GLI SCAVI DI ERCOLANO


Il Vesuvio, visto dalle terrazze del Palazzo Reale di Napoli

ERCOLANO PRIMA DELL'ERUZIONE

La prima citazione di Ercolano con il nome greco di Heràkleion si trova in Teofrasto (314 a.C.). Dionigi di Alicarnasso (60 ca.- 7 a.C.) racconta che la città venne fondata da Ercole nel suo viaggio di ritorno dalla Spagna, dove aveva compiuto la decima delle sue 12 fatiche. Più probabilmente, le sue origini sono legate a una tribù di Osci e, come Pompei, cadde in possesso dei Sanniti verso la fine del V sec. a.C. ai quali Roma la strappò con qualche difficoltà nel IV sec. a. C.

La pacificazione dell'area mediterranea sotto Ottaviano (che assunse il titolo di Augusto nel 27 a.C.), coincise anche per Ercolano con una rinascita economica e demografica. In origine aggrappata al pendio e chiusa da massicce mura di difesa, la cittadina si espanse con terrazzamenti fino al mare. Tra le ville più vaste e panoramiche che si affacciavano sul golfo vi era quella appartenuta alla famiglia di Lucio Calpurnio Pisone, che ospitò il filosofo Filodemo con la sua l'imponente raccolta di scritti in lingua greca e latina, eseguiti su rotoli di papiro.


Statua di Augusto trovata a Roma

Con i successori di Augusto (Tiberio, Caligola e Claudio) e fino all'avvento di Nerone, la prosperità delle colonie romane fu in continua crescita. Mentre Pompei perdeva ogni caratteristica di presidio militare, Ercolano rimase più a lungo un punto strategico e, sebbene in più parti scavalcate dagli edifici privati, le mura ebbero manutenzione e restauri fin dall'epoca augustea.

Dopo la morte di Nerone (68 d.C.) e un breve periodo di lotte intestine con l'avvicendarsi di ben quattro imperatori nell'arco di un solo anno, il potere di Roma passò nel 69 nelle mani di Tito Flavio Vespasiano il quale non solo riportò la calma a Roma, ma si occupò anche della ricostruzione delle città campane danneggiate dal terremoto. A Vespasiano successe nel 79 d.C., poche settimane prima dell'eruzione, il figlio Tito, detto, per le sue virtù di governo, delizia del genere umano.

Ecolano era un paese più tranquillo e meno commerciale di Pompei. I suoi abitanti erano prevalentemente pescatori e il traffico dei carri raramente si spingeva verso il centro cittadino oltre il Decumano Massimo. Le pietre che pavimentano le vie non recano i solchi delle ruote, tanto profondi a Pompei, e sono anche meno frequenti i termopoli, i bar di allora, e le botteghe dove si vendevano merci.


Banco di una bottega nelle vie di Ercolano

L'impianto della città era simmetrico, diviso in isolati delimitati da strade lastricate. Sulla via principale si affacciavano gli edifici pubblici, ornati da grandi statue di marmo e da un'imponente quadriga bronzea. Molte statue ritraevano i membri della famiglia più in vista, quella del proconsole di Creta e della Cirenaica, Marco Nonio Balbo, finanziatore della costruzione dell'edificio ora impropriamente chiamato Basilica e del restauro di mura e porte.


La statua del genio dormiente che abbelliva l'ara funeraria di Nonio Balbo

Accanto alla ricchezza delle abitazioni private, gli edifici pubblici non sembrano proporzionati al numero di abitanti (la popolazione raggiunse tra quattro e cinquemila abitanti, contro i quindicimila di Pompei). Il teatro ad emiciclo, ad esempio, costruito ai tempi di Augusto e arricchito con le statue degli imperatori successivi, era in grado di contenere duemilacinquecento spettatori. Il Foro era quasi modesto, così come le vicine terme costruite tra il 30 e il 20 a.C.

Lo sviluppo della cittadina in direzione del mare terminava su un lato con le Terme Suburbane. L'edificio sorgeva praticamente sulla spiaggia, alla quale si accedeva con una breve scala, senza alcun muro di rialzo, tanto che gli spruzzi delle onde erano tenuti lontani dalle ampie finestre con un cordolo sporgente dal muro.


Particolare della sporgenza sul lato rivolto al mare delle Terme suburbane

Al contrario, gli altri edifici affacciati sul mare poggiavano sopra un alto muro di contenimento (sostruzione) che livellava il pendio. Nella spessa muratura era stata ricavata una serie di archi -alti 3,75 m, larghi 3,15 m e profondi 3,85 m- che formavano degli ambienti riparati (fornici), utilizzati come magazzini e per il ricovero delle barche.


Mentre Pompei sorgeva alta sopra il mare, appoggiata su un'antica colata di lava, Ercolano degradava fino alla spiaggia aggrappata ad una roccia vulcanica meno dura della lava, ma altrettanto solida, il tufo. Il tufo vulcanico è una roccia che si forma dalla cementazione di ceneri, miste ad altri prodotti vulcanici più grossolani, lasciate sul terreno dai flussi che si originano nel corso delle eruzioni esplosive. Con il tempo, la cenere si salda e forma un materiale leggero e resistente che si presta ad essere usato come pietra da costruzione. Quando ancora non c'erano i macchinari di oggi e il cemento armato, il tufo ha favorito la costruzione di edifici a molti piani, impensabili con altri materiali.

Davanti a Ercolano, il tufo, eroso dalle onde, formava una piattaforma che si prolungava per 10-20 metri in direzione del mare. Con la bassa marea, emergeva in parte, mostrando i solchi lasciati dalle barche trascinate in secca.

Davanti alle Terme e alle arcate dei fornici, il tufo era coperto da circa mezzo metro di sabbia nera, derivante dal disfacimento di rocce vulcaniche. Lo spessore di questo strato diminuiva regolarmente, fino ad annullarsi a circa 10 metri verso il mare aperto.

Tra le Terme e i gradini di Porta Marina, sopra la sabbia nera c'era uno strato di circa 60 cm di ghiaia formata da ciottoli, spigolosi in alto e arrotondati verso la base dello strato. I ciottoli erano per lo più pezzi di materiale di scarto, tegole, frammenti di stucco, ossa, vetri, vasellame rotto, conchiglie, segno evidente che la spiaggia di Ercolano, proprio davanti alle Terme suburbane, l'edificio pubblico più frequentato e più elegante della città, nel 79 d.C. era usata come discarica.

I ciottoli arrotondati dovevano trovarsi sott'acqua, mentre quelli spigolosi non erano evidentemente interessati dal movimento delle onde. Pertanto, il passaggio tra i ciottoli abrasi dall'acqua e quelli spigolosi dovrebbe corrispondere al livello del mare di allora, che risulta più basso di 4-5 metri (e la costa arretrata verso terra tra 250 e 500 metri) rispetto all'attuale.

La spiaggia era ampia da 2 a 4 metri di fronte alle Terme e si restringeva a meno di un metro davanti ai fornici. Il mare era profondo poco più di mezzo metro e probabilmente i pescatori di Ercolano dovettero costruire dei pontili di legno per raggiungere la profondità sufficiente a mettere le barche in acqua.


La pavimentazione, quasi priva di solchi dei carri, del Decumano inferiore all'incrocio con il Cardo V inferiore

Il terremoto del 62 d.C. aveva colpito anche Ercolano, provocando danni agli edifici e facendo numerose vittime. La ricostruzione era stata tuttavia più rapida che a Pompei e l'eruzione di 17 anni dopo seppellì una città quasi completamente restaurata. Il vulcano addormentato dominava, brontolando di tanto in tanto, verdi campi coltivati e città lambite dal mare. Nell'agosto del 79 le scosse di terremoto divennero sempre più frequenti, anche se non fortissime, e il giorno 24 cominciò l'eruzione.

Bella, quanto anonima colonia dell'impero romano, forse più ancora della vicina Pompei, Ercolano avrebbe lasciato poca traccia di sé nei millenni a seguire se non fosse diventata testimone di quella terribile eruzione.


Statua di Nonio Balbo

ERCOLANO DOPO L'ERUZIONE

Col passare del tempo, la spessa coltre di cenere grigia scesa dal Vesuvio si indurì, si coprì di vegetazione e persino i nomi delle città sepolte furono dimenticati. Ne rimase traccia solo nelle mappe romane, utilizzate e copiate fino al Medioevo, dove i tracciati degli itinerari imperiali, fissati poco prima della catastrofe, segnavano la distanza tra Roma e le città vicine al Vesuvio.

Quando i popoli germanici cominciarono a spingersi oltre le Alpi, gli imperatori romani ebbero altro da pensare che alle loro colonie distrutte dal Vesuvio. L'impero, ormai troppo vasto per essere difeso, si avviava al declino. Il trasferimento della capitale a Bisanzio, sotto il regno di Costantino, e la scissione in impero d'Oriente e d'Occidente, ne segnarono la fine definitiva.


Interno delle Terme suburbane

La penisola restò controllata dai papi a Roma e dai Bizantini a Napoli, dove intorno al 1100, si instaurarono i Normanni. Il regno normanno durò poco meno di due secoli, fino al matrimonio di Enrico VI, figlio del fondatore dell'impero germanico, con Costanza, erede del Regno delle Due Sicilie. Gli imperatori germanici si successero a Napoli fino a quando il Papa Urbano IV, nel tentativo di contrastare il loro predominio su così ampia parte della penisola, offrì la corona di Napoli a Carlo d'Angiò, fratello del re di Francia.

Gli Angioini non furono molto amati, specialmente in Sicilia, dove il popolo diede vita alla rivolta dei Vespri Siciliani del 1282. Pietro d'Aragona, imparentato con l'ultimo imperatore germanico, ne approfittò per riconquistare l'isola e le due dinastie, spagnola a Palermo e francese a Napoli, regnarono in perpetuo stato di guerra fra di loro fino alla metà del 1400. Quando l'ultimo angioino, Giovanna II, designò come suo successore Alfonso V d'Aragona, non senza difficoltà la Spagna riprese possesso dell'Italia meridionale e lo consoliderà poi con Ferdinando d'Aragona, detto il Cattolico. 


Gli edifici di Ercolano (Casa dell'atrio a mosaico e Casa dei cervi) che guardavano il mare. Alle spalle, la città odierna

Le passate vicende storiche del territorio che governavano non furono tra gli interessi dei vari monarchi stranieri. Tantomeno lo furono per il popolo, costretto a vivere in condizioni di ignoranza e miseria e che, quando non era il Vesuvio ad accanirsi, era periodicamente decimato dalle epidemie. Bisogna arrivare all'invenzione della stampa, nel 1445, e allo squarcio di luce del Rinascimento, perché Pompei ed Ercolano comincino ad essere nominate in opere di fantasia poetica, come l'Arcadia di Sannazaro (1502).

Una possibile riesumazione era un'idea ancora molto lontana da venire, benché i primi fortuiti rinvenimenti di Pompei sulla collina chiamata Civita risalgano al 1592. Nel 1631, il Vesuvio, dopo secoli di inattività, tornò a farsi vivo con una delle più prepotenti dimostrazioni della sua violenza.

Verso la metà del 1600, la Francia di Luigi XIV aveva preso il posto della Spagna nel predominio dell'Europa. Nel 1700, con la morte dell'ultimo Asburgo che occupava il trono di Spagna, per la sua successione si riaprirono le contese tra Francia e Austria. Il nuovo assetto europeo che ne seguì, assegnò il Regno di Napoli all'Austria che lo governò tramite il vicerè Emanuele Maurizio di Lorena, Principe d'Elboeuf. Nei primi anni del '700, questi si insediò nel palazzo dei Principi Santo Buono a Portici, vicinissimo al paese di Resìna che nel frattempo era sorto sopra le ceneri che coprivano l'Ercolano romana.

Pare che il principe d'Elboeuf, per ristrutturare la propria residenza, fosse alla ricerca di marmo da ridurre in polvere e impastare con pietre dure per ottenere un cemento simile alla porcellana. Mentre con l'artigiano che eseguiva i lavori cercava la materia prima, capitò da un marmista che vendeva pezzi di marmo con iscrizioni latine. Trovato il campo da cui provenivano i reperti, scovati nello sterro di un pozzo per l'acqua, il principe decise di acquistare il terreno e di fare ulteriori ricerche in quel punto. Erano partiti i primi colpi di piccone su Ercolano.


Parte dell'altare dedicato a Nonio Balbo con inciso il decreto degli onori resi alla memoria del senatore. Tra le altre cose, l'iscrizione dice Sentenziarono i decurioni di porre una stata equestre nel Foro (..) e di erigere un altare marmoreo nel luogo in cui le sue ceneri furono raccolte (..) e da quel luogo fal partire la processione per la festa degli Antenati; aggiungere un giorno in suo onore ai giochi ginnici (..) e quando nel teatro si tengono rappresentazioni, porre una sedia curule in suo onore.

Le ceneri restituirono subito, con altri reperti minori, alcune statue. D'Elboeuf ne fece dono a Eugenio di Savoia, il quale le collocò nel suo palazzo di Vienna. Benché gli scavi avvenissero in segreto, la notizia degli oggetti che si accumulavano nella villa di Portici e di quelli che passavano la frontiera cominciò a circolare a Napoli. Forse il principe venne diffidato dal proseguire le ricerche o forse l'impegno economico divenne troppo alto anche per le sue tasche, tant'è che la ricerca fu abbandonata. Inoltre, dopo l'entusiasmo sollevato dal ritrovamento di colonne e statue, mura e gradinate che ne erano seguite, per la sensibilità archeologica del tempo, erano del tutto inutili. Con il rientro a Vienna del principe, la villa di Portici venne venduta e su Ercolano tornò il silenzio.


Una veduta settecentesca del Vesuvio in una sala di Palazzo Reale a Napoli

Nel 1734 il Regno di Napoli tornava sotto il dominio spagnolo con il re Carlo III di Borbone. L'Austria rinunciava alle sue pretese in cambio della promessa che, alla morte del padre, Carlo avrebbe abbandonato il Regno di Napoli e di Sicilia per succedergli sul trono di Spagna. Per essere più vicino ai luoghi di caccia, sua occupazione preferita se non unica, il giovane re spagnolo acquistò la villa di Portici che era stata di d'Elboeuf, dove ancora restavano reperti sufficienti a stimolare il suo modesto interesse per l'arte antica. Ma l'eruzione del Vesuvio del 1737 lo terrorizzò a tal punto che dimenticò presto l'archeologia.

Nel 1738, con il matrimonio tra il re e Maria Amalia Cristina di Polonia, avvenne la svolta. La giovane sovrana conosceva le statue che d'Elboeuf aveva regalato a Eugenio di Savoia, essendo finite, da un'asta, nel paterno palazzo reale di Dresda. Immaginando di trovarne altre, fece pressione sul re fino a che, il 22 ottobre del 1738, gli scavi ripresero nel punto in cui li aveva interrotti il vicerè austriaco.

Fu così che Ercolano, sepolta da più di venti metri di ceneri che si erano compattate e indurite fino a sembrare roccia e dove col tempo si era insediato un nuovo centro abitato, venne scoperta prima di Pompei che si trovava pochi metri al di sotto di un suolo soffice, coltivato a viti e ortaggi. Per entrambe, la scintilla della scoperta nasceva da una comune carenza di acqua, insufficiente per le esigenze della già numerosa popolazione campana. A Ercolano, la falda si trovava alla base dei depositi dell'eruzione e lo scavo dei pozzi, per raggiungerla, doveva per forza attraversare gli edifici sepolti.


Ercolano, Villa dei Papiri. L'acqua, percolando tra i prodotti vulcanici, si ferma a livello dell'antico suolo

L'ingegnere spagnolo Rocco Gioacchino de Alcubierre venne incaricato del micidiale compito di rimuovere decine di metri di cenere, solida come cemento. Questi non fece altro che adottare il metodo di d'Elboeuf, scavando profondi pozzi che si diramavano alla cieca in cunicoli sotterranei. La presenza dell'abitato di Resìna sopra gran parte della zona da scavare, rendeva indispensabile, per evitare dannosi crolli, il riempimento delle gallerie una volta esplorate. 

I primi reperti furono frammenti di due statue equestri in bronzo e tre statue virili togate, a grandezza più che naturale, oltre ad alcune colonne ricoperte di stucco. Alla scoperta di una scalinata, si pensò di essere giunti a un teatro, ipotesi confermata nel dicembre del 1738 con il ritrovamento di un'iscrizione che attribuiva a Lucio Annio Mammiano Rufo il finanziamento della costruzione del Theatrum Herculanense.

Alcubierre aumentò le braccia addette allo scavo ed ebbe la fortuna di trovare ancora grandi statue e innumerevoli altri frammenti dell'imponente quadriga di bronzo. Lo scultore incaricato di mettere insieme i pezzi che uscivano dai cunicoli, dopo un po' si perse d'animo e pensò di far fondere le parti che non riusciva a ricomporre, ricavandone medaglioni con l'effige dei reali e altri oggetti destinati al palazzo. Quando i sovrani interruppero questo insolito metodo di restauro, molti pezzi delle statue di bronzo erano persi per sempre.


Ambiente di un edificio di Ercolano intatto fino al soffitto

Nel maggio del 1739, poco lontano dai resti della quadriga, fu trovata, e trasportata nel giardino della reggia di Portici, una statua equestre in marmo che raffigurava Marco Nonio Balbo, uno dei magistrati più importanti di Ercolano. Nell'estate dello stesso anno si cominciarono a scavare le abitazioni private intorno al teatro e quando apparvero intatte le pareti dipinte, ebbe inizio la vera resurrezione di Ercolano.


Statua equestre di Nonio Balbo esposta al Museo Archeologico di Napoli

In realtà, fino a questo punto erano già stati trovati una quarantina di dipinti murali. Staccati dalle pareti e ricoperti di vernice, erano stati appesi come quadri nella reggia di Portici, ma la vernice che doveva ripararli aveva assorbito i colori e si era seccata, staccandosi poi dall'intonaco. E' fin troppo evidente l'inesperienza e le disastrose conseguenze di quegli scavi, ma sarebbe ingeneroso non considerare che solo allora, e proprio lì, si ponevano le basi della moderna archeologia.

Persino Alcubierre, buon tecnico e eccellente ingegnere, era poco versato alla conservazione del vasto repertorio di oggetti che veniva alla luce. Gli aneddoti sulle sue sbrigative iniziative sono innumerevoli, così come era noto il suo accanimento contro le epigrafi, reperti che giudicava assai poco interessanti. Il re decise di affiancargli una persona esperta di antichità che stilasse anche l'elenco di quanto recuperato. La scelta cadde su tal monsignor Bayardi, parente del primo ministro, conte Fogliani, il quale non si rivelò all'altezza dell'importante mansione.


Le Terme del Foro

Nel 1745, la più importante e famosa raccolta di antichità d'Europa riempiva l'intero palazzo di Portici e altri ambienti appositamente costruiti. Ma quando i cunicoli presero direzioni meno fortunate, i lavori di scavo entrarono in una fase morta. Fu questa la spinta che spostò la ricerca da Ercolano, ormai considerato un sito sfruttato, a Civita, la collinetta sospettata di celare Pompei. Nel marzo del 1748, Alcubierre fece un sopralluogo e decise di chiedere al re la sospensione degli scavi di Ercolano e l'avvio della nuova impresa a Civita.

Anche la campagna di scavi a Pompei conobbe un inizio promettente e una immediata fase di disinteresse al primo scarseggiare di reperti da esibire al museo reale. Intanto, con Alcubierre collaborava l'architetto svizzero Karl Weber, ostinato fautore degli scavi della collina di Civita e primo a osare tecniche di scavo più razionali e meno distruttive.

Ercolano tornò di prepotenza a monopolizzare l'attenzione quando, poco lontano da Resìna e dal punto del primo cantiere di d'Elboeuf, un nuovo pozzo scavato per cercare acqua, toccò mura e colonne di un edificio che apparve subito importante. E lo era.


Bronzo proveniente da Ercolano raffigurante il Satiro ebbro, esposto al Museo Archeologico di Napoli

Un peristilio con oltre sessanta colonne circondava una vasta piscina. Innumerevoli ambienti, elegantemente decorati, racchiudevano una collezione di opere d'arte, in bronzo e in marmo, di stile greco e romano. Gli scavi, accelerati dal rinnovato entusiasmo della corte, sfociarono nell'ottobre del 1752 in una stanza con le pareti interamente rivestite da scaffali al cui interno, accatastati e ordinati come piccoli tronchi in una legnaia, si trovavano strani cilindri bruciacchiati. Appena si toccavano, questi si sbriciolavano ma, osservando bene i frammenti, si distinguevano dei caratteri scritti. Si trattava, si scoprirà poi, di 1826 rotoli di papiro, il corrispondende dei nostri libri, e l'immensa raccolta costituiva la più vasta e antica biblioteca mai vista.


Scavi in corso nella Villa dei Papiri

L'emozione suscitata da questo ritrovamento fu enorme, ma lo stato di conservazione dei rotoli ne impediva la decifrazione. Tra i meno compromessi, due apparivano scritti in greco e portavano il nome del filosofo Filodemo, contemporaneo di Orazio e Cicerone. La soluzione del nuovo problema -ogni rotolo che si tentava di svolgere andava irrimediabilmente perduto- è un altro tassello della nascente scienza dell'archeologia.


Frammento di papiro esposto al Museo Archeologico di Napoli

Nel 1754 un gesuita addetto alla biblioteca vaticana, padre Antonio Piaggi, trovò il modo di svolgere i papiri senza distruggerli. Il lentissimo procedimento era tuttavia lontano dal risolvere in maniera definitiva il problema e verrà nel corso del tempo modificato e migliorato. 

Solo nel 1755 Bayardi concluse il primo inventario del museo, con la descrizione di 738 affreschi, 350 statue e 1647 oggetti di vario genere. Molte altre cose erano state trovate e distrutte senza nemmeno una sommaria descrizione, perché giudicate non consone alle sale reali.


La linea rossa indica l'area di scavo di Villa dei Papiri

A Fogliani seguì nella carica di primo ministro Bernardo Tanucci, al quale si deve la fondazione, alla fine del 1755, della Regia Accademia Ercolanese. Le intenzioni e gli scopi dell'Accademia erano più che buoni, ma i risultati non sempre corrisposero ai propositi. Gli eruditi che la componevano si persero in dotte discussioni più che occuparsi del recupero e catalogazione dei reperti, lasciando che quelli meno pregiati continuassero a essere distrutti. Solo uno dei membri, Francesco Valletta, pubblicherà nel 1757 un album con le incisioni degli affreschi che rappresentò la prima opera ufficiale sui ritrovamenti di Ercolano.


Interno di Villa dei Papiri

La scoperta di un bellissimo Mercurio nella Villa dei Papiri fu l'ultima a far felice Carlo III il quale, alla morte del fratellastro nell'agosto del 1759, designò suo erede a Napoli il terzogenito Ferdinando IV e, come stabilito dai trattati, assunse il trono di Spagna. Il primo ministro Tanucci, che reggeva le sorti del regno in vece del re minorenne, decise di continuare gli scavi prevalentemente a Pompei, essendosi diradate le scoperte a Ercolano dopo il ritrovamento della Villa dei Papiri. Karl Weber, divenuto direttore degli scavi, abbandonerà volentieri il sito di Resìna per quello di Civita.

Nel 1756, era giunto a Napoli Johann Joachim Winckelmann, un giovane bibliotecario arrivato l'anno prima a Roma con una borsa di studio e che per tredici anni si muoverà tra Roma, Firenze e Napoli, acquisendo grande esperienza nel campo delle antichità. Stabilitosi vicino a Portici, legò amicizia con padre Piaggi che divenne la sua fonte di notizie, non sempre imparziali, sugli scavi e sugli errori in cui incappava la direzione dei lavori.


In primo piano al reggia di Portici, ora sede della Facoltà di Agraria dell'Università di Napoli, costruita nel 1738 da Carlo III sui terreni acquistati con altre ville ai piedi del Vesuvio

Winckelmann non aveva accesso ai cantieri, ne' poteva riprodurre gli edifici e gli oggetti scavati, circostanze che lo resero molto critico verso tutto quello che ruotava intorno a Pompei e Ercolano. Mentre l'Accademia Ercolanese tardava a rendere noti i risultati degli scavi, nel 1762 Winckelmann pubblicava la sua prima corrispondenza sulle scoperte ercolanesi. Benché fosse un uomo dotato di buon senso (profeticamente scrisse, a proposito della lentezza dei lavori, procedendo di questo passo, i nostri pronipoti di quarto grado troveranno ancora da scavare), le sue corrispondenze non furono prive di pregiudizi, ma ebbero il merito di richiamare l'attenzione sugli scavi.

All'esperto osservatore non era sfuggita la vicenda dei bronzi fusi nel 1738, ne' la truffa di un certo Giuseppe Guerra, un pittore che produsse e rifilò nientemeno che al rettore del Collegio Romano più di quaranta dipinti, spacciandoli per affreschi romani provenienti da Ercolano. Il primo scritto in tedesco, tradotto in Francia, allargò ulteriormente la polemica verso la corte napoletana, colpevole di occultare un evento ritenuto patrimonio di tutti.


Locale per le premiazioni annesso alla Palestra

Con le sue velenose critiche, Winckelmann ebbe il merito di accendere curiosità e dibattiti, dando alle scoperte archeologiche la più ampia risonanza possibile, con un linguaggio che oggi chiameremmo divulgativo, molto lontano dal tronfio stile lapidario degli eruditi del tempo. I suoi scritti andarono a ruba e l'antica Roma divenne una vera moda. Se ne parlava in ogni salotto e corte d'Europa, si riproducevano gioielli e mobili, si copiavano abiti e pettinature ispirati all'epoca romana.


Bronzo rinvenuto nel Cardo III di Ercolano

Winckelmann riuscì finalmente a vedere gli scavi di Ercolano e ne ricavò una seconda epistola, pubblicata a Zurigo nel 1764, dai toni polemici meno accentuati. Ma quando a Napoli giunse l'eco dello scalpore suscitato dal primo scritto, ormai ampiamente diffuso, le porte del museo reale e degli scavi per lui si richiusero inesorabilmente. Nella disgrazia trascinerà con sè anche il suo informatore Piaggi.

Dopo la morte di Weber, la direzione degli scavi passò nel 1764 all'ufficiale del genio spagnolo, Francesco La Vega. Nello stesso anno arrivava a Napoli un'altra figura che lascerà il segno nella storia degli scavi, il gentiluomo inglese sir William Hamilton, nominato poi ministro plenipotenziario nel 1767. Fattosi amico il giovane re, Hamilton riuscì a far tornare nuovamente a corte il Winckelmann.


Il Ninfeo nell'area di Villa dei Papiri

Nel 1768, Ferdinando di Borbone sposò Carolina d'Asburgo. A Vienna, la giovane regina aveva già sentito parlare di Ercolano e Pompei ma, dopo averle visitate, il suo entusiamo fu tale che trascinò anche il re in un crescente interesse per gli scavi. Non così prolifici erano i lavori dell'Accademia Ercolanense che, fino al 1772, aveva pubblicato solo il primo catalogo, tre volumi sulle pitture parietali e due sui bronzi e sulle statue della villa dei Papiri. La distribuzione di queste opere aveva subìto un duro colpo nel 1770, quando il re aveva deciso che dovevano essere pubblicate a spese dell'editore e non più della corona. Le insistenza della regina e del di lei fratello, Giuseppe II d'Asburgo, sulla positiva ricaduta d'immagine che gli scavi potevano avere per il regno di Napoli, avevano fatto breccia forse nell'amor proprio, ma non nella borsa di Ferdinando.

Con la sostituzione del primo ministro Tanucci, nel 1777, gli scavi subirono un'altra pausa. Tre anni più tardi moriva anche il vecchio direttore degli scavi, Alcubierre, che pur con i suoi limiti era stato un pioniere per l'entusiasmo e la tenacia dimostrati nell'insolita mansione di archeologo.


Il foro di un cunicolo di esplorazione di epoca borbonica nel muro di un edificio di Ercolano

Dopo un lungo oblìo, l'Accademia Ercolanense tornò a vivere nel 1787 per iniziativa del primo ministro Caracciolo e con il contributo dell'Ambasciatore inglese Hamilton. La risorta Accademia diede impulso agli scavi di Pompei e decise di pubblicare quei papiri di Ercolano che erano stati svolti e decifrati. Il primo di due volumi uscì nel 1798, illustrato da incisioni su rame di frammenti di papiri perfettamente riprodotti.

Mentre l'Europa era percorsa dal fremito della rivoluzione francese, il Regno delle Due Sicilie si schierava ufficialmente con la coalizione antirivoluzionaria, benché la borghesia napoletana simpatizzasse per i rivoluzionari. Alla decapitazione di Maria Antonietta, sorella di Carolina, gli scavi archeologici diventano per la regina l'ultimo dei pensieri.


Bronzo proveniente dalla Villa dei Papiri di Ercolano, esposto al Museo Archeologico di Napoli

L'arrivo in Italia di Napoleone costrinse re Ferdinando a fuggire in Sicilia. La nuova Repubblica Partenopea decretata dal generale francese Championnet ebbe vita breve e i francesi lasciarono Napoli nel giugno del 1799. I re Borboni resteranno in Sicilia fino al giugno del 1802, ma anche con il loro rientro a Napoli, gli scavi non saranno ripresi. Inoltre, Ferdinando, che aveva partecipato alla coalizione contro Napoleone, è costretto a fare dono al Primo Console di molte opere di Ercolano che resteranno per sempre in Francia. Le alterne vicende di Napoleone si risolsero con la vittoria di Austerlitz e Ferdinando fu costretto a fuggire nuovamente da Napoli. Il trono passò al fratello di Napoleone, Giuseppe Bonaparte e la direzione degli scavi al suo ministro corso, Cristoforo Saliceti, sostituito nel 1807 dal cav. Michele Arditi.

Nel 1808, Giuseppe Bonaparte lasciò Napoli per il trono di Madrid e il suo posto venne preso dal maresciallo Murat, marito della sorella di Napoleone, Carolina. Con la nuova coppia reale i lavori ripresero a pieno ritmo, specialmente a Pompei. Le vicende degli scavi, da sempre legate a quelle dei re, torneranno nelle mani dei Borboni, insieme al Regno delle Due Sicilie, dopo il Congresso di Vienna del 1814 che sancì la fine dell'avventura napoleonica.

Ferdinando di Borbone rientrò a Napoli da solo, essendo nel frattempo morta la consorte Carolina. Senza troppo entusiamo e quasi in contrapposizione ai successi francesi di Pompei, riaprì l'impresa di Ercolano che tanta gloria aveva dato a Carlo III e al suo museo. Soprintendente generale era Michele Arditi che già si era occupato degli scavi a fianco di La Vega al tempo di Giuseppe Bonaparte e di Murat. Il direttore degli scavi di Ercolano fu però l'architetto Antonio Bonucci, i cui resoconti ufficiali erano inviati all'Arditi, senza che questi mai intervenisse sul cantiere. Nel 1815, muore anche l'anziano La Vega e gli scavi procedono a singhiozzo, prevalentemente a Pompei che continuava a riservare le più fortunate scoperte.

Solo con Francesco I, successo al padre Ferdinando nel 1825, che aveva ereditato dalla madre una certa sensibilità per l'arte, dopo oltre sessantanni, si tornò veramente a scavare sopra Ercolano in una piovosa giornata del gennaio 1828.

La tecnica di scavo nel frattempo era molto cambiata e non si procedeva più a casaccio, ricoprendo gli edifici dopo aver asportato quanto era considerato di valore. La fase dei cunicoli, che si era rivelata tanto fortunata per il recupero di opere d'arte, quanto disastrosa per i fabbricati e la comprensione della storia della città, lasciava il posto a quella degli scavi all'aperto, ormai da tempo sperimentata a Pompei. Gli ambienti venivano liberati partendo dall'alto e il materiale vulcanico era poi allontanato dagli scavi.


La piscina all'esterno del criptoportico, non in uso e interrata al momento dell'eruzione

Già pochi giorni dopo l'inizio dei lavori, il giornale di scavo di Bonucci annotava la scoperta di un edificio privato, che verrà chiamato Casa D'Argo. Benché, procedendo dall'alto verso il basso, si svuotassero gli ambienti del piano superiore, cioé quelli che avevano subìto i danni maggiori, lo stato di conservazione e la solidità delle strutture apparve stupefacente. Dagli architravi, a una piccola imposta di un finestrino, i legni erano miracolosamente intatti e al loro posto. I pavimenti erano ancora sostenuti dalle travi, così come il tetto conservava le tegole, rette da tavole e da uno strato di canne alle quali aderiva l'intonaco del soffitto.

Il tetto aveva un pertugio, ancora annerito dal fumo, per lo sbocco esterno di un caminetto. Nella vicina dispensa vi era una cassa con i resti di sacchi pieni di farina. In un altro ambiente del piano superiore, che era utilizzato tutto per dispensa e granaio, sulle scansie vi erano vasi di terracotta pieni di grano e lenticchie, contenitori di olio e una bottiglia di vetro con del liquore disseccato. La scoperta più singolare nella dispensa di Casa d'Argo fu quella di una ventina di fichi secchi spaccati per metà e uniti due a due, avvolti in foglie di alloro e messi nel forno, ricetta ancora in uso in alcune regioni d'Italia.


Piano superiore di un edificio, con anfore e la gamba di un letto (freccia)

Che i tempi fossero cambiati lo si capisce dall'attenzione di Bonucci per oggetti di uso quotidiano e di nessun pregio antiquario e dalla sua preoccupazione di preservarli dal deterioramento dopo 18 secoli di resistenza sotterranea. La scoperta della dispensa della Casa d'Argo avvenne durante una visita del re, accompagnato dal principe di Salerno e consorte e dal Principe Federico di Sassonia. Se i criteri di valutazione erano cambiati, l'uso di fare dono agli ospiti del re degli oggetti rinvenuti in loro presenza era rimasto. Così una lucerna, le lenticchie, il miele, i fichi secchi, una noce e il farro finirono, non si sa con quanto gradimento, alla corte di Sassonia.

Gli scavi della Casa d'Argo riservarono un'altra novità. L'edificio sporgeva sopra il marciapiede della strada, formando un lungo balcone con ambienti sostenuti da travi sporgenti, senza colonne o puntelli dal basso, ingegnoso accorgimento utilizzato anche in altri edifici di Pompei ed Ercolano scoperti in seguito.

Successivamente lo scavo passò alla Casa di Aristide, poi a quella del Genio e si cominciarono i lavori anche alla Casa dello Scheletro. Dal 1831, finita improvvisamente la direzione di Bonucci, i resoconti divennero puri elenchi di oggetti. Nel 1837 Michele Arditi, dopo aver annunciato la scoperta di un bel dipinto monocromo di una quadriga, chiese al Ministro la sospensione degli scavi di Ercolano. La decisione era probabilmente motivata dal fatto che le operazioni di scavo erano molto più lente e costose che a Pompei, ma anche dall'esaurimento dei terreni da sondare e conseguente necessità di procedere a nuove acquisizioni dai privati. Gli ostacoli erano troppi e i duemila ducati annui stanziati per Ercolano vennero dirottati sullo scavo dell'anfiteatro di Pozzuoli.

Dopo soli cinque anni di regno, Francesco I morì nel 1830. Il successore, Ferdinando II, oltre all'ereditario scarso interesse per l'archeologia, si trovò anche a fronteggiare nel corso del suo regno i moti rivoluzionari del 1848-49.


Panorama da Ercolano sul Golfo di Napoli

Morto l'Arditi e finito di scavare l'Anfiteatro a Pozzuoli, nel 1850 Bonucci tornò ad occuparsi dei lavori che aveva lasciato in sospeso a Ercolano. Nel 1852 scavò un edificio che sembrava per dimensioni e tipologia un pubblico albergo. Nel 1853, nei sotterranei della casa di Aristide, vennero alla luce alcuni scheletri che, scambiati per un mucchio d'ossa di animali, furono grottescamente considerati il resto di una grande abbuffata. Era probabilmente un gruppo di persone che aveva cercato di salvarsi nascondendosi nei locali più riparati dell'edificio.

Nel 1855 fu scoperta una follonica, cioé una fabbrica per la tintura dei tessuti, con vasche in bronzo dotate di impianto di riscaldamento, strumenti in ottimo stato di conservazione e coloranti disseccati. Nonostante si intuisse la possibilità di ampliare fruttuosamente gli scavi, questi vennero chiusi nello stesso anno, per la scarsa predisposizione all'oneroso acquisto di nuovi terreni.

Nel dicembre del 1856 un attentato colpisce gravemente Ferdinando II, che morirà tre anni dopo. Con il successore, Francesco II, nel 1861 finirà per sempre la dinastia Borbone a Napoli, travolta dalla nascente Italia garibaldina. La direzione del museo e degli scavi fu affidata da Garibaldi all'amico Alessandro Dumas. Duramente contrastato dai napoletani, Dumas sarà costretto a declinare l'incarico dopo un breve periodo. Garibaldi, d'altronde, passò subito le consegne a casa Savoia.


Corridore in bronzo proveniente dalla Villa dei Papiri esposto al Museo Archeologico di Napoli

Nemmeno Vittorio Emanuele II era particolarmente incline alle arti, ma non fino al punto da non afferrare quale prestigio potesse derivare al suo nascente regno e alla sua dinastia dall'immenso scavo archeologico intorno al Vesuvio. Il suo più grande merito fu quello di aver chiamato agli scavi, fin dal novembre del 1860, Giuseppe Fiorelli, un giovane circondato dal prestigio derivante da grande capacità e ottimi studi, che aveva inoltre dato prova di carattere nei moti del 1848, pagando col carcere le proprie idee.

Nel 1865, Fiorelli fu nominato soprintendente e con lui i metodi di scavo e di recupero conobbero una vera rivoluzione. Si sgombrarono pomici e ceneri per permettere il collegamento tra gli edifici, gli affreschi furono protetti e lasciati sulle pareti, ogni altro reperto conservato e catalogato. Nel 1863, Fiorelli intuì di poter riempire di gesso il vuoto lasciato nelle ceneri dai corpi dei pompeiani, ricavandone l'impressionante immagine del loro ultimo atteggiamento al sopraggiungere della morte. Il sistema dei calchi in gesso verrà utilizzato con poche varianti fino ai giorni nostri.


Galleria scavata nei prodotti vulcanici per l'esplorazione della piscina

Vittorio Emanuele II si recò in visita agli scavi di Pompei nel 1869 e Fiorelli ne approfittò per stappargli il consenso (e i denari) per riprendere gli scavi anche a Ercolano. Vennero alla luce case e botteghe piuttosto comuni e parte delle Terme del Foro, il primo edificio pubblico trovato a Ercolano, ma i lavori subivano continue battute di arresto perché ogni allargamento del sito toccava le proprietà degli abitanti di Resìna e comprometteva la stabilità delle case soprastanti.

Nel 1875, dopo le opere di restauro e la sistemazione dei muri di contenimento, lo scavo venne nuovamente chiuso e, nello stesso anno, Fiorelli abbandonerà il suo incarico per assumere la direzione dei musei e degli scavi di Roma.

Per anni, il problema centrale di Ercolano era stato il recupero e l'interpretazione del maggior numero possibile di papiri. Al tempo dei Borboni, Francia e Inghilterra, si erano offerte più volte di collaborare nell'immane sforzo e in alcuni casi si erano avuti risultati accettabili, in altri dei sonori fiaschi. Fino al 1879 i rotoli svolti erano 341 e di questi 195 era stati pubblicati.


Statua in bronzo proveniente da Ercolano, esposta al Museo Archeologico di Napoli

La scoperta di nuovi siti, come le ville rurali di Boscoreale, e le crescenti difficoltà incontrate negli scavi, portarono praticamente alla chiusura di Ercolano fino al 1927. Il lungo silenzio fu interrotto solo nel 1907 dalla singolare crociata dell'archeologo inglese Charles Waldstein, che tentò di organizzare una cooperazione internazionale per sopperire alla costante carenza di fondi, come era stato fatto per lo scavo dell'Agorà di Atene. Ma una eventuale partecipazione straniera venne considerata come grave offesa al prestigio nazionale e l'iniziativa avviata con grande entusiasmo da Waldstein non ebbe seguito.


Maialino in bronzo proveniente dagli scavi di Ercolano (Museo Archeologico di Napoli)

Sollecitato dalle Accademie, dalla Direzione delle Antichità e Belle Arti, nonché da molti archeologi, il Governo italiano dichiarò di volersi assumere per intero l'onere scientifico e amministrativo degli scavi e nominò una commissione di studio, presieduta da Giulio De Petra, per riesaminare il problema di Ercolano. Dopo tre anni, il parere della commissione fu talmente pieno di riserve che non sembrò opportuno sottrarre risorse agli scavi di Pompei, decisione che implicava la rinuncia a quelli di Ercolano.


Situazione odierna dell'area al limite degli scavi

Nessuno dei direttori successivi ebbe il coraggio di riprendere gli incerti e faticosi scavi di Ercolano a scapito di quelli tanto promettenti di Pompei. La direzione venne assunta nel 1875 da Michele Ruggiero, già collaboratore di Fiorelli dal 1864, coadiuvato da De Petra e Sogliano. Dopo di lui, nel 1893, l'incarico passò a De Petra che si dimostrerà tra i più importanti innovatori del sistema di restauro, esteso anche ai giardini. Per un breve periodo, dal 1901 al 1905, lo storico Ettore Pais si troverà a fronteggiare lo spinoso problema delle concessioni e delle acquisizioni di terreni. Dal 1905 al 1910 la direzione degli scavi fu nelle mani di Sogliano e, successivamente, di Spinazzola.


Bronzi con satiro dormiente e cerbiatti provenienti da Ercolano e esposti al Museo Archeologico di Napoli

Nel 1924 fu chiamato alla soprintendenza dei lavori, e vi resterà per ben 37 anni, Amedeo Maiuri. Questi si rese subito conto che i terreni ancora non edificati a valle dell'abitato di Resìna, ormai una grossa cittadina, andavano vincolati e mantenuti liberi dall'espansione edilizia del primo dopoguerra. Su sua sollecitazione venne istituito, nel 1925, l'Alto Commissariato della provincia di Napoli, che ebbe la gestione giuridico-amministrativa dei nuovi scavi di Ercolano, scissa dalla direzione tecnica e scientifica che restava al Ministero e alla Sovrintendenza. Nel maggio del 1927 il re diede un altro primo simbolico colpo di piccone contro la cenere indurita di Ercolano.


L'ara funeraria che reggeva la statua di Nonio Balbo, prima che vi fosse ricollocata la copia

Intanto, anche la vulcanologia faceva progressi. Il materiale vulcanico, che fino ai primi anni del '900 si credeva fosse sceso dalle pendici del Vesuvio in tempi successivi all'eruzione (motivo per cui si riteneva anche che gli abitanti di Ercolano si fossero salvati), alla luce delle nuove esperienze si rivelò direttamente collegato alle fasi dell'eruzione dell'agosto 79. Le disastrose eruzioni della Pelée in Martinica nel 1902 e, più tardi, quella del St. Helens negli Stati Uniti del 1980 dimostrarono la capacità distruttiva dei flussi di cenere e pomici che si formano nel corso delle eruzioni esplosive. Le evidenze della loro alta temperatura e le strutture rimaste nel materiale che quei flussi avevano lasciato sul terreno, erano caratteristiche riconoscibili anche nei prodotti che coprivano Ercolano.

Gli scavi, ripresi dal 1980 sotto la direzione di Giuseppe Maggi, diedero la triste conferma che gli ercolanesi non si erano salvati, almeno non tutti, ma che nel corso dell'eruzione avevano cercato rifugio verso il mare, dove erano stati travolti dalle soffocanti ondate, ne' più ne' meno di quelli di Pompei.


Particolare dell'ammasso di corpi all'interno del fornice I, ricostruito al Museo Archeologico di Napoli

Guardando Ercolano, si intuisce, dal brusco confine dello scavo a ridosso delle case moderne, quanta parte potrebbe essere ancora sepolta. Attualmente, i lavori sono finalizzati principalmente alla conservazione e, per quanto si riconosca il notevole sforzo degli ultimi interventi, la fruizione del sito è ancora frammentaria. L'orientamento di un archeologo di fama, (il prof. Andrea Carandini, docente all'Università la Sapienza, titolare, tra gli altri, di importanti scavi a Pompei e a Roma sul Palatino) è che, data la vastità del patrimonio archeologico italiano e la scarsa considerazione che ne abbiamo, siano ormai al sicuro solo i reperti sepolti. Nuovi scavi dovrebbero essere giustificati da urgenze di documentazione e ricostruzione di inediti dati storici.


Gli scavi di Ercolano. Nel 79 d.C. il mare arrivava ai piedi delle prime case in basso nel riquadro che indica l'area scavata e lambiva la Villa dei Papiri (area di scavo a sinistra indicata dalla freccia)

La ricerca e la tutela di monumenti, scavati o ancora da scavare, dovrebbero avvalersi, secondo Carandini, delle moderne tecnologie digitali e geofisiche. L'individuazione delle strutture sepolte può essere fatta con tecniche di indagine non distruttive (georadar e carotaggi). Alcuni centri campione potrebbero essere indagati per ricostruire il paesaggio archeologico, le stratigrafie dei piani antichi e per lo sviluppo di modelli tridimensionali. Le idee non mancano. La loro messa in pratica è un altro discorso.

L'insegnamento che ci viene dagli inevitabili, e irreparabili, errorri commessi nei secoli scorsi, ci fa ritenere che lasciare ai posteri qualcosa su cui sperimentare nuove tecniche e applicare i progressi dei metodi di scavo non sia una cattiva idea.