ESCURSIONI AL VESUVIO E DINTORNI


1 - VERSO IL CRATERE

approfondimenti nel testo:

Viscosità e fluidità della lava
Le guide
Vesuvio e il Grand Tour

2 - VALLE DELL'INFERNO E MONTE SOMMA


3 - ERCOLANO

approfondimenti nel testo: I prodotti vulcanici a Ercolano
I fuggiaschi
Storia degli scavi

4 - POMPEI

approfondimenti nel testo: Fino al giorno dell'eruzione
Storia degli scavi

1 - VERSO IL CRATERE


Gran parte dell'area intorno al Vesuvio è stata recintata dopo l'istituzione del Parco Nazionale nel 1995 (http://www.parconazionaledelvesuvio.it). Si possono percorrere gli itinerari che entrano nella Foresta Demaniale previa autorizzazione rilasciata, anche via fax, dall'Ufficio Amministrazione ex ASFD, Via G. Tescione, 125 Caserta, tel. 0823/361712, fax 361734. L'accesso al cratere sommitale è a pagamento e consentito solo con l'accompagnamento delle guide che si trovano sul posto. La visita alla sede storica dell'Osservatorio Vesuviano è per ora limitata a gruppi scolastici o Associazioni e va prenotata presso la sede di Napoli (http://www.ov.ingv.it). Le indicazioni chilometriche riportate nell'escursione partono dal bivio tra la strada che sale da Ercolano e quella proveniente da Torre del Greco.



mappa

Da Torre del Greco si seguono le indicazioni per il cratere. Dall'uscita del paese vi sono lave delle eruzioni del 1767-71 e uno stretto lobo di quelle del 1871-72, ma non c'è possibilità di sosta.

600 m 1  - LAVE del 1858  - sosta a destra in prossimità del centro visitatori

Lave del 1858
Dopo il bivio con la strada che sale da Ercolano, iniziano le lave del 1858. Le colate di questa eruzione, durata circa due anni, hanno aggirato il Colle dei Canteroni, sul quale si vede l'edificio storico dell’Osservatorio Vesuviano e si sono allargate verso Est.
Le pendici del Vesuvio
Poi, seguendo la conformazione del terreno, si sono riversate in questa direzione (Nord-Ovest). La superficie della colata presenta strutture, dette corde, tipiche delle lave fluide.
Strutture a corde sulla superficie delle lave del 1858
La lava scorreva seguendo gli avvallamenti del terreno e ogni rigagnolo era frenato ai lati dalle sponde naturali, mentre si muoveva più veloce al centro, libero dall'attrito.
Strutture a corde sulla superficie delle lave del 1858
La sottile crosta che copriva la superficie si deformava e i corrugamenti erano così curvati nella direzione di movimento del flusso.
Superficie della colata del 1858, con le striature formate dall'esplosione delle bolle di gas
Guardando verso valle, anche prima del punto di sosta, si vedono grossi lastroni di lava sollevati e accavallati uno sull'altro. Questo succede quando la colata è più lenta, o perché lontana dal punto di emissione e più fredda o perché scorre su un terreno meno ripido. In queste condizioni, lo spessore della crosta sul dorso della colata aumenta e il movimento della lava incandescente sottostante la frattura, spingendone i blocchi verso l'alto, sovrapponendoli e trascinandoli.
Panorama verso Napoli e i Campi Flegrei dalle pendici del Vesuvio
5,6 km 2  - panoramica  - sosta a sinistra
Da questo punto si può osservare il panorama verso Napoli che nelle giornate serene arriva fino ai Campi Flegrei e a Capo Miseno, il punto da cui Plinio il Giovane osservò l'eruzione del 79 d.C. che distrusse Pompei e Ercolano. A monte, si vede la sede storica dell'Osservatorio Vesuviano. Le lave intorno sono del 1858.
L'edificio storico dell'Osservatorio Vesuviano

6,2 km 3  - lave del 1944 e prodotti del 79 d.C.  - sosta a sinistra al parcheggio del bar
In questo punto si trova il bivio per l'Osservatorio Vesuviano. Sul lato destro della strada, poche decine di metri dopo il parcheggio, si vedono i prodotti dell'eruzione del 79 d.C. Affacciandoci invece verso valle, tra la vegetazione si scorge sotto il boscoso bordo del Somma un tratto della lava del 1944, l'ultima eruzione del Vesuvio, che dal Fosso della Vetrana si butta verso il paese di S. Sebastiano.

La colata di lava del 1944
Benché i prodotti dell'eruzione del 79 non si vedano molto bene, il confronto tra questi e quelli del 1944 permette di mettere a fuoco la differenza più evidente tra le eruzioni esplosive (79) e quelle effusive. Nelle prime il magma, frammentato dall'esplosione di innumerevoli bolle di gas, è scagliato con violenza dal cratere. I frammenti di magma solidificano rapidamente al contatto con l'aria diventando pomici e ceneri. Nelle seconde (1944) il magma arriva in superficie quasi degassato ed esce dalla bocca eruttiva formando le colate di lava.
I prodotti dell'eruzione del 79 d.C. nei pressi del bivio per l'Osservatorio
Dopo l'eventuale visita all'Osservatorio, si riprende a salire in un paesaggio che diventa sempre più gradevole. Purtroppo la salvaguardia e il lento recupero delle pendici del Vesuvio, fino a pochi anni fa scandalosamente maltrattate, sono affidati alla drastica misura dell'Ente Parco che ha recintata e resa inaccessibile tutta la zona. Numerosi sentieri escursionistici, realizzati dall'Ente Parco, sono percorribili previo permesso di accesso.
La colata di lava del 1944 ai piedi della parete del Somma

6,6 km 4  - lave del 1944
La strada corre accanto alla colata del 1944, ma non è possibile avvicinarsi a causa delle recinzioni. Pur vista da lontano, la colata ha un aspetto molto diverso da quello delle lave del 1858, incontrate all'inizio dell'itinerario.
La colata di lava del 1944
Mentre quelle erano fluide e formavano in superficie strutture plastiche simili a corde, questa è ricoperta da protuberanze di lava irregolari.
La superficie della colata di lava del 1944
La lava del 1944 era più viscosa di quella del 1858 e si copriva di una spessa crosta solida, sotto la quale il nucleo caldo della colata continuava a scorrere. Questo movimento trascinava anche la crosta che, non riuscendo per il suo spessore a deformarsi plasticamente, si fratturava irregolarmente e formava la coltre di detrito che si vede in superficie. Il colore chiaro è in parte dovuto alla colonizzazione dei licheni.

La colata del 1944 nel Fosso della Vetrana, alle spalle del paese di S. Sebastiano

7,7 km 5  - lave di Colle Umberto
Da questo punto e per circa un km, la trada attraversa le sottili colate che, negli anni tra il 1895 e il 1899, si sono accumulate una sull'altra fino a formare il rilievo di Colle Umberto.
Il rilievo lavico tondeggiante di Colle Umberto
Non c'è comodità di parcheggio, ma in giornate di poco traffico si può almeno rallentare e osservare la struttura delle colate sovrapposte.
Le colate di lava di Colle Umberto
Ogni colata ha uno strato di detrito alla base e uno sopra la parte centrale massiccia. Il detrito basale è formato dai pezzi di crosta che, dal dorso, cadono davanti al fronte (la parte più avanzata della colata), formando un tappeto di scorie sopra il quale avanza la colata. Lo strato grigio centrale, disseminato di bolle, è il nucleo solidificato della lava incandescente.
 
Una colata di lava di Colle Umberto
Lungo questo tratto di strada, si vedono lave arcuate che formano cavità simili a grotte. Queste strutture, dette tubi di lava, avevano al loro interno, nel corso dell'eruzione, lava incandescente che è fluita a valle. La loro formazione è determinante per il tragitto di una colata, funzionando il tunnel come un coperchio che impedisce la dispersione di calore. La lava può così mantenersi fluida per molto tempo e coprire lunghe distanze, venendo a giorno ancora molto calda in punti che non avrebbe raggiunto se non fosse stata isolata dall'esterno.
Un tubo di lava nelle colate di Colle Umberto

9,7 km 6  - bivio per la funicolare
Il piazzale nei pressi del cantiere della seggiovia dismessa
Circa 700 m prima di questo bivio, appare il lato interno del Somma, verde di vegetazione e poi il brullo cono del Vesuvio.
Si segue a destra la strada che porta alla vecchia stazione della funicolare, un'opera che fu simbolo del Vesuvio, ispiratrice della famosa canzone Funiculì Funiculà, nonché fonte di accese polemiche.
Una ramo delle colate del 1944 si affaccia sulla strada che porta alla vecchia funicolare, ai piedi del Gran Cono
Conviene fare una deviazione verso questo posto che nemmeno le peggiori intenzioni sono riuscite a deturpare completamente. In un ampio spiazzo che precede il cantiere della seggiovia, abbandonato dal 1991, si trova un piccolo punto di ristoro da dove si gode il panorama sul Golfo e una quiete che contrasta con il polveroso piazzale di quota 1000. Lungo la strada, inoltre, si può vedere da vicino uno dei rami secondari delle lave del 1944.

Stato attuale del cantiere della seggiovia

11,2  km 7  - sentiero per il Somma - piazzale di quota 1000
Tornati sulla strada principale, le distanze vengono misurate dal punto di riferimento iniziale. Circa 200 m prima dello stop 7, si trova una piazzola di sosta che permette di vedere la colata del 1944 nel punto in cui si restringe tra il bordo di Colle Margherita (un rilievo di lava formatosi tra il 1891 e il 1894 e non più distinguibile perchè sepolto dai prodotti di eruzioni successive) e la parete del Somma.

La colata di lava del 1944 ai piedi del Monte Somma
Nei pressi di una accentuata curva, dove si trova l'edificio diroccato di una vecchia stazione di rilevamento dell'Osservatorio Vesuviano, parte un sentiero che raggiunge la base del Somma. Proseguendo sulla strada asfaltata per un centinaio di metri si arriva al piazzale di quota 1000. L'afflusso di turisti si concentra tutto in questo punto, peraltro assai carente di strutture, dove inizia il sentiero che porta al cratere, percorribile solo con l'accompagnamento delle guide.
Il cono del Vesuvio con la neve
Anche l'obbligo delle guide a pagamento e la presenza della casupola che le ospita non sono state risparmiate dalle polemiche. Farsi accompagnare dalle guide, e lamentarsene, è una tradizione che nasce insieme al turismo campano dopo l'eruzione del 1631, quando salire al Vesuvio era un'impresa e il viaggio veniva fatto a piedi o a cavallo o su portantine, ma comunque in condizioni disagevoli. Grazie alla loro esperienza, nel 1895, quando ormai da 15 anni la funicolare emarginava il loro ruolo, ottennero, primi in Italia, il riconoscimento giuridico di Guide del Monte Vesuvio. Ancora oggi forniscono ai turisti gli stessi lunghi bastoni con cui aiutarsi nella ormai breve e comoda salita e soddisfano con competenza la curiosità sui fenomeni vulcani che aumenta in ognuno al procedere verso il cratere.
8  - salita al cratere
Il bordo del cratere si raggiunge in circa mezz'ora. E' bene, in ogni caso, avere un abbigliamento adeguato e non sottovalutare la fatica nelle giornate calde. L'incessante processione in andata e ritorno lungo il viottolo è la migliore prova di quanta fama goda questo vulcano addormentato.
Il sentiero che sale all'orlo del cratere
L'eruzione del 1944, oltre alla colata di lava che si vede contro le pendici del Somma, ha avuto anche otto episodi esplosivi, con fontane di lava alte un paio di chilometri sopra il cratere, oltre a numerose esplosioni isolate.
La colata di lava del 1944 vista dal sentiero che sale al cratere
Il percorso corre proprio sopra le scorie eruttate nel corso delle fasi esplosive del 1944 e, in alcuni punti, si vedono gli accumuli di questi brandelli di lava che cadevano al suolo ancora abbastanza caldi da saldarsi fra di loro.
Il versante del cono ricoperto di scorie e, ai suoi piedi, i lobi del materiale scivolato a ridosso di Colle Umberto nel corso dell'eruzione del 1944
Quando il mucchio diventava troppo alto, o in concomitanza dei forti tremori che scuotevano il vulcano, il materiale franava verso valle, formando i lobi che si vedono ai piedi del cono. Le esplosioni del 1944 non sono confrontabili con altre più violente, come quelle del 79 d.C., dove le colonne eruttive di pomici e ceneri superarono i 30 km di altezza. Intorno al Vesuvio, e anche in questo breve itinerario, si incontrano i prodotti di differenti eventi vulcanici, da quelli fortemente esplosivi a quelli effusivi, con diversi tipi di colate di lava.
La colata di lava del 1944 tra le case di S. Sebastiano
Dal bordo del cratere si vede un ampio panorama e la voragine rimasta vuota dopo il 1944. Sul lato a sinistra del sentiero, risalta lo strato massiccio grigio della lava traboccata nel corso di quella eruzione, ricoperta dalle scorie rossicce delle esplosioni successive.
Le pareti interne del cono
Osservando il cratere si riesce a immaginare l'evoluzione dell'attività del Vesuvio negli ultimi secoli: dopo una forte eruzione, la voragine restava vuota, come ora, ma, nel giro di qualche anno, sul fondo si aprivano una o più bocche. La lava sgorgava dalle nuove aperture, accompagnata da piccole esplosioni.
Un'immagine degli anni '30 del conetto all'interno della voragine quasi piena di lava
Le esplosioni accumulavano brandelli incandescenti, formando un conetto che cresceva insieme al livello della lava. Raggiunto il bordo del cratere, cominciavano i trabocchi delle colate verso l'esterno. L'attività poteva andare avanti in questo modo per anni, fino a quando uno o più episodi violenti svuotavano nuovamente il cratere.
La voragine del cratere
Dal il 1631, le pause tra un'eruzione e l'altra, con il cratere vuoto e senza bocche sul fondo, non è mai stato così prolungato come dal 1944 a oggi.
Le fumarole sul cratere
Il Vesuvio sembra non dare segni evidenti di vita ma sul bordo, specie nelle giornate fredde, si possono vedere le nubi condensate delle fumarole, formate prevalentemente di vapore acqueo rilasciato dalle rocce riscaldate dal magma che ristagna in profondità.
Le fumarole sul bordo del cratere
Continui piccoli terremoti sono registrati solo dagli strumenti, mentre gli episodi più intensi, come quelli avvenuti nel 1999, suscitano grande apprensione tra la popolazione, presto rassicurata dalle dichiarazioni ottimistiche degli addetti alla sorveglianza.

L'accumulo di scorie sul bordo del cratere delle fasi esplosive del 1944

2 - VALLE DELL'INFERNO E MONTE SOMMA

Considerando che gran parte dei turisti visita il Vesuvio in giornata, proponiamo un'escursione che può essere abbinata alla salita al cratere, o rappresentare da sola una buona alternativa. E' un percorso facile, che si può prolungare oltre, in un'area straordinariamente lontana dalla folla e di grande interesse vulcanologico. Anche in questo caso, non va sottovalutato il possibile sforzo e la necessità di acqua in giornate calde. Da qualche tempo, anche l'accesso a questo sentiero richiede il permesso dell'Ente Parco.
Punto di partenza del sentiero per il Monte Somma
Il sentiero parte nei pressi della curva con il rudere che si incontra, salendo, un centinaio di metri prima del parcheggio di quota 1000 (dove si consiglia di parcheggiare, se si hanno mezzi propri).
L'ombra del Gran Cono si proietta nella Valle del Gigante. Il tratteggio approssima il percorso dell'escursione
Da qui si scende dietro il lato sinistro del fabbricato, imboccando un evidente sentiero che piega verso destra. Dopo aver attraversato un lobo delle frane di scorie del 1944, di cui sul cono si vede l'area di distacco, a una deviazione si scende verso sinistra, fiancheggiando un altro lobo delle frane del 1944. Poi il percorso diventa pianeggiante e entra nella Valle del Gigante.

La Valle del Gigante con la colata grigia del 1944 alla base del Monte Somma
In un quarto d'ora si arriva ai piedi del Monte Somma, il vulcano più antico che circonda il Gran Cono del Vesuvio. Sulla parete interna, l'erosione ha messo in risalto numerosi dicchi, che rappresentano la via seguita dal magma all'interno del vulcano per sfociare in superficie.
La Valle del Gigante e la parete interna del Monte Somma
In alto risalta un arco formato da un dicco rimasto sospeso dopo l'erosione del materiale circostante. Osservando il detrito alla base della parete, nei blocchi di lava si vedono piccole sfere bianche. Queste sono cristalli di leucite, un minerale tipico di molti prodotti eruttati dal vulcano Somma.
Un dicco in rilievo sulla parete interna del Monte Somma
In circa 10 minuti si giunge ad uno spiazzo, detto il Teatro, in mezzo al quale spicca un lastrone di lava verticale che si trovava sulla superficie delle colate del 1928-29, ora parzialmente nascoste dalla vegetazione e da prodotti più recenti. (In corrispondenza di questo punto parte un ripido sentiero che sale alla cresta del Somma).
Si continua sul sentiero pianeggiante per altri quindici minuti lungo la Valle dell'Inferno (la prosecuzione della Valle del Gigante) fino a una piccola radura, dove il sentiero torna a salire.
Le strutture a corde della lava del 1929
In cinque minuti si arriva al belvedere sopra Terzigno e si prosegue verso destra. Dopo 15-20 minuti si raggiunge il punto in cui la colata del 1929 si buttava nello stretto canalone (Vallone del Fico) che sbuca alle spalle di Terzigno. Nel punto in cui le colate imboccarono il ripido pendio, vi sono belle strutture di lave a corde. Alcuni tumuli, i rigonfiamenti verso l'alto della lava ancora calda, mostrano le spaccature da cui uscirono i rigagnoli incandescenti, ora congelati in suggestive forme plastiche. Sul punto di massima pendenza, la colata si è spezzata, formando uno stretto e profondo crepaccio.

Un tumulo nella colata del 1929 e i rivoli di lava con strutture a corde
Ritornati verso la Valle dell'Inferno, invece di seguire il sentiero dell'andata, si consiglia di salire verso la cresta del Somma dove, in meno di un'ora, si può arrivare ai Cognoli di Ottaviano. Il crinale è coperto dai prodotti scagliati fin qui nelle fasi esplosive del 1944.
L'attacco del sentiero che sale sulla cresta del Somma
Tra le scorie del 1944 si trovano numerosi pezzi di calcari bianchi e di rocce intrusive, insieme a luccicanti pirosseniti dal colore nero-verde scuro. Mentre le scorie si sono formate dal raffreddamento del magma, questi prodotti sono rocce solide che si trovavano intorno alla camera magmatica o lungo il condotto seguito dal magma per arrivare in superficie.

Prodotti delle fasi esplosive del 1944 sul bordo del Somma
Un altro breve tratto di ripido sentiero porta ai Cognoli di Ottaviano, ai cui piedi si vede la colata principale del 1944, stretta tra l'Atrio del Cavallo e le pendici del Somma.
A meno di non voler proseguire lungo la cresta fino al punto più alto del Somma, Punta del Nasone (prevedere almeno un'altra ora), si ritorna sui propri passi dai Cognoli di Ottaviano fino all'inizio del ripido sentiero sabbioso che riporta ai piedi del Somma, in corrispondenza del Teatro (tenere come punto di riferimento il lastrone verticale che si vede in mezzo al pianoro). Seguendo lo stesso sentiero dell'andata si torna al punto da cui si era partiti.
Panorama verso il golfo, con la colata del 1944 in basso a destra

Nel 79 d.C., Ercolano sorgeva su una collina di tufo vulcanico, alta circa 250 m, delimitata ai lati da due vallette. Le onde lambivano i piedi del rilievo e sulla spiaggia si aprivano i portici (fornici) ricavati nei muri di sostegno (sostruzioni) che avevano reso edificabile il dislivello fino al mare.
L'area sacra e le case di Ercolano, sostenute dal muro in cui sono inseriti i fornici. La zona invasa dall'erba era la spiaggia della città
Ora la linea di costa dista tra 250 e 500 metri e il mare si trova 4-5 metri più in alto rispetto al livello del 79 d.C. Da un lato, la zona è soggetta a un lento abbassamento che arretra la costa verso l'interno e, dall'altro, i prodotti emessi durante le eruzioni del Vesuvio hanno formato per decine di migliaia di anni nuova terra a scapito del mare.
L'alto muro al centro della fotografia è formato dai prodotti vulcanici arrivati in corrispondenza della spiaggia di Ercolano nel 79 d.C.
I prodotti dell'eruzione che seppellirono Ercolano circondano l'area degli scavi, formando una specie di catino, sui cui bordi sorge l'odierna città. La differenza più marcata con Pompei, è che qui manca lo strato di pomici che corrisponde alla fase iniziale dell'eruzione. I prodotti vulcanici arrivati a Ercolano furono trasportati dai flussi piroclastici che si formarono quando la colonna eruttiva, dalla quale erano cadute le pomici, collassò lungo i fianchi del vulcano.
I prodotti dell'eruzione sulla spiaggia di Ercolano
Guardando in basso, appena dopo l'entrata, si vede, a destra, il Decumano Massimo e a sinistra una piscina rettangolare, fiancheggiata su un lato da un porticato chiuso (criptoportico). La vasca non era in uso e era stata riempita di terra, sostituita da una molto più grande a forma di croce, non ancora messa in luce, ma visibile in parte attraverso i cunicoli di scavo. Oltre il Decumano Massimo incombe la città moderna e, dietro questa, il Vesuvio.
La piscina rettangolare, non in uso all'epoca dell'eruzione, e il criptoportico
Il panorama sugli scavi evidenzia l'impianto regolare dei tre cardi paralleli che intersecano il Decumano Inferiore e, più a monte il Decumano Massimo. I cardi finiscono con ripide scale che scendono sulla spiaggia.
Ercolano, antica e moderna, e il Vesuvio sullo sfondo
Dall'alto si può valutare lo spessore dei prodotti vulcanici (più di venti metri) che hanno cancellato Ercolano. Alla base, il banco di tufo che creava il basso fondale della spiaggia, conserva i segni delle imbarcazioni trascinate a riva.
La spiaggia di Ercolano nel corso di un'operazione di bonifica
E' questo il punto da cui meglio si immagina il panorama dell'antica Ercolano, con i giardini e le ampie terrazze spalancate sul mare, le barche sulla sabbia e alle spalle, la campagna e un monte coperto di verde, il Vesuvio.
Ricostruzione del panorama di Ercolano prima dell'eruzione

LA SPIAGGIA
La spiaggia era uno dei punti vitali della cittadina e rappresentò la speranza di salvezza per molti dei suoi abitanti nel corso dell'eruzione. Quasi due millenni dopo, sulla stessa spiaggia, archeologi e vulcanologi vivranno il momento più esaltante degli scavi di Ercolano. Il tentativo di prosciugare l'acqua che, filtrando attraverso i prodotti vulcanici e seguendo la naturale pendenza dell'antico terreno, invadeva l'area antistante le Terme suburbane, fu l'occasionale avvio, nel 1980, dei lavori di bonifica che porteranno a incredibili scoperte.
Le Terme suburbane e parte degli androni sulla spiaggia
Benché si sapesse che anche questa città, come Pompei, era stata distrutta nel corso dell'eruzione e non sepolta in epoche successive dal materiale trascinato con le piogge lungo le pendici del vulcano (come si pensava in passato), si riteneva che quasi tutti i suoi abitanti si fossero messi in salvo. Fino ad allora, infatti, all'interno della città si erano trovati i corpi di poche decine di individui.
Due scheletri trovati sulla spiaggia di Ercolano
Mentre su Pompei piovevano pomici, in questa direzione non cadeva altro che un minuto pulviscolo e gli ercolanesi avrebbero avuto il tempo di abbandonare la città. Così si sperava, ma non fu. Almeno trecento persone erano scese precipitosamente verso il mare e si erano rifugiate nei portici aperti sulla spiaggia, dove furono soffocate già dalla prima ondata di cenere.
Una delle discese utilizzate dagli ercolanesi per rifugiarsi sotto le arcate aperte verso il mare
Purtroppo, il sito si presenta da molti anni in uno stato inspiegabilmente trascurato, senza che nemmeno un pannello indichi questo punto strategico, di allora e di oggi.
Scheletri di ercolanesi all'interno dei fornici
Gli androni che si affacciavano sul mare, verso i quali molti ercolanesi erano accorsi in cerca di rifugio, sono chiusi con lamiere e assi sconnesse. Al loro interno si intravedono ancora alcuni scheletri.
Calco di un gruppo trovato nei fornici della spiaggia
Sul tratto di spiaggia sottratto ai prodotti vulcanici converge l'acqua sorgiva che viene costantemente pompata, ma l'area è inevitabilmente invasa da erbacce e pozzanghere, nelle quali non mancano carte e rifiuti.
L'attuale precaria sistemazione della spiaggia di Ercolano
Il cunicolo di accesso si apre sulla spiaggia tagliando i prodotti vulcanici abbandonati dal flusso che causò i danni maggiori alla città. Tra le ceneri, vi sono pezzi di materiale edilizio e legni bruciati. Molto legname inglobato nella cenere deriva probabilmente dai pontili che dovevano servire ad attraccare le barche oltre il basso fondale, come si vedono dipinti sui muri di molte case.
I prodotti vulcanici sulla parete del tunnel di accesso, con numerosi frammenti di materiale edilizio
Sulla spiaggia sorgevano le Terme Suburbane, le più eleganti e moderne della città, talmente vicine al mare che avevano una tettoia sporgente per riparare le ampie vetrate dagli spruzzi delle onde.
L'impronta nella cenere vulcanica di una fontana in marmo ribaltata dal flusso nelle Terme Suburbane
La salita verso la città si apre a destra in un rettangolo al cui centro era collocata la statua del proconsole Marco Nonio Balbo.
L'originale della statua di Nonio Balbo esposto al Museo Archeologico di Napoli
Davanti alla statua, un altare sorto sul luogo dove avvenne il rogo funerario, porta inciso il lungo elenco degli onori ricevuti dal senatore. La statua venne spezzata alle caviglie e trasportata dal flusso fin davanti al secondo ambiente a volta sulla marina, a 15 m di distanza.
L'ara Nonio Balbo
La testa, lavorata a parte e inserita sul corpo, come spesso si usava, fu trovata nella direzione opposta a quella del flusso, a Nord-Est rispetto alla base, probabilmente rimbalzata per il contraccolpo alla forte spinta. Una copia della statua è stata di recente ricollocata sul piedestallo.
L'ara e copia della statua del console Nonio Balbo

CARDO V INFERIORE

La salita sbuca nel cuore della città attraverso il Cardo V, pavimentato in calcare bianco e leggermente più ampio dei cardi IV e III. La prima casa a sinistra è detta dei Cervi, per due belle statue di cervi assaliti dai cani che ne ornavano il giardino e di cui ora si vede la riproduzione.
Il Cardo V
Era una delle ricche e eleganti abitazioni sorte in direzione del mare, abbellita da numerose statue, tra le quali quella dell'Ercole ubriaco, il fondatore della città, ritratto mentre, a gambe larghe e traballanti, come disse il Maiuri, compie l'atto meno eroico della sua vita.
Il giardino della casa dei Cervi
A destra vi è la Casa della Gemma, dove fu trovato il corpicino di un neonato, uno dei simboli di quanto la tragedia sia stata improvvisa e inaspettata.
Questa casa fa tutt'uno con la vicina Casa del Rilievo di Telefo, tra le più vaste e raffinate di Ercolano, forse appartenuta a Nonio Balbo. L'edificio sfruttava i dislivelli naturali del terreno per scendere fino alla spiaggia, sulla quale apriva le sue ampie terrazze.

Le colonne di mattoni rossi della Casa della Gemma e, verso destra, della Casa del Rilievo di Telefo
Il nome le deriva dal contenuto di una cassa di legno, alcune gemme delle quali tre incise, trovata però nell'abitazione sottostante, in pratica ricavata nei muri di sostegno.
Marmo rinvenuto nella bottega del gemmario (Museo Archeologico, Napoli)
La cassa conteneva anche il sigillo in bronzo con il nome del probabile proprietario, M. Pilius Primigenius Granianus. In questo edificio, durante gli scavi del 1940, venne alla luce un gruppo di sette individui, tra i quali un bambino e un neonato ancora appoggiato sul materassino di foglie in una culla di legno di quercia.

Casa del Rilievo di Telefo
L'incrocio con il Decumano Inferiore è abbellito da una fontana pubblica in calcare. All'angolo vi è un'osteria, con il bancone rivestito di marmo, i contenitori di terracotta e i ripiani su cui si appoggiavano i vasi dei cibi e delle bevande.
La fontana all'incrocio del Cardo V con il Decumano Inferiore
Girando a destra, si arriva alla palestra, un rettangolo di 50x80 metri circondato da portici. Al momento dell'eruzione, nella palestra erano in corso lavori di restauro iniziati nel 76 d.C., voluti dall'imperatore Vespasiano, per riparare i danni del terremoto del 62 d.C.
Il viale colonnato dell'area della palestra
Le colonne visibili sono parte del colonnato che chiudeva tre lati dell'area, mentre il quarto finiva con il portico coperto che si vede in fondo, verso monte. Al centro dell'ampio spazio, si trovava una piscina a forma di croce, con una fontana nel mezzo.
Il porticato coperto (criptoportico) che chiude a monte l'area della palestra
Nella parete di prodotti vulcanici che corre dal portico coperto, parallela al viale colonnato, si apre un cunicolo accessibile che arriva al centro della vasca a croce, dove si trovava la fontana di bronzo (ora se ne vede la copia) formata da un serpente a cinque teste attorcigliato a un tronco. L'originale è collocato nel giardino della settecentesca Villa Campolieto, non molto lontana dagli scavi, cui si consiglia una visita.
I cunicoli nei prodotti vulcanici che coprono la piscina a forma di croce

LA PALESTRA

Quando venne studiato all'interno delle gallerie di esplorazione, il materiale vulcanico aveva alla base pochi millimetri di cenere, caduta nella fase iniziale dell'eruzione, quella che a Pompei accumulerà metri di pomici. La prima ondata di prodotti vulcanici scesa su Ercolano lasciò nella piscina uno strato di spessore irregolare, più alto dove ha alla base pezzi del portico crollato, coperto da uno livello uniforme di cenere. Il flusso era sufficientemente violento da causare crolli, ma non era in grado di trasportare per più di qualche metro mattoni e pietre dei muri che abbatteva, perchè era formato prevalentemente da gas e da un vortice di cenere.
I prodotti vulcanici nell'area della palestra, all'esterno dello scavo
L'onda d'urto aveva scoperchiato i tetti e abbattuto le parti murarie più esposte. La cenere era penetrata dalle aperture e aveva intasato gli ambienti, contribuendo a mantenere verticali i muri che non erano crollati. Immediatamente sopraggiunto sopra l'ondata di cenere e gas, un flusso denso scivolò come un torrente nella valletta che sfociava in direzione delle Terme Suburbane, risparmiando la città e penetrando di lato nell'area della palestra, senza superare completamente la piscina.
Gli edifici danneggiati verso l'area della palestra
Seguì un altro flusso gonfio di gas, con temperatura molto alta, che si allargò sopra tutta la città, causando i maggiori danni. Tra i prodotti vulcanici si vedono tegole, pezzi di muro, marmi e legni carbonizzati. Nella parete esterna dello scavo della piscina, la più facile da osservare, il deposito lasciato da questo flusso, cenere con numerose pomici arrotondate, emerge dal piano campagna.
Il primo strato, dalla base, è formato da ceneri e pomici del flusso che passò sopra tutta la città
Un altro flusso denso si divise in due rami alle spalle di Ercolano, incanalandosi nelle vallette che delimitavano il rilievo, per poi ricongiungersi sulla spiaggia, senza toccare la città e l'area della palestra. Qui non arrivò nemmeno la successiva ondata di gas e cenere, mentre un'altra più densa trascinò tronchi d'albero e travi e lasciò nella piscina circa due metri di ceneri. Dopo questi, dal Vesuvio scesero sopra la città già sepolta numerosi altri flussi che si allargarono quasi senza trovare ostacoli, accumulando ceneri e pomici fino a formare l'odierno livello del suolo.
Disegno del flusso denso divisosi alle spalle della città
Al limite dell'area della palestra, in direzione delle Terme Suburbane, i flussi raggiungevano il tratto più ripido della città che degradava verso il mare. Osservando gli strati dei prodotti vulcanici, si vede che, in basso, sono curvati per seguire la pendenza del terreno, mentre quelli verso l'alto coprono orizzontali una superficie ormai livellata.
Le linee evidenziano la pendenza degli strati verso il mare
Tornando sul viale della palestra e proseguendo verso monte, prima di entrare nel portico coperto, a destra vi è la vasca rettangolare che si vedeva dall'alto e la parete di prodotti vulcanici che delimita lo scavo. Sopra il portico si affaccia il loggiato per gli spettatori al quale si accedeva da una scala interna e sul quale ora incombono le case di Ercolano.
Il viale della Palestra con in fondo il criptoportico e il loggiato
All'interno del portico, i prodotti dell'eruzione premono contro le volte e caricano i pilastri, alcuni dei quali appaiono fratturati dal peso sovrastante. E' probabile che oltre questo punto, verso monte, si trovi sepolto il tempio delle divinità egizie, dal momento che una statua e frammenti di bronzo ricollegabili a quel culto sono stati trovati tra le ceneri al bordo della vasca e all'ingresso della palestra.
Lesioni nei pilastri del portico coperto

CARDO V SUPERIORE

Ritornati al bivio con il Decumano Inferiore, si può notare come questa strada, che taglia circa a metà i tre cardini, sia l'unica ad avere tracce delle ruote dei carri, anche se non profonde come quelle di Pompei. La città, almeno la parte dissepolta, aveva pertanto un'ampia area pedonale.
Le tracce dei carri sul Decumano inferiore
Si sale lungo il cardo V. Gli edifici a destra, che delimitano l'area della palestra verso la città, erano ambienti di tipo commerciale, botteghe e piccole abitazioni d'affitto a più piani, i cui introiti servivano probabilmente al mantenimento del vicino edificio pubblico. All'incrocio, a destra, si trova un panificio, con le macine per il grano e il forno, dove vi erano numerose teglie di bronzo. Di fronte c'è la casa del Gran Portale, il cui accesso è sul lato rivolto verso il Decumano Inferiore.
L'ingresso della casa del Gran Portale
Appena oltre, a sinistra salendo, si accede alla Casa del Sacello di Legno, che deve il nome a un armadio carbonizzato. Al piano superiore dell'edificio, sotto un letto, venne scoperta una cassa contenente tavolette cerate. Sullo stesso lato si incontra la Casa dell'Atrio Corinzio.

La casa dell'Atrio Corinzio
Sul lato destro si trova, al n. 9, una rivendita di vino ancora completa di soppalco e della scala per accedervi. Nel retrobottega fu rinvenuto un letto di legno carbonizzato. Al n. 10 c'erano i resti di un piccolo telaio, uno sgabello e un letto di legno con lo scheletro di un adolescente, oltre a una cassetta contenente alcune gemme con gli strumenti per intagliarle. Il n. 11 era una tintoria e il n. 13 una bottega. Nel banco in muratura, i contenitori di terracotta erano pieni di grano, fave e ceci. Gli ultimi ambienti a destra erano un'altra tintoria.

DECUMANO MASSIMO (dal Cardo V al Cardo IV)

Il Decumano Massimo
Il Cardo V termina a monte incrociando da sinistra il Decumano Massimo, la strada principale di Ercolano. All'incrocio si trova una fontana in calcare bianco, con la maschera di Ercole, simile e in simmetria con quella a metà del Cardo V.
La fontana con la maschera di Ercole
L'ampia strada (12 metri e mezzo di larghezza), era chiusa con cippi al traffico dei carri e con molta probabilità serviva anche come area di mercato, dal momento che aveva un pavimento di semplice terra battuta con infissi numerosi pali trovati carbonizzati. Il tracciato di questa arteria si prolungava oltre il Cardo V, in direzione della palestra, mentre sul lato opposto era chiusa da un grande arco, rivestito di marmi, che introduceva a una piazza porticata.
Ricostruzione del Decumano Massimo
L'angolo con il Cardo V è formato dal banco di vendita di una bottega con incassati i contenitori delle merci. Sul lato opposto, è messa in luce solo la facciata di un edificio a tre piani. Su uno dei pilastri rettangolari del porticato, vi era un'iscrizione a lettere rosse che rappresenta l'unica scritta elettorale fin qui trovata a Ercolano, contro le oltre 2000 di Pompei. Non deve esserci stata lotta per l'elezione del candidato questore M. Caecilius Potitus che veniva raccomandato ai passanti.
Un banco di vendita di cereali
Più avanti, sempre a sinistra, si trova un'altra delle numerose botteghe che facevano da ala al Decumano. Sul muro di fondo si vede la scala che dava accesso al piano superiore. Poco oltre, al n.15, si trova la Casa del Bicentenario, scavata nel 1938 per celebrare il secondo centenario dall'inizio degli scavi a Ercolano.
Esterno della casa del Bicentenario
Appartenuta a una famiglia importante, è una bella casa con eleganti decorazioni e pavimenti in mosaico, al cui interno venne trovato un archivio di tavolette cerate, tra le quali quelle relative a un processo tra due donne che si contendevano una bambina di nome Giusta.

CARDO IV

Incrociando il Cardo IV, conviene scendere lungo questa strada che, sul lato destro, apre l'ingresso alla sezione femminile delle Terme del Foro. Molti ambienti sono splendidamente conservati, con i pavimenti a mosaico, i soffitti a botte (quelli che più hanno resistito all'eruzione), le vasche e i sedili di marmo.
Il vano di una porta chiuso dai prodotti vulcanici
Ovunque sono visibili le tracce del forte carico sopportato per l'accumulo di decine di metri di cenere. I pavimenti sono ondulati, come in numerosi altri edifici, ad esempio la Casa dell'Atrio a Mosaico, per il peso che schiacciava le strutture. All'esterno dell'edificio, lungo il marciapiede emerge un tratto della tubazione originale che portava acqua all'interno.
L'interno delle Terme del Foro femminili
Più avanti, sempre sul lato destro a scendere, si incontra la casa dal Tramezzo di Legno, con l'intonaco bianco ancora ben conservato. La casa prende il nome da un paravento in legno, decorato con borchie di bronzo, che chiudeva parzialmente l'atrio e che si trova ancora al suo posto.
Il paravento in legno
L'edificio successivo, noto come Casa a Graticcio, comprende cinque piccoli appartamenti. Deve il suo nome alla tecnica muraria con cui era costruito, con telai di legno riempiti di pietrisco.
La tecnica edilizia detta "a graticcio"
Benché Vitruvio ritenesse questo sistema di costruzione tra i più pericolosi in caso di incendio, alcune case di questo tipo hanno resistito all'eruzione, perchè il passaggio delle ceneri vulcaniche, pure con circa 400°C di temperatura, fu così rapido da carbonizzare i legni senza bruciarli completamente. Due scale, una dalla strada e una dal cortile, conducevano al piano superiore che in parte sporge sul marciapiede sostenuto da tre colonne di mattoni.
Il Cardo IV inferiore all'altezza della Casa a Graticcio
Seguono, ai n. 16 e 17, due delle case più piccole di Ercolano, quella dell'Erma di Bronzo e la casa dell'Ara Laterizia.
Le grate impastate di cenere della casa dell'Alcova
Fiancheggiando il muro che chiude la Casa dell'Albergo, alla quale si accede dal III Cardine, si arriva alla ripida discesa che portava alla spiaggia. Non è possibile accedere allo stretto sottopassaggio, ma la somiglianza archittettonica con molti paesi delle coste mediterranee, accresce la sensazione di trovarsi in una città ancora abitata.
 
Uno dei passaggi che portavano alla spiaggia
Da questo punto si può ritornare verso il Decumano Massimo, risalendo lungo l'altro lato della strada. Nella Casa dell'Atrio a Mosaico, aperta solo in parte, le conseguenze del peso dei prodotti vulcanici è evidente nelle ondulazioni dei pavimenti, probabilmente accentuate da una differente porosità in varie zone del terrapieno sottostante.
La Casa dell'Atrio a Mosaico
Superata la Casa dell'Alcova, con le finestrelle che danno sulla strada ancora protette dalle grate originali impastate di cenere, e l'incrocio con il Decumano Inferiore, si giunge alla Casa Sannitica, una delle più antiche e meglio conservate case di Ercolano, con un bel portale di tufo all'ingresso e uno splendido atrio, decorato nella parte superiore con un finto loggiato che si affaccia sulla stanza.
L'atrio della Casa Sannitica
Questo edificio reca i segni di continue modifiche fatte dai proprietari che si sono succeduti nell'abitazione, dalla facciata in reticolato alle decorazioni delle pareti.
L'atrio della Casa Sannitica
Gli edifici successivi sono attualmente chiusi o in corso di restauro (Casa del Telaio, Casa del Mobilio Carbonizzato, dove lo scheletro di un uomo venne trovato accovacciato dietro la porta nel corso degli scavi diretti da Amedeo Maiuri nella metà del 1900). Dalla strada si possono vedere alcuni ambienti di una bottega di generi alimentari antistante la casa di Nettuno e Anfitrite, dove il crollo dei solai lascia intravvedere la cucina, un tramezzo con numerose anfore e una trave del piano superiore che sostiene ancora la gamba in bronzo di un letto. Vicino, è esposto il calco di tre scheletri di bambini trovati nell'area della spiaggia, all'interno dell'involto n. 10.
Calco dello scheletro di tre fanciulli trovati sulla spiaggia
Al n. 7, la Casa di Nettuno e Anfitrite è una delle singolari costruzioni con un lato del piano superiore sporgente sul marciapiede. Il nome le è stato attribuito dal bel mosaico che riveste una nicchia di un ambiente interno (il triclinio estivo) e che rappresenta le due divinità incorniciate da conchiglie e pezzi di scorie vulcaniche.
Il ninfeo nella Casa di Nettuno e Anfitrite
Più avanti, al n. 8, si entra nella Casa del Bel Cortile, così denominata dal suggestivo cortiletto interno, con una scala in muratura addossata a uno dei lati e il pozzo nella nicchia del sottoscala. Le decorazioni incompiute sulla parete sono un altro segno di vita bruscamente interrotta dall'eruzione, con la figura di un'aquila appena incisa e un riquadro del quale era stato tracciato solo il contorno.
L'nterno della Casa del Bel Cortile
All'interno di questo edificio sono esposti in una vetrina i calchi di tre scheletri trovati nell'involto n. 5. Un tabellone, isolato esempio di informazione, riporta dati sull'eruzione e la fotografia di alcuni scheletri trovati sulla spiaggia, nella giacitura del rinvenimento.

DECUMANO MASSIMO (dal Cardo IV al Cardo III)

Si ritorna al Decumano Massimo in corrispondenza di una fontana di calcare bianco con due testate raffiguranti Venere che si strizza i capelli e una testa di Medusa. Al n. 13 si accede alla Casa del Salone Nero, appartenuta a L. Venidius Ennychus.
Il cortile interno della Casa del Salone Nero
Il nome le deriva dalle pitture a sfondo nero che adornano il soffitto e le pareti dell'enorme salone, a contrasto con il pavimento a mosaico bianco.
Trittico di tavolette lignee cerate e carbonizzate con l'editto di concessione della cittadinanza romana alla famiglia di L. Venidius Ennychus (Museo Archeologico di Napoli)
L'ingresso della casa reca ancora le tracce del portale di legno, mentre due piccoli ambienti laterali all'entrata posteriore sono intatte, fino al soffitto a volta affrescato.

Uno degli ambienti ancora integri nella Casa del Salone Nero
Sul muro esterno dell'edificio si vede l'insegna di una bottega con il disegno di quattro brocche e i relativi prezzi, da due a quattro assi per sestiario, un mezzo litro, a seconda della qualità del vino. L'insegna si trovava sovrapposta all'annuncio di uno spettacolo (la scritta Nola) che riporta in piccole lettere nere, tra la L e la A, il nome dell'estensore del manifesto -scr(iptor) Aprilis a Capua. Evidentemente, gli itineranti compilatori di manifesti erano più importanti degli autori degli affreschi, considerati all'epoca semplici decoratori, la cui unica firma era il diverso stile.
L'insegna lungo il Decumano Massimo
Sul Decumano si apre poi una bottega con soppalco in legno, al cui interno è stata conservata una trave carbonizzata, crollata nella cenere e, di seguito, un'altra ricavata dal cubicolo della casa del Colonnato Tuscanico. Questa abitazione, scavata nel 1961-62, riportava i segni di numerosi rifacimenti, sia di manutenzione ordinaria che di riparazioni dopo il terremoto del 62 d.C. e si sviluppava su due piani, estendendosi lateralmente fino al cardo III, dove aveva un ingresso secondario.
Travi in legno carbonizzate
All'angolo con il Cardo III si trova il Collegio degli Augustali, un edificio dedicato da due fratelli ad Augusto mentre era ancora in vita. L'eruzione provocò il crollo del corpo centrale dell'aula, sostenuto da quattro travi di legno, ancora in parte conservate. A destra dell'ingresso, nella sua stanzetta, venne trovato il corpo del custode, sorpreso nel suo letto dall'eruzione. Questo edificio fu ampiamente ispezionato tramite cunicoli, di cui restano vistose tracce, e impoverito, nel corso degli scavi del 1700.
Il Collegio degli Augustali con l'affresco di Ercole introdotto nell'Olimpo
Di fronte al collegio degli Augustali si vede il muro esterno di un edificio chiamato Basilica, probabilmente facente parte di una piazza dell'area pubblica della città, circondata da portici e adorna di numerose statue. La piazza si apriva verso il Decumano Massimo con un'entrata delimitata lateralmente da due grandi archi, dei quali uno solo è interamente scavato. Qui venne trovata la grande quadriga di bronzo, il cui recupero nel corso dei primi scavi del '700 ebbe un amaro epilogo: incapace di comporre il grande puzzle, un certo Giuseppe Canart, incaricato del restauro, prese a fondere i pezzi per ricavarne oggetti ricordo per i reali.
Grande blocco di muratura abbattuto e trascinato nella cenere nell'area della Basilica
Poco oltre, gli scavi terminano e solo brevi cunicoli di ispezione perforano la parete di prodotti vulcanici, alla base della quale si vedono grossi blocchi di muro ribaltati. Le strutture del deposito indicano che i flussi giunti dopo la caduta dei muri scavalcarono l'ostacolo senza trascinarlo.
Blocchi di muro dell'edificio della Basilica ribaltati dai prodotti vulcanici
Sopra un sottile livello scuro, le ceneri che segnano la fine dell'eruzione, contengono sferette (pisoliti) che si formarono per la presenza di vapore acqueo quando le falde acquifere sotterranee entrarono in contatto con il magma rimasto in profondità. Le pisoliti si possono intravvedere nel deposito in alto o osservare da vicino in qualche blocco franato ai piedi della scarpata. Nella parte superiore del deposito, alcuni fori scuri sono i tronchi degli ultimi alberi che, ancora aggrappati alle pendici del Vesuvio, vennero divelti dal flusso.
Limite dello scavo con i prodotti dell'eruzione. La freccia indica lo strato di cenere contenente pisoliti

CARDO III

L'area visibile scendendo lungo il Cardo III, pavimentato in pietra lavica grigia, comprende gli edifici scavati nel 1700 e all'inizio del 1800.
Il Cardo III
Dietro le facciate delle case sul lato destro, si vedono ancora i prodotti vulcanici che riempiono completamente i vani. I primi scavi furono un vero disastro, alla luce della moderna archeologia, ma solo vedendo le parti non ancora dissotterrate, si può immaginare quanto deve essere stato arduo procedere, come si faceva allora, attraverso strette gallerie che correvano a decine di metri dalla superficie nelle ceneri indurite.
Gli edifici a ridosso dei prodotti vulcanici lungo il Cardo III
Dopo la Basilica, sullo stesso lato, si incontra la Casa di Galba (ora chiusa al pubblico) e, a valle dell'intersezione con il Decumano Inferiore, una piccola casa con annessa bottega, la Casa del Genio, scavata solo in parte, la Casa di Argo e la Casa di Aristide, queste due messe in comunicazione fra di loro dal varco praticato nel muro dell'atrio dagli scavi borbonici.
La Casa di Argo
I due edifici si trovano in una delle aree più ambite dagli abitanti di Ercolano, quella che degradava verso il mare e godeva del migliore panorama sul golfo. La Casa d'Argo esce a sbalzo sopra il marciapiede, senza colonne di sostegno dal basso. Lo scavo del 1828 trovò il piano superiore quasi intatto, con i ripostigli contenenti frutti e vivande che rappresentarono una testimonianza di vita quotidiana così efficace da segnare una svolta nella considerazione riservata agli oggetti comuni, fin lì ritenuti privi di valore, spesso distrutti e mai menzionati nei quaderni di scavo.
Edificio a due piani, con quello superiore sporgente sul marciapiede
Il porticato della Casa d'Argo ci appare come venne restaurato verso la fine del 1700, quando Francesco La Vega decise per la prima volta di pareggiare l'altezza dei muri e delle colonne e di ricoprirli con tegole. Nonostante gli scavi e i restauri antichi abbiano molto infierito su strutture e reperti, le loro tracce sovrapposte nei secoli rappresentano una storia nella storia e delineano il difficile percorso dell'archeologia, nata su queste esperienze e qui messa a continua prova.
Tegame per cacciagione proveniente da Pompei (napoli, Museo Archeologico)
Nelle stanze di servizio della Casa di Aristide, ricavate nella massicciata che sosteneva la villa verso il mare, furono trovati diversi scheletri umani.
Un gruppo di vittime dell'eruzione, come furono trovate all'interno dei portici aperti sulla spiaggia
Sul lato opposto, si incontrano a salire la Casa dell'Albergo, una tra le più ampie di Ercolano, affacciata sul mare, probabilmente disabitata al momento dell'eruzione, forse per i gravi danni subiti nel terremoto di 17 anni prima.
Un passaggio verso la spiaggia
Si ritiene che fosse una struttura pubblica, oltre che per le dimensioni, anche perché era dotata di un piccolo impianto termale, di cui resta visibile il doppio pavimento per la circolazione dell'aria calda.

 La Casa dell'Albergo
Continuando a salire si incontra la Casa dello Scheletro, così denominata da uno scheletro che giaceva al piano superiore, trovato durante gli scavi del 1740. Segue una delle entrate della Casa dal Tramezzo di Legno e poi l'ingresso alla zona maschile delle Terme del Foro.
L'interno delle Terme
Benché gli scavi borbonici abbiano rimosso dall'edificio delle terme persino i sedili di marmo della latrina, molti ambienti sono ben conservati, con i pavimenti a mosaico e le vasche di marmo.
Le ondulazioni sul pavimento delle Terme, causate dal peso dei prodotti vulcanici
I soffitti a volta sono percorsi da nervature parallele, come nelle terme femminili, accorgimento che serviva ad evitare la condensa di vapore sulle superfici liscie e a trattenere maggiormente il calore.
Il calidarium delle Terme Femminili
Durante gli scavi diretti da Maiuri a metà del 1900, nel vestibolo vennero trovati gli scheletri di tre persone che avevano inutilmente cercato scampo, insieme alle loro monete e ad alcuni oggetti preziosi, all'interno del solido edificio.
La sezione maschile delle Terme del Foro
Infine, si arriva alla Casa dei due Atri, sulla cui facciata una delle finestrelle conserva la grata originale. La casa era a due piani e al suo interno venne rinvenuto anche un piccolo archivio di tavolette racchiuse in una cassa di legno.
Vista degli scavi di Ercolano dall'alto

LA VILLA DEI PAPIRI
Ercolano era uno dei luoghi prediletti dai cittadini romani altolocati per le loro ville di residenza e di villeggiatura. Una delle più belle sorgeva a mezza costa e dominava il panorama con giardini e terrazzamenti.
Panoramica delle aree di scavo di Ercolano e della Villa dei Papiri
Appartenuta al dotto filosofo e letterato Lucio Calpurnio Pisone, suocero di Cesare e console nel 58 a.C., la proprietà rimase della famiglia Pisoni sino ai tempi dell'Impero. Per molti anni fu ospite nella villa il filosofo Filodemo, del quale Calpurnio fu amico e mecenate, cui si deve l'imponente raccolta di scritti in lingua greca e latina che riempivano tutta una stanza della villa. Un'altra recente ipotesi attribuisce la proprietà della villa ad Appius Claudius Pulcher, cognato di Lucullo e console nel 38 a.C.
I prodotti vulcanici, tra i quali uno strato superiore di lava di probabile epoca medioevale, e la facciata della Villa dei Papiri
Gli scavi di Ercolano, già in corso da una decina di anni, avevano subìto una battuta di arresto all'epoca della scoperta di Pompei, nel 1748, quando un pozzo per captare acqua trovò le colonne del vasto edificio. I cunicoli sotterranei, allora usati per penetrare negli ambienti, che qui erano sepolti da 30 metri di cenere, arrivarono alla piscina, circondata da un peristilio con oltre sessanta colonne. Le stanze con le pareti decorate racchiudevano una collezione di opere in bronzo e in marmo, di stile greco e romano.
Statua in bronzo
Rinvigoriti dalla scoperta, gli scavi continuarono e penetrarono, nel 1752, in un ambiente completamente foderato di scaffali, al cui interno erano ordinatamente stipati 1826 rotoli di papiro. Chiusi in cilindri bruciacchiati, i papiri si sgretolavano appena venivano aperti, ma nei frammenti restavano visibili parole greche e latine. La soluzione del problema venne escogitata da un gesuita, Padre Antonio Piaggio, che trovò il modo di svolgere i delicati rotoli, pur perdendone molti nel corso dei vari tentativi. Il metodo, migliorato e modificato, consentirà con il tempo di accedere alla più vasta e antica biblioteca mai vista.
Il Ninfeo della Villa dei Papiri
I papiri recuperati comprendevano testi del filosofo Epicuro (341-270 a.C.) e dei suoi allievi Colóte, Carneísco, Polístrato, Demetrio Lacóne e, soprattutto, di Filodèmo di Gádara. La villa non è mai stata riportata completamente alla luce e solo nel 1996 sono ripresi gli scavi che ora coprono circa 14000 metri quadri. L'area è aperta al pubblico su prenotazione. I papiri sono conservati nella Biblioteca Nazionale di Napoli.
L'area della villa in corso di scavo


4 - POMPEI

Gli scavi di Pompei e il Vesuvio
Il sito di Pompei è molto vasto e, nonostante gli edifici visitabili rappresentino una modesta parte rispetto all'area scavata, per le notizie di carattere archeologico conviene utilizzare una delle numerose guide specializzate. Qui si segnalano alcuni punti che si incontrano lungo un normale percorso, nei quali è ancora possibile vedere i prodotti dell’eruzione. Purtroppo, a Pompei come a Ercolano, l'archeologia non sempre rende merito alle circostanze che hanno consentito la conservazione di un patrimonio unico al mondo. L'eruzione ha cristallizzato in un giorno qualsiasi della sua vita una città abitata, e tale l'hanno trovata i primi scavatori, ma il sito assomiglia sempre di più a tanti altri ruderi dell'antica Roma. Eppure, molto di quanto sappiamo di quell'epoca è stato scoperto proprio qui e i piani di intervento, nel caso di una futura eruzione, nascono dallo studio dell'impatto che ebbe quella del 79 d.C. sugli edifici e sui loro sfortunati abitanti. Le ricostruzioni tendono a riproporre Pompei come era prima dell'eruzione, ma la vera novità sarebbe rendere comprensibile, almeno in qualche punto degli scavi, gli avvenimenti di quei tragici tre giorni di agosto di quasi 2000 anni fa, con il patrimonio di informazioni e di emozioni che solo uomini e oggetti ancora al loro posto, tra le pomici e le ceneri, potrebbero dare.

A - PORTA MARINA
La strada di accesso a Porta Marina
Porta Marina non era l’entrata principale della città, perché l'accesso era troppo ripido per i carri. La strada ora scompare in fondo alla discesa, coperta dai prodotti vulcanici, ma prima dell'eruzione proseguiva fin sotto l’odierna autostrada e arrivava al mare che era poco oltre. Pompei, da questo lato, si affacciava sul golfo, alta sopra un rilievo di 30 m di lave. A partire da sotto l’edificio della biglietteria, i prodotti dell’eruzione riempiono ancora l’avvallamento che era ai piedi della collina.

B - IL FORO
Il Foro di Pompei con il Vesuvio sullo sfondo
Dal Foro si staglia sullo sfondo, a più di 8 km di distanza, il Vesuvio. La distanza sembra rassicurante e i pompeiani, che non vedevano un’eruzione da molte generazioni, avevano dimenticato di avere un vulcano alle loro spalle. Solo i terremoti erano frequenti e uno particolarmente forte, era avvenuto 17 anni prima. Anche il Foro, come numerosi altri edifici pubblici e privati, era stato ricostruito solo in parte dopo il terremoto.

C - PORTA ERCOLANO
Porta Ercolano
L'ampiezza della porta, con due passaggi pedonali laterali e uno più largo al centro per i carri, indica che Pompei viveva un periodo di pace, senza bisogno di difendere i punti di transito ma le mure recano, all'esterno di Porta Ercolano, i segni di epoche meno tranquille. Sui blocchi di calcare si vedono i fori lasciati dai proiettili di pietra lanciati dalle macchine da guerra di Silla nell’assedio dell’89 a.C.
Le mura all'esterno di Porta Ercolano, con i segni degli assalti di Silla alla città
Di fronte alle mura, lungo quella che era la via pomeriale, si vedono i prodotti vulcanici. L'area pomeriale era un terreno sacro, privo di costruzioni, che correva esterno alle mura di tutte le città romane. Simbolicamente, derivava dall’uso di scavare un solco con l’aratro per delimitare le aree destinate all’edificazione di una città ma, nella pratica, aveva la funzione di non offrire al nemico punti di assalto alla cinta muraria.
I prodotti dell'eruzione lungo la via pomeriale. La linea separa il deposito di pomici dalle ceneri soprastanti
I prodotti vulcanici hanno alla base uno strato di pomici alto più di 2 m. Le pomici caddero sopra Pompei il 24 agosto 79, dopo essere state lanciate sopra il cratere per decine di chilometri. Di colore bianco alla base, diventano grigie verso la metà dello strato. Le dimensioni dei singoli frammenti di pomice, mediamente intorno al cm, aumentano verso l’alto dello strato e insieme aumentano i frammenti di roccia dispersi fra le pomici. Le pomici hanno spigoli vivi e sono addensate una contro l’altra, senza cenere.
Nella parte superiore dello strato, le pomici grigie diventano più grandi
In base a queste caratteristiche si riconosce un deposito di prodotti caduti da un'alta colonna eruttiva formata da gas e frammenti di magma che solidificano al contatto con l’aria. Quando i frammenti non sono più sostenuti dalla spinta del gas, cadono al suolo, quelli più grandi vicino al vulcano e poi, via via, sempre più piccoli con la distanza dal cratere. Per questo motivo, con le pomici non c'è la cenere fine, che era spinta più in alto e cadeva più lontano.
Schema: alla stessa distanza dal cratere, cadono prodotti più grandi se aumenta l'altezza della colonna eruttiva
Anche il fatto che le pomici siano spigolose indica che sono cadute nell’aria, senza subire abrasioni. Il fatto che alla stessa distanza dal cratere siano cadute, al procedere dell’eruzione, pomici con dimensioni più grandi, significa che la colonna eruttiva, col passare delle ore, diventava più alta e l’eruzione più violenta.
Pomici grigie spigolose con frammenti scuri di lava e rocce
Al passaggio da pomici bianche a grigie, l’altezza della colonna era di circa 24 km, mentre in corrispondenza delle pomici grigie più grandi doveva superare i 30 km. I pezzi di lave e calcari tra le pomici indicano che le esplosioni demolivano e scagliavano all'esterno, con il magma, anche frammenti di rocce solide provenienti dell'interno del vulcano o anche più profonde. La variazione di colore delle pomici corrisponde a un cambiamento nella composizione chimica del magma. I due tipi di magma, prima dell’eruzione, si trovavano a differenti profondità.
Schema delle prime fasi dell'eruzione
Sopra le pomici, c'è un sottile strato di cenere e poi, fino a livello del prato, metri di cenere, mescolata a pomici, pezzi di roccia grossolani e materiale edilizio strappato dai monumenti della vicina necropoli. Nel momento in cui cessa la caduta di pomici, inizia la fase più violenta dell'eruzione che dà il colpo di grazia alla città e ai suoi abitanti. La colonna eruttiva che lasciava cadere su Pompei la torrida grandinata di pomici, era rimasta alta nel cielo per 12-20 ore. In profondità, la violenta espulsione di magma e le esplosioni avevano provocato collassi sempre più vasti, fino a interessare rocce e falde acquifere.
La successione dei prodotti vulcanici sulla via pomeriale
L'aggiunta di gas, il vapore acqueo, aumentò la violenza delle esplosioni e il magma salì sempre più copioso verso la superficie. La quantità di materiale che arrivava al cratere divenne così abbondante che la colonna eruttiva, troppo densa per alzarsi sopra il vulcano, crollò con tutto il suo carico di pomici, cenere, pezzi di roccia e, spinta dal gas, scivolò lungo il fianco del vulcano.
Schema delle fasi di collasso della colonna eruttiva
Le prime torride ondate di materiale vulcanico si riversarono verso Ercolano, che raggiunsero in pochi minuti, ma lambirono anche le mura di Pompei. Il sottile strato di cenere immediatamente sopra le pomici è solo la propaggine di uno dei flussi scesi su Ercolano e a Pompei non superò le mura.
Aree raggiunte dai primi flussi
L’accumulo soprastante di cenere e materiale grossolano venne abbandonato dalle successive ondate che si allargarono sopra tutta Pompei e la superarono. Se nel corso della caduta di pomici erano crollati molti tetti, principalmente quelli poco spioventi e alcuni solai, ma i muri erano rimasti quasi tutti in piedi, il sopraggiungere dei flussi causò danni ingenti alle strutture che emergevano dalle pomici, specie a quelle che ne sbarravano perpendicolarmente il cammino.
Aree raggiunte dai flussi successivi

D - L’ORTO DEI FUGGIASCHI E LE VITTIME DELL’ERUZIONE A POMPEI
L'area dell'Orto dei Fuggiaschi
Sull’altro lato degli scavi di Pompei, in prossimità di un’area chiamata Orto dei Fuggiaschi, oltre alle pomici cadute su tutta la città, si vedono i prodotti lasciati dai flussi scivolati come torrenti lungo le pendici del Vesuvio. Nel 1962, in questo spazio, furono rinvenuti i corpi di 13 persone che, quasi in fila indiana, erano caduti sopra un sottile strato di cenere, che a sua volta copriva le pomici. Ora i calchi in gesso sono riuniti sotto una tettoia in un angolo dell’Orto.
Fotografia degli scavi del 1962, con i corpi nella posizione di ritrovamento
In fondo all’ampio spazio liberato dai prodotti dell’eruzione, rimane un piccolo lembo di scavo che consente di vedere la successione degli eventi e i loro tragici effetti. Un gruppo di 4 corpi giace sopra il sottile strato di cenere che chiude la coltre di pomici. I corpi, che prima dello scavo erano coperti da altri metri di cenere, sono colpiti da mattoni e travi, come se si fossero rifugiati, a eruzione ormai in corso da tempo, sotto una tettoia poi demolita e trascinata dai flussi.
I corpi ancora sopra le pomici e le ceneri nell'angolo dell'Orto dei Fuggiaschi
Un disperato tentativo di fuga, dopo aver atteso al riparo che l'inspiegabile fenomeno terminasse. Camminare in quelle condizioni non deve essere stato facile. In un’aria irrespirabile e sopra un terreno caldo e friabile, spossati da ore di panico, caddero a terra e, già morti, furono coperti da altra cenere.
Tegole e travi sopra le ceneri che coprivano i corpi
La cenere che li avvolgeva si indurì, aderendo a ogni minima piega dei loro abiti e dei loro volti. Le parti molli si decomposero filtrando attraverso lo strato poroso di pomici sottostante e nella cenere rimase la cavità vuota con la loro impronta. Nel 1864, il direttore degli scavi, Giuseppe Fiorelli, ebbe l’intuizione di riempire i vuoti con gesso fluido. Dopo che questo si era rappreso, veniva ripulito dalla cenere e restituiva fedelmente la forma dei corpi di uomini e animali.
I calchi dei corpi trovati nell'Orto dei Fuggiaschi nella sistemazione attuale
Pompei aveva oltre 20.000 abitanti. In città sono stati trovati 1044 corpi e, anche ipotizzando che molti siano ancora sepolti, oltre al fatto che i primi scavi del 1700 non ebbero particolarmente a cuore, e spesso non segnalarono, il recupero di ossa come di ogni altra cosa non considerata preziosa, si può sperare che qualche migliaia di individui abbia avuto maggiore fortuna. Dei 1044, il decesso di 394 individui (38%) avvenne nel corso della caduta di pomici.
Calco di una persona trovata all'interno di un edificio
Sapendo quale direzione prendere, è possibile salvarsi nel corso di queste fasi eruttive e, infatti, in altre eruzioni degli ultimi secoli, non più del 4% delle vittime è dovuta alla caduta di pomici. Inoltre, delle 394 persone morte a Pompei, l’80% è stato trovato in ambienti chiusi, spesso cantine, dove rimasero soffocate. Quelle in luogo aperto perirono per traumi dovuti a crolli o colpiti dai frammenti di pomice più grossi e più caldi. Le restanti 740 vittime persero la vita travolte dai flussi, per la difficoltà di respirare un’aria densa di cenere e per l’alta temperatura sprigionata dai prodotti vulcanici.
Calco di un cane alla catena trovato in una villa suburbana
Trovarsi lungo il percorso dei flussi, la fase più violenta che quasi sempre segue quella a colonna sostenuta, significa morte certa. Il confortante insegnamento che si può ricavare da questa eruzione è che il collasso della colonna eruttiva, e la formazione dei flussi, può avvenire molte ore dopo l'inizio dell'eruzione. Nel peggiore dei casi (mancanza di segnali premonitori in tempo utile per un esodo pianificato), è possibile porsi in salvo a eruzione già in corso raggiungendo il più rapidamente possibile aree già individuate da appositi piani di evacuazione, senza cercare rifugio in luoghi coperti e apparentemente sicuri.
Calco di un corpo trovato nei pressi di Porta Nocera

E – LA NECROPOLI DI PORTA NOCERA
Lo specchio di Porta Nocera inquadra la cima del Vesuvio
Porta Nocera, come Porta Marina, si apriva sul bordo del rilievo e aveva una via di accesso molto ripida, resa percorribile ai carri solo grazie a un ribassamento creato nel piano stradale in direzione della città. Nelle mura all'esterno della porta risaltano le aggiunte di blocchi di calcare, fatte dai sanniti, sulla più leggera struttura originaria in tufo. Tra le mura e la necropoli di Via Nocera, c’è l’area pomeriale, delimitata dal cippo di Suedio Clemente.
Il cippo che delimita l'area pomeriale all'esterno di Porta Nocera
Gli scavi di due secoli avevano scaricato qui il materiale rimosso da strade e edifici, fino a cancellare la forma della collina. Nel 1951-61, il direttore degli scavi, Amedeo Maiuri, ripristinò l’antico paesaggio, mettendo in luce la porta e la necropoli di Via Nocera, scavata a partire dal 1953. I prodotti dell’eruzione si vedono vicino alla prima tomba. Lo strato di pomici è chiuso da un sottile livello di cenere, al quale segue lo spesso strato di cenere contenente materiale edilizio, che corrisponde alla fase più violenta e alla distruzione della città.
a) pomici; b) ceneri dei primi flussi arrivati a Pompei; c) ceneri con materiale edilizio dei flussi successivi
Il tetto deve essere crollato poco tempo dopo l’inizio dell’eruzione, perché le pomici riempiono lo spazio tra i muri della tomba. Anche nella città, i tetti poco spioventi crollarono dopo l'accumulo di circa 20 cm di pomici. Il primo flusso arrivato in questo punto ebbe uno scarso impatto sulle murature e le scavalcò lasciando un sottile strato di cenere, curvato verso l'alto dove incontra gli ostacoli. Quelli successivi furono più aggressivi e travolsero le strutture murarie, trascinando tra la cenere pezzi di tegole e altro materiale edilizio.
Calco del corpo di un ragazzo trovato all'esterno di Porta Nocera
All’esterno della porta furono trovati quattro corpi. Uno era in posizione detta “da pugilatore”, frequente tra le vittime delle eruzioni esplosive, non solo a Pompei, dovuta a contrazioni causate dall’alta temperatura. Un altro era il corpo di un vecchio con le mani alzate e un involto sulle spalle e, infine, due ragazzi. Questi calchi, composti sotto una tettoia all’esterno della porta, non erano negli ultimi tempi visibili.
Calco di un uomo trovato all'esterno di Porta Nocera


TORNA ALLA PRIMA PAGINA VESUVIO
Ritorna

all'indice VULCANI DELL'ITALIA MERIDIONALE


alla homepage ESPLORA I VULCANI ITALIANI

Per commenti e informazioni scrivete a

L. Giacomelli
lisetta@tin.it