I FUGGIASCHI DI ERCOLANO

Nella primavera del 1980, i lavori diretti da Giuseppe Maggi per sanare le Terme Suburbane, costantemente invase dall'acqua che confliuiva alla base dei prodotti vulcanici, misero casualmente in luce un primo scheletro. Con il procedere dello scavo, i ritrovamenti di resti umani divennero sempre più frequenti. Gli archeologi si resero conto, non senza sorpresa, non essendo mai stata smentita dagli scavi precedenti la confortante convinzione che la popolazione di Ercolano si fossa quasi tutta salvata, che le arcate di sostegno della terrazza dedicata a Nonio Balbo, così come la spiaggia, erano disseminate di scheletri.

La facciata delle Terme suburbane rivolta al mare. Il prosciugamento dell'area alla base dell'edificio avviò la scoperta dei resti dei fuggiaschi di Ercolano

Le difficoltà nel fronteggiare il recupero, lo studio e la conservazione dei nuovi reperti, accresciute dal problema della falda d'acqua che invadeva l'area, spinsero Giuseppe Maggi a cercare collaborazioni esterne. Quella con la National Geographic Society sfociò, nel 1982, con l'arrivo di numerosi specialisti, tra i quali l'antropologa Sara Bisel, cui si deve il recupero e lo studio dei primi 148 resti umani.

Nonostante i lavori pubblicati da giornalisti, archeologi e vulcanologi coinvolti in quegli scavi segnassero una svolta decisiva nella ricostruzione della storia di Ercolano e riportassero in auge un sito considerato minore rispetto a Pompei, i contrasti con quanti non gradivano la massiccia interferenza straniera, costrinsero Maggi ad abbandonare l'incarico nel 1984. Gli scavi ripresero nel 1986 con l'esplorazione di altri ambienti, ma senza più la spinta interdisciplinare e l'entusiasmo di prima.

L'odierno stato dei fornici con il loro triste contenuto

Oltre 250 scheletri umani furono trovati liberando dalle ceneri meno di 100 metri di spiaggia. Gli abitanti di Ercolano, nel disperato tentativo di salvarsi, si erano stipati nei fornici aperti verso il mare con una densità superiore a 3 persone per metro quadrato, in gruppi da 15 a 40 persone sotto ogni arcata. La più alta concentrazione di vittime era al coperto, sotte le volte, mentre alcuni corpi giacevano immediatamente all'esterno, con il capo rivolto verso le arcate.

Nelle arcate ricavate nei muri di sostegno dei terrazzamenti si rifugiarono gli abitanti di Ercolano durante l'eruzione

Quelli al coperto avevano in maggioranza la testa rivolta verso l'angolo Sud del locale. Dal momento che i fornici servivano presumibilmente per il ricovero delle barche, che non si sono trovate, si suppone che molti ercolanesi le abbiano utilizzate cercando di salvarsi via mare. Ma, dalla descrizione di Plinio, sappiamo che il mare era in burrasca e anche questo tentativo di fuga deve essere stato vano.

La contrazione degli arti indica che i corpi si trovarono esposti a un'elevata temperatura

Diverse vittime apparivano ancora nella posizione in cui erano cadute, strette una all'altra o con le mani sul volto. La maggior parte giaceva su un fianco, altri a faccia in giù e pochi sdraiati sulla schiena. In alcuni ambienti vi era prevalenza di donne e bambini, spesso con lo scheletro femminile sopra quello del piccolo, in un ultimo abbraccio tra madre e figlio. Un cavallo emergeva in parte sopra gli scheletri umani, probabile segno di una morte più lenta.


Calco degli scheletri all'interno del fornice 1 esposto al Museo Archeologico di Napoli

A differenza di Pompei, a Ercolano si vedono scheletri perfettamente conservati. Le diverse circostanze della morte, pur avvenuta per la medesima causa, hanno inciso sulla preservazione dei corpi. A Pompei, molte vittime dell'eruzione giacevano a circa due metri e mezzo dal suolo, appoggiate sopra un poroso strato di pomici, isolati dall'umidità del terreno e coperti da soli due-tre metri di ceneri. L'acqua piovana non era trattenuta nello strato di ceneri, ma poteva scorrere nelle sottostanti pomici fino al primitivo livello del terreno. In queste condizioni, la cenere si è indurita intorno al corpo prima che i tessuti molli si decomponessero, formando la cavità che durante gli scavi viene riempita di gesso o altri materiali fluidi e permette di ricavare l'impronta del corpo.

Il suolo alla base dei prodotti vulcanici continua a trattenere l'acqua piovana

I fuggiaschi di Ercolano, al contrario, caddero direttamente sul suolo umido e furono poi coperti da decine di metri di ceneri. Mancando il drenaggio delle pomici sottostanti, i corpi si sono trovati avvolti da materiali che, trattenendo l'umidità e l'acqua piovana, rimasero soffici e plastici a lungo. I tessuti molli hanno così avuto modo di decomporsi e lo strato di ceneri, non completamente indurito, ha avvolto gradualmente e preservato le ossa degli scheletri.

Grazie a queste circostanze, agli archeologi è pervenuta la più grande varietà di materiali organici del mondo romano. Oltre a mobili, stoffe e molti altri oggetti quasi integri, gli scheletri rappresentano una scoperta eccezionale per l'antropologia fisica, quasi un censimento, specie se si considera che i romani usavano incinerare i propri morti. L'improvvisa fine per catastrofe naturale, e non per morte biologica, ha inoltre conservato i resti di una popolazione sana, non composta per l'inumazione, circondata dagli oggetti di uso quotidiano e non solo da quelli rituali e votivi delle sepolture.

Molti scheletri nei fornici hanno la bocca spalancata, probabilmente per l'affanno provocato dal tentativo di respirare con la trachea occlusa dalla cenere

Anche la paleopatologia, la scienza che studia le malattie nei tempi antichi attraverso l'analisi diretta dei resti umani, in genere di siti cimiteriali, ha potuto disporre di un campione completo di popolazione vivente, senza alcun elemento selettivo, se non la sciagurata coincidenza di trovarsi quel giorno a Ercolano. Oltre a una forte presenza di individui giovani, tra 16 e 18 anni, generalmente scarsi nelle necropoli, particolarmente importante fu il ritrovamento di donne gravide e di lattanti, strutture ossee delicate che difficilmente resistono in siti archeologici "normali".

I primi risultati degli studi paleopatologici sui denti hanno rivelato che la carie era poco diffusa (meno del 3% su 87 individui studiati), sia rispetto a popolazioni moderne, dove si supera l'80%, sia a popolazioni antiche (8,5% in Magna Gregia e 11,4% tra i Romani-Britanni), grazie alla naturale presenza di fluoro nelle acque di Ercolano. Assunto in età evolutiva, il fluoro favorisce la formazione di uno smalto dentario particolarmente resistente agli attacchi dello Streptococcus mutans, principale responsabile della carie. Un suo eccesso provoca macchie bianche nello smalto (fluorosi), riscontrate in numerosi individui.

Particolare di uno scheletro di Ercolano

Ma chi erano gli abitanti di Ercolano che non erano riusciti a fuggire oltre la spiaggia? La presenza di corpi femminili con raffinati gioielli aveva fatto pensare che qui si fossero radunati i cittadini più ricchi, forse i più restii ad allontanarsi troppo dalle loro case. In realtà, qualcuno era riuscito a buttare qualcosa in un portagioie e a portarlo con sé ma, con il procedere dei ritrovamenti, diventò evidente che le persone finite nei fornici erano di diverse estrazioni sociali che avevano in comune solo la sfortuna.

Alcuni erano uomini di mare, con gli arti superiori sviluppati dall'uso dei remi e con i denti consumati dai fili per ricucire le reti. Le ossa di un uomo di bassa statura, sui 45 anni, trovato all'esterno dei fornici, vicino alla barca, erano segnate dalla malnutrizione e curvate da sovraccarichi. La colonna vertebrale deformata e la saldatura di alcune vertebre indicavano lunghi periodi di lavori pesanti. Cibo scarso, lavoro e dentatura in disordine dovevano aver reso poco piacevole la vita di quest'uomo.

Lo scheletro di un bimbo di otto anni aveva un braccio rotto da poche settimane e già in via di saldatura. Vicino, vi era un rametto di vite che, per la sua leggerezza e flessibilità, poteva essere la steccatura utilizzata per bloccare l'arto. Un altro scheletro di uomo adulto evidenziava nel lineamento tra clavicola e costole un continuo sforzo da sovraccarico. L'omero destro era danneggiato forse per il prolungato uso di una di quelle piccole imbarcazioni a un solo remo che si vedono spesso nei dipinti murali.

Scheletri di due fanciulli

Una donna trovata all'esterno delle arcate aveva una lussazione congenita all'anca, malformazione che le avrebbe impedito di raggiungere un luogo tanto scomodo (vi si accedeva tramite ripidi gradini) con le sue sole forze. Forse era stata aiutata o si trovava per ultima a scendere verso la spiaggia e il flusso di cenere la travolse, abbandonandola poco oltre.

Lo scheletro di un uomo di 37 anni, probabilmente un soldato, portava una cintura formata da placchette di bronzo dorato e al fianco una spada con il fodero. Vicina, una borsa con 12 denari d'argento e due aurei. In un combattimento, magari lo stesso in cui gli era stato inferto il segno da arma appuntita che incideva il femore sinistro, doveva averci rimesso anche alcuni denti. Il regolare sviluppo dell'ossatura denotava una buona alimentazione e la testa dell'osso del femore appariva consumata, come nelle persone use a cavalcare. Gli strumenti da carpentiere trovati accanto allo scheletro, una borsa contenente un martello e due scalpelli per legno, sono un probabile indizio che in tempo di pace i soldati erano utilizzati in lavori di costruzione.

La stretta e ripida scala che dava accesso alla spiaggia di Ercolano in prossimità dei fornici

Forte emozione suscitarono gli scheletri di un piccolo lattante di tre mesi e di tre donne incinta. La prima, trovata nel corso degli scavi degli anni 80, aveva circa 26 anni e portava un feto di circa 7 mesi, le altre due, venute in luce negli scavi recenti, erano più giovani, con età comprese tra 17 e 25 anni.

Una curiosa informazione è venuta dallo scheletro di una donna di 22 anni che aveva tra i capelli un fermaglio di metallo. Gli ossidi di ferro formatisi sul fermaglio, impregnandosi con i capelli, hanno preservato una ciocca attaccata all'osso del cranio. Analizzata al microscopio, la struttura dei capelli è risultata intatta e non solo ha rivelato che si trattava di capelli scuri, ma si è anche vista nitidamente fra questi la forma di un pidocchio. Il cranio inoltre aveva piccole lesioni superficiali, lasciate dal continuo grattarsi della povera fanciulla. Quello che è parso ancora più sorprendente è che, osservando tutti gli altri crani, più della metà recavano analoghe lesioni, il che significa una generale infestazione da pidocchi.

Una stretta via di collegamento tra la spiaggia e la città

Le ultime ore di vita di Ercolano furono segnate dal convulso sciamare della popolazione in preda al panico. Qualcuno sarà riuscito a raggiungere un luogo sicuro, altri si saranno precipitati sulle imbarcazioni, ma è poco probabile che si siano salvati, dal momento che anche Plinio il Vecchio, venuto da Miseno per portare soccorso alla popolazione, non riuscì ad attraccare a Ercolano e morì il giorno seguente sulla spiaggia di Stabia, senza poter riprendere il largo per le cattive condizioni del mare. Sulla spiaggia di Ercolano, infatti, non vi sono barche, tranne una, trovata capovolta, cinque metri davanti alle Terme Suburbane.


Parte di uno scafo in legno esposto al Museo Archeologico di Napoli

L'imbarcazione, dalla forma snella, larga circa 3 metri e lunga 9, era spezzata a poppa e aperta lungo la chiglia. Per la sua costruzione erano stati utilizzati legni con diversa resistenza. La chiglia era di noce, il fasciame di faggio e la cinta parabordo di abete bianco. Il ritrovamento della barca rappresentò un nuovo problema per gli archeologi, in quanto il reperto si presentava all'apparenza integro, ma la lunga giacenza sotto la cenere l'aveva reso rigido e fragile. Già nel 1959 era stata trovata un'imbarcazione a Pompei e, non sapendo come affrontarne la conservazione, era stata smontata e depositata nei magazzini della Caserma dei Gladiatori, dove è probabile che resti a tutt'oggi.

La barca di Ercolano dovrebbe trovarsi in corso di restauro nel padiglione adiacente agli Uffici della Soprintendenza. Un Progetto Integrato (Pompei-Ercolano e sistema archeologico vesuviano, Programma Operativo Regionale 2000-2006) approvato dalla Regione Campania, prevedeva tra numerosi interventi anche il restauro e la musealizzazione della barca di Ercolano. Si presume che l'operazione sia a buon punto.

L'area della spiaggia, invasa dall'erba e inaccessibile, dove venne trovata la barca

Al momento dell'eruzione, la barca non si trovava nel punto in cui è stata rinvenuta. Questo si deduce dalla sua posizione, inclinata e sollevata da mezzo a due metri sopra la spiaggia. Forse si trovava vicino alle Terme, è stata spostata di poco dal primo flusso, ma non è scampata a quello successivo che, sceso a lato delle Terme e allargatosi su tutta la spiaggia, l'ha trascinata, capovolta e danneggiata. Altri flussi l'hanno poi ricoperta, bruciandone le parti ancora esposte. Non dovrebbe esserci alcuna relazione tra la barca e il vicino scheletro dell'uomo, soprannominato il timoniere, caduto sulla schiena al sopraggiungere della prima ondata di cenere.

Questa immagine del 2003 e le altre, scattate in tempi successivi fino alla primavera 2008, dimostrano come lo stato di conservazione dell'antica spiaggia di Ercolano non conosca da anni alcun miglioramento

Praticamente dalla sua scoperta a oggi, l'area dove c'era la spiaggia di Ercolano è incredibilmente abbandonata e inaccessibile, anche se rappresenta il luogo in cui la sciagura conobbe il suo culmine. Tra le assi sconnesse che chiudono i fornici, scheletri divorati dalla vegetazione e dall'umidità potrebbero ancora testimoniare più di ogni altro reperto non solo la violenza dell'eruzione, ma anche in che modo avesse tentato di sfuggirvi una popolazione completamente impreparata. L'imperizia di allora fa sperare che, sapendo come e quando allontanarsi, e dove andare, sarebbe oggi possibile salvarsi anche dalla peggiore catastrofe. L'incuria non rende omaggio ne' a quel drammatico giorno ne' alle preziose informazioni che ha involontariamente lasciato ai posteri.

Uno dei fornici nei quali si intravedono i resti degli scheletri

L'entrata dei fornici

Lo studio completo degli scheletri di Ercolano (da cui sono tratti alcuni dati di questa pagina) si trova in: I fuggiaschi di Ercolano: paleobiologia delle vittime dell'eruzione vesuviana del 79 d.C. - Luigi Capasso, 2001, L'ERMA di BRETSCHNEIDER ed., 1089 pagine - ISBN 888265141X, 9788882651411