IL VESUVIO E IL GRAND TOUR


Per tutto il '700 nobili, intelletuali e scienziati d'Europa scesero a Napoli e visitarono i suoi dintorni, con irrinunciabili puntate al Vesuvio, ai Campi Flegrei e a Ischia, avendo come punto di riferimento gli studiosi locali e le loro guide. I racconti di questi primi touristi, con le loro impressioni e aspettative, sono insieme una testimonianza scientifica e straordinari ritratti dell'epoca. L'emozione più viva era data dalle calorose usanze locali e da una terra quasi esotica, mentre il giudizio sui suoi abitanti non era molto lontano da quello che molti europei hanno ancora oggi dei napoletani. L'ambasciatore inglese Hamilton, pur restando incantato dallo splendore del paesaggio, ammette che i suoi occhi rifuggono da ogni spettacolo di miseria e violenza e che senza una distaccata natura scozzese sarebbe difficile vivere in questo suggestivo e drammatico paese. Era il 1764. Il regno, retto da un re tredicenne, una delle minacce divine della Bibbia (Hamilton), era funestato da pestilenze e carestie che producevano migliaia di mendicanti nelle strade della città.

Molti diari di viaggio hanno tre temi ricorrenti: le guide che accompagnavano i visitatori lungo il percorso, le soste all'Atrio del Cavallo, dove viveva una specie di eremita, e la visione della bocca del vulcano, costantemente in attività. Non si capisce bene cosa avessero le guide da incuriosire tanto, ma è probabile che rappresentassero una delle rare occasioni di contatto tra aristocratici e popolani. I più assidui frequentatori del vulcano avevano guide personali, con cui si instaurava quasi un rapporto di amicizia, fatto singolare in tempo di rigide classi sociali. L'ambiente, ostile agli uni e padroneggiato dagli altri, poteva creare questa provvisoria uguaglianza sociale, non priva di fascino e di quel tanto di brivido. Spesso descritte come astuti primitivi, capaci di sorrisi melliflui o di terribili urla nella notte, ma anche di cantare in coro frammenti della loro selvaggia, dolce musica nazionale, come scrisse il poeta Shelley nel 1818, abili nel farsi trovare nel punto di maggiore difficoltà in soccorso di quanti avevano creduto di potersela cavare da soli, pronti a sbucare tra la lava quando la sete diventava insopportabile (per un sorso di vino cattivo, pagai tre lire, scrisse nel 1895 Vincente Blasco Ibanez) o a riportare il cavallo perso di vista dall'assetato, di nuovo costretto a pagare il favore, le guide erano indispensabili per raggiungere la cima del vulcano quanto per essere difesi dai borseggiatori disseminati lungo il percorso.

I visitatori d'allora si lamentarono per la sparizione di monete, soprattutto le sterline d'oro dei numerosi inglesi, usate per fare calchi nella lava, per portantine e asini pagati a caro prezzo, per la continua richiesta di denaro ad ogni minima variante di programma, nonostante le lunghe trattative iniziali, nonchè per gli effetti vulcanici creati con vistosi trucchi, ma riconoscevano anche l'abilità e la grazia di quei giovanotti che si rompevano la spina dorsale a forza di riverenze (Ibanez). E, ancora di più, se la rompevano trascinando di peso dame e cavalieri, legati alla vita con cinghie di cuoio o a cavalcioni di una sedia, sui ripidi versanti coperti di cenere o sulle sconnesse lave.

Le tariffe per essere accompagnati sul cono furono regolate una prima volta nel 1840 e nel 1855 venne emanato addirittura un decreto prefettizio per cercare di porre freno a quella che era diventata una vera e propria prova d'astuzia. Il tetto massimo delle richieste fu fissato in dieci carlini per una giornata, dodici per la notte, quattro ducati per una sedia ben sicura e decente, portata a spalle a turno da otto persone, otto carlini per un mulo, cavallo o asino.

Tutte le lamentele finivano (e, se ce ne sono, finiscono certo ancora oggi, anche se la voragine si presenta inoffensiva dall'ultima eruzione del 1944) davanti allo spettacolo del fuoco e alla vista che dalla pianura arriva agli Appennini e al mare. Al cospetto della montagnola all'interno del cratere che vomitava pietre infuocate, lo stupore prendeva il sopravvento e cancellava qualsiasi traccia di fatica o di scontento. L'esperienza rimaneva fissata nella memoria come l'avventura della vita e poneva a confronto la piccolezza dell'uomo con la forza del vulcano. Per dirla con Chateaubriand, che son mai le famose rivoluzioni degli imperi, in confronto a questi accidenti della natura che mutano la faccia della terra e dei mari.

Una guida assicura Mercalli mentre fotografa il cratere dopo l'eruzione del 1906


PER SAPERNE DI PIU' SULLE GUIDE DEL VESUVIO:

LUIGI MAISTO, in collaborazione con Liberato Maddaloni, Le Guide del Vesuvio dalle origini ai tempi moderni, 2006, Poligrafica Ariello, Napoli