STORIA DEGLI SCAVI DI POMPEI


Le circostanze che consentono a un reperto archeologico di diventare tale, insieme a quelle che portano alla sua scoperta, sono in genere insolite e fortunose. Molte tracce del lontano passato sono rinvenute in luoghi segnati da un lento declino, di cui restano i materiali meno deperibili o risparmiati dai saccheggi. Solo la tragica eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C., creò tutte le condizioni migliori per restituire, dopo millenni, una visione completa della vita quotidiana di una colonia dell'antica Roma. Abitazioni intatte, con all'interno i resti di uomini e animali colti nel pieno delle loro forze, affreschi e documenti scritti, sono scoperte eccezionali anche tra gli abbondanti reperti di epoca romana.


Particolare del calco di una vittima di Pompei

Goethe, nel 1787, partecipava sia al triste avvenimento, quanto alla sua riesumazione, con parole che diventeranno un simbolo: molte sventure sono accadute in questo mondo, ma nessuna ha mai provocato tanta gioia ai posteri.


Vaso in vetro proveniente da Pompei (Museo Archeologico di Napoli)

Le circostanze che, nella sventura, diedero tanta gioia ai posteri furono tante. La cittadina era in piena vitalità e la popolazione inconsapevole del pericolo si occupava delle mansioni che le erano abituali. Inoltre, l'eruzione durò poche decine di ore e i prodotti vulcanici non furono lave, che avrebbero bruciato e cancellato ogni cosa per sempre, ma pomici e ceneri, che in breve si coprirono di vegetazione e nascosero ogni traccia della passata presenza umana.


Stanza affrescata nella Villa di Poppea, a Oplonti

Solo la scoperta dei siti, avvenuta all'inizio del '700, quando non esistevano cognizioni archeologiche e i sistemi di scavo erano simili a quelli dei peggiori tombaroli, potè scalfire la preziosa documentazione. Ma anche questo contribuì a creare un clima culturale irripetibile che investì il regno di Napoli e tutta l'Italia percorsa dal Gran Tour.


Foro di passaggio tra due ambienti praticato nel corso dei primi scavi

LE PRIME SEGNALAZIONI

Le prime tracce delle città romane sepolte ai piedi del Vesuvio apparvero grazie a pozzi e canali scavati per dissetare le popolose città campane. Negli ultimi anni del 1500, un acquedotto, tracciato dal fiume Sarno a Torre Annunziata, attraversò una collinetta chiamata Civita. Lo scavo incontrò muri, tegole e frammenti di lapidi, che furono buttati col materiale di scarto, o disseppelliva qualche moneta che finì nelle tasche degli scavatori.


Un tratto del canale (in una via di Pompei) progettato dall'architetto Domenico Fontana nel 1594-1600 per portare l'acqua del Sarno a Torre Annunziata

Il ricordo di Pompei si era ormai perso nel corso del tempo ma, se si fosse dato maggior peso alla toponomastica, che resta uno degli indizi più fedeli sulle antiche destinazioni dei luoghi, il nome Civita (città) per una collinetta ricoperta di campi, avrebbe potuto sollevare qualche sospetto.


Il lato meridionale della collina su cui sorge Pompei

Solo nel 1607 lo storico Capaccio segnalò, nella sua Historia Napoletana, l'esistenza di ruderi a Civita, ma il risveglio del vulcano, dopo secoli di inattività, culminato con la grande eruzione del 1631, fece passare in second'ordine la questione.


Affresco di Pompei, conservato al Museo Archeologico di Napoli, dove potrebbe essere raffigurato il Vesuvio

Nel 1689, scavando un pozzo, alcuni operai trovarono, sotto il terreno erboso, un grosso spessore di cenere e poi uno strato di pomici. Sotto le pomici, c'era un frammento di marmo con l'iscrizione Pompei, che venne attribuito dagli studiosi del tempo a una villa di Pompeo. Solo nel 1693, Giuseppe Macrini riprese per proprio conto gli scavi in prossimità dello stesso pozzo, riconoscendo muri e case in laterizio antico. Illustrata nel suo libro De Vesuvio, la scoperta non convinse e gli scavi furono dimenticati.


Il calidarium delle Terme del Foro

Il Regno di Napoli, governato fin dall'inizio del 1500 da viceré spagnoli, era passato nei primi anni del 1700 all'Austria. Al viceré austriaco, il principe d'Elboeuf, che prese casa a Portici, è legata la scoperta, nel 1709, di Ercolano, l'altra città sepolta dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C., che aprì la strada anche alla ricerca di Pompei.


Macine e forno di un panificio

CARLO III DI BORBONE

Nel 1734 il regno di Napoli e la Sicilia tornarono ai Borboni di Spagna e a Napoli giunse il diciottenne Carlo III di Borbone. Carlo acquistò la villa di Portici appartenuta a d'Elboeuf e, colpito da alcuni reperti provenienti da Ercolano che erano rimasti nella villa, fu tentato di riprendere gli scavi. L'eruzione del Vesuvio del maggio 1737 lo terrorizzò a tal punto che rimase chiuso per giorni nella reggia di Napoli e non pensò oltre all'archeologia.


Segni di piccone su un affresco di una villa a Stabia, per impedirne il recupero non autorizzato dal re

Con l'arrivo a Napoli, nel 1738, di Maria Amalia Cristina di Polonia, divenuta moglie di Carlo III, gli scavi furono ripresi a Ercolano sotto la direzione di un colonello del Genio borbonico, l'ingegnere spagnolo Roche Joachim de Alcubierre.


I magazzini nell'area del Foro di Pompei

Il metodo di scavo prevedeva sondaggi verticali fino al punto in cui si rinveniva qualche traccia di edificio, per poi avanzare con stretti cunicoli in orizzontale. Ogni volta che si incontrava un muro, si superava con un foro. Restano ancora vistose tracce di queste brecce aperte a diverse altezze sui muri di Pompei e Ercolano e nelle ville suburbane. Solo in alcuni casi i fori nei muri sono stati attribuiti al tentativo di fuga di persone rimaste intrappolate negli edifici dai prodotti dell'eruzione.


I fori di passaggio utilizzati negli scavi di epoca borbonica

Al rinvenimento di monete, gioielli o affreschi di particolare bellezza, gli ambienti venivano liberati dai prodotti vulcanici e si recuperavano gli oggetti preziosi da portare alla reggia. Quello che non meritava l'onore, era distrutto. Non sapendo che fare della gran quantità di materiale scavato, oltre che per impedire crolli e l'accesso ad altri, i cunicoli e gli ambienti erano poi nuovamente interrati.


Monete e oggetti d'oro provenienti dagli scavi di Pompei al Museo Archeologico di Napoli

Il proseguimento dei lavori era pertanto condizionato dalla fortuna della ricerca e, quando ci si imbatteva in aree in cui scarseggiavano gli oggetti di valore, l'interesse calava e lo scavo veniva abbandonato anche per anni.


Lo stipite in marmo, decorato a spirali e foglie d'acanto, che orna il portale rivolto verso il Foro di Pompei dell'edificio della sacerdotessa Eumachia

Mentre il recupero di Ercolano era già in corso da qualche anno, di Pompei si tornò a parlare nel 1745, quando due eruditi napoletani, il canonico Alessio Mazzocchi e l'abate Giacomo Martorelli, seppero che un contadino, zappando un terreno sulla collina di Civita, aveva trovato altri ruderi. I due erano convinti, e convinsero il re, che lì ci fosse Pompei e, quando i sondaggi di Ercolano cominciarono a toccare aree prive di reperti, dodici operai vennero dirottati su Civita. Era il 1° aprile del 1748.


Pompei con il Vesuvio sullo sfondo

Il punto scelto per iniziare lo scavo cadde proprio nel cuore della città, a duecento metri dal Tempio della Fortuna Augusta e gli scavatori vennero subito raddoppiati con l'aggiunta di ergastolani. Il 6 aprile venne alla luce la prima bellissima parete affrescata e il 19 aprile il primo scheletro di un uomo dalle cui mani era sfuggita una manciata di monete.


La parete di una villa a Stabia, con i riquadri di affresco asportati, o rovinati intenzionalmente, dai primi scavatori

Alcubierre era convinto che le rovine fossero quelle di Stabia e quando, nel novembre del 1748, si giunse all'Anfiteatro, lo chiamò Teatro Stabiano.


Affresco raffigurante la rissa scoppiata nel 59 nell'anfiteatro di Pompei tra Pompeiani e Nucerini. In seguito all'episodio, il Senato di Roma decise di esiliare i responsabili e di chiudere l'anfiteatro per 10 anni (Museo Archeologico di Napoli)

Mancando i gradini dell'arena di reperti preziosi, l'area venne abbandonata dopo il dissotterramento di poche gradinate.


L'Anfiteatro e, a sinistra, la Palestra Grande di Pompei

I lavori ripresero in una delle ville esterne alle mura di Porta Ercolano. Asportati affreschi e oggetti di bronzo, il vasto edificio fu di nuovo interrato. Le collinette artificiali di pomici e ceneri che avanzarono dopo aver riempito gli ambienti scavati, sono ancora visibili vicino a Porta Ercolano.


La Villa di Diomede, esterna alle mura di Pompei, celava nel portico sotterraneo i corpi di 18 vittime. Quasi tutte le ricche decorazioni furono asportate nel corso degli scavi del 1771-74

Uno dei collaboratori di Alcubierre, l'architetto svizzero Karl Weber, cominciò a fare rilievi degli edifici ispezionati e continuò a lavorare a Pompei fino al settembre del 1749, quando la scoperta di Villa dei Papiri spostò di nuovo l'interesse su Ercolano. Alcuni interventi furono così grossolani, anche per quei tempi, da impressionare Johan Joachim Winckelmann, un bibliotecario giunto a Napoli da Dresda nel 1756.


Braciere, dono di M. Nigidio Vaccula, per il tepidarium delle Terme del Foro

I suoi polemici scritti sui ritrovamenti e sui metodi di scavo gli inimicarono la corte di Napoli, ma furono anche la prima diffusione in tutta Europa di notizie che trasformeranno Ercolano e Pompei in una vera e propria moda. La mania per ruderi e città sepolte convoglierà verso Napoli, il Vesuvio e gli scavi, intere famiglie reali, uomini di scienza e di cultura.


L'esterno di uno dei passaggi pedonali di Porta Ercolano

Alla fine del 1754, nella costruzione di una strada, apparvero i primi sepolcri della necropoli di Porta Ercolano e, solo allora, qualche operaio venne rimandato a Pompei. Nel 1759 Carlo III lasciò Napoli per assumere il trono di Spagna, rimasto vacante con la morte del fratello. Gli succedeva alla guida del Regno delle Due Sicilie il terzogenito dodicenne Ferdinando IV. La sua partenza coincise con un'eruzione del Vesuvio che, nel dicembre del 1759, invase di lava Torre Annunziata.


Il colonnato della Palestra Grande

Nonostante tutto, Carlo III ebbe non pochi meriti nella storia degli scavi. Stanziò cospicui finanziamenti per ampliare le aree di scavo e considerò ogni reperto proprietà dello Stato. Oltre a costituire il più grande museo di antichità del mondo, il coinvolgimento dell'apparato pubblico segnò per la nascente archeologia il passaggio da passatempo reale ad affare di stato.


Vasche nell'edificio chiamato Fabbrica del Sapone

FERDINANDO IV DI BORBONE re di Napoli (o Ferdinando I delle Due Sicilie)

Il ministro Tanucci, che fungeva da reggente fino alla maggiore età di Ferdinando, inviò agli scavi di Pompei una squadra di quaranta ergastolani, grazie ai quali pare che molti reperti, soprattutto monete e gioielli, finissero nelle botteghe degli antiquari.


Particolare delle decorazioni nelle Terme del Foro

Nel 1763 cominciò lo scavo di Porta Ercolano e dei monumenti funebri al suo esterno. Emerse anche una locanda con lo scheletro di un mulo ancora attaccatto al suo carro, oltre a una grande quantità di utensili domestici, piatti, secchi, bottiglie, e cinque scheletri, di cui quattro strettamente abbracciati.


Affresco nella Villa di Diomede, esterna a Porta Ercolano

Ormai si delineava la forma di una città vera e propria. Con tenacia, Weber volle che si abbandonassero i sondaggi isolati per procedere con lo scavo metro per metro. Ottenne anche che le pareti dipinte, ritenute inadeguate al museo reale, non venissero demolite a colpi di piccone.


Pavimento a mosaico in un'abitazione di Pompei

Quando, nell'agosto del 1763, venne alla luce una statua con la scritta in nome dell'imperatore Cesare Vespasiano Augusto, il tribuno T. Svedio Clemente ha restituito alla città dei Pompeiani i suoli appartenenti alla comunità.... anche gli ultimi scettici si convinsero che sulla collina di Civita c'era davvero la città di Pompei.


Vasca per la tinteggiatura delle stoffe nella Fullonica Stephani

Alla morte del Weber, che aveva assistito Alcubierre dal 1750 al 1764, prese il suo posto un altro ufficiale del genio spagnolo, Francesco La Vega, che poi subentrerà nel 1780 a Alcubierre nella direzione dei lavori.


Argenteria proveniente dagli scavi esposta al Museo Archeologico di Napoli

Nell'agosto 1764 affiorò lo scheletro di un uomo con una caraffa di vetro in mano e, in dicembre, si penetrava nel tempio di Iside. Nel pronao del tempio si trovarono fichi, pigne, castagne, noci, chicchi di avena, datteri. Nella cella della dea, c'era l'altare e la statua di Iside con una corona dorata e preziosi monili alle braccia. In uno stanzino dietro la cella, uno scheletro e un piatto con spine di pesce, resti di un ultimo pasto, poi un altare con le ossa dell'animale offerto, un sacerdote con in pugno un'ascia, forse per aprirsi un varco e sfuggire alla pioggia di pomici.


Disegno del Tempio di Iside esposto al Museo Archeologico di Napoli

Le decorazioni delle pareti raffiguravano l'esotico ambiente delle rive del Nilo e un'iscrizione attestava la riparazione del tempio dopo il terremoto del 62 a spese di un benemerito cittadino, Numerio Popidio Celsino. Si ricomponevano i momenti della sciagura con tanta verosimiglianza che persino il re-bambino cominciò a frequentare gli scavi. Due artisti, Filippo Morghen e Giovanni Battista Casanova, fratello minore del famoso Giacomo, furono incaricati di riprodurre gli affreschi che venivano alla luce.


L'iscrizione, ora al Museo Archeologico di Napoli, che ricorda il restauro del Tempio di Iside

Verso la metà del 1764 giunse a Napoli, in qualità di ambasciatore, Sir William Hamilton. Appassionato più di arte che di politica, intelligente ed aristocratico, seguì con passione gli scavi e ne fece eseguire in proprio, nonostante il divieto reale, commerciando e disperdendo una gran quantità di reperti.


L'insegna di una bottega con Venere sorretta da elefanti

Hamilton favorì il ritorno a Napoli di Winckelmann, che ebbe così modo di assistere personalmente ad alcune scoperte. Nell'ottobre del 1766, nella caserma dei gladiatori, un ampio cortile circondato da colonne e da numerosi piccoli vani, Winckelmann vide il recupero dello scheletro di una donna adorna di gioielli e di parte del suo vestiario, tra cui un velo tessuto con fili d'oro, nonché di quattro scheletri con i piedi incatenati e dell'ossatura di un cavallo bardato. Emersero dalle ceneri anche un elmo con visiera e gambali in uso ai gladiatori, simili a quelli delle decorazioni dei vasi, e una grande quantità di armi.


Incisione su rame attribuita a G.B. Casanova

Verso la fine del 1767, Hamilton descrisse l'eruzione del Vesuvio che costrinse il re a spostarsi da Portici al palazzo di Napoli. Winckelmann seguì l'eruzione da Napoli e fu il suo ultimo soggiorno in Italia. Un paio d'anni più tardi mentre, di ritorno dalla Germania, sostava a Trieste in attesa dell'imbarco per Ancona, venne derubato e ucciso da un balordo al quale aveva confidato di possedere alcuni medaglioni d'oro regalatigli dall'imperatrice Maria Teresa d'Austria.


La palestra dei gladiatori

CAROLINA D'AUSTRIA

Il 12 gennaio 1767, il re raggiuse la maggiore età e, nell'aprile del 1768, sposò l'arciduchessa d'Austria Carolina, figlia di Maria Teresa. Il suo matrimonio, come già quello del padre, si rivelerà decisivo per la sorte degli scavi.


 Le gradinate dell'Odeon o Teatro Piccolo

Carolina dedicò tempo e entusiasmo agli scavi di Pompei, che in quel periodo procedevano intorno al Teatro, all'Odeon e lungo la via dei Sepolcri. Grazie anche all'appoggio del fratello, l'imperatore Giuseppe d'Asburgo, che dimostrerà una vera passione per Pompei e cercherà di trasmetterla anche al re, gli scavi furono potenziati di braccia.


La necropoli lungo Via dei Sepolcri di Porta Ercolano

Nel 1775, il ministro Tanucci decise di far procedere ordinatamente gli scavi da Porta Ercolano verso il cuore della città, mettendo fine alle ricerche guidate dal solo scopo di arricchire il museo.


Particolare del mosaico raffigurante la battaglia di Alessandro contro Dario a Isso

Le operazioni erano rallentate anche dal fatto che, da quando si era deciso di non interrare più gli edifici, bisognava dedicare molto tempo allo sgombero del materiale. Lo smaltimento delle montagne di pomici e ceneri, il cui volume aumentava a dismisura una volta scavate, resterà uno dei problemi più difficili da risolvere per tutto il tempo degli scavi a seguire.


Le Terme suburbane, all'esterno di Porta Marina. La freccia indica lo spessore originario dei prodotti vulcanici che coprivano Pompei. Il Vesuvio sullo sfondo

Il pericolo corso dal "gabinetto di antichità Ercolanesi di Portici" durante l'eruzione del 1779, consigliò di trasportare a Napoli la preziosa raccolta.


Una sala del Museo Archeologico di Napoli

Con grandi piattaforme montate su ruote, affreschi, mosaici, statue e colonne vennero trasferite nelle scuderie reali (l'attuale Museo Archeologico, dove ancora si trovano) che, nel 1600, l'architetto Domenico Fontana, lo stesso che nel 1592 aveva progettato il canale di deviazione del Sarno sotto la collina di Civita, aveva trasformato in Università.


Lapide che ricorda la trasformazione dell'edificio universitario in museo (Napoli, Museo Archeologico)

Il Vesuvio, nel giugno del 1794, coprirà di lava, per la terza volta dopo il 1631, Torre del Greco. Gli eventi di fine secolo, con la rivoluzione francese e la decapitazione di Maria Antonietta, sorella di Carolina, diedero alla regina e all'intera corte ben altro da pensare.

I FRANCESI

L'arrivo dei francesi nel 1798 provocò la precipitosa fuga a Palermo di Ferdinando e Carolina. Il generale francese Championnet proclamò la Repubblica Partenopea e, una volta ristabilito l'ordine, fece riprendere gli scavi di Pompei. Un'area della regione VIII porta il suo nome.


Interno della Casa di Giulio Polibio

I francesi se ne andarono da Napoli nel 1799, ma i Borboni non rientrarono dalla Sicilia che qualche anno più tardi. La direzione dello scavo venne affidata nel 1804 a Pietro La Vega, fratello di Francesco, che la mantenne per dieci anni.


Scritte sui muri lungo Via dell'Abbondanza

GIUSEPPE BONAPARTE

Il destino del Regno delle Due Sicilie, e insieme quello degli scavi di Pompei, dipendeva dalle alterne fortune di Napoleone. Nel 1805, benché sconfitto nella battaglia in mare di Trafalgar, dove l'Ammiraglio Nelson perse la vita, il generale còrso aveva ragione degli inglesi a Austerlitz. I francesi tornarono così a Napoli e, il 14 febbraio 1806, Ferdinando fu costretto a cedere il suo posto a Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone.


Una decorazione del lupanare, la casa di piacere più nota di Pompei

Bonaparte assunse altri operai per proseguire l'opera di scavo. Dal 1807 al 1815 affidò la guida dei lavori al direttore del museo reale di Portici, Michele Arditi, che consigliò l'acquisto di terreni privati intorno a Civita, continuò lo sgombero dei cumuli di pomici scavate e concentrò le ricerche su opposti lati, per convergere verso porta Ercolano.


L'area meridionale degli scavi dove si trovano la Casa con vigneto e l'Orto dei fuggiaschi. Sullo sfondo, il Vesuvio

Nonostante i progressi, coronati dalla scoperta di splendidi affreschi, la situazione politica, con i napoletani che non nascondevano la loro ostilità ai francesi e Ferdinando che dalla Sicilia tramava per recuperare il proprio trono per intero, e la limitata disponibilità di fondi, impedirono all'Arditi di portare a termine i suoi programmi.


Due statue nel macellum, mercato coperto di età imperiale, che si trova nel portico orientale del Foro

GIOACCHINO E CAROLINA MURAT

Quando Napoleone conquistò la Spagna, Giuseppe Bonaparte dovette lasciare Napoli per assumere la corona spagnola. Venne sostituito, dal luglio del 1808, da Gioacchino Murat. Ancora una volta, fu la moglie di Murat, Carolina, sorella di Napoleone, a dimostrare interesse per Pompei. Con entusiasmo fece riprendere e portare a compimento il progetto di Arditi, con assunzioni che arrivarono a 688 civili e 1500 zappatori del genio.


Atrio e cortile interno di un'abitazione di Pompei

Per tenere viva l'attenzione dei reali, dai quali dipendeva il finanziamento dello scavo, da tempo era consuetudine far trovare agli spalatori, durante la visita degli illustri ospiti, scheletri e oggetti d'oro, precedentemente predisposti e ricoperti di pomici. Grazie anche a questi trucchi, Carolina divenne assidua frequentatrice degli scavi e spinse il marito a stanziare sempre maggiori fondi.


Un vaso cameo detto "Vaso blu". Il fondo azzurro scuro è coperto da uno strato bianco in cui sono intagliate le figure di una scena a carattere dionisiaco. Rinvenuto a Pompei il 28.12.1837, forse in un contesto funerario accanto alla villa suburbana detta delle colonne a mosaico (Museo Archeologico di Napoli)

Carolina fu nominata reggente durante l'assenza di Murat, impegnato nella disastrosa campagna di Russia napoleonica. Con le prime sconfitte della grande armata e la disfatta di Lipsia, nell'ottobre del 1813, la sorte del trono francese di Napoli sembrava segnata. Murat, nel gennaio del 1814, deciso a salvare il proprio regno, si schierò apertamente contro il cognato ma, dopo la fuga di Napoleone dall'Elba, tornò ad essere suo alleato.


Il tempio di Apollo nel Foro. Sulla colonna in marmo bianco, a sinistra, si trova un orologio solare, collocato a spese dei duumviri L. Sepunius e M. Erennius

Intanto a Pompei cominciava il recupero del Foro. Il 17 aprile 1815, Carolina, assidua frequentatrice degli scavi, mostrava al fratello Gerolamo, e il giorno dopo ai reali di Spagna, uno scheletro con un sacco contenente una lampada di bronzo, segni della precipitosa fuga davanti alla furia del vulcano. Fu la sua ultima visita a Pompei.


La Casa di Pansa

Travolto dagli eventi, la notte del 18 maggio Murat lasciava Napoli sotto false spoglie e due giorni dopo Carolina si consegnò a una nave inglese. Si ritirerà a vivere a Firenze, dove morirà nel 1839.


Particolare di un mosaico da Pompei (Napoli, Museo Archeologico)

FERDINANDO IV DI BORBONE

Gli scavi di Pompei subirono un rallentamento con il ritorno a Napoli dei Borboni, sancito dal congresso di Vienna. Ferdinando, rimasto solo dopo la morte in esilio di Carolina, cui va il merito di aver divulgato gli scavi con corrispondenze e con la stampa di guide e planimetrie, non stanziò altro denaro.


Particolare di una decorazione parietale raffigurante un balcone a sbalzo

Alla morte di Pietro La Vega, che aveva continuato a dirigere gli scavi anche con Murat, l'incarico passò nel 1814 all'architetto Bonucci, ma i fondi erano ormai dimezzati e alcuni terreni erano stati addirittura rivenduti.


Colonne a mosaico di una villa suburbana di Pompei (Museo Archeologico di Napoli)

In una sua rara visita, nella primavera del 1818, il re decise di usare la carrozza e costrinse a rimuovere lungo la via dei Sepolcri e la via Consolare, fino al Foro, alcune delle grosse pietre di attraversamento pedonale che risultavano troppo alte per il cocchio reale. I vuoti lasciati dai blocchi di pietra sono ancora visibili lungo queste strade.


I segni dei passaggi pedonali divelti nel 1818

In quegli anni tornava alla luce un'abitazione privata, detta Casa del Chirugo per una serie di strumenti trovati al suo interno.


Strumenti chirurgici esposti al Museo Archeologico di Napoli


La massiccia facciata, con grandi lastroni squadrati, era quella di un edificio risalente al IV-III sec. a.C. che generazioni di Sanniti e di Romani avevano abitato e modificato, senza alterarne l'impianto originario.


La Casa del Chirurgo

Nel 1820 i napoletani, guidati dal generale Guglielmo Pepe, costrinsero Ferdinando a concedere la costituzione. Per ristabilire l'ordine, il re chiese aiuto all'Austria, la quale inviò un contingente che resterà a Napoli fino al 1826. Dopo una stasi quasi totale, il generale in capo austriaco, barone Franz von Koller, fece riprendere gli scavi, senza trascurare di farsi una scorta privata di vasi antichi, acquisiti nel 1828 dal Museo di Berlino.


La Basilica, uno degli edifici pubblici dell'area del Foro destinato alle trattazioni commerciali

Nel 1822 un'eruzione del Vesuvio coprì con un sottile manto di cenere Pompei. Nel 1824 si scavarono il Tempio della Fortuna Augusta e le Terme del Foro, dove furono trovate finestre tonde provviste di vetri e 778 lucerne ad olio che dimostravano la frequentazione notturna delle terme.

FRANCESCO I DI BORBONE

Il Teatro Grande

Il 4 gennaio 1825 moriva Ferdinando di Borbone. Il successore, Francesco I, fu più generoso del padre verso l'archeologia e venne ricompensato, nel corso del suo regno, dalla scoperta di un panificio, della casa detta del Poeta Tragico e di quella del Fauno, al cui interno lo scheletro della padrona di casa fu rinvenuto tra i suoi oggetti preziosi buttati alla rinfusa in un sacco. Il re decise di riprendere i lavori anche a Ercolano ma, da sempre cagionevole di salute, dopo solo cinque anni di regno, l'8 novembre 1830, morì lasciando il trono al figlio Ferdinando II.


La Casa del Fauno

FERDINANDO II DI BORBONE

Nel 1831, nella Casa del Fauno, fu liberato dalle pomici uno splendido mosaico che, con circa un milione e mezzo di piccolissime tessere policrome, raffigurava la battaglia fra Dario e Alessandro Magno. Il mosaico recava vistose tracce di restauro, probabilmente per i danni subiti dal terremoto del 62. Ci vollero molti mesi di lavoro per staccarlo dal pavimento e trasportarlo al museo di Napoli.


Il mosaico della battaglia di Alessandro, ora al Museo Archeologico di Napoli

Nonostante i ritrovamenti fossero sempre più sorprendenti, l'interesse del sovrano era scarso e i lavori sporadici. Con le sommosse del 1848, tese a riottenere la costituzione che il padre di Ferdinando aveva rapidamente abolito, Pompei venne abbandonata. Nel 1850, gli spalatori tornarono al lavoro alle terme Stabiane e a porta Stabia, esterna al perimetro delle mura. La spoliazione degli edifici per accumulare reperti al museo di Napoli continuava a demolire Pompei più dell'eruzione.


La fontana-ninfeo nel giardino della Casa della Fontana piccola

I napoletani non avevano mai nascosto la loro antipatia per il retrogrado Ferdinando II che sfociò in un attentato nel dicembre del 1856. Senza mai riprendersi completamente dalle ferite, il re morirà tre anni dopo nella reggia di Caserta, lasciando il regno a Francesco II.


La necropoli lungo Via Nocera

GARIBALDI E IL REGNO D'ITALIA

Il movimento per riunire l'Italia, capeggiato da Garibaldi, costrinse Francesco II e la consorte Maria Sofia, sorella dell'imperatrice Elisabetta d'Austria, a fuggire a Gaeta. Garibaldi entrò trionfante in Napoli il 7 settembre 1860, ma la roccaforte di Gaeta riuscì a resistere fino al 13 febbraio 1861. La sua resa segnerà la fine definitiva del regno delle Due Sicilie.


Ritratto di Sofia, l'ultima regina del Regno delle Due Sicilie (Museo Archeologico di Napoli)

Garibaldi affidò la direzione del museo e degli scavi ad Alessandro Dumas, che lo aveva sostenuto nell'impresa dei Mille. Isolato dall'ambiente italiano, ben presto Dumas lascerà l'incarico che pure aveva accettato con grande entusiasmo.


Badile trovato negli scavi (museo di Villa Regina)

Passate le consegne a Casa Savoia, il re Vittorio Emanuele II fece riprendere gli scavi con un cospicuo stanziamento in denaro. A questo aggiunse un direttore che segnò una svolta nella storia di Pompei, l'archeologo e numismatico Giuseppe Fiorelli.

GIUSEPPE FIORELLI

Con Fiorelli, i criteri di scavo cambiarono radicalmente. Nonostante i vari tentativi di unificare il contesto urbano, fino ad allora si erano liberati singoli edifici, accumulando il materiale tra gli uni e gli altri e creando un paesaggio di colline e avvallamenti. Inoltre, i dipinti esposti alle intemperie si deterioravano e gli ambienti aperti venivano rapidamente ingoiati dai rovi.


Edifici di Pompei assediati dalla vegetazione

I lavori ripresero dalle strade già scoperte e, per evitare crolli, si penetrò nelle case dall'alto. Il materiale di risulta era sgomberato per mezzo di vagoncini che correvano su rotaie, come nelle miniere. Le pitture murali furono protette e lasciate al loro posto, le case coperte con tetti e gli edifici collegati fra loro. La città fu divisa in regioni e queste, a loro volta, in isole.


Busto dell'archeologo Fiorelli al Museo Archeologico di Napoli

I nuovi scavi si ampliarono verso Est, scoprendo il lupanare. In un panificio, furono tolti da un forno ermeticamente chiuso, 81 pani carbonizzati, rotondi e duri come pietre. Nel 1861 iniziarono anche le pubblicazioni del "Giornale degli Scavi di Pompei" con il resoconto quotidiano dei rinvenimenti.


L'attuale precario stato di conservazione di un edificio a Pompei

Ma un'intuizione geniale venne a Fiorelli nel 1864. Osservando una cavità formatasi nello strato di cenere, vi scorse il teschio di un uomo ed ebbe l'idea di riempire il vuoto con del gesso liquido, un materiale che già utilizzava per i calchi delle monete. Una volta indurito e ripulito dalla cenere, il gesso rivelò la forma di quattro corpi, con gli abiti, i monili e persino l'espressione contratta del volto fedelmente riprodotta.


Calchi eseguiti da Fiorelli

L'ingegnoso espediente dei calchi in gesso è stato applicato, oltre che ai corpi di esseri umani e animali, anche a tutti quei materiali che si erano consumati lasciando la loro impronta nella cenere, come porte, mobili e alberi. Il metodo è usato a tutt'oggi con l'impiego di gomme siliconiche.


Calco di un armadio con cerniere e chiusura in bronzo (Casa di Giulio Polibio)

Dopo il 1875 la direzione dei lavori venne assunta da Michele Ruggiero e poi da Giulio de Petra che continuarono l'opera del loro maestro Fiorelli, trasferito alla direzione dei musei e degli scavi di Roma.


Particolare del calco di una porta con borchie in bronzo

Finalmente l'archeologia si delineava come scienza e oggetti che prima erano a stento inseriti nell'inventario dei ritrovamenti, diventarono importanti al pari dei gioielli e delle statue. E, infatti, non erano d’oro, ma egualmente preziosissime, le 132 tavolette di legno trovate nella casa del banchiere Lucio Cecilio Giocondo. In origine erano ricoperte di cera, ancora in parte conservata, sulla quale si incideva con uno stilo. Lo stilo aveva scalfitto anche il legno che faceva da base alla cera e, con questa traccia, le tavolette si rivelarono quietanze e contratti, firmati dal banchiere e dai testimoni, rilasciate tra il 55 e il 60 d.C.


Tavolette trovate nell'abitazione di Lucio Cecilio Giocondo (Museo Archeologico di Napoli)

Tra il 1880 e il 1881 si scavò nella zona Sud, dove il Sarno sfociava in mare prima che i prodotti dell'eruzione lo costringessero a cambiare percorso. Vennero trovate numerose persone insieme ai loro oggetti più preziosi, colte dalla morte mentre cercavano di fuggire.


Mosaico proveniente da Pompei (Museo Archeologico di Napoli)

Nel 1896, fu recuperata la casa dei Vettii, due fratelli liberti commercianti di vino. La ricca dimora, con stanze decorate, statue e fontane, confermò che i pompeiani, anche di non nobili natali, godevano di un elevato tenore di vita. In cantina si rinvennero molte anfore di vino intatte, con l'indicazione della vendemmia di produzione, mentre in cucina le pentole dell'ultimo pasto stavano ancora appoggiate sul fuoco.


Decorazioni nella Casa dei Vettii

Il Vesuvio tornò in attività nel 1906 con una violenta eruzione. Dal 1905 al 1910 la direzione dei lavori fu affidata a Antonio Sogliano, al quale subentrò, fino al 1923, Vittorio Spinazzola. A questo studioso napoletano si deve la ripresa dei lavori su ampia scala lungo Via dell'Abbondanza, per collegare il Foro con l'Anfiteatro. Sui muri della principale arteria di Pompei, scritte pubblicitarie e elettorali apriranno uno squarcio sui costumi pubblici e privati dei pompeiani.


Scritta sui muri di Via dell'Abbondanza

AMEDEO MAIURI

I lavori, sospesi per la guerra nel 1915, ripresero nel 1924 con la soprintendenza di Amedeo Maiuri, una figura che sarà determinante tanto nelle vicende degli scavi quanto nella divulgazione dei risultati.


Calco di due dei tredici individui trovati nell'Orto dei Fuggiaschi nel 1961

Alla genialità del nuovo responsabile si aggiunge la longevità del suo mandato, ben 37 anni, nonostante lo scetticismo con cui era stato accolto dopo un periodo di reggenze. Ricevuta la direttiva di conservare, restaurare, riordinare, ma niente nuovi scavi, si limitò dapprima a spolpare le ossa lasciate sul terreno, ripartendo dalle case in Via dell'Abbondanza, di cui Spinazzola aveva liberato solo le facciate, per poi passare a scavi veri propri nella casa del sacerdote Amandus. All'ingresso vennero trovati i resti di nove persone che si erano accalcate nel tentativo di raggiungere la strada.


Panorama degli scavi di Pompei. Al tempo dell'eruzione il mare arrivava quasi ai piedi della città, circa in corrispondenza dell'odierna autostrada

Maiuri dedicò particolare cura a comporre il quadro evolutivo della città, studiando le modifiche subite dagli edifici, a partire dall'antico borgo italico fino alle monumentali abitazioni di epoca romana. Le scoperte erano pubblicate con regolarità e corredate da splendide illustrazioni.


Il Teatro Piccolo o Odeon

Tra il 1927 e il 32 venne scavata l'abitazione di Quinto Poppeo, chiamata casa del Menandro dal dipinto raffigurante l'omonimo poeta greco, dove si trovò una biblioteca e una cassa con 115 pezzi di argenteria, posta in salvo nella cantina. Resti di persone abbracciate, guidate da una con una lanterna, stavano nell'angolo meno esposto dell’edificio. Nel 1929 venne ripreso e ultimato lo scavo della villa dei Misteri, appena fuori Pompei.


Affresco nella Villa dei Misteri

Tra il 1933 e 35 i lavori toccarono la Palestra Grande, in prossimità dell'Anfiteatro. Il vasto stadio quadrato, circondato da 130 colonne, in buono stato su tre lati e completamente distrutto su quello rivolto al Vesuvio, aveva al centro una piscina di 30 metri di lato, intorno alla quale crescevano grossi platani.


La Palestra Grande, con al centro la piscina. Nel prato si vedono i calchi della base dei platani

I calchi delle radici degli alberi restituiscono ancora oggi la sensazione rinfrescante dell'ombra che doveva esserci intorno all'ampio spazio aperto. Quasi un centinaio di cadaveri furono rinvenuti nei posti più riparati dell'edificio, persino nella latrina, dove avevano cercato rifugio. Fu scavata anche la casa di Cornelio Tegete, con la statua dell'Efebo che il proprietario stava cercando di salvare, dopo averla asportata dal giardino e avvolta in un panno.


L'inizio di Via dell'Abbondanza

IL SECONDO DOPOGUERRA

Gli scavi di Pompei, che avevano superato quasi illesi oltre due secoli di battaglie e passaggi di mano, non furono risparmiati dal secondo conflitto mondiale. Per preparare lo sbarco delle truppe, il 24 agosto 1943 l'aviazione alleata bombardò Pompei, sospettando che contingenti tedeschi si nascondessero negli anfratti delle rovine. Una bomba cadde nel Foro, un'altra sul piccolo museo all'ingresso della città, dove si conservavano i calchi in gesso fatti da Fiorelli.


Lapide nella Casa di Pansa a ricordo dei danni subiti per i bombardamenti

Maiuri scrisse lettere e fece mille tentativi per risparmiare a Pompei questa seconda distruzione. Si rivolse anche a Benedetto Croce, ritenendo che una voce così autorevole potesse fermare i bombardamenti. Dopo l'8 settembre, i bombardamenti ripresero con vigore, anche se i danni furono meno gravi di quanto ci si poteva aspettare dall'enorme quantità di ordigni caduti sull'area archeologica. Maiuri fu costretto ad abbandonare gli scavi in bicicletta e venne anche ferito durante la fuga. Nel 1944 il Vesuvio si vendicò annientando con le ceneri della sua ultima eruzione un intero stormo di bombardieri americani, parcheggiati vicino a Pompei.


Una stanza intatta fino al soffitto nella casa di Giulio Polibio

La ricostruzione post-bellica coinvolse indirettamente anche Pompei. Dal 1951, Maiuri finanziava gli scavi vendendo le pomici ai cantieri delle opere di bonifica e della costruenda autostrada Napoli-Salerno. Rimossi i vecchi cumuli, per tenere il passo dei cantieri, gli scavi predilessero le aree con più materiale, come i giardini e gli spazi aperti, trascurando gli ambienti chiusi.


Le gradinate del Teatro Piccolo o Odeon

Nel decennio 1951-61 furono rimossi circa un milione di metri cubi di materiale. I lavori procedevano a velocità tale da non lasciare tempo per i restauri e anche i registri di quegli anni risultano sbrigativi e non furono pubblicati.


Il Foro Triangolare

L'amministrazione pubblica del dopoguerra dimostrò scarsa considerazione per la tutela di Pompei. Il degrado dei vecchi scavi, l'espansione edilizia, la mancanza di leggi adeguate e di fondi portarono gli scavi di Pompei quasi sull'orlo del tracollo.

GLI ULTIMI DECENNI


In molti punti di Pompei risalta la difficile opera di mantenimento dei manufatti

Dal 1962, gli interventi sono stati finalizzati prevalentemente alla conservazione e i nuovi scavi sono diventati necessariamente meno importanti. Nel 1976 è promulgata una legge speciale per arginare il degrado dei manufatti e per far fronte al crescente numero di visitatori. Dagli anni 80, molti lavori, come il completamento dello scavo della Casa di Giulio Polibio, si sono finalmente avvalsi del contributo dei vulcanologi.


Casa di Giulio Polibio

Ai nostri giorni, la tendenza a evitare nuovi scavi (non solo a Pompei) è sempre più diffusa tra gli archeologi. Da una parte, la scelta è obbligata dall'inadeguata disponibilità di fondi del settore, probabilmente considerato secondario o improduttivo, che impone di convogliare le risorse verso la manutenzione e il restauro. Non secondario l'atteggiamento di procedere a sondaggi non invasivi, riservando lo scavo del vasto patrimonio ancora sepolto alle future capacità di intervento.


Una gran quantità di oggetti recuperati sotto le pomici sono accumulati ai margini degli scavi

Presumibilmente per ragioni economiche, gli ultimi scavi, benché intrapresi solo a completamento di precedenti, sono diventati spesso cantieri abbandonati. Sembra farsi strada la scelta di lasciare nella posizione di ritrovamento qualche reperto, piuttosto che ingrossare ulteriormente i magazzini o il già ricchissimo deposito del museo archeologico.


Materiale lasciato nella posizione in cui è stato trovato nella Casa di Giulio Polibio, un edificio in via di ristrutturazione al momento dell'eruzione

Purtroppo, continua a essere quasi nullo il riguardo riservato ai prodotti dell'eruzione, la cui visione darebbe la percezione immediata, più di qualsiasi spiegazione scritta, di cosa avvenne a Pompei.


Parte del magazzino sul lato orientale del Foro

La storia degli scavi sembra la cronaca di grossolani errori, ma non bisogna dimenticare che ogni campagna di scavo è stata a suo modo pionieristica e va inquadrata negli obbiettivi dell'epoca in cui è avvenuta. Generazioni di archeologi si sono succedute in un'esperienza di scavo che dura da quasi trecento anni, ognuna affrontando il lavoro con un proprio bagaglio culturale e ponendosi in maniera diversa di fronte al recupero e alla valorizzazione dell'opera.


Vecchi scavi ormai chiusi al pubblico

Nel Settecento, la ricerca era finalizzata al collezionismo di pezzi antichi, che era il passatempo preferito di pochi ricchi, e rammaricarsene ora è perlomeno superfluo. Solo dopo il 1860, l'archeologia comincia a diventare una scienza, ma le dimensioni dell'impresa trovano a volte impreparati gli stessi archeologi, posti di fronte problemi che non avevano precedenti.


Calco di un corpo trovato nel 1989

La recente partecipazione dei privati alla gestione dei monumenti e tutte le nuove iniziative tese ad allargare la fruizione dell'immenso patrimonio archeologico di cui gode l'Italia aspettano, come ogni altra tappa storica, di essere giudicate dalla giusta distanza temporale.


Lungo Via dell'Abbondanza, il cantiere della Casa dei Casti Amanti presenta da oltre 20 anni il volto peggiore degli scavi recenti