cadendo se pesanti o sollevandosi con i vortici gassosi se leggeri. Quando il flussò si fermò, le sue parti più dense formarono strati, talvolta molto alti, di materiale dalle dimensioni più diverse, mentre quelle dove il gas era più abbondante lasciava sottili depositi di granuli mediamente piccoli, spesso allineati in piccole laminazioni.


Il differente aspetto dei depositi rispecchia il meccanismo di sedimentazione: alla base le pomici sono spigolose, hanno mediamente le stesse dimensioni e sono a contatto fra loro (deposito da caduta), all'altezza e sopra la moneta vi è prevalenza di cenere con strutture ondulate (flusso ricco in gas) e, nella parte superiore, il materiale ha varie dimensioni, con i pezzi più grandi arrotondati e non a contatto ma inglobati nella cenere (deposito di flusso denso)

Il primo straterello che interrompe le pomici, a circa un metro e mezzo sopra l'antico livello del suolo, indica il passaggio della parte ricca in gas di un flusso sceso più a occidente. Il suo effetto può essere stato letale per gli abitanti della villa, ma nullo sulle strutture murarie. Persino i tronchi degli alberi più grossi non ne risentirono, mentre quelli più sottili furono solo piegati. Il calco di un fusto, vicino all'ingresso della villa, resta verticale in corrispondenza dello strato di pomici e curvato nella direzione del flusso all'altezza del primo strato di cenere.


L'albero nel cortile della villa piegato nella direzione dei flussi

Quando la colonna tornò ad alzarsi sopra il vulcano, a Villa Regina ripresero a cadere pomici di colore grigio, sempre più grosse, che si accumularono per altri 20 cm. In uno strato di prodotti da caduta, i granuli hanno tutti più o meno le stesse dimensioni se cadono da una colonna eruttiva che si mantiene alla stessa altezza. Se le dimensioni delle pomici variano verticalmente, significa che anche l'altezza della colonna cambiava. Pomici che diventano più grandi, come in questo caso, indicano che la colonna diventava più alta.


Le pomici grigie con numerosi litici (calcari bianchi e lave nere), interrotte da due strati di cenere

Poi, la nube eruttiva precipitò una seconda volta e si incanalò nelle vallate che solcavano il lato occidentale del Vesuvio, lambendo le aree laterali con i suoi rami più vorticosi. Anche questo scese nella direzione di Ercolano, (dove causerà i maggiori danni sugli edifici, colpendo senza pietà una città i cui abitanti erano già sepolti dalla cenere), lasciò pochi centimetri di cenere a Villa Regina, raggiunse altre ville rustiche a Terzigno e Oplonti, ma non Pompei.

Tra questo e il successivo straterello di ceneri, il deposito ha poco più di un centimetro di pomici da caduta. Osservando questo vicino alternarsi di pomici da caduta e ceneri da flusso, si può immaginare l'alta colonna eruttiva mentre diventa una spessa nube che scivola verso le città e il mare e che poi ha un breve impulso verso l'alto, prima di crollare nuovamente.

Un successivo strato di pomici grigie, alto circa 70 cm, indica la ripresa della colonna sostenuta. Le dimensioni delle pomici, questa volta, tendono ad essere più piccole verso l'alto dello strato e questo significa che l'altezza della colonna eruttiva andava gradualmente diminuendo. Un altro sottile livello di ceneri corrisponde al passaggio di un flusso, apparentemente non molto grosso, a giudicare dai pochi centimetri di deposito, ma probabilmente più esteso dei precedenti, dal momento che è il primo a giungere fino alle porte di Pompei.


Uno dei tronchi d'albero con i rami spezzati all'altezza del grosso deposito da flusso

Ancora una volta la colonna si solleva e lascia cadere pomici grigie che formano uno strato di 13 cm, e poi di nuovo collassa e la micidiale, torrida miscela di gas, cenere, pietre e pomici cambia direzione, passa sopra Boscoreale, lo supera e si spinge a Sud, dove ricopre tutta la città di Pompei. Sulla villa, il suo deposito è di circa 10 cm.

La colonna accenna di nuovo ad alzarsi spargendo pomici mescolate a una grande quantità di pezzetti di roccia che formano un sottile deposito. Poi avviene il collasso più disastroso, almeno su questo lato del vulcano. A Boscoreale il flusso spezza tronchi d'albero di 20 cm di diametro (i calchi di grossi alberi spezzati sono inseriti nella parete dietro il vigneto), si abbatte sulla villa, che aveva retto alle precedenti ondate, troncando di netto i muri che ancora emergevano. Il suo deposito presenta una struttura a dune, ampie ondulazioni che disegnano la superficie dello strato, formate dalla differente concentrazione di solidi e gas all'interno del flusso. Lo spessore a Villa Regina è meno di 20 cm, ma supera i 2 metri in altri affioramenti verso Nord, dove il flusso ha abbandonato gran parte del materiale che traportava.


La successione completa dei prodotti vulcanici a Villa Regina. Le pomici bianche e parte delle grigie sono sotto il materiale franato

Osservare i prodotti vulcanici può essere meno interessante quando il loro impatto su un paesaggio ormai grigio diventa irrilevante. Ma, dopo le pomici e i primi flussi che cancellarono ogni forma di vita, l'eruzione era tutt'altro che terminata e in questo scavo si può vedere quanto altro materiale il Vesuvio sia stato capace di riversare dal cratere in poco più di un paio di giorni.

Un sottile strato di pomici indica che la miscela eruttiva riusciva ancora a sollevarsi nel cielo per brevi impulsi. I pezzetti di rocce, che diventano sempre più abbondanti tra le pomici, derivano dal materiale solido che le esplosioni frantumavano in profondità e lungo la risalita fino alla bocca eruttiva.


Frammenti di rocce chiare (calcari) e scure (lave) si trovano tra le pomici corrispondenti agli ultimi impulsi della colonna eruttiva sostenuta (Pompei)

Poi, una nuova violenta ondata lascerà 170 cm di cenere grossolana, con ondulazioni nella parte superiore, al cui interno si trova del materiale edilizio, il colpo di grazia su qualche muro, ma non più alberi piegati, perché la sua violenza deve aver strappato e spazzato via ogni tronco fin qui risparmiato.


La ricostruzione del lato della villa rivolto verso il Vesuvio, lascia il segno del muro abbattutto in corrispondenza dei depositi dei flussi più violenti. Anche l'intonaco si conserva alla base, dove era coperto dalle pomici. A destra, si nota l'albero piegato all'altezza dei depositi di cenere

Questo flusso segna un ulteriore cambiamento nell'eruzione, indicato nel deposito successivo dalla presenza di piccole sfere rotonde formate da particelle di cenere aggregate, dette pisoliti vulcaniche. Queste palline di cenere si formano in presenza di umidità e sono piccoli grumi resistenti, che restano intatti nei depositi. La presenza di acqua nelle fasi finali dell'eruzione è probabilmente dovuta al riversamento di qualche falda sotterranea, o al crollo di rocce imbevute d'acqua, sul magma che ancora restava in profondità e che forse non sarebbe nemmeno arrivato in superficie se l'improvvisa formazione di vapore acqueo, al contatto fra acqua e magma, non avesse provocato forti esplosioni.

Qualsiasi sia stato il modo con cui l'acqua era arrivata nel magma, il risultato fu che alla bocca del vulcano giunse di nuovo una grande quantità di materiale, frammentato in minutissime particelle dalle esplosioni, e si formava una nube di cenere che scivolava dal cratere in ogni direzione. La forma del vulcano doveva essere notevolmente modificata rispetto alle fasi iniziali dell'eruzione e i flussi poterono allargarsi su un territorio ormai in gran parte spianato dai prodotti delle fasi precedenti. Infatti, le ceneri con le pisoliti si trovano quasi dappertutto intorno al vulcano, anche se gli spessori maggiori sono fra Ercolano ed Oplonti.


Colonna stratigrafica dei prodotti vulcanici che seppellirono Villa Regina

L'eruzione non era ancora finita. La nube eruttiva riuscì ad alzarsi di nuovo sopra il vulcano con una breve fase a colonna sostenuta dalla quale caddero frammenti di roccia insieme a pomici che formarono uno strato di pochi centimetri. Sopra questo si susseguono altri otto strati per uno spessore totale di circa un metro e mezzo. Alcuni sono flussi emessi dal cratere, altri ceneri accumulate sui pendii e scivolate verso il basso dopo l'eruzione. Anche quando il vulcano tornerà silenzioso, per molto tempo fangosi rivoli di cenere provocati dalle piogge inonderanno la pianura, rallentando la ripresa della vita e incidendo nuovamente la grigia coltre uniforme.

OPLONTI


Informazioni: tel. 081.5365154, info@pompeiisites.org
Orari e periodi d'apertura: orario continuato 8.30 - 17.00 (15.30 ultimo ingresso) dal primo novembre al 31 marzo. Orario continuato 8.30 - 19.30 (18.00 ultimo ingresso) dal primo aprile al 31 ottobre. Giorni di chiusura: 1 gennaio, 1 maggio e il 25 dicembre.
Iingresso gratuito per i cittadini dell'Unione Europea minori di 18 anni o maggiori di 65. Ridotto per i cittadini dell'Unione Europea di età compresa tra 18 e 25 anni non compiuti e per i docenti delle scuole statali dell'Unione Europea, con incarico a tempo indeterminato. Biglietto singolo ordinario 5,50 Euro, ridotto 2,75 Euro. Biglietto cumulativo ordinario per cinque siti (Boscoreale, Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia) valido tre giorni 20 Euro, ridotto 10 Euro.
Per le scuole in visita alla Villa di Poppea è possibile rivolgersi al servizio didattica della Soprintendenza al seguente recapito telefonico: + 39.081.857.533.1.
E' consentito effettuare riprese filmate e/o fotografiche senza flash e cavalletto.


Oplontis era il nome di un agglomerato urbano, posto tra Pompei e Ercolano, riportato, come quello delle altre località campane cancellate dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C., nella Tabula Peutingeriana, copia medioevale delle mappe stradali romane. Non era una città vera e propria, ma un agglomerato di ville, strutture pubbliche, terme e alberghi, cui davano impulso viaggiatori e commercianti di passaggio in queste ricche colonie romane. I siti recuperati nel territorio dell'attuale città di Torre Annunziata, sono una villa residenziale (detta di Poppea), una villa rustica (attribuita a L. Crassius Tertius e nota per la ricca oreficeria che conteneva) e uno stabilimento termale, sorto nelle immediate vicinanze del litorale. La Villa di Poppea è però l'unico sito ora visitabile.


Il porticato sul retro della villa rivolto verso il vulcano

La villa di Poppea, attualmente al centro di Torre Annunziata, era una delle sontuose dimore romane sorte lungo le coste campane o nell'immediato interno, tanto numerose da far dire al geografo Strabone che la costa fra Miseno e Sorrento ha l'aspetto di una sola città. Certo la situazione era molto distante da quella attuale ma, come si vede, l'espansione edilizia e demografica dell'area ha radici lontane. Se le ville residenziali affacciate sul mare, costruite fin dal II sec. a.C., risentirono delle frequenti incursioni piratesche e poterono svilupparsi adeguatamente solo dopo che la flotta di Pompeo Magno ebbe rese sicure le coste, quelle rustiche, più interne, sfruttarono con continuità e grande profitto la fertilità del suolo e il buon clima, nonché la facilità di comunicazione con centri in piena espansione come Pompei o con il grande emporio commerciale di Pozzuoli.


Cestino di fichi dipinto sulle pareti della Villa di Poppea

Molte ville rustiche crescevano addossate alla Via Nuceria, importante percorso verso l'interno e, in genere, contenevano pochi ambienti di tipo residenziale, benché eleganti, con pregevoli suppellettili e quasi sempre dotati di un settore termale. Al contrario, le ville costruite lungo la costa o sui rialzi naturali affacciati sul mare avevano gigantesche dimensioni e la loro funzione principale era quella di ostentare la ricchezza del proprietario.


Pavimento a mosaico e affreschi in una delle ville affacciate sul mare di Stabia

Appartamenti privati, ambienti di rappresentanza e luoghi di svago, aree di coltivazione e locali per la lavorazione dei prodotti, rendevano questi edifici delle cittadelle autosufficienti. Numerosi autori latini parlarono dell'esagerata espansione di simili ville e altrettanti dipinti ne documentarono lo sfarzo e la complessa architettura. Gli scavi non hanno fatto altro che confermarlo in pieno.


La villa di Poppea e, in primo piano, i prodotti vulcanici che la seppellirono

LA VILLA DI POPPEA

La proprietà della villa venne attribuita a Poppaea Sabina, seconda moglie di Nerone, appartenente a una famiglia della classe dirigente di Pompei, sulla base di un'iscrizione dipinta su un'anfora e indirizzata al suo liberto Secundus. Il primo indizio dell'esistenza dell'edificio si ebbe durante lo scavo dello stesso canale che aveva attraversato la collina di Civita, dove era sepolta Pompei, voluto alla fine del 1500 dal Conte Muzio Tuttavilla per deviare le acque del Sarno verso Torre Annunziata. Il canale tagliò l'ingresso principale che si trovava sul lato Sud, opposto all'attuale entrata, e delimitò con la sua struttura la villa in quella direzione. Il suo rettilineo muro di mattoni chiude ancora l'area di scavo.


Sullo sfondo il muro cinquecentesco che attraversa la parte anteriore della villa

Quando nel 1700 cominciarono i primi scavi di Ercolano e gli isolati saggi sopra Pompei, anche la villa di Poppea venne visitata dal sovrintendente Francesco La Vega che fece aprire un cunicolo in corrispondenza del lato Ovest della piscina, ma non proseguì oltre e nel 1785 abbandò lo scavo. Altre segnalazioni si ebbero nel 1833 e, nel 1839, venne intrapreso un piccolo scavo a cielo aperto dal quale di diramavano alcuni cunicoli sotterranei, sospeso nel 1840 per mancanza di fondi. Troppo vicina ai grandi siti di Pompei e Ercolano che assorbirono per secoli ogni risorsa e interesse, la villa di Poppea, come molte altre, rimase ignorata a lungo e solo nel 1964 ebbe inizio il suo sistematico disseppellimento.


L'area coltivata alle spalle della villa. Oltre il muro a sinistra si trova l'area della piscina

Nel 1974, non lontano da quella di Poppea, nel corso di lavori intorno a una scuola, venne alla luce un'altra villa. All'interno furono trovati numerosi scheletri umani, monete e monili d'oro, oltre a oggetti d'uso comune e a una grande quantità di anfore che forse testimoniano l'uso di una parte dell'edificio come magazzino e luogo di smercio di prodotti agricoli.


L'interno di una stanza nella villa di Poppea

Come ci si può aspettare in una struttura così estesa, la villa di Poppea è frutto di successivi ampliamenti e, anche al momento dell'eruzione, si presentava come un grande cantiere disabitato. Il lungo corridoio, toccato dal cunicolo borbonico nel 1839, collegava il settore più antico della zona d'ingresso a quello più recente, l'area della piscina e le stanze intorno a questa.


Particolare del podere alle spalle della villa con i calchi delle radici di grossi alberi

Mentre nelle abitazioni di Pompei che presentavano al momento dell'eruzione lavori in corso, di restauro o di ampliamento, si trovarono grandi quantità di mobili e suppellettili ammassati nei locali più riparati, in quella di Poppea non vi erano arredi. Gli unici reperti interi trovati all'interno furono una decina di vasi, ma innumerevoli frammenti di stoviglie e vasellame, alcuni combacianti, erano disseminati in ambienti anche distanti fra loro. Questo fa pensare a un passaggio di proprietà e al trasloco degli oggetti del venditore, ne' più ne' meno come avviene oggi quando si cambia appartamento, con tutto il trambusto e gli incidenti che accompagnano le operazioni di sgombero.


Il collegamento tra la parte centrale della villa e la piscina, visibile oltre l'apertura sullo sfondo

Il nuovo proprietario probabilmente non aveva intenzione di prendere possesso della villa senza radicali cambiamenti. Per quanto il lungo porticato che fiancheggia la piscina appaia ancora oggi elegante e arioso, non incontrava pienamente il suo gusto. Forse anche per favorire l'accesso per i lavori nelle stanze interne, fece rimuovere tutte le colonne del lato Ovest, quello rivolto verso il centro della casa, e le fece trasportare nel salone dell'ingresso, dove furono ritrovate dagli archeologi.


Il colonnato che fiancheggia la piscina

Pur mancando completamente le sculture in bronzo, comuni nelle case di lusso di Pompei e Ercolano, sono state trovate alcune statue in marmo, non nella loro collocazione originaria, che probabilmente intralciava i lavori, ma spostate all'interno di una stanza. Gli unici oggetti di cui nella villa vi era una grande abbondanza, erano le lucerne. Molte erano di un tipo molto comune, di piccole dimensioni detto a testa di uccello, altre più grandi e più ricercate, a uno o due becchi, e decorate. Quasi tutte provenivano da un'unica officina, con il marchio LVC, probabilmente di Pozzuoli. Le lucerne sono state trovate ancora imballate nella paglia all'interno di un unico ambiente, come se fossero state appena acquistate, benché molte risultino usate e rechino i segni di bruciatura sui becchi. Forse il nuovo proprietario era un commerciante che non interrompeva gli affari di compravendita anche mentre era impegnato nell'adeguamento dell'edificio di recente acquisizione.


L'atrio della villa

 

I PRODOTTI DELL'ERUZIONE

La villa di Poppea è uno di quei siti nei quali i prodotti dell'eruzione sono osservabili così da vicino e in dettaglio che le fasi eruttive, e insieme gli effetti sull'edificio, diventano intuitivi anche per i meno esperti di vulcanologia. Già osservando la villa dall'alto ci si rende conto della quantità di prodotti scagliati dal Vesuvio sull'opulenta campagna che si stendeva ai suoi piedi.


A fianco della scala si vedono i prodotti dell'eruzione che coprivano la villa

La scala che scende verso la villa è fiancheggiata da una successione di strati che, alla base, sono simili a quelli di Villa Regina a Boscoreale e a quelli di Pompei. In questa direzione si sono infatti accumulate le pomici della fase eruttiva iniziale, benché anche a Oplonti quelle cadute per prime, di colore bianco, siano ormai nascoste dall'erba. Le pomici grigie soprastanti sono interrotte a diverse altezze da quattro sottili strati di cenere. La parte alta del deposito è formata da grossi strati di cenere mista ad altri prodotti vulcanici più grossolani. Mentre le pomici basali sono cadute dalla colonna eruttiva che si era alzata fino a superare i 30 km sopra il cratere, i sottili strati di cenere sono il deposito delle ondate scese dal vulcano quando la colonna si abbassò verso il suolo. L'alternarsi di ceneri e pomici, indica che dopo ogni collasso la colonna tornava a sollevarsi nel cielo, fino a che, terminata la fase a impulsi, dal cratere scesero solo i potenti flussi che si allargarono ai piedi del vulcano, lasciandovi i grossi spessori di materiale che chiudono la successione.


La parete di prodotti vulcanici che delimita lo scavo

Il flussi che si formano per il collasso di una colonna eruttiva sostenuta possono contenere quantità variabili di frammenti solidi (pomici, cenere, pezzi di rocce) e gas. Il gas è rappresentato sia da quello che sale dal profondo insieme al magma che da quello che si aggiunge durante lo scorrimento (aria, vapore), specialmente nel primo tratto dove il movimento della miscela eruttiva è particolarmente turbolento.


Calchi delle porte all'interno della villa

Per questo motivo, alcune zone di un flusso (ma anche singole ondate di flusso) sono più ricche in gas di altre, trasportano poche particelle solide e si espandono superando ostacoli di una certa altezza, come piccoli rilievi o edifici. Il loro passaggio ha letali conseguenze sulle persone, che ne restano asfissiate e ustionate, ma un potere distruttivo sugli edifici minore rispetto alle correnti (o parte di correnti) più dense. Quando si fermano, formano sottili depositi di granuli prevalentemente piccoli.

I flussi con minore contenuto in gas assomigliano a torrenti di fango o a una frana in rapido movimento e il loro percorso segue la conformazione del terreno. Più sono densi e più restano nel fondo di incisioni e vallate, allargandosi poi allo sbocco di queste. Nel loro percorso travolgono ogni cosa che incontrano e, quando si fermano, lasciano spessi depositi formati da un caotico ammasso di cenere, pomici, scorie e pezzi di roccia (strappati al vulcano sia in profondità che in superficie) delle dimensioni più diverse.


Particolare dell'infisso sfondato dai flussi

Le conseguenze della caduta di pomici e del passaggio dei due diversi tipi di flussi si vedono nella parete sotto la biglietteria dove, come a Villa Regina di Boscoreale, un tronco d'albero resta verticale nei prodotti corrispondenti alla fase con colonna pulsante, ma è nettamente piegato all'altezza dei prodotti del flusso più denso.


Calco di un tronco d'albero, rimasto verticale nello spessore delle pomici, piegato e poi spezzato dai flussi più violenti

La villa di Oplonti era rivolta verso il mare e quindi l'attuale scalinata di accesso conduce al retro dell'edificio, lo stesso lato da cui sono sopraggiunti i flussi scesi dal vulcano. In fondo alla scala, si vede il deposito di pomici cadute nelle prime ore dell'eruzione. Gli ultimi gradini della scala sono in corrispondenza dello straterello lasciato dal primo flusso molto ricco in gas (nell'affioramento completo interrompe le pomici da caduta a circa 80 cm dalla base), lo stesso che ha causato la morte di numerosi abitanti a Ercolano.


Due pezzi di una colonna rimasti nella stessa posizione del giorno dell'eruzione

Il deposito di questo flusso si trova anche lungo la costa a Torre Annunziata, segno che l'ondata di cenere e gas si era spinta fino al mare, senza però allargarsi lateralmente verso Pompei. Nella Villa di Poppea non c'è la drammatica testimonianza degli effetti dei flussi sulle persone, ma è evidente l'impatto dei diversi fenomeni eruttivi sulle strutture degli edifici. Le colonne del porticato in fondo alla scala sono state rimontate dopo lo scavo, ma una, spezzata, giace ancora nella sua posizione originaria.


Disegno ricavato dalle fotografie scattate nel corso degli scavi

Come gli alberi, le colonne non subirono danni mentre cadevano le pomici e rimasero verticali almeno fino a che non crollò il tetto del portico che sostenevano. In una fotografia scattata nel corso degli scavi, le colonne risultano spezzate in corrispondenza delle ceneri del primo flusso e alcune ulteriormente rotte, probabilmente dal carico dei prodotti che continuavano a arrivare da monte. Anche nelle colonne rimontate, si vedono i segni degli interventi di restauro a diverse altezze.


I prodotti vulcanici abbattutisi sulla villa di Poppea

Un sottile strato di pomici grigie sopra il quarto deposito da flusso rappresenta la fine della fase a colonna pulsante. Il flusso successivo ebbe gli effetti più pesanti sulla villa, tranciando ogni struttura che ancora restava verticale. Anche questo aveva alla base una zona con molto gas e più veloce che si allargò sopra la villa, invadendola completamente e lasciandovi circa 30 cm di cenere, con estese lenti di pomici arrotondate.


Dalla geometria del deposito (linea tratteggiata) si vede che i flussi non abbastanza densi da abbattere i muri, urtandovi contro, li scavalcavano

La parte più densa del flusso sopraggiunse immediatamente, ma non superò l'ala della villa che chiudeva lo spazio aperto coltivato e non raggiunse la piscina. I prodotti, con spessore crescente verso il centro fino a oltre un metro, rimasero confinati nell'area del vigneto.


I prodotti del flusso arginato dal muro (a destra) che separava l'area verde dalla zona della piscina hanno spessore che diventa più alto verso il centro del podere

La grande vasca della piscina (17 per 61 metri, profonda da 135 a 142 cm), quando venne costruita si estendeva fino al porticato che chiudeva il lato Est della villa ma, in seguito, ne fu interrata una striscia a ridosso del colonnato. Il restringimento, forse resosi necessario per l'eccessivo peso delle colonne sul bordo della vasca, si ottenne costruendo un nuovo bordo verso l'interno della vasca, collegato al precedente con muretti trasversali. Lo spazio fu poi riempito con materiale di risulta, ricoperto di terreno e coltivato a prato. Intorno dovevano esserci grandi platani, cespugli di oleandri e limoni, intervallati da statue, alcune delle quali sono state trovate accanto alle basi che le sorreggevano.


La piscina

I prodotti vulcanici trovati nella piscina avevano una successione particolare, dovuta al fatto che erano caduti in una vasca piena di acqua. Le pomici sono bollose e non affondano nell'acqua fino a che non ne sono completamente intrise. Mentre quelle bianche della prima fase eruttiva galleggiavano nella piscina, isolati frammenti di rocce, più pesanti, cadevano sul fondo, trascinandovi qualche pomice. Quando sopra le pomici bianche, che ancora restavano a galla, cominciarono a cadere quelle grigie, meno porose e più pesanti, queste affondarono insieme a qualche bianca. All'arrivo del primo flusso, la vasca poteva contenere ancora circa 60 cm di acqua, la cui superficie era intasata da pomici bianche. Le ceneri del flusso coprirono dapprima le pomici, ma poi si fecero rapidamente strada verso il fondo, il cui livello continuava ad alzarsi per l'accumulo di materiale. Dopo il primo flusso, dal vulcano ripresero a cadere pomici grigie.


I prodotti vulcanici caduti nella piscina piena di acqua non si sono stratificati come quelli caduti all'esterno

Nella piscina restava uno strato di pomici bianche galleggianti, ma ormai intrise d'acqua e ricoperte da una patina di cenere, e le nuove pomici grigie ne trascinarono molte sul fondo. Al secondo flusso, la vasca era quasi prosciugata, ma almeno le pomici bianche più grosse si trovavano ancora sopra una sottile lama d'acqua. Questo flusso conteneva pezzi di tegole che caddero subito nella melma, schiacciando sotto di sé le ultime manciate di pomici bianche. Il flusso era caldo a sufficienza da provocare l'ebollizione dell'acqua di cui i prodotti erano intrisi. Il vapore risalì attraverso il cumulo di cenere e pomici, lasciando tracce verticali del suo passaggio.


All'esterno della piscina, la successione dei prodotti vulcanici è come sulle altre pareti di scavo

Le successive pomici grigie si appoggiarono sopra una melma densa, non molto diversa dal terreno circostante. Purtroppo non è possibile avvicinarsi a questa insolita successione, ancora al suo posto sul lato corto della piscina verso monte ma, anche guardando dal porticato, si nota che il materiale che riempie la vasca non ha strati così marcati come nel resto della parete.


Stratigrafia dei prodotti vulcanici a Oplonti

GLI STILI PITTORICI


Parete affrescata nella Villa di Poppea a Oplonti

La visita all'interno della villa di Poppea è lunga e interessante, dato il numero di ambienti e di dipinti che decorano le pareti. Per quanti fossero interessati a una descrizione dettagliata dell'edificio e degli affreschi, si consiglia di consultare una guida di tipo archeologico. Qui ci limitiamo a una breve panoramica sugli stili pittorici che caratterizzano le abitazioni di quell'epoca e che trovano nella villa di Oplonti uno dei migliori esempi.


La singolare figura di una torta su piedestallo nella Villa di Poppea rappresenta una testimonianza sugli usi culinari romani

La scoperta di numerose pareti dipinte rappresentò, fin dagli inizi degli scavi di Ercolano e Pompei, uno degli elementi più interessanti, essendo rara una documentazione così completa in altri siti di epoca romana, anche se per troppo tempo le decorazione parietali sono state ridotte a "quadri" da appendere nei musei.


Particolari di affresco raffiguranti l'uso delle tavolette cerate, incorniciate e esposte al Museo Archeologico di Napoli

Con gli affreschi staccati dai muri si sono formate pinacoteche di finti quadri, e spesso anche solo di particolari chiusi in cornice, isolati dal contesto dell'abitazione da cui venivano prelevati. La scelta dei pezzi da esporre era dettata dal gusto dell'epoca di ritrovamento, senza ulteriori indagini stilistiche.


I riquadri vuoti sulla parete di una villa di Stabia

Durante gli scavi si trovarono anche pannelli inseriti in una parete, dopo che erano stati staccati da un altro muro, che potevano far pensare a un uso "mobile" dell'affresco. Winckelmann, nella seconda metà del '700, sospettò potessero essere stati acquistati altrove, magari in Grecia, mentre è più probabile che si trattasse del riutilizzo delle parti migliori di pareti in demolizione.


Parete decorata nel III stile all'interno della Villa di Poppea

All'epoca di Pompei esistevano due tipi di addetti alla decorazione delle abitazioni: i parietari e gli immaginari. I primi dipingevano gli schemi decorativi procedendo dall'alto verso il basso della parete, applicando l'ultimo strato di intonaco solo sull'area che poteva essere lavorata in giornata; gli immaginari eseguivano le figure e le scene mitologiche all'interno dei riquadri lasciati vuoti dai parietari.


Particolare degli affreschi del II stile nella Villa dei Misteri a Pompei

I pittori rimanevano anonimi, dal momento che non erano figure di artisti, ma riproduttori di modelli decorativi. Alcuni erano molto abili e, ancora oggi, incontrano il favore del pubblico più di altri, ma in ogni caso la pittura parietale per gli antichi era solo un'opera artigiana che riproponeva in continuazione copie di modelli originali. La capacità richiesta al pittore era la padronanza tecnica che gli consentisse di decorare con rapidità e di ricoprire la massima superficie nel minor tempo.


Una stanza nella casa di Giulio Polibio a Pompei

La tecnica di pittura venne descritta da Vitruvio nel De Architectura (30-20 a.C). Dopo l'applicazione di numerosi strati di intonaco composti da calce, polvere di marmo, pozzolana, sull'ultimo strato, liscio e ancora fresco, si stendevano i colori ottenuti da materiali organici o minerali (terre colorate come le ocre, tinte minerali come il carbonato di rame e tinte di origine vegetale e animale). Per conferire brillantezza alla superficie, si aggiungevano anche colla e cera (encausto). Si aveva in questo modo una pittura molto duratura, adatta sia agli ambienti esterni che interni.


Decorazioni del II stile su una parete della Villa di Poppea a Oplonti

Per oltre un secolo, le decorazioni rinvenute negli scavi furono considerate un complesso cronologicamente unitario. Solo nel secolo scorso, il grande pompeianista tedesco August Mau (Kiel 1840-Roma 1909), osservando le strutture murarie, i rifacimenti e i resturi, codificò i differenti stili decorativi, stabilendo una cronologia tra le variazioni stilistiche delle pitture.


Larario dipinto in un locale (attribuito a Vetutius Placidus) per la vendita di cibi e bevande calde (termopolio) a Pompei

Questo sistema di riferimento, utilizzato anche per gli altri siti di epoca romana, fu elaborato da Mau nella sua Storia della decorazione parietale a Pompei del 1882 e venne poi ulteriormente perfezionato. I sistemi decorativi pompeiani vennero distinti in quattro stili.


Decorazione nel peristilio di una villa di Stabia

Il I stile, chiamato anche a "incrostazione" o "strutturale", non è una forma propriamente pittorica, ma consiste nel rivestimento delle pareti con cornici, lesene e bugne in stucco colorato a imitazione del marmo, copiato dall'uso greco.


Cornici di stucco colorato del I stile nella Casa di Sallustio a Pompei


Decorazioni del I stile con cornici di stucco nella Casa di Pansa a Pompei

Questo stile si modificò nel tempo con l'aggiunta di elementi decorativi, tralci, colonne e cornici più articolate. Si estende probabilmente dal secondo periodo sannitico (II sec. a.C.) all'inizio del I secolo a.C. In parte non fu mai abbandonato, nemmeno negli stili successivi.


Il corridoio dell'atrio tuscanico della Casa Sannitica di Ercolano, decorato con riquadri del I stile


Decori del primo stile a Stabia


Pittura a imitazione del marmo a Villa dei Misteri

Il II stile, detto anche "architettonico", è sempre di imitazione greca e consiste in una trasformazione del I con la scoperta della spazialità e la sostituzione dello stucco con la pittura. Le pareti vengono sfondate con colonnati in prospettiva, con finte porte spalancate, attraverso le quali appaiono paesaggi e villaggi. In molti casi i dipinti ricordano scenografie teatrali.


Una parete dell'atrio compluviato della Villa di Poppea a Oplonti, con decorazioni del primo periodo del II stile. La complessa struttura architettonica comprende tre porte chiuse (quella centrale è l'unica completa), appoggiate su brevi gradinate in prospettiva, con figure della vittora alata nei riquadri superiori e intervallate da gruppi di quattro colonne simmetriche. Le decorazioni sono completate da medaglioni con volti femminili e da un paesaggio sacro con tre tempietti sopra la porta


Particolare delle colonne dipinte sulla parete dell'Atrio compluviato nella Villa di Poppea a Oplonti

Le figure inizialmente sono rappresentate come statue, mentre, nelle fasi più tarde, le persone compaiono al centro dei campi in cui è divisa la parete, come in movimento davanti alla parete stessa.


Rappresentazione dei riti dionisiaci nella Villa dei Misteri a Pompei

Già in uso a Roma fin dal I secolo a.C., il secondo stile si diffuse nelle colonie campane soprattutto dopo la conquista di Silla, fino a circa il 20 a.C. Il nucleo più antico della villa di Oplontis è interamente decorato con questo stile. Un altro esempio è nella Villa dei Misteri a Pompei, dove le decorazioni ripetono spesso un alto podio, su cui si ergono quattro colonne e quadri con scene naturalistiche e personaggi.


Villa dei Misteri

Vitruvio non amò questa fase pittorica che rappresentava una realtà fantastica (cose che non esistono, ne' possono esistere) e trovò deplorevole il livello raggiunto dalle decorazioni nel suo tempo.


Stanza della villa di Poppea a Oplonti

Il III stile, detto "ornamentale", si sovrappose cronologicamente al II stile e rimase in voga fino alla metà del I sec. d.C., nell'epoca di Claudio (41-54 d.C.). L'illusionismo, che nella fase finale del II aveva raggiunto l'apice con articolate strutture architettoniche, disposte su più piani di profondità, si riduce gradualmente.


Riquadri a sfondo nero con piccole figure centrali, tipici del III stile, nella casa di G. Polibio a Pompei

Come in una revisione dello stile precedente, le costruzioni pittoriche, che erano diventate sempre più complicate e popolate di figure, ritornano verso un'immagine più reale.


Riquadri con figure e ghirlande su fondo bianco in una stanza della casa di G. Polibio a Pompei

Le pareti vengono chiuse con ampi campi a fondo unito, spesso di colore bianco o nero, bordati da linee sottili, candelabri, slanciate colonnine d'avorio lavorato, ghirlande di fiori e piccole figure volanti. Il centro è occupato da piccoli riquadri, con figure e miniature e compaiono i decori egittizzanti con colori vivaci.


Riquadri monocromi con piccole figure e paesaggi nella casa di Giulio Polibio a Pompei


Particolare di una parete in una villa di Stabia


Raffigurazione di una villa nella decorazione in III stile del tablinio della casa di M.L. Frontone a Pompei

Il IV stile, detto "fantastico" ha un accentuato tono decorativo che rispecchia tutto il fasto dell'era neroniana, con la ripresa degli elementi dominanti nel II stile, e alcuni del III stile, esasperato fino a scenografie barocche, considerate dal Mau quasi una degenerazione del buon gusto.


Parete della cella del Collegio degli Augustali, a Ercolano. decorata nel IV stile

Il tono irreale delle decorazioni si espresse anche attraverso ampie scene di caccia e paessaggi esotici, spesso decoranti piccoli ambienti, come a dare l'illusione che lo spazio si allargasse.


Scena di caccia sulla parete di fondo del piccolo giardino della Casa dei Ceii, a Pompei

Decorazione di un piccolo ambiente chiuso a Pompei

Questo tipo di decorazione trionfa negli ultimi anni di vita di Pompei quando, dopo il terremoto del 62, molte pareti dovettero essere rifatte, ma era già di moda anche prima, dal momento che alcune pareti ridipinte dopo il terremoto celano pitture danneggiate eseguite nel IV stile.


Scena mitologica (Ercole bambino) e strutture scenografiche, nella Casa dei Vettii a Pompei, tipiche del IV stile

Le figure sono inquadrate al centro di ricche scenografie di tendaggi e colonne, con una spiccata fantasia architettonica, che dona alla scena un aspetto irreale. Nello stesso periodo, al IV stile si affianca un tipo di decorazione che include sia la pittura sia il rilievo in stucco.


Paesaggio nilotico raffigurante la lotta dei pigmei contro i mostri del Nilo nella Casa di L.C. Secondo a Pompei

Affresco con pigmei e scene erotiche esposto al Museo Archeologico di Napoli

Nella villa di Oplonti si trovano esempi degli ultimi tre stili, con predominanza del IV. Grandi cortili inquadrati da portici sovrapposti, finti zoccoli sporgenti, con pavoni e uccelli esotici, vasi e cesti di frutta, alcuni dai tratti particolarmente delicati, maschere teatrali e altri elementi di pittura fantastica deorano le pareti di numerosi ambienti.


Sulle pareti della Villa di Poppea a Oplonti compaiono oltre trenta pavoni nelle raffigurazioni sia del II che III e IV stile

Casa della Venere in conchiglia a Pompei

LE VILLE DI STABIA

Il Vesuvio visto da Stabia


Informazioni: tel. 081.5365154, info@pompeiisites.org
Accessi: Via Passeggiata Archeologica, Castellamare di Stabia
Aperti tutti i giorni tranne 1 gennaio, 1 maggio, 25 dicembre. Orari: marzo-settembre 8,30-19,30; ottobre-febbraio 8,30-17.
Biglietti: l'ingresso attualmente gratuito sarà in futuro a pagamento. Il prezzo del biglietto sarà presumibilmente riferibile a quello per l'ingresso agli Scavi di Villa Regina.
Per le scuole rivolgersi al servizio didattico, al seguente: + 39.081.857.533.1.
E' possibile effettuare riprese filmate e/o fotografiche senza flash e cavalletto.



Decorazioni sulle pareti di Villa S. Marco

Stabiae era un territorio, definito da Plinio ager stabienus, da cui deriva il nome di Castellamare di Stabia, la città distante 5 km da Pompei in direzione della penisola Sorrentina. La vasta zona collinare, vicina ai Monti Lattari, era coperta di viti e ricca di sorgenti, nonché ben collegata con l'interno verso Nuceria e, tramite una via a mezza costa, con Sorrentum.


Particolari delle decorazioni di Villa S. Marco

Doveva trattarsi di un insediamento fortificato di una certa importanza e abitata da gente caparbia, se Silla decise di distruggerla, il 30 aprile dell'89 a.C. nel corso della guerra civile, invece di limitarsi ad assalirla e occuparla come aveva fatto con Pompei e Ercolano. La città non risorse, almeno non dove si trovava prima, ma le tracce della sua esistenza erano note, tanto che l'architetto svizzero Weber, nel 1759, stese la pianta di un antico nucleo che occupava circa 45.000 m2 sul pianoro di Varano, ancora oggi non ulteriormente indagato.


Piccolo affresco su una parete di Villa S. Marco

Tra la fine del I secolo a.C. e il giorno dell'eruzione del Vesuvio, la posizione panoramica del Poggio di Varano fu un forte richiamo per i ricchi possidenti dell'area stabiana, amanti del buon clima e della brezza marina. Numerose ville residenziali sorsero nella parte settentrionale del poggio, con eleganti appartamenti padronali, ambienti termali, portici, piscine, ninfei, giardini e ampie terrazze a sbalzo sul mare che, più vicino di oggi, lambiva i piedi del rilievo. Le dimensioni variavano tra 6000 e 13000 mq ed erano collegate al mare con rampe a gradoni o a tornanti.


L'ingresso di Villa S. Marco

Tre di queste ville sono attualmente aperte al pubblico: Villa S. Marco, la più ampia poi, a circa 800 m da questa, Villa Arianna, la più antica e quella chiamata secondo complesso del Varano, così strettamente affiancata a Villa Arianna da far pensare, fatti i dovuti distinguo, al parsimonioso utilizzo del terreno dei moderni insediamenti a schiera.


L'odierno panorama dalle ville di Stabia. Al tempo dell'eruzione il mare arrivava quasi ai piedi del rilievo

Villa Arianna prende il nome da una grande pittura che orna la parete di fondo del triclinio, Arianna abbandonata da Teseo. L'edificio fu quasi interamente ispezionato tra il 1757 e il 1762 con il metodo dei cunicoli sotterranei sotto la direzione di Weber che ne disegnò la pianta.


Il dipinto si Arianna abbandonata da Teseo sull'isola di Nasso che dà il nome alla villa

Gran parte della villa, l'ingresso principale e l'area della palestra, è ancora interrata, benché l'area riportata in luce sia di 2500 m2. Oltre il limite interno dello scavo, affiorano i prodotti dell'eruzione. Nonostante la distanza dal vulcano, lo strato di pomici è quasi di un metro, ma il deposito intero è alto più del doppio. Sopra le pomici si vedono i sottili strati di cenere lasciati dai flussi che sono arrivati fin qui.


Il colonnato della Villa di Arianna sottratto ai prodotti vulcanici, visibili a destra

La villa si affacciava sul mare con ariosi portici e ambienti aperti. Il collegamento dell'area panoramica con la spiaggia avveniva con una serie di rampe disposte su sei livelli, oggi non più visibili.


Il colonnato che circonda Villa Arianna

Il crollo delle terrazze anteriori, causato dalla franosità del terreno sottostante messo a dura prova dal carico di un simile edificio, per di più gravato dal peso dei prodotti vulcanici, espone in alcuni punti un doppio pavimento, evidenza che il cedimento del suolo verso il mare era un fenomeno che si ripeteva da tempo, anche prima dell'eruzione.


Segni di rifacimenti sui pavimenti nelle zone vicine al bordo della collina

Maiuri definì i ventidue anni di scavi borbonici a Stabia un'operazione chirurgica: taglio e distacco di pitture, di mosaici, di stucchi, di marmi. Giudice inappellabile di quegli interventi era il pittore Camillo Paderni che stabiliva cosa prelevare da portare a Portici e cosa demolire a colpi di piccone.


Una sala del Museo Archeologico di Napoli, con particolari incorniciati degli affreschi provenienti da Pompei e dintorni

L'abbozzo di questo vaso, evidentemente di scarso pregio, rimane solitario su una parete di Villa S. Marco, completamente spogliata degli altri affreschi


Pittura danneggiata a Villa Arianna per impedirne il furto

I risultati di questo metodo di scavo sono ancora vistosi: numerose piccole figure lasciate sulle pareti in quell'abbondanza di materiale sono segnate da fitte scalpellature inferte dagli scavatori borbonici per impedire che i cantieri venissero visitati da altri e che gli affreschi non staccati potessero essere rubati.


I segni dei disastrosi scavi borbonici sulle pareti di Vialla Arianna

Le decorazioni della villa avevano misure proporzionate alle dimensioni delle pareti: negli ambienti più piccoli si vedono ancora raffinate miniature, piccole figure volanti, quadretti di paesaggi, busti chiusi in medaglioni; nelle stanze più ampie, sono rappresentate scene con temi mitologici e figure quasi a grandezza naturale.


La delicata decorazione di un soffitto a Villa Arianna

Dalle terrazze il panorama spazia sul Vesuvio e tutto il golfo di Napoli, fino a Miseno -dove si trovava Plinio il Giovane quando avvenne l'eruzione- così come lo vedevano gli abitanti delle ville fino al giorno prima dell'eruzione. In una di queste ville consumò il suo ultimo pasto Plinio il Vecchio, la sera del 24 agosto del 79 d.C.


L'impluvium di Villa Arianna

Quando i terremoti che accompagnavano l'eruzione divennero così forti da spingere tutti all'aperto, Plinio, Pomponiano, gli altri ospiti e numerosi servi imboccarono una delle discese al mare. Non è facile ora immaginare che in fondo alla scarpata, dove si vede una distesa di condomini, vi fosse allora una spiaggia lambita dalle onde.


Una delle scale che collegavano le ville alla spiaggia di Stabia

Su quella spiaggia brulicante di disperati, al sorgere del sole, la cenere del Vesuvio soffocò uno dei cittadini più illustri di Roma. La sua posizione sociale meritò quello che non riuscirono ad avere altre migliaia di morti: la cronaca per i posteri, così che potessero ricordarsi di lui e sapere come era morto.


Vasca nella Villa di Arianna con foro di ispezione degli scavi settecenteschi

Il secondo complesso di Varano venne esplorato nel 1762 dal Weber e nel 1775 da La Vega. Nel 1967 venne ristudiata tutta la superficie scavata, circa 1000 m2. Praticamente tutte le decorazioni della parte più antica dell'edificio sono state staccate nel corso degli scavi borbonici, così come i pavimenti che vennero inseriti nella pavimentazione del Real Museo Borbonico, oggi Museo Nazionale Archeologico di Napoli.


Nicchia nella zona termale

Le decorazioni ancora visibili sono quelle delle stanze nella zona Nord-Ovest. Alcuni ambienti sono frananti a valle e, come nella contigua villa Arianna, i pavimenti verso l'esterno recano segni di cedimento progressivo e di rifacimenti già in epoca romana.


Crepe recenti nei muri più vicini al bordo instabile della collina

Villa S. Marco (deve il nome a una cappella qui costruita nella seconda metà del '700) venne esplorata tra il 1749 e il 1754 e poi riscavata tra il 1950 e il 1962. Il terremoto del 1980 fece crollare il porticato superiore con tutte le decorazioni del soffitto.


La piscina di Villa S. Marco

La struttura della villa si adattava alla forma irregolare del terreno e, all'epoca di Claudio e in età flavia, subì diverse modifiche, con l'aggiunta di ambienti panoramici, arrivando a coprire una superficie di 11.000 m2. La parte residenziale comprendeva anche un'area termale, la palestra e un'ampia piscina.


La cucina

La parte più avanzata guardava dall'alto il mare, al quale era collegata con una gradinata in travertino a tornanti. L'inizio della ripida scaletta, che potrebbe essere quella imboccata frettolosamente da Plinio e Pomponiano, si vede ancora all'esterno della villa.


L'atrio con la vasca termale

Oltre alle decorazioni, molte stanze, specie gli ambienti di riposo in fondo ai portici laterali e l'ampio salone di rappresentanza, avevano una fascia basale di pregiate lastre di marmo, interamente asportate durante gli scavi borbonici. Anche dalle pareti mancano numerosi riquadri di affreschi staccati.


Interno di Villa S. Marco

Alcuni particolari si sono salvati grazie a un'esecuzione meno ispirata e ora restano sul muro delimitati dall'incisione che precedeva il distacco, operazione che probabilmente venne interrotta dopo una più accurata valutazione da parte di qualche intenditore di corte.


Ambienti di Villa S. Marco

Eppure, proprio qui, Weber, prima di svuotare una stanza rivestita di marmi e con un bel pavimento a mosaico si lasciò scappare: maggior gloria sarebbe per il Regno e soddisfazione per gli intellettuali stanieri poter vedere i resti di un edificio antico al loro posto più che cento musei. Ma, nonostante le spoliazioni, che ormai sono un aspetto inseparabile delle vicende storiche degli scavi, le ville di Stabia conservano un fascino che è difficile trovare in altri luoghi più famosi, spesso troppo affollati.


Un'apertura di epoca borbonica per penetrare all'interno di Villa S. Marco

Sullo stipite del portone di ingresso, ad altezza di bambino, graffiti con due file di uccellini e la figura di un uomo, sono il commovente segno di un vandalico gesto infantile di duemila anni fa.


Uno dei graffiti infantili sulle pareti di Villa S. Marco


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