IL VESUVIO

argomenti:

LE ERUZIONI

  • Le eruzioni antiche
  • L'eruzione di Avellino
  • L'eruzione di Pompei del 79 d.C.
  • Le eruzioni tra il 79 e il 1631
  • Le eruzioni recenti (1631-1944)
  • L'eruzione del 1944

LE ESCURSIONI

VERSO IL CRATERE
VALLE DELL'INFERNO E MONTE SOMMA
ERCOLANO
POMPEI

LE VILLE ROMANE sepolte dall'eruzione del 79 d.C.

BOSCOREALE
OPLONTI
STABIA

APPROFONDIMENTI


LE ERUZIONI

Panoramica del Vesuvio da Pompei

Un vulcano può restare attivo per milioni di anni, alternando eruzioni a periodi di riposo talvolta tanto prolungati da farlo ritenere estinto. Il suo risveglio può essere improvviso o preceduto da segnali precursori, come terremoti, incremento nelle emissioni gassose o rigonfiamenti del suolo, la cui durata è molto variabile. Fenomeni precursori troppo lunghi nel tempo creano un confuso stato di attesa e il timore di incorrere in inutili e costose precauzioni, qualora i fenomeni non sfociassero in un'eruzione, rendono difficili eventuali decisioni di sgombero. Precursori troppo brevi possono creare panico e complicare le già non semplici operazioni di intervento, specie nelle aree densamente popolate.

Panorama del cono del Vesuvio e del bordo del Monte Somma che lo circonda
Ricostruire la storia di un vulcano rappresenta il punto di partenza per le previsioni sulla sua attività futura e diventa particolarmente importante quando questo si trova in fase di riposo e il suo ritorno in attività rappresenta un pericolo per l'uomo. E' questo il caso del Vesuvio, il cui cono è cresciuto all'interno dei resti di un vulcano più antico, il Monte Somma, nel corso degli ultimi 30-35000 anni e la cui ultima eruzione risale al 1944, un tempo troppo breve per poter considerare il vulcano definitivamente spento, ma sufficiente per allentare il timore delle sue eruzioni. Da allora, i paesi vesuviani e la stessa città di Napoli si sono allargati sopra le sue lave che, ormai verdi di vegetazione, funzionano, come sempre è stato, da irresistibile richiamo.
Gli scavi di Ercolano, in primo piano, sovrastati dall'abitato attuale e dal Vesuvio
La posizione geografica del Vesuvio al centro di un'area popolata fin dall'antichità ha consentito di avere testimonianze più lontane nel tempo di ogni altro vulcano al mondo ma, per la stessa ragione, molte sue eruzioni hanno provocato danni e perdite umane che hanno profondamente condizionato lo sviluppo della regione.
Il Vesuvio visto da Stabia
Data la grande sproporzione con i tempi umani, le testimonianze dirette coprono comunque solo una minima parte della vita del vulcano e la passata attività si ricostruisce indirettamente, attraverso le tracce lasciate dalle eruzioni, cioé attraverso i prodotti che sono usciti dal cratere e si sono sparsi nel territorio intorno ad esso.
Una cava sulla pendici del Vesuvio seziona gli strati sovrapposti dei prodotti delle eruzioni
I prodotti vulcanici sono molto diversi a seconda del tipo di eruzione. Nel corso delle eruzioni effusive si formano colate di lava che scorrono lungo le pendici seguendo canaloni e vallate. Benché la lava distrugga ogni cosa che incontra, le colate sono in genere poco veloci e solo raramente fanno vittime.
Una colata di lava che avanza lentamente sul terreno può essere osservata da vicino senza pericolo (Etna, novembre 2002)
Le eruzioni esplosive, al contrario, sono molto pericolose e causano spesso perdite di vite umane. In queste eruzioni il magma non scorre sotto forma di lava, ma è frammentato e scagliato in alto con potenti getti di gas. I pezzi di magma formano colonne eruttive verticali sopra il cratere e ricadono poi al suolo solidi, coprendo superfici tanto più ampie quanto più è alta la colonna eruttiva. Le eruzioni molto violente formano colonne di gas, pomici e ceneri alte decine di chilometri che prendono il nome di colonne eruttive pliniane, essendo la prima testimonianza di un simile evento quella che fece Plinio il Giovane per descrivere l'eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
Una fase esplosiva durante l'eruzione dell'Etna 2002-03. L'altezza della colonna di cenere è di circa 2 km
Quando una colonna eruttiva diventa troppo densa per riuscire a mantenersi verticale, tutto il materiale che esce dal cratere scivola lungo i fianchi del vulcano, formando veloci flussi di gas, pomici e ceneri, detti flussi piroclastici, che sono i fenomeni vulcanici più pericolosi e distruttivi. Il Vesuvio ha avuto in passato eruzioni sia di tipo effusivo che esplosivo, intervallate da periodi di riposo anche molto più lunghi di quello che sta attraversanto ora.
Un flusso piroclastico del vulcano Pelée, in Martinica. Nel 1902 un simile flusso distrusse la città di S. Pierre, posta a 8 km dal cratere, uccidendo 28000 persone e affondando 16 nave nel porto
LE ERUZIONI ANTICHE

Nome dell'eruzione Età (circa anni fa o AD) 
Codola 25.000 
Pomici Basali  17.000 
Pomici Verdoline 15.500 
Mercato 7.900 
Novelle non datata 
Avellino 3.750 
Pompei 1900 (79 AD) 
Pollena 472 (AD) 
1631 1631 (AD) 
Nel corso dei millenni, le eruzioni del Somma-Vesuvio hanno sparso i loro prodotti non solo intorno al cono, ma in tutta la Piana Campana, fino agli Appennini e anche molto oltre. Le pomici cadute dalle alte colonne eruttive, coprendo uniformemente il territorio intorno al vulcano, sono le più utili per ricostruire almeno le tappe fondamentali dell'attività del vulcano. Al contrario, le lave e i flussi piroclastici che hanno seguito direzioni obbligate, incanalati nelle valli e deviati dagli ostacoli, sono più difficili da inquadrare cronologicamente. La ricostruzione della storia del Somma-Vesuvio è complicata anche dalla presenza di prodotti provenienti dai Campi Flegrei, l'ampia area vulcanica posta a Nord-Ovest di Napoli.
Fenomeni associati alle eruzioni esplosive (colonna eruttiva sostenuta e flusso piroclastico) e relativi depositi
I prodotti vulcanici più antichi dell'area vesuviana sono colate di lava che si trovano sulle pendici del M. Somma o che si rinvengono in profondità negli scavi di pozzi. Sopra queste lave vi è un paleosuolo, cioé uno strato di prodotti vulcanici diventato terreno fertile prima di essere coperto dai prodotti di altre eruzioni. La presenza del paleosuolo indica che in quell'area non arrivarono altri prodotti vulcanici per parecchio tempo, in quanto per traformare gli sterili prodotti vulcanici in un suolo vegetabile servono molte decine o centinaia di anni. Se un paleosuolo ha uno spessore molto sviluppato, l'intervallo di tempo privo di eruzioni può essere stato anche molto lungo.
In corrispondenza del coltellino usato come scala, si vede uno strato di pomici bianche da caduta (eruzione del Vesuvio detta di Avellino), con alla base un paleosuolo
Dal momento che uno dei criteri per ritenere estinto un vulcano si basa sul fatto che il suo riposo attuale duri da un tempo più lungo di ogni altro riposo precedente e siccome non è possibile conoscere direttamente questo dato, la presenza e la dimensione dei paleosuoli intorno al vulcano forniscono una stima di quanto lunghi possano essere stati in passato gli intervalli tra un'eruzione e l'altra. In alcuni casi, il materiale organico contenuto nei paleosuoli, come il legno degli alberi, permette di effettuare datazioni con il metodo del 14C e di stabilire delle linee temporali di demarcazione tra i prodotti che stanno al di sotto e al di sopra del suolo. Ovviamente, perché un paleosuolo sia considerato l'indizio di una totale assenza di attività, deve coprire tutta l'area intorno al vulcano.
I livelli rossastri che caratterizzano le falesie di Ventotene (Isole Pontine), un antico vulcano smembrato dall'erosione, sono paleosuoli che si alternano a prodotti di eruzioni esplosive
Dopo le colate di lava che presumibilmente formarono l'ossatura del vulcano Somma, un'eruzione esplosiva, chiamata delle Pomici di Codola, perché riconosciuta in uno strato di pomici che si trova nei pressi del paese di Codola, avvenne intorno a 25.000 anni fa o, comunque, dopo 35.000 anni fa. Le pomici, infatti, si trovano sopra i prodotti di una grande eruzione avvenuta nei Campi Flegrei intorno a quell'epoca.
Le aree vulcaniche attive della Campania
Le pomici e le ceneri dell'eruzione flegrea invasero la Piana Campana, formando un deposito chiamato Ignimbrite Campana, sopra il quale si sono accumulati tutti i prodotti eruttati dal Somma-Vesuvio. L'eruzione delle Pomici di Codola deve essere stata una tra le più violente dell'antico vulcano, ma è anche una delle più difficili da interpretare, perché le sue tracce si trovano solo a una distanza di oltre 20 km dal cono e mancano altri riferimenti più vicini al vulcano.
I prodotti dei flussi piroclastici provenienti dai Campi Flegrei formano una roccia tufacea chiamata Ignimbrite Campana, utilizzata da secoli come pietra da costruzione in tutta l'area campana
Sopra il paleosuolo che copre le lave del Monte Somma, si trovano i prodotti di un'altra eruzione esplosiva, chiamata delle Pomici Basali, avvenuta intorno a 17-18.000 anni fa. Le Pomici Basali sono di colore bianco alla base dello strato e grigio verso l'alto, una variazione comune in molti prodotti del Vesuvio che indica un cambiamento nella composizione chimica del magma al procedere dell'eruzione. Tra le Pomici Basali si trovano anche pezzi di rocce non vulcaniche, derivanti dalle zone più profonde della crosta terrestre e trascinate in superficie dal vorticoso risalire del magma.
Esempio di flussi piroclastici
Le pomici sono coperte da oltre 5 metri di prodotti sedimentati dai flussi piroclastici che seguirono la fase a colonna eruttiva sostenuta. Molte eruzioni esplosive presentano questa evoluzione da colonna sostenuta, dalla quale cadono le pomici e, a maggiori distanze, le ceneri, a flussi piroclastici che lasciano sul terreno ammassi caotici formati, oltre che da una grande quantità di cenere, anche da pomici e frammenti rocciosi di vario tipo e dimensioni.
Successione di prodotti di un'eruzione esplosiva: sopra il paleosuolo (1), si trova uno strato di pomici da caduta (2), seguito da numerosi depositi da flusso (Isola di Santorini)
In un'area a Nord-Ovest, in direzione di S. Sebastiano, oltre 80 m di brecce che si trovano sopra le Pomici Basali, potrebbero indicare lo smembramento del cono nel corso delle fasi più violente dell'eruzione e l'inizio della demolizione del vulcano Somma. Le eruzioni esplosive, oltre a ridurre l'altezza del vulcano, possono anche innescare processi di sprofondamento dell'area.
Il vulcano S. Helens (USA) squarciato dall'esplosione del 1980. A più di 20 anni dall'eruzione, la fotografia è del 2002, si vede ancora la zona grigia, davanti allo squarcio del cratere e lungo le vallate, devastata dai flussi piroclastici
Questo avviene quando il magma risale veloce e abbondante in superficie, svuotando rapidamente parte del serbatoio in cui si era accumulato. Di conseguenza, improvvisi cedimenti delle rocce che circondano il serbatoio magmatico possono avvenire a chilometri di profondità e, se sono abbastanza ampi, si ripercuotono fino alla superficie, dove si formano delle depressioni quasi circolari che vengono chiamate caldere. Probabilmente, dopo l'eruzione delle Pomici Basali, un ribassamento di questo tipo ha interessato una porzione del vulcano Somma, sviluppata verso Ovest.
La depressione calderica circolare ora occupata da un lago (Crater Lake, Oregon, USA)
Come spesso è accaduto al Vesuvio, a un'eruzione molto violenta seguì una fase di attività moderata. Infatti, sopra le Pomici Basali si trovano lave che testimoniano eruzioni effusive, probabilmente accompagnate da esplosioni di moderata intensità. E' evidente che i prodotti di eruzioni così lontane nel tempo non costituiscono che un indizio sull'attività del vulcano. Nei 1500 anni che separano l'eruzione delle Pomici Basali da quella esplosiva successiva, possono essere avvenute una gran quantità di eruzioni minori, che se accadessero oggi avrebbero una risonanza mondiale e, con molta probabilità, sarebbero catastrofiche. Con il tempo, diventa sempre più difficile trovare sul terreno i prodotti delle eruzioni che hanno emesso limitati volumi di magma.
Le pendici esterne del Monte Somma, oltre le quali si vede spuntare la cima del Gran Cono del Vesuvio
Quella avvenuta intorno a 15-16.000 anni fa, detta delle Pomici Verdoline, fu un'altra eruzione esplosiva molto violenta. Lo strato di pomici di colore grigio-verdastro, formatosi nella fase in cui la colonna eruttiva si alzava sopra il vulcano, è coperto da uno spesso deposito dei flussi piroclastici successivi. I prodotti di questa eruzione sono separati da quella precedente delle Pomici Basali da un paleosuolo, al cui interno sono visibili alcuni sottili strati di cenere, probabile segno di sporadiche eruzioni minori.
Caratteristiche dei depositi di pomici da caduta  (A) e di flusso piroclastico (B). Il primo è composto da sole pomici con dimensioni più o meno uguali (la moneta usata come scala, indicata dalla freccia, ha un diametro di circa 2 cm); il secondo è composto da prodotti di tipo e dimensioni diverse (il coltellino usato come scala è lungo circa 10 cm)
Sopra le Pomici Verdoline vi sono le pomici attribuite all'eruzione dei Campi Flegrei che, intorno a 9.800 anni fa, provocò la formazione dell'ampio cratere di Agnano. Le pomici di Agnano coprono le pendici occidentali del Monte Somma e hanno un caratteristico colore grigio-verde, che grada al rosato verso l'alto, sono intercalate da numerosi straterelli di cenere e sono distribuite su un'area molto ampia. Questo le rende particolarmente riconoscibili e molto utili nella ricostruzione della successione cronologica delle eruzioni.
Immagine satellitare dei Campi Flegri con i crateri di Agnano (con l'ippodromo al centro), Astroni (la conca coperta di vegetazione). In basso a sinistra la chiazza chiara della Solfatara (da Google Earth)
Il paleosuolo che copre le pomici di Agnano permette di collocare l'eruzione successiva, detta di Mercato (o anche delle Pomici Gemelle o Pomici di Ottaviano), intorno a 8.000 anni fa. Prima di questa eruzione il riposo del vulcano deve essersi protratto a lungo, non solo perché mancano altri significativi prodotti vulcanici, ma anche perché il paleosuolo è particolarmente sviluppato e risulta databile in misura progressiva dalla base verso l'alto. I prodotti dell'eruzione di Mercato consistono in due strati di pomici separati da sottili livelli di cenere. Anche in questo caso, sopra le pomici, vi sono depositi dei flussi piroclastici, specie all'interno di valloni che esistevano al momento dell'eruzione.
Le pareti interne del M. Somma
I depositi dei flussi dell'eruzione di Mercato sono interrotti da strati di pomici da caduta, che testimoniano come la colonna eruttiva a tratti tornasse ad alzarsi sopra il vulcano, per poi collassare nuovamente. Questo alterno andamento è spesso riscontrato nelle eruzioni esplosive e è legato principalmente alla quantità di magma che arriva alla bocca eruttiva (tasso di emissione, in genere misurato in m3 al secondo) e che controlla la capacità della miscela di gas e frammenti solidi di sollevarsi vorticosa nell'aria.
Schema di una colonna eruttiva pulsante
Tra i prodotti dell'eruzione di Mercato vi sono molti litici, cioé pezzi del cono vulcanico e del condotto frantumati dalle esplosioni. Anche questo indica che l'eruzione di Mercato fu molto violenta ed è probabile che ad essa sia seguito uno sprofondamento dell'area centrale del vulcano, corrispondente alla conca al cui interno è poi cresciuto il cono del Vesuvio.

Vista aerea del Vesuvio, circondato in parte dalle pareti del Somma. Si noti l'urbanizzazione dell'area intorno al vulcano
L'ERUZIONE DI AVELLINO
Dopo quella di Mercato, è presumibile che siano avvenute altre eruzioni, anche importanti, ma i dati ricavabili dai prodotti danno la certezza di un grosso evento solo dopo più di 4.000 anni. L'eruzione, detta di Avellino perché i suoi prodotti si trovano principalmente in quella direzione, fu comunque preceduta da un periodo di inattività, testimoniato da un diffuso paleosuolo. Per molto tempo i vulcanologi confusero i prodotti di questa eruzione, avvenuta intorno a 3750 anni fa, con quelli della successiva, tanto i depositi erano simili fra loro.
Le pomici, bianche alla base e grigie verso l'alto, dell'eruzione di Avellino
Le pomici di Avellino, proprio come quelle eruttate molto più di un millenio dopo, sono di colore bianco alla base e grigie all'incirca a partire da metà dello strato. Inoltre, in entrambe le eruzioni, sopra le pomici, si trovano ceneri sedimentate dai flussi piroclastici, intercalate da pomici, indicanti una fase con colonna eruttiva pulsante. Le due eruzioni terminarono con violenti flussi piroclastici, i cui prodotti formano la parte superiore di entrambi i depositi.
Le pomici dell'eruzione di Avellino, bianche alla base e grigie verso l'alto. Sopra la linea tratteggiata vi sono i depositi dei flussi piroclastici
La successione dei prodotti eruttati è identica a quella che nel 79 d.C., distruggendo intere città dell'antica Roma, catapulterà il Vesuvio nella storia. Solo nei primi anni '70 i vulcanologi, con un capillare lavoro di rilevamento, distingueranno definitivamente le due eruzioni. Paragonabili fra di loro per volume e tipo di prodotti emessi, esse differiscono innanzi tutto per l'area di distribuzione dei depositi.
La distribuzione delle pomici, con gli spessori in centimetri, delle due eruzioni dette di Avellino e Pompei
I prodotti dell'eruzione di Pompei: in appoggio sulla strada di epoca romana si vedono le pomici e, sopra la linea tratteggiata, i depositi dei flussi piroclastici
Le colonne eruttive che si alzano sopra il vulcano fino a raggiungere la stratosfera, si curvano nella direzione dei venti e lasciano cadere dall'alto i frammenti di magma ormai solidi sopra un'area che rispecchia la forma assunta dalla nube. Alla nostra latitudine, le correnti di alta quota spirano prevalentemente da Ovest verso Est e per questo gran parte delle eruzioni esplosive dei Campi Flegrei e del Somma-Vesuvio coprono con i loro prodotti da caduta più grossolani tutti i terreni immediatamente intorno al vulcano e poi, con granuli di dimensioni decrescenti con la distanza, un'area ellittica allungata verso Est.
Dimensioni delle pomici dell'eruzione di Avellino vicino al cratere (Somma V.)
Molti prodotti da caduta delle eruzioni più violente dei Campi Flegrei arrivano oltre Napoli e quelli delle eruzioni del Somma-Vesuvio si trovano ben al di là degli Appennini. Le ceneri sono trascinate ancora più lontano e, cadendo al suolo, formano sottili strati difficili da ritrovare sul terreno, ma spesso riconosciuti nei carotaggi effettuati in mare.
Dimensioni delle pomici dell'eruzione di Avellino lontano dal cratere (Ariano Irpino)
A differenza delle pomici di Avellino che, rispecchiando questo andamento, coprono un'area allungata verso Est, quelle del 79 d.C. sono insolitamente cadute verso Sud-Est in direzione di Pompei e della penisola Sorrentina, sui cui rilievi se ne ritrovano ancora spessi accumuli.
In un bacino prosciugato nei pressi di Sulmona, tra i depositi caduti sul fondo del lago si trovano sottili livelli di prodotti vulcanici provenienti dal Vesuvio, distante circa 200 km
Particolare che evidenzia, tra i depositi lacustri di Sulmona, i livelli di piccole pomici e ceneri vulcaniche delle eruzioni del Vesuvio
Per quanto riguarda i flussi che scorrono al suolo, quelli dell'eruzione di Avellino, almeno i più ricchi in gas, si sono spinti fino a 10 km verso Nord-Ovest, mentre quelli dell'eruzione di Pompei si sono dispersi prevalentemente verso Sud. La direzione dei flussi dipende dalla topografia della zona ed è evidente che nel corso delle due eruzioni il vulcano doveva avere una forma o un'altezza diversa.
Strato di cenere da flusso (in basso) dell'eruzione di Avellino in uno scavo archeologico di Frattaminore, circa 20 km dal Vesuvio
Un contribuito definitivo al riconoscimento delle due eruzioni si è avuto dall'archeologia. Nel 1972, i lavori per la costruzione dell'autostrada Caserta-Salerno intersecarono una piccola collina in Località Tirone, nel Comune di Palma Campania. Il taglio incontrò a cinque metri dalla superficie uno strato di oltre 60 cm di pomici, bianche alla base e grigie nella parte superiore, che coprivano numerose tombe del IV secolo a.C. Sotto questa necropoli, un altro strato di pomici copriva un paleosuolo che conteneva abbondanti residui di legno carbonizzato e un'area di forma rettangolare (circa 5 x 4 m), dove emergevano orli di vasi e frammenti di ceramica.
Tracce di carri sul paleosuolo intorno allo scavo di Palma Campania
Alcuni vasi si trovavano accatastati uno accanto all'altro, due dolii e un piatto sembravano rovesciati intenzionalmente, una tazza era in posizione di caduta accidentale sopra uno strato di carboni. Intorno, altri recipienti, tazze, olle e brocche, tra le quali una rovesciata a terra era riempita di materiale vulcanico stratificato. La superficie di questi recipienti appariva screpolata e vetrificata per effetto della temperatura, fatto che in un primo tempo fece pensare alla discarica dei pezzi mal riusciti di una fornace.
Una tazza dallo scavo di Palma Campania
Lo scavo del sito incontrò difficoltà di ogni tipo, dalle piogge torrenziali, alle sollecitazioni della ditta appaltatrice del cantiere autostradale e, non ultimo, ai continui furti che impoverirono in maniera sensibile il materiale archeologico recuperato. Nonostante questo e nonostante il fatto che la collinetta dovesse fare rapidamente posto alla carreggiata e a un parcheggio dell'autostrada, il sito si rivelò una vera miniera, sia per gli archeologi che per i vulcanologi. Le indicazioni congiunte delle due discipline permisero di stabilire che l'insediamento preistorico era stato distrutto in maniera violenta e improvvisa da un'eruzione e che questa era evidentemente diversa e più antica di quella che aveva sepolto la soprastante necropoli del IV sec. a.C.
Scheletro rinvenuto in uno scavo sotto le pomici dell'eruzione di Avellino
Lo spesso strato carbonioso trovato sotto e tra i vasi e le dimensioni del rettangolo in cui erano concentrati i reperti, facevano pensare a un ambiente chiuso, forse una capanna, la cui intelaiatura di legno ricoperta da intonaco, (vi erano abbondanti pezzi di intonaco con tracce di bruciato) si era incendiata o per il calore sprigionato dalle pomici o, più probabilmente, per il crollo della struttura sopra un focolare acceso. Le intelaiature di legno che sostenevano i vasi e la struttura stessa dell'edificio preistorico furono le prime a crollare, rovesciando e rompendo alcuni degli utensili. Poi ogni cosa venne coperta dalla pioggia di pomici, sotto la quale la temperatura si mantenne così alta da provocare un inizio di fusione nell'argilla contenuta nell'impasto dei vasi, la cui superficie assunse l'aspetto screpolato e vetrificato.
Cranio di donna trovato sotto le pomici dell'eruzione di Avellino. Le frecce indicano le suture non ancora saldate, da cui si deduce un'età tra 20 e 22 anni e le macchie brune sugli incisivi superiori, dovute al consumo di acqua con alto contenuto di fluoro
Poco distante dal sito, in uno scavo profondo circa 100 m praticato nella campagna per fare posto a una discarica, la successione dei prodotti eruttivi appariva chiara: lungo la parete dello scavo, a 2 m dalla superficie, vi era uno strato di circa 40 cm di pomici grigie. Più in basso, tra 4 e 6,50 metri dal piano campagna, un altro strato di pomici copriva un paleosuolo. I due strati di pomici erano separati da prodotti di flussi piroclastici.
I prodotti delle fasi iniziali dell'eruzione di Avellino: le pomici bianche sono cadute sopra il paleosuolo e hanno alla base un sottile strato di frammenti lavici e ceneri (compreso nel tratteggio) derivante dalle esplosioni che hanno causato l'apertura del condotto
Collegando nel breve tragitto in linea d'aria la posizione dei siti rispetto ai prodotti vulcanici della cava, l'insediamento dell'Età del Bronzo risultava sotto le pomici più profonde, attribuite all'eruzione di Avellino, mentre le tombe del IV sec. a.C. venivano a trovarsi sotto le pomici più recenti e più vicine alla superficie, quelle dell'eruzione del 79 d.C. Erano in questo modo definitivamente confermate le intuizioni dei vulcanologi basate sulla differente distribuzione dei prodotti delle due eruzioni e, seguendo questa ipotesi, numerosi insediamenti preistorici vennero scoperti ad Est del Vesuvio sotto le Pomici di Avellino, fino ad Ariano Irpino.

Tibia sinistra di un uomo sepolto sotto le pomici dell'eruzione di Avellino. Le frecce indicano un'escrescenza ossea, forse di origine genetica e la deformazione, presente anche nella donna, tipica delle persone che passano molto tempo in posizione accovacciata
Che l'eruzione del 79 d.C. fosse stata una catastrofe era ampiamente documentato dal disseppellimento di intere città con molti dei loro abitanti. Ma anche quella di Avellino doveva aver fatto i suoi danni, proporzionati al livello di sviluppo e di densità umana intorno al Vesuvio, ma non per questo meno drammatici. In un'area al margine dello scavo di una villa rurale di epoca romana che sorgeva sopra un'ampia collina nei pressi di S. Paolo Belsito, poco distante da Nola, furono trovati sotto le pomici di Avellino gli scheletri di un uomo e di una donna la cui posizione raccolta, con le mani sul viso, ricordava straordinariamente l'ultimo gesto di molti abitanti di Ercolano e Pompei.
Calco di un corpo sepolto sotto i prodotti dell'eruzione di Pompei
Le buone condizioni delle ossa, nonostante le radici degli alberi avessero invaso il tronco dello scheletro maschile e una gamba di quello femminile, permisero di riconoscere una donna robusta, alta 1 un metro e mezzo, che alla giovane età di circa 20-22 anni registrava nell'osso pelvico il segno di almeno tre parti. Le analisi delle ossa del cranio e delle volte orbitali rivelarono inoltre ricorrenti carenze di ferro, forse coincidenti con i periodi di gravidanza e di allattamento. Il maschio aveva un'età molto avanzata per l'epoca, tra i 40 e i 50 anni, una statura insolitamente alta, un metro e 72 cm, e una forte muscolatura, deducibile dalla inserzione dei legamenti muscolari sulle ossa lunghe. A causa dell'età e delle condizioni di vita era afflitto da artrosi ai piedi e alle ginocchia.
Calco di un corpo sepolto sotto i prodotti dell'eruzione di Pompei
Le ossa delle tibie di entrambi, oltre a registrare un leggero rachitismo per carenze alimentari, avevano deformazioni tipiche delle persone abituate a una postura accovacciata. I denti recavano tracce di un'anomalia (ipoplasia) causata da periodi di stress e debilitazione durante le fasi di accrescimento e macchie di colore bruno (fluorosi) dovute ad un eccesso di fluoro nell'acqua, ritrovate anche in molti individui di Ercolano vittime dell'eruzione del 79 d.C. Inoltre, i denti superiori anteriori recavano segni di abrasioni, come se fossero stati sottoposti a un continuo sfregamento, forse per l'uso della bocca come terza mano nella preparazione di cordami o di cesti con fibre vegetali. Sorprendenti i risultati delle analisi sul DNA eseguite su un campione dell'osso interno del calcagno maschile che dimostrarono, tra l'altro, come quel maschio di 4000 anni fa e un napoletano di oggi appartengano allo stesso gruppo biologico.
Lo scheletro trovato a S. Paolo Belsito
Il tempo che separa l'eruzione di Avellino da quella di Pompei è molto lungo e sicuramente ricco di episodi anche se, come in molti altri periodi compresi fra due grosse eruzioni esplosive, l'attività del vulcano deve essere stata prevalentemente effusiva. Il fianco occidentale dell'odierna struttura del Vesuvio presenta una piattaforma lobata, il Piano delle Ginestre, delimitata a Nord da Colle Umberto e dal rilievo su cui sorge lo storico edificio dell'Osservatorio Vesuviano e verso Sud-Ovest da un accumulo di prodotti eruttati soprattutto nel corso delle due eruzioni di Avellino e di Pompei.

Sul fianco occidentale del Vesuvio manca la cornice del Monte Somma che circonda gli altri lati del cono. L'avvallamento tra le due strutture è ora un'area pianeggiante, il Piano delle Ginestre, formata dall'accumulo di prodotti vulcanici
Questa zona, ora pianeggiante, è stata interpretata come l'area in cui si trovava il cratere al tempo dell'eruzione di Avellino. L'eruzione provocò un'ampia depressione che venne poi progressivamente colmata dai prodotti dell'attività successiva. Una volta riempito lo squarcio, le colate di lava che seguirono cominciarono a scorrere verso il mare, superando il bordo occidentale che chiudeva la depressione, nel punto in cui questo era smembrato e inciso.
Le pomici di Pompei, come quelle dell'eruzione di Avellino, sono cadute sopra il paleosuolo e hanno alla base un sottile strato di frammenti lavici e ceneri (compreso nel tratteggio) derivante dalle esplosioni che hanno causato l'apertura del condotto
L'ERUZIONE DI POMPEI DEL 79 d.C.
L'eruzione del 79 d.C., comunemente detta di Pompei dal nome della più famosa città dell'impero romano sepolta sotto i suoi prodotti, chiude il periodo più remoto dell'attività vulcanica vesuviana. Benché sia la prima eruzione al mondo della quale si abbia una descrizione scritta, non conosciamo la forma del vulcano prima dell'esplosione, perché il suo prolungato riposo lo aveva reso simile agli altri rilievi vicini e i geografi romani, e ancora più i decoratori delle pareti delle case pompeiane, non ritennero degno di attenzione questo monte, per quanto isolato e con la cima bruciacchiata.
Il Vesuvio visto dagli scavi di  Pompei (in primo piano). La sua forma al momento dell'eruzione può essere ipotizzata in base ai resti delle pendici del Somma
Strabone, vissuto dal 63 a.C. al 19 d.C., descrisse un monte circondato da bellissime campagne tranne che sulla cima, in gran parte piana, sterile e piena di caverne. Lucio Anneo Floro (98-138) e altri autori (Velleio Patercolo, prima metà del I sec. d.C.; Plutarco, 47-127) che raccontarono la fuga di Spartaco sul Vesuvio (73-71 a.C.), non parlano di una doppia cima o di un cono chiuso all'interno di un altro, ma ne danno una descrizione molto vicina a quella di Strabone. Anche le poche immagini che forse ritraggono il Vesuvio d'allora, un affresco di Pompei conservato al Museo di Napoli e uno di Ercolano andato disperso, rappresentano una sola montagna. Pur considerando possibile una scarsa precisione o poco spirito di osservazione da parte degli autori latini, queste testimonianze sembrano indicare che la forma del vulcano fosse quella di un solo cono, abbastanza regolare, coperto di fitta vegetazione.
La montagna dipinta su una parete a Pompei che si ritiene possa rappresentare il Vesuvio
L'eruzione del 79 d.C. iniziò il 24 agosto con la caduta di pomici da una colonna eruttiva che si sollevò sopra il Vesuvio per decine di chilometri. Dopo una fase pulsante, in cui la colonna a tratti collassava lungo le pendici del vulcano e poi tornava a sollevarsi nel cielo, dal cratere uscì una densa miscela di pomici e ceneri che, a più ondate, si abbatté torrida e veloce cancellando tutto quello che era riuscito a scampare alla pioggia di pomici.
Un edificio di Ercolano con le pareti decorate
Plinio il Giovane descrisse questa eruzione in due lettere inviate a Tacito per raccontare, nella prima, la morte dello zio Plinio il Vecchio, avvenuta sulla spiaggia di Stabia e riferitagli da testimoni e nella seconda la sua drammatica esperienza a Miseno, distante quasi trenta chilometri dal vulcano, da dove osservava gli eventi nell'inutile attesa dello zio. Il racconto di Plinio può essere sincronizzato con le diverse fasi eruttive ricostruite attraverso l'analisi dei prodotti e altri dati disponibili sull'eruzione.
Plinio il Giovane osservò l'eruzione del Vesuvio, evidenziato sullo sfondo con la linea tratteggiata, da Capo Miseno
Il 24 agosto, alle ore 13, Plinio vede per prima volta da Miseno una nube, la cui altezza è stimabile fra 13 e 17 km, simile ad un pino più che a qualsiasi altro albero (in suo onore, la vulcanologia moderna chiamerà queste colonne eruttive pliniane). La risalita del magma e gli scossoni della terra erano iniziati già da un paio di giorni ed è probabile che anche l’eruzione fosse in corso da alcune ore. Infatti, poco dopo, giunge a Miseno un messaggero inviato da un’amica di Plinio il Vecchio, Rectina, la quale dai dintorni del Vesuvio implorava aiuto. Per il viaggio via terra dalla zona vesuviana a Miseno serviva presumibilmente almeno mezza giornata.
Un'imbarcazione romana in un dipinto di Pompei
Plinio il Vecchio raccoglie sollecito la richiesta di aiuto e mette in acqua le sue quadriremi. Considerando l'urgenza dell'operazione e la disponibilità dell'equipaggio agli ordini diretti del comandante della flotta, la partenza può essere avvenuta entro un tempo compreso fra una e quattro ore. Nelle condizioni di quel giorno, cioé in favore di vento e di mare, le navi possono aver mantenuto una velocità media di circa 5 nodi e essere pertanto giunte alla costa vesuviana dopo quattro ore. Il fatto che Plinio abbia scelto di navigare con le quadriremi anziché con le quinqueremi, certamente presenti nella sua flotta, fa pensare che egli si aspettasse di dover superare un fondale basso, come quello che vi era davanti a Ercolano. In tal caso, anche un mare forza 4 poteva provocare in prossimità della costa alti frangenti e rendere pericoloso l'approdo.
Il tragitto seguito da Plinio il Vecchio
E, infatti, dopo aver tentato di approdare a Ercolano, Plinio deve ripiegare verso la più riparata Stabia. Tra il tempo per prendere il mare, l'attraversamento e il tentativo non riuscito di sbarcare a Ercolano, egli può essere arrivato a Stabia fra le 19 e le 22. Qui si reca in una delle ville soprastanti la spiaggia, dove trova l'amico Pomponiano in grande agitazione e con le sue navi già cariche e pronte a salpare, appena il mare si fosse calmato, insieme ai familiari e alla servitù. Plinio, dandosi un contegno sicuro e tranquillo, rincuora l'amico, fa un bagno e consuma con lui la cena conversando serenamente. Riferisce argutamente il nipote: egli è lieto o è simile a chi è lieto. Poi si mette a dormire.
Una villa di Stabia dopo le recenti opere di ristrutturazione e, sullo sfondo, il Vesuvio
Intanto le pomici continuavano a cadere. Ad un certo punto, il loro colore cambiò e, da bianche, diventarono grigie. L'altezza della colonna, nel momento di transizione da pomici bianche a pomici grigie, è di 24 km. La fase più drammatica dell'eruzione inizia quando il magma cominciò ad arrivare al cratere così abbondante da non riuscire più a formare una colonna eruttiva sostenuta. Tutto il materiale scivolò verso il suolo, formando i poderosi flussi di pomici, ceneri e gas che semineranno morte e distruzione. Prima di collassare, la colonna carica di pomici grigie raggiunge la sua massima altezza di 32 km. Per avere una colonna di 32 km, dal cratere devono uscire 240 milioni di chilogrammi di magma al secondo.
Lo strato di pomici grigie e il soprastante deposito di cenere dei flussi (strato sporgente), visibili all'esterno delle ville di Stabia
Plinio il Giovane descrive i flussi come un nembo nero e orrendo, (che) discende sulle terre, copre la distesa del mare. E’ il giorno successivo all'inizio dell'eruzione e già il giorno era nato da un'ora e la luce era ancora incerta e quasi languiva. Il 25 agosto il sole sorge alle 6,25 e l’orario indicato da Plinio è quindi qualche tempo dopo le 7,30 del mattino. La luce languiva perché il sole, visto all'alba da Miseno, sorge esattamente dietro il Vesuvio e quindi si trovava oscurato dalla stessa nube eruttiva.
Le pomici in uno scavo di Pompei. Il tratteggio evidenzia il passaggio di colore da bianche a grigie. Sopra queste, si vede un sottile strato di ceneri sul quale sono adagiati i calchi di alcuni corpi (freccia). Le ceneri dei flussi successivi sono state asportate dallo scavo archeologico. Sullo sfondo si intravvede il Vesuvio
Nel frattempo, mentre Plinio il Vecchio viene udito russare dagli abitanti della casa che non riuscivano a prendere sonno per la paura (o fingeva di dormire profondamente, nel tentativo di infondere coraggio ai terrorizzati ospiti), dal cielo continuavano a cadere le pomici grigie. Lo strato accumulatosi a terra era ormai così alto che egli, se avesse indugiato nella stanza, non sarebbe potuto uscire più. A un tratto, la casa di Pomponiano è scossa da frequenti e violente scosse di terremoto, fino ad essere quasi divelta dalle sue fondamenta. Le forti scosse erano probabilmente provocate dal cedimento in profondità delle rocce rese instabili dall'abbondante e rapida emissione di magma.
Schema delle principali fasi dell'eruzione, al passaggio da colonna sostenuta a formazione dei flussi piroclastici
Plinio il Vecchio, con l'amico, i parenti, i servi e presumibilmente anche gli abitanti delle ville vicine, pur avendo l'accortezza di coprirsi la testa con cuscini per ripararsi dalle pomici che cadono dal cielo, scelgono la via di fuga peggiore, scendendo in basso verso la spiaggia, attirati dalla possibilità di andarsene con le navi. Ma le condizioni del mare impediscono ancora di salpare e Plinio, che facilmente immaginiamo prostrato dalla fatica per aver camminato sprofondando nelle pomici e avvolto in una nube di cenere, oltre ad essere impedito da un fisico pesante e dall'età, si getta a terra sopra un telo e chiede dell’acqua.
Le ville di Stabia. In corrispondenza dell'abitato moderno, in basso, si trovava l'antica linea di costa, verso la quale scesero Plinio il Vecchio e i suoi ospiti
La situazione era ormai di tale pericolo che avrebbe spinto a prendere il mare anche i più titubanti. L'operazione era poi guidata personalmente dal comandante della più grande ed importante flotta dell'impero, con i migliori marinai e rematori, nonché con navi in perfette condizioni di efficienza. Se Plinio continuò a rinviare la partenza, vuol dire che prendere il mare sarebbe equivalso ad un suicidio e questo fa ritenere che potesse esserci una burrasca forza 6 o 7. Per avere un mare così agitato in quell'area del golfo, dovevano spirare forti venti provenienti dai settori di Ponente o di Libeccio.
Una delle discese dalle ville di Stabia verso il mare
In questo modo, Plinio il Vecchio resta bloccato sulla spiaggia di Stabia mentre già altrove era giorno, lì era notte: una notte più nera e più fitta di tutte le notti. I fuggiaschi di Stabia, infatti, si trovano sottovento lungo la direzione di caduta delle pomici che nascondono completamente la luce del sole. Siamo all’incirca nello stesso istante in cui Plinio il Giovane osserva da Miseno la nube nera e orrenda. Sono le 7,30-8 del mattino del 25 agosto.
Un dipinto sulle pareti di una villa di Stabia
La morte di Plinio il Vecchio sopraggiunse allorché stramazzò al suolo (...) perché il respiro fu ostruito da una nebbia sempre più densa e la gola si occluse. La nebbia che lo avvolse era cenere vulcanica, minute particelle di magma solidificate al contatto con l'aria, trasportata dai flussi piroclastici. Gran parte del materiale che forma i flussi piroclastici scorre al suolo come un denso torrente, ma le zone esterne del tumultuoso rivolo sono formate prevelentemente da cenere molto fine, mescolata al gas liberato dal cratere e all'aria incorporata dall'esterno e riscaldata. La parte densa del flusso causa la morte di quanti hanno la sventura di esserne investiti soprattutto per traumi, urti meccanici e ustioni, mentre le ondate di cenere fine e gas provocano asfissia per inalazione di cenere calda che aderisce alle vie respiratorie occludendole. Questo deve essere successo a Plinio il Vecchio sulla spiaggia di Stabia.
  Particolare del calco di una vittima di Pompei soffocata dalle ceneri
I flussi finiscono intorno alle 10,30 del 25 agosto. Le immani ondate che causarono la maggior parte delle vittime e delle distruzioni a Pompei, Ercolano, Oplonti, Stabia oltre che nelle innumerevoli ville disseminate ai piedi del Vesuvio e lungo la costa, durarono un tempo breve, contrariamente a quanto si possa pensare vedendo gli oltre 20 metri di depositi nella zona di maggiore accumulo a Ercolano. Infatti, in questa fase dell'eruzione il tasso di emissione (cioè la quantità di magma che usciva dal cratere nell'unità di tempo) era così alto che la grande quantità di materiale è scivolata in rapida successione verso la base del vulcano.
  Il calco di alcuni scheletri di Ercolano
Dopo i flussi, il magma in grado di risalire fino alla superficie è praticamente esaurito, ma il crollo delle pareti della camera magmatica, convogliando l'acqua delle falde sotterranee sulle rocce calde, provocheranno le violente esplosioni che scuoteranno il vulcano nelle fasi finali dell'eruzione. Considerando che l'espulsione di magma, in tutto circa 4 km3, è andata crescendo nel tempo fino alla fase dei flussi, che coincide con il massimo tasso di emissione, l'eruzione deve essere durata non più di due giorni e mezzo. A distanza di quasi duemila anni, questa tragedia ci testimonia che le fasi più pericolose di un'eruzione esplosiva possono essere rapide, ma anche che possono avvenire dopo molte ore dell'inizio dell'eruzione stessa. Con i moderni sistemi di allertamento e con adeguati piani di evacuazione, questa considerazione potrebbe essere preziosa nel caso di un futuro evento.
Lo stato attuale dei portici che si affacciavano sulla spiaggia di Ercolano e al cui interno sono stati trovate oltre duecento vittime dell'eruzione. Si intravvedono i resti di alcuni scheletri in cattivo stato di conservazione
Per lungo tempo gli effetti dell'accumulo di enormi masse di materiale incoerente si ripercossero intorno al Vesuvio. Mentre le piogge portavano a valle torrenti densi di fango misto a ciottoli, in pianura i fiumi Sarno e Sebeto, sbarrati dai prodotti vulcanici, cercavano un nuovo sbocco verso il mare. Lungo il litorale che va da Torre Annunziata a Torre del Greco, sopra i prodotti dell'eruzione del 79, si vedono ancora oggi i depositi di materiale caotico trascinato a valle dalle piogge dopo l'eruzione.
Il calco di una vittima di Pompei
Se è probabile che l'eruzione di Avellino abbia sventrato il vulcano di Somma, è difficile immaginare che le eruzioni successive ne abbiano modificato di molto la struttura e che la disastrosa esplosione del 79 possa aver costruito un cono, piuttosto che proseguirne la demolizione. Qualunque sia stata la sua forma, sicuramente dopo il 79 il Somma-Vesuvio non poteva essere come prima e forse cominciava ad assomigliare a quello di oggi.
Il Vesuvio e, in primo piano, gli scavi di Pompei
LE ERUZIONI TRA IL 79 E IL 1631
L'eruzione del 79 segna una specie di confine nella storia del vulcano Somma-Vesuvio. L'eco di questo evento avrà la massima diffusione possibile per quei tempi, ma sarà seguita da un lungo silenzio forse più per distrazione degli uomini che per grazia del vulcano. Sporadiche notizie riferiscono di esplosioni nel 172 (emette molta cenere che giunge fino al mare, Galeno) e di un'eruzione, i cui boati arrivarono fino a Capua, nel 203 (Dione Cassio). E' probabile che in questo periodo siano avvenute altre eruzioni con colate di lava, ma dopo il 203 il vulcano sembra essere rimasto inattivo per almeno 170 anni. Alcuni autori (Dione Cassio, Procopio di Cesarea) lo descrivono ancora come un'unica montagna con un'ampia voragine ad anfiteatro.
  Il cono del Vesuvio con il sentiero che da quota 1000 sale al bordo del cratere
Il cono all'interno dei resti del Somma deve quindi essersi formato più tardi, ma probabilmente non in questo arco di tempo, in quanto le cronache parlano di un'altra eruzione molto violenta, detta di Pollena, nel 472. Marcellino Comite, cancelliere dell'imperatore Giustiano, riferisce che il 6 novembre 472 il Vesuvio ha vomitato le viscere brusciate; durante il giorno portò le tenebre con una polvere minuta sulla superficie di tutta l'Europa. Questa eruzione non gode di grande fama, benché i suoi prodotti indichino che si sia trattato di un evento quasi paragonabile a quello del 79.
La villa in cui forse morì Augusto, scavata nei pressi di Somma Vesuviana, fu risparmiata dai prodotti dell'eruzione del 79 d.C. ma, quando già si trovava in stato di abbandono, venne investita dalle colate di fango che seguirono l'eruzione del 472. Nella parete a sinistra si vedono i detriti che sommersero la villa (alla cui base vi è un livello di pomici della stessa eruzione del 472), abbattendo la facciata rivolta al vulcano. Questa è stata ricollocata in verticale nel corso del restauro, ma sotto i depositi delle frane si vedono ancora strutture murarie divelte.
Tutta l'area intorno al Vesuvio risentiva ancora della devastazione di quattro secoli prima e le rovinose vicende dell'impero romano non ne avevano favorito la ripresa. Se proprio non passò inosservata, l'eruzione ebbe effetti minimi su un'economia praticamente inesistente e su una diradata popolazione impegnata su altri fronti di sopravvivenza.
I prodotti delle eruzioni successive al 79, a Torre Annunziata. Il tratteggio evidenzia il deposito dei flussi atttribuiti all'eruzione del 472
Le eruzioni successive a quella del 472 e fino a quella del 1139, dopo la quale si ha un lungo periodo di riposo, sono chiamate "medioevali". In base allo studio dei depositi, in questo periodo sono avvenuti almeno quattro eventi esplosivi, anche se non particolarmente violenti, e numerose eruzioni con colate di lava. I prodotti delle quattro eruzioni esplosive consistono prevalentemente in scorie tra le quali vi sono numerosi pezzi di roccia.
Due bocche eruttive, ormai circondate da edifici, chiamate il Viulo e Fossa Monaca apertesi, forse del 1036 o 37, su fianco meridionale del Vesuvio tra 125 e 170 m di quota
Le scorie sono emesse nel corso di eruzioni, definite stromboliane, caratterizzate da esplosioni, intervallate da pause, durante le quali i brandelli di magma sono scagliati a qualche centinaia di metri, o pochi chilometri, sopra il cratere. La presenza tra le scorie di pezzi di roccia di origine vulcanica indica che le esplosioni hanno interessato il condotto o la bocca del vulcano. I pezzi di calcare, o di altri litici non vulcanici, derivano invece dalle rocce che circondano il serbatoio di magma. L'intera successione degli strati di scorie, intervallati da piccoli paleosuoli, è visibile presso Terzigno a circa 7 km in linea d'aria dal cratere.
Un muro romano sul lungomare di Torre Annunziata, sopra il quale vi sono i prodotti dell'eruzione del 79, tra i quali si trova un sottile strato di pomici grigie che rappresenta il punto di caduta più distante dal centro eruttivo per le pomici di quell'eruzione. Verso l'alto vi sono i prodotti di eruzioni esplosive successive e la lava di un'eruzione effusiva di epoca medioevale
La prima delle eruzioni esplosive è menzionata in una lettera di Cassiodoro, un questore di Teodorico, che nel 512 chiese l'esenzione dalle tasse per le popolazioni danneggiate dalla cenere che aveva invaso i campi coltivati. La descrizione di Cassiodoro riferisce che vola una cenere bruciata che, dopo aver formato delle nuvole pulvirolente, piove con gocce di polvere anche sulle provincie d'oltremare. E' possibile vedere fiumi di cenere scorrere come liquidi fluenti che trascinano sabbie calde e il dorso dei campi si gonfia all'improvviso fino a raggiungere le cime degli alberi. Altre segnalazioni di attività si hanno nel 536 e un'eruzione esplosiva, avvenuta tra il 680 e il 685, è riportata da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum, mentre un'altra è segnalata nel 787. Le cronache dell'Abbazia di Montecassino parlano di un'eruzione nel 968, descrivendo per la prima volta con termini appropriati una colata di lava (resina sulfurea che con impeto ininterroto precipitava verso il mare, Leone Marsicano).
Particolare della fotografia precedente. Le linee tratteggiate indicano lo strato di pomici grigie dell'eruzione del 79
Intorno all'anno Mille, la violenza del vulcano sembra crescere smisuratamente con terribili eruzioni segnalate nel 991, 993 e 999, ma è probabile che in quegli anni la convinzione dell'imminente fine del mondo rendesse apocalittici anche avvenimenti assai meno gravi. Scampato il pericolo, le descrizioni diventano più attendibili e le cronache delle abbazie di Montecassino e di Cava dei Tirreni segnalano eruzioni nel 1037, nel 1068 o 78 e poi nel 1139. Quest'ultima è riportata anche dal segretario di Papa Innocenzo II, Falcone Beneventano (il Vesuvio gettò per ben otto giorni potentissimo fuoco e fiamme vive). Dopo il 1139 è quasi certo un lungo periodo di quiescenza. Nel 1360, Boccaccio scrive che dal Vesuvio ora non escono ne' fiamme ne' fumo. Il riposo fu forse interrotto nei primi anni del 1500 da una breve eruzione, durata tre giorni e seguita da fumarole gassose, peraltro riportata da una sola fonte del 1514, il De Nola Opusculum di Ambrogio Leone. Un soldato spagnolo, salito al Vesuvio nel 1501 con la regina Isabella, descrisse il cratere come un foro da 25 a 30 palmi di diametro da cui esce continuamente fumo che, secondo alcuni, diventa nella notte una fiamma vivissima.
La voragine interna al Gran Cono del Vesuvio
Un ecclesiastico belga, Stephanus Pighius, nel 1575 descrive il Vesuvio rivestito da splendidi vigneti, con una voragine sulla cima, ma è freddo, ne' sembra emettere alcun calore o fumo. Nel lungo periodo di attività poco violenta compreso tra il 472 e il 1139, seguito da una quasi totale quiescenza tra il 1500 e il 1631, vi sono tutte le condizioni perché all'interno della caldera del Somma si sia formato il cono più piccolo. D'altra parte, già un dipinto nelle catacombe di S. Gennaro a Napoli datato al VI secolo e poi i documenti tra il 1500 e il 1600 descrivono una struttura che ricorda molto quella di oggi, con un cono arido sulla cima, circondato da una depressione e da un bordo più esterno, che la chiude in parte, i cui versanti sono ricoperti da alberi e coltivazioni.
Il versante esterno orientale del Monte Somma, dietro il quale si vede spuntare la cima del Vesuvio, e il paese di Ottaviano
Tutto l'apparato era chiamato la montagna di Somma, dal nome della città che si trova ai suoi piedi. Prima del 1631, il cono interno era più alto del bordo esterno di circa 55 metri e il diametro del cratere era di circa 480 metri. Sui bordi e sul fondo del cratere, riempito in parte dai materiali che vi franavano, si vedevano delle fumarole. Più o meno come ora.

L'ERUZIONE DEL 1631
Il Vesuvio prima dell'eruzione del 1631 in un rame acquarellato di G. Hoefnagel (1578)
Dopo cinque secoli, il Vesuvio si risvegliò drammaticamente nel 1631. I terremoti che si sentivano da alcuni mesi si erano fatti più intensi e frequenti dai primi giorni di dicembre. Alle 7 del mattino del 16 dicembre, tra fortissimi boati e tremori, una lunga frattura si aprì sul lato Sud-occidentale del cono e attraverso questa iniziarono lanci di scorie e di brandelli incandescenti che ricaddero fino sulla cresta del Somma. Subito dopo, dal cratere si alzò una colonna di cenere che, nel giro di due ore, divenne così alta e ampia da oscurare il cielo. Dalle 10 del mattino fino alle 4 del pomeriggio, la colonna restò alla stessa altezza, ricoprendo di scorie Ottaviano e la pianura a Est del vulcano. Nel pomeriggio la scura nube coprì il cielo fino a Napoli e anche sulla città cominciò a cadere cenere.
L'eruzione del 1631 in un'incisione di G. Orlandi
La parte più alta della colonna si piegava nella direzione del vento e le ceneri erano prima trascinate verso Sud-Est e poi leggermente più a Nord. A sei ore dalla formazione della colonna, le ceneri cominciarono a cadere in Puglia, tra Bari e Lecce, a 320 km dal Vesuvio. Quando la direzione del vento si spostò ancora più verso Nord, le ceneri raggiunsero le coste della Croazia e, a 12 ore dall'inizio dell'eruzione, caddero per sei ore sopra Dubrovnik e le Bocche di Cattaro, a 390 km dal Vesuvio. Cadde cenere del Vesuvio fino a Costantinopoli, a 1250 km di distanza.
L'eruzione del 1631 in una stampa dell'epoca di N. Perrey
Dalle sette di sera del giorno 16 fino al mattino del giorno dopo, la colonna eruttiva divenne instabile e intermittente. Ogni volta che riprendeva ad alzarsi nel cielo, era accompagnata da tremori e terremoti. Alla fine di questa fase, in un momento di cielo limpido, da Napoli si vide il cono del Vesuvio più basso della cresta del Somma.
L'eruzione del 1631 ritratta da S. Compagno
Tra le 10 e le 11 del mattino del 17 dicembre, un interminabile terremoto segnava l'inizio di una nuova fase. Tutto il cono era improvvisamente avvolto da una poderosa nube che non alzava sopra il cratere, ma scivolava vorticosa lungo i fianchi del vulcano. La nube, formata da una densa miscela di pomici, cenere e gas, si divise in tanti rivoli che, incanalati nelle valli, raggiunsero la pianura dove si allargarono come ventagli. Il ramo più a Nord-Ovest seguì il Fosso della Vetrana, rase al suolo Massa di Somma, parte di Pollena e San Sebastiano e si fermò nella pianura con un fronte ampio 800 m. Il ramo sceso sul versante Sud-Ovest raggiunse le case di Bosco.
I flussi piroclastici dell'eruzione del 1631 in un disegno di G.B. Passari
Tra questi due estremi, innumerevoli altri rivoli torridi si dirigevano verso il mare nell'area compresa tra S. Giovanni a Teduccio e Torre Annunziata. Davanti al Granatello, un flusso ampio 30-50 m si spinse in acqua per 570 m mentre, a Torre del Greco, un altro largo 80 m avanzava verso il mare aperto per circa 380 m. Solo le zone rialzate comprese tra le incisioni, come la collina dei Camaldoli, a soli 5 km dalla bocca, ma alta 185 m, furono risparmiate dalle dense ondate di cenere.
Un flusso piroclastico sul vulcano Augustine in Alaska
La fase più violenta durò tre giorni e l'eruzione si esaurì completamente in cinque giorni. Ancora una volta, la forma del Vesuvio non era più la stessa. La cima, che prima aveva raggiunto la sua massima altezza e aveva superato il bordo del Somma, sembrava decapitata e il cratere aveva un diametro doppio rispetto a prima. Per molti anni a seguire, ad ogni temporale, dai fianchi del vulcano scenderanno frane e torrenti carichi di materiale vulcanico.
Il cono del Vesuvio più basso del Somma dopo l'eruzione del 1631, in un'illustrazione di D. Barra
Nell'eruzione del 1631 persero la vita circa 4000 persone, vennero distrutti interi paesi e vaste aree coltivate. I danni furono gravi fino alla città di Napoli. Una lunga discussione tra vulcanologi non è mai riuscita a chiarire se durante questa eruzione siano state emesse anche colate di lava. Alcuni autori riportano che 700 persone perirono travolte dalla lava, cosa abbastanza insolita dal momento che normalmente le colate avanzano a velocità tali da permettere alle persone di scappare. Probabilmente la descrizione dei flussi piroclastici fatta dai testimoni oculari con i termini d'allora è stata male interpretata, anche se non si può escludere in assoluto che l'eruzione abbia avuto una fase effusiva.
La collina dei Camaldoli della Torre, l'unico punto ai piedi del Vesuvio sufficientemente alto da essere risparmiato dall'eruzione del 1631
L'equivoco può essere nato dal fatto che il termine lava, entrato nella moderna vulcanologia con il significato di materiale incandescente emesso nel corso di eruzioni effusive, era ed è usato nel dialetto napoletano per descrivere i torrenti fangosi che nel corso dei temporali solcano i pendii del Vesuvio e delle montagne vicine, trascinando materiale vulcanico anche in tempi molto lontani dalle eruzioni. In questo senso, persino autori relativamente recenti e bene informati hanno chiamato "torrenti di lava" i flussi piroclastici che hanno sepolto Ercolano, ritenendoli frane e flussi di fango successivi all'eruzione.
Materiale vulcanico trascinato dalle acque piovane dal pendio del Vesuvio fino alla costa nei pressi di Torre Annunziata
Dopo l'eruzione del 1631 la forma del Vesuvio non era più quella di prima. Uno studioso francese, Bouchard, salito fino al bordo del cratere, calcolò che questo aveva un diametro di circa 2 miglia (tre chilometri e mezzo), il doppio di quanto era in precedenza. La cima, che era più alta di quella del Somma, era decapitata e il fianco verso Torre del Greco squarciato da fratture con sei bocche eruttive.
LE ERUZIONI RECENTI (1631-1944)
Principali eruzioni dopo il 1631
Inizio dell'eruzione Tipo di eruzione  Note 
3 luglio 1660 esplosiva Caduta di cenere verso NE 
13 aprile 1694  effusiva Lava verso Torre del Greco 
25 maggio 1698 effusiva-esplosiva Caduta di cenere a Boscotrecase, Torre Annunziata, Ottaviano 
28 luglio 1707  effusiva-esplosiva
20 maggio 1737 effusiva-esplosiva La lava invade T. del Greco; caduta di cenere e colate di fango 
23 dicembre 1760 effusiva-esplosiva Apertura di bocche laterali sul fianco S (150 m slm); lava verso T. Annunziata 
19 ottobre 1767 effusiva-esplosiva Lava verso T.Annunziata. e S. Giorgio a Cremano 
8 agosto 1779 esplosiva  Cenere e proietti su Ottaviano 
15 giugno 1794 effusivae-explosiva Apertura di bocche a SO (470 m slm); la lava invade Torre del Greco 
22 ottobre 1822 effusiva-esplosiva Lava verso T. del Greco e Boscotrecase 
23 agosto 1834 effusiva-esplosiva Lava verso Poggiomarino 
6 febbraio 1850  effusiva-esplosiva 
1 maggio 1855  effusiva  La lava invade Massa e S.Sebastiano 
8 dicembre 1861 effusiva-esplosiva Apertura di bocche laterali a SO (290 m slm) 
15 novembre 1868  effusiva  
24 aprile 1872 effusiva-esplosiva La lava invade Massa e S. Sebastiano 
4 aprile 1906 effusiva-esplosiva Lava verso T.Annunziata, forte attivita' esplosiva 
3 giugno 1929  effusiva-esplosiva Lava verso Terzigno 
18 marzo 1944  effusiva-esplosiva La lava invade Massa e S.Sebastiano 

Dal 1631 al 1944 il Vesuvio ha un'attività pressocché continua, interrotta solo da periodi di riposo che non superano mai i sette anni. Più ci si avvicina al presente e più la documentazione diventa attenta e frequente, anche se un gran numero di eventi minori può essere stato trascurato proprio perchè il vulcano in attività era diventata una visione consueta.
L'eruzione del Vesuvio del 1807 in una gouache dell'epoca
Dalle descrizioni dell'epoca, le eruzioni sembrano seguire un'evoluzione che si ripete regolarmente per tre secoli: una fase di quiescenza è seguita dall'apertura di fratture sul fondo del cratere dalle quali comincia a fluire la lava. Moderate esplosioni scagliano in alto brandelli di lava che si accumulano intorno alla bocca formando un conetto all'interno della voragine. Il cratere si riempie lentamente e, una volta raggiunto l'orlo, la lava tracima all'esterno.
Il riempimento del cratere prima del 1926. La lava ha quasi raggiunto l'orlo della voragine lasciata dall'eruzione del 1906
Spesso si aprono nuove bocche anche all'esterno del cono, sempre però confinate tra il versante del Gran Cono e il recinto del Somma. Il tranquillo flusso di lava, accompagnato da sporadiche esplosioni con lanci di brandelli incandescenti, può durare anche mesi, ma al riempimento del cratere segue immancabilmente un'eruzione esplosiva più violenta. Questa inizia con fontane di lava alte da 2 a 4 km e termina con una colonna di cenere alta da 5 a 15 km, cui segue il collasso della parte centrale del cratere. Il vulcano entra poi in una fase di riposo che dura alcuni anni, fino a che riprende l'emissione di lava e la formazione di un nuovo conetto all'interno della voragine svuotata.
Il conetto all'interno del cratere del Vesuvio nel 1934
Fedele a questo andamento, dopo il 1631 il Vesuvio rimase tranquillo fino al 1637. Alla ripresa dell'attività, per molto tempo il profondo cratere riuscì a contenere le colate di lava e i brandelli lanciati dalle esplosioni. Le opere di numerosi artisti dell'epoca ritraggono questa struttura concentrica, con l'ampia cinta del Somma che racchiudeva il Gran Cono, al cui interno si trovava il conetto in costruzione.
Una visione aerea del Vesuvio nel 1942. Le lave emesse dal conetto hanno riempito la voragine e, fin dal 1936, hanno cominciato a traboccare dal bordo orientale
L'attività incessante ebbe episodi più violenti nel 1649, 1652 e 1654. Nel 1660 un'eruzione esplosiva durò quasi tutto il mese di luglio e, quando ormai sembrava finita, un'ultima emissione di ceneri grossolane, formate quasi interamente da cristalli di augite a forma di piccole croci, destò grande impressione, non priva di presagi, su tutta la popolazione intorno al vulcano.
Un'eruzione del Vesuvio in una gouache del 1700
Gli episodi segnalati nel 1663 e 1670 furono ancora confinati all'interno del cratere. Fasi più violente avvennero nel 1680, 1682 e 1685, ma fino al 1688 all'interno del cratere restava molta più lava di quanta ne fosse lanciata all'esterno dalle esplosioni. Il fondo della voragine del 1631 continuava a crescere e, insieme, si alzava il conetto centrale. Nel 1689 la lava riempiva tutto il cratere e la punta del conetto emergeva dal bordo del Gran Cono, pur restando più bassa rispetto alla cresta del Somma. Nel 1694 per la prima volta la lava traboccò dal Gran Cono e raggiunse i paesi di S. Giorgio a Cremano, Torre del Greco e Boscotrecase. Ormai non vi erano più ostacoli per le colate che da qui in poi minacceranno sempre più spesso i paesi ai piedi del Vesuvio. Il vulcano tornò poi silenzioso fino al 1696, quando una nuova colata si sovrappose a quella di due anni prima e scese verso S. Giorgio a Cremano. Negli anni 1697 e 1698 altre colate arrivarono a Torre del Greco e Ottaviano.
Un'eruzione del 1700 in un dipinto di P.J. Volaire
Per tutto il 1700 incessanti colate di lava, alternate a spaventose esplosioni con emissioni di cenere, distrussero o danneggiarono i paesi vesuviani. Alle eruzioni dal cratere sommitale si aggiunsero altre ancora più pericolose da bocche apertesi lungo spaccature dei fianchi del vulcano. Nel 1760 le bocche si aprirono sul versante meridionale a 300 m s.l.m. I brandelli infuocati formarono lungo le fratture vari coni di scorie, di cui tre sono ancora oggi visibili.
Eruzione del 1771 vista dall'Atrio del Cavallo. Dipinto di P.J. Volaire
Nel 1794 le bocche si aprono tra 480 e 320 m s.l.m. e le lave invasero, per la terza volta in 150 anni, Torre del Greco. Si salvò solo la parte orientale della città, peraltro già distrutta nel 1737.
Una colata di lava del Vesuvio, probabilmente dell'eruzione del 1794, tagliata dall'autostrada Napoli-Salerno
Nel secolo successivo le eruzioni continuarono col medesimo stile. Nel 1822, forti esplosioni ridussero il vulcano di 93 m, lasciandovi un ampio cratere che cominciò a riempirsi di lava dal 1826. Raggiunto il bordo, la lava traboccò all'esterno nel 1831. La successione era incredibilmente costante. Quando il cratere era svuotato da un'eruzione più violenta delle altre, questo funzionava da contenitore per l'attività degli anni successivi. Riempita la voragine, la lava tracimava e scendeva verso valle. Il successivo evento esplosivo svuotava nuovamente il cratere e, dopo un periodo di quiete, tutto riprendeva come prima. Le colate di lava riempivano la depressione tra il Gran Cono e le pareti del Somma e la morfologia del vulcano cambiava ad ogni eruzione.
L'eruzione del Vesuvio dell'8 agosto 1779 in un dipinto di P.J. Volaire
Nel 1855 la lava tracimò per la prima volta a Nord-Ovest, entrando nel Fosso della Vetrana e nel sottostante Fosso del Faraone, strada che sarà poi seguita da altre colate aggiungendo nuove aree a rischio nella già accidentata mappa dei paesi vesuviani. Nel 1858 si aprirono numerose bocche alla base del Gran Cono e una colata di lava invase la strada tra Resìna (Ercolano) e l'Osservatorio. L'eruzione durò fino al 1860 e le sue lave, con strutture superficiali a corde, tipiche delle lave fluide, sono oggi attraversate dalla strada che sale al Vesuvio.
L'eruzione del 1806 in una guache di L.S. Gentile
Nel 1861 nuove bocche si aprirono a monte dell'abitato di Torre del Greco che sarà ancora una volta invasa dalla lava. Nel 1872, le colture e i paesi di Massa e S. Sebastiano, già colpiti dalle lave del 1855, furono seriamente danneggiati dalla lava uscita da fratture apertesi sui fianchi del Gran Cono. Le esplosioni avvenute nello stesso tempo al cratere lasciarono una voragine del diametro di 250 m, divisa in due da un muro di lava solidificata.
Le lave dell'eruzione del 1858 (in primo piano) fiancheggiano per un lungo tratto la strada che sale al Vesuvio
Negli anni successivi, il Vesuvio attraversò una fase di attività insolita, caratterizzata da prolungate e lente effusioni di lava che formarono rilievi a cupola esterni al Gran Cono. Verso la fine del secolo si formarono il Colle Margherita (1891-94), ora ricoperto dai prodotti delle eruzioni successive e il Colle Umberto (1895-99) che raggiunse 150 m sopra il piano campagna (880 m s.l.m.) e che risalta ancora sul fianco occidentale del Vesuvio.
Colle Umberto visto dalle pendici del Vesuvio
Per una serie di circostanze, nei due secoli che seguirono l'eruzione del 1631, il Vesuvio monopolizzò l'attenzione del mondo culturale di tutta Europa. Mentre le sue eruzioni più violente infierivano sulla popolazione, riducendo interi paesi in miseria e disperazione, i lunghi periodi di attività moderata o di riposo, insieme alle modeste dimensioni del vulcano e alla facilità con cui lo si poteva avvicinare anche coi mezzi di allora, cominciarono ad attirare una incredibile quantità di visitatori. Considerando poi che Napoli era la capitale di un regno e che già dall'inizio del 1700 erano cominciati gli scavi per riportare alla luce le città romane sepolte sotto i prodotti dell'eruzione del 79 d.C., il Vesuvio e i suoi dintorni divennero meta irrinunciabile del "Grand Tour d'Italie" che tutti gli intelletuali europei, per potersi dire tali, dovevano compiere.
Il Vesuvio in una gouache del 1833
Dal 1800, il Vesuvio divenne non solo polo di esperienza culturale ma anche scientifica. Nel 1841, Ferdinando II di Borbone fondò il Reale Osservatorio Meteorologico Vesuviano, il primo istituto vulcanologico del mondo, la cui sede storica spicca ancora sulle pendici del vulcano. Il suo primo direttore, il fisico parmense Macedonio Melloni, inaugurò in occasione del VII Congresso degli Scienziati Italiani a Napoli l'importante istituzione, il cui edificio non era ancora terminato, ricordando come "noi abbiamo rapiti i fulmini al cielo, ma quel che è a poca profondità sotto questa terra che tutti calpestiamo è ancora un gran mistero".
 Una sala nella sede storica dell'Osservatorio Vesuviano
A tutt'oggi l'Osservatorio Vesuviano lavora per indagare sempre più a fondo questo mistero, affiancando alla ricerca l'opera di sorveglianza. Il moderno centro operativo è stato trasferito da tempo a Napoli, ma la palazzina ottocentesca che ospitò importanti scienziati (oltre a Melloni, furono direttori, tra gli altri, Palmieri, Matteucci e Mercalli) e al cui interno sono conservati sismografi d'epoca perfettamente funzionanti, documenti e collezioni mineralogiche, rappresenta un simbolo per la ricerca scientifica.
La sede storica dell'Osservatorio Vesuviano
All'inizio del 1900 il Vesuvio aveva raggiunto un'altezza di 1335 m s.l.m. e il cratere era completamente riempito dal conetto cresciuto al suo interno. Nel 1904 alcune esplosioni avevano demolito la parte superiore del conetto e nel 1905 le colate di lava erano uscite da due bocche apertesi sui fianchi del Gran Cono.
Il Vesuvio visto da Napoli poco prima dell'eruzione del 1906
All'alba del 4 aprile 1906 la lava cominciò a sgorgare da una frattura che si era aperta alla base del Gran Cono, in corrispondenza delle bocche del 1751 e 1754. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il conetto che riempiva il cratere franava e i suoi pezzi erano scagliati in alto da forti esplosioni. Intanto, la frattura da cui uscivano le lave si propagava verso il basso, fino alla quota di 800 m s.l.m. Il 6 aprile una terza bocca, a quota 600 m s.l.m., emetteva una colata di lava che si fermò il giorno seguente a poche centinaia di metri da Boscotrecase, dopo aver distrutto vigneti e case di campagna. Nello stesso giorno nuove bocche si erano aperte verso Est e verso Nord. La sera del 7 aprile l'attività divenne ancora più forte, con fontane di lava e colate che raggiungesero rapidamente Boscotrecase, attraversando il paese e tagliando anche la ferrovia Circumvesuviana.
L'eruzione del 1906 fotografata dal vulcanologo americano F.A. Perret
Nella notte tra il 7 e l'8 aprile due forti terremoti avvertivano che le viscere della terra, sconvolte dalla copiosa emissione di magma, stavano franando su se stesse. I franamenti sotterranei furono la probabile causa delle forti esplosioni che scagliarono all'esterno gas, brandelli di magma e una gran quantità di rocce. All'alba dell'8 aprile, diritta sopra il cratere, si formò una colonna di cenere, alta circa 13 km, che durò fino a sera. Dal giorno seguente, pur continuando ad emettere cenere, il vulcano cominciava lentamente a calmarsi. Gran parte della sua cima era distrutta e ribassata di oltre 100 m. In alcuni punti il ribassamento era addirittura di 200 m, mentre il cratere era profondo 250 m, con un diametro di 500 m.
L'eruzione del 1906
Nel 1913, il fondo del cratere sprofondò di 75 m. Nella zona collassata, le esplosioni e i lanci di scorie cominciarono a costruire un nuovo conetto e la voragine riprese a riempirsi di lava. Nel 1926 la lava traboccò all'esterno e, nel giugno del 1929, avvenne una violenta eruzione, alla quale seguì la consueta moderata attività all'interno del cono svuotato.
Il cono del Vesuvio dopo l'eruzione del 1906
Nel 1943, ai piedi del conetto si aprì una bocca eruttiva che causò il crollo del conetto stesso. Le esplosioni, come potenti colpi di tosse, ributtavano verso l'alto i pezzi di lava solida che franavano, mentre il cratere cominciava a riempirsi lentamente.
Il Vesuvio negli anni '30 visto dall'autostrada Napoli-Pompei, lunga 20 km e inaugurata nel 1929
 
L'ERUZIONE DEL 1944
  Il Vesuvio visto dai Campi Flegrei
Il 6 gennaio 1944, quando ormai la voragine era piena fino all'orlo, l'emissione di lava alla base del conetto aumentò e una colata si riversò all'esterno. Il 23 febbraio la lava si fermò e fino al 18 marzo vi furono solo deboli lanci di scorie, interrotti dai franamenti del conetto.
Il Vesuvio in una fotografia degli anni '30
L'eruzione vera e propria iniziò la sera del 18 marzo, con la ripresa di abbondante emissione di lava, preceduta da alcune esplosioni. La lava traboccò in diversi punti e una colata, scesa verso Sud, arrivò fino alla quota di 300 m s.l.m. Un altro ramo prese la direzione Nord, scorrendo dal ripido fianco del cono fino all'area pianeggiante delimitata dal Monte Somma, lungo la quale arrivò all'imbocco del Fosso della Vetrana e proseguì. La sera del 19, la lava era alle prime case di Massa e S. Sebastiano, invadeva gli abitati e avanzava verso Cercola, che fortunatamente fu risparmiata.
L'interno del cono del Vesuvio negli anni '30
La mattina del 19 iniziarono esplosioni intermittenti, con lanci di brandelli di lava fino a 150 metri di altezza. Nel tardo pomeriggio del 21 marzo, le esplosioni diventarono continue e sopra il cratere si formò una colonna incandescente alta fino a 2 Km. La prima fontana di lava durò 30 minuti e lasciò cadere brandelli di lava che si accumularono sulle pendici esterne del Gran Cono, dalle quali poi scivolarono verso valle. Alle 17,30 tornò una calma quasi totale.
Il Vesuvio prima dell'eruzione del 1944
La pausa eruttiva durò fino alle otto di sera, allorché iniziò una nuova fontana di lava che durò 20 minuti, seguita da un'altra pausa. Questo andamento si ripetè la notte e tutto il mattino seguente. Le fasi con fontane di lava saranno otto, l'ultima delle quali rappresenta il momento più violento di tutta l'eruzione. Dal mezzogiorno del 22 marzo l'eruzione cambiò gradualmente e, oltre al materiale incandescente, furono emessi anche pezzi di roccia strappati dal condotto.
L'emissione di lave del 19 marzo 1944
La sera del 22 marzo, ripresero le esplosioni che durarono fino alle prime ore del giorno successivo, per poi decrescere gradualmente. Nel corso dello stesso giorno le colate si arrestarono completamente. Quando il pericolo peggiore sembrava essere passato, a mezzogiorno del 23 si cominciò a sentire un numero crescente di scosse sismiche che diedero il via a una nuova e differente fase dell'eruzione. Infatti, dalle 14, le scosse sismiche si alternarono a esplosioni con emissione di cenere scura. Poi, iniziò una graduale riduzione dei fenomeni. Il 24 marzo continuò l'emissione di ceneri, più chiare delle precedenti e, nei giorni successivi, le esplosioni furono sempre più rare e meno forti. Il 29 marzo, restavano solo deboli esalazioni di fumo e l'eruzione poteva dirsi conclusa.
La nube eruttiva del 23 marzo 1944
Terminate le esplosioni, sulle pareti interne del cratere e sui fianchi del Vesuvio iniziarono i fenomeni di assestamento. Il 29 marzo il cratere presentava una profondità centrale rispetto all'orlo di 300 m e un perimetro di 1,6 Km. L'orlo Ovest, il più interessato dalle frane, era a 1.169 m e quello Nord-Est a 1.300 m s.l.m. Il bordo del cratere pur essendo alquanto irregolare, si avvicinava, visto dall'alto, alla forma ellittica con l'asse maggiore (Est-Ovest) di 580 m e quello minore (Nord-Sud) di 480 m. Per i continui fenomeni di frana la forma del cratere subì negli anni successivi numerose modificazioni.
Le scorie accumulate sui bordi del cratere franano formando piccoli flussi
L'eruzione avvenne poco dopo l'arrivo delle truppe alleate a Napoli. A causa degli eventi bellici, l'Osservatorio Vesuviano era diventato una stazione metereologica degli alleati e il suo Direttore, Giuseppe Imbo', era stato relegato in un'unica stanzetta dalla quale fece le sue osservazioni nei giorni dell'eruzione. L'evento colse di sorpresa gli americani e causò loro danni maggiori di un bombardamento aereo: un intero stormo di 88 bombardieri B25 Mitchells che si trovava nel campo di atterraggio in prossimità di Terzigno fu in breve sepolto dalle ceneri.
Un aviere americano cerca di liberare dai lapilli un bombardiere B25 alla base militare di Terzigno
Il Vesuvio sembrò così manifestare per l'ultima volta tutta la sua potenza, prima di rientrare in un minaccioso riposo che dura a tutt'oggi. Gli unici segni della sua attività sono le fumarole che si osservano al cratere e i terremoti costantemente registrati dai sismografi, il cui periodico intensificarsi provoca uno stato di allarme generale che rientra prontamente nel giro di pochi giorni. Di fronte all'alterno riempimento e svuotamento della voragine che sembrava ripetersi con una regolarità quasi rassicurante, almeno per la previsione della sequenza di fenomeni, questo silenzio appare come una pericolosa anomalia, capace di sgradevoli sorprese.
Il cono del Vesuvio dopo l'eruzione del 1944 


bibliografia

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(BeMa Ed, Mi)

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