ROCCAMONFINA
argomenti:
1 - IL TERRITORIO
2 - IL VULCANO

1 - IL TERRITORIO

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Il rilievo vulcanico di Roccamonfina è  uno degli angoli  più verdi, a cavallo tra Lazio e Campania, che nasconde la propria origine vulcanica sotto un manto di fitti castagneti, con numerosi esemplari secolari.

Nei boschi si incontrano singolari costruzioni a cupola mimetizzate col terreno, le neviere, costruzioni utilizzate un tempo per raccogliere la neve, in modo da poter immagazzinare e conservare nei mesi caldi i cibi deperibili e le castagne.

Sulla cima del Monte Frascara e di Monte S. Croce vi sono i resti di osservatori militari eretti a controllo delle vie di comunicazione dalle tribù Sannitiche quando, all’epoca della loro massima espansione e in avanzata verso la riva sinistra del Liri (IV secolo a.C.), si trovarono a fronteggiare la potenza romana.

Le mura megalitiche, costruite con blocchi di lava, appaiono inaspettate tra la folta vegetazione.

Quelle di Monte Frascara, chiamate fin dal Medioevo Orto della Regina, si trovano a 928 m s.l.m. e racchiudono un poligono irregolare lungo 71 m e largo 34 m.

Un'altra straordinaria testimonianza della presenza dell'uomo su questi monti, risale addirittura alla più lontana preistoria. In località  Foresta, nel comune di Tora e Piccilli, una serie di orme umane sono impresse nelle ceneri vulcaniche.

Tre individui, appartenenti all'uomo di Heidelberg, vissuto nel Pleistocene medio e progenitore dell'uomo di Neanderthal, scesero lungo il pendio formato dalle ceneri ancora poco consolidate di un'eruzione avvenuta circa 385.000 anni fa (Tufo Leucitico Bruno).

Forse tentavano di raggiungere un torrente ai piedi della scarpata o di esplorare un territorio, da poco sconvolto dalla violenta eruzione esplosiva, in cerca di zone adatte a nuovi insediamenti. Gli individui, comminando in posizione eretta e aiudandosi con le mani sul terreno scivoloso, lasciarono sulle cenere 56 impronte. L'andamento delle orme indica una discesa verticale sul tratto meno ripido e a zig-zag nei punti in cui il pendio richiedeva maggiore prudenza.

Delle due piste, quella meno rettilinea e con un più frequente uso delle mani come appoggio, fa pensare a una minore perizia dell'individuo. Il passaggio di questi uomini deve essere avvenuto dopo un tempo sufficiente, valutabile in mesi, perchè le ceneri da 500 o più gradi centigradi iniziali raggiungessero una temperatura almeno di qualche decina di gradi.

Una volta consolidate, le ceneri diventarono tufo, ma la superficie della roccia rimase scivolosa, specie quando era umida. Così i contadini dei secoli scorsi utilizzarono le impronte come gradini per superare il pendio ma, con particolare spirito di osservazione, ne riconobbero l'origine non naturale e le chiamarono Ciampate del Diavolo.

Un'ultima curiosità  sul territorio di Roccamonfina è  il ricorrente toponimo di Tuoro, con numerose varianti (Torano, Tuorofunaro, Tora, Tuororame, ecc.). Il termine, diffuso in tutta la Campania e in molte zone dell'Italia meridionale, deriva dal latino torus e significa rialzo di terra, sporgenza, riecheggiato anche nel napoletano antico dove tuoro è sinonimo di colle. Probabilmente, il nome latino a sua volta viene dal greco tholos, cupola.


2 - IL VULCANO
Il vulcano di Roccamonfina è cresciuto in un'area un tempo pianeggiante, compresa tra i Monti Aurunci, il Monte Massico, il Monte Maggiore e il Monte Camino.

I sedimenti marini che formano le rocce calcaree di questi rilievi si sono accumulati e trasformati in roccia molto prima che esistesse il vulcano e anche prima che l'Italia e tutto il bacino del Mediterraneo avessero la forma attuale, in epoche che vanno dal Triassico al Cretacico, cioè tra 248 e 65 milioni di anni fa.

In questo lunghissimo periodo, la superficie terrestre è stata completamente trasformata dai processi, tuttora impercettibilmente in corso, che muovono i continenti e modificano i mari che li separano.

Quando i blocchi di sedimenti marini e di scogliere coralline già  si trovavano piùo meno nella posizione attuale, nel Miocene, tra 23 e 5,3 milioni di anni fa, furono in parte ricoperti da argille che si erano depositate in fondo al mare adiacente e che furono sollevate e spostate nel corso della formazione della catena appenninica.
 
A partire dalla fine del Miocene, il lento movimento verso Est della penisola italiana provocò profonde lacerazioni lungo il margine tirrenico. Alcune fratture si formarono parallele alla costa e agli Appennini, ma altre, indotte soprattutto dalla maggiore velocità  con cui si muoveva (e si muove) la parte meridionale della penisola, si aprirono con una direzione obliqua, incrociando le precedenti.

In risposta alla formazione delle fratture, alcuni blocchi di litosfera terrestre scivolarono verso il basso e altri si sollevarono, formando una serie di aree ribassate, alternate a rilievi.

I fiumi scendevano dalle zone che si erano sollevate e confluivano verso quelle basse, ora incidendole e approfondendole, ora livellandole con i loro depositi alluvionali. In uno di questi bacini, che dal bordo tirrenico si sviluppa in direzione Nord-Est intersecando un'altra frattura con andamento opposto, si impostò il corso del fiume Garigliano. All'incrocio tra i due sistemi di faglie, è cresciuto il vulcano di Roccamonfina.

Il vulcano si estende su circa 225 km2 e, in pianta, ricorda la forma del Vesuvio o dei Colli Albani, con coni piùrecenti (Monte Croce e Monte Lattani) interni a un bordo (Monte Frascara e Monte delle Serre) che rappresenta ciò che rimane di un vulcano piùantico. Tutte le strutture vulcaniche sono ormai ricoperte da vegetazione e da numerosi centri abitati.

Fitti castagneti, tra i piùbelli della Campania, creano un paesaggio spettacolare, specie a contrasto con le cime rocciose e l'altrettanto rigogliosa macchia mediterranea e le leccete dei monti calcarei che circondano il rilievo vulcanico.
 
Le eruzioni piùantiche avvennero prima di 630.000 anni fa da numerosi piccoli vulcani distribuiti su un territorio molto vasto, circa 1000 km2, allineati lungo le fratture che tagliano l'area dall'Appennino al Tirreno.

L'attività  si concentrò poi all'interno di una depressione, dove una prolungata emissione di lave cominciò a dare forma all'ampio vulcano che poteva avere un'altezza di 1700-1800 m. Le colate di lava, il cui volume complessivo è stato stimato intorno ai 100 km3, si allargarono in ogni direzione, anche se a Sud erano arginate dal M. Massico, uno sperone di rocce calcaree isolato da un sistema di faglie.

Dopo la sua progressiva crescita, intorno a 400.000 anni fa, la forma del vulcano subଠuna profonda trasformazione e, soprattutto il lato orientale, sezionato da faglie, si abbassò e venne nel tempo parzialmente distrutto.

Rimase una struttura depressa (caldera), con una forma ellittica, allungata in direzione Nord-Ovest, ampia 6,5 per 5,5 km. Il bordo occidentale della depressione forma ora un semicerchio, alto tra 933 e 650 m, mentre la parte orientale, maggiormente interessata dai collassi, raggiunge al massimo 550 m e non ha un tracciato regolare.
 
Le fasi di sprofondamento della parte centrale del vulcano coincisero con una stasi nell'attività  eruttiva che segnò anche un cambiamento nelle eruzioni che seguirono. Alla lunga fase effusiva, che con il sovrapporsi delle colate di lava aveva accresciuto il cono vulcanico, seguirono esplosioni molto violente.

I prodotti di un'eruzione esplosiva che coprirono i resti del primo edificio vulcanico (ad esempio, Monte Torecastiello) e alcuni piccoli coni (Monte Atano, Monte Tuororame e Monte Capitolo) che erano cresciuti intorno all'area ribassata, sono datati a 385.000 anni fa.

Fino a 230.000 anni fa, numerose altre eruzioni esplosive avvennero sempre all'interno dell'area sprofondata. Nel suo insieme, l'attività  esplosiva, successiva alla formazione della caldera, ha prodotto circa 10 km3 di depositi di ceneri e pomici.
 
Non si sa se dopo la violenta fase esplosiva si siano avuti periodi senza eruzioni, ma i rilievi di lava di Monte S. Croce (1.005 m) e di Monte Lattani (810 m), cresciuti nella caldera, risalgono a circa 50.000 anni fa.

La formazione dei due duomi lavici fu seguita da eruzioni effusive e esplosive, avvenute da diversi centri sparsi lungo fratture che attraversavano l'edificio vulcanico principale. Il volume di magma emesso in questa fase è stimato intorno al km3.

I centri eruttivi successivi alla formazione della caldera non si sono distribuiti, come spesso avviene dopo il collasso di un'area vulcanica, seguendo le fratture circolari che rispecchiano il perimetro dell'area ribassata.

Al contrario, gran parte dei coni vulcanici piùrecenti sono allineati da Sud-Ovest verso Nord-Est, lungo lo stesso andamento delle fratture che tagliano il bordo calderico e attraversano anche l'area esterna al vulcano.

La localizzazione dei punti eruttivi appare dominata dalla presenza di importanti sistemi di faglie e anche la formazione della caldera è stata molto probabilmente controllata piùda queste che non da squarciamenti del cono e da cedimenti di rocce in profondità  a seguito di violente esplosioni.

L'unica eruzione che per volume e tipo di prodotti eruttati avrebbe potuto causare lo sprofondamento della parte centrale del vulcano è quella avvenuta 385.000 anni fa (Tufo Leucitico Bruno, stimato tra 3 e 5 km3), ma diversi riscontri fanno preferire l'altra ipotesi. E' comunque probabile che gli eventi esplosivi, sebbene successivi alla delineazione della caldera, abbiano causato assestamenti nella complicata morfologia del vulcano.

Lungo la valle del Garigliano, che segna il confine del massiccio vulcanico di Roccamonfina, si trovano prodotti attribuiti a una grande eruzione avvenuta nei Campi Flegrei circa 37.000 anni fa, chiamati Ignimbrite Campana.

L'area di origine di questi prodotti è un argomento dibattuto da decenni e la loro presenza in questa direzione, a oltre 50 km dai Campi Flegrei, indica una distribuzione talmente ampia da mettere in dubbio l'esistenza di un solo centro eruttivo.


Nella stessa vallata, intorno a Suio, tra il limite dei prodotti vulcanici e il corso del Garigliano, oltre che a Sessa Aurunca, Francolise e Teano, si trovano sorgenti termali a bassa temperatura, altre a temperatura normale, ma ribollenti per la presenza di gas e zone con emissioni gassose.

I prodotti vulcanici bloccarono il primitivo sbocco al mare dei fiumi Garigliano e Volturno. Il corso del Volturno si spostò progressivamente verso Sud-Est fino a trovare una nuova via tra i Monti di Pietravairano e quelli di Baia e Latina.

Al contrario, il Garigliano rimase sbarrato e l'intero bacino a monte si trasformò in un lago, il lago Lirino, che si estendeva nell'attuale piana di Cassino. Quando l'erosione della soglia in corrispondenza dello stretto di Suio svuotò il lago, il Garigliano tornò a scorrere verso il mare.

L'area vulcanica è ora compresa in un parco regionale ampio 11.000 ettari. Una visita può essere interessante, oltre che per vedere un vulcano spento e poco noto, per il panorama, con i paesi immersi nella vegetazione, per il sottobosco ricco di fiori e di funghi e per un patrimonio storico e artistico tutto da scoprire.


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