2
- I terremoti
La frase che Goethe scrisse nel 1787 riferendosi ai Campi Flegrei
sotto il cielo più puro, il suolo più insicuro,
può essere presa in prestito anche per Ischia. Fratturata in
più settori, modificata dalle eruzioni e dall’erosione, scossa
dal sollevamento del blocco del Monte Epomeo, l’isola ha offerto agli
uomini le proprie risorse, costringendoli nello stesso tempo a vivere
in un territorio instabile.
La spiaggia dei Maronti con alcuni
degli alberghi edificati negli anni '80. Il litorale è
interessato da una progressiva riduzione che si tenta di arginare con
barriere a mare ed è minacciato alle spalle dai prodotti
vulcanici incoerenti nei quali l'erosione ha scavato profondi valloni
Numerose cronache di epoca storica riportano notizie di
frequenti terremoti e di altrettanto disastrose frane innescate dalle
scosse.
Un
blocco di Tufo Verde caduto dal Monte Epomeo forma il caratteristico
Fungo di Lacco Ameno
Nel 1228, un terremoto localizzato a Casamicciola, una località
che risente più di altre della posizione ai piedi del Monte
Epomeo, innescò una frana che seppellì circa 700 persone.
Tra i più violenti terremoti degli ultimi secoli vi sono quelli
del 1767, 1796, 1828, 1841, 1863, 1867, 1880, e, infine, quelli del
1881 e 1883.
Casamicciola
e il Monte Epomeo
1881
Alle ore 13 del 4 marzo 1881, un forte terremoto accompagnato da un
boato, scosse l’area di Casamicciola per 7 lunghissimi secondi. Quasi
tutte le case della zona alta del paese crollarono, mentre rimasero in
piedi quelle alla Marina, che erano più recenti e più
solide. I morti nel comune di Casamicciola furono 124, i feriti 140 e
2315 persone rimasero senza tetto. Furono danneggiati anche i centri di
Lacco Ameno e Forio.
I danni del
terremoto del 1881 a Casamicciola
Il terremoto colpì la stessa zona che era stata
danneggiata nel 1828 e, come quello, aveva un'origine superficiale,
dato che l'area disastrata risultò molto circoscritta. La scossa
non venne avvertita oltre i 20 km di distanza dall’epicentro e non fu
registrata dai sismografi di Napoli e del Vesuvio.
1883
Il 28 luglio 1883 avvenne il terremoto più disastroso registrato
in tempi storici a Ischia. L'area più colpita fu di nuovo la
parte alta di Casamicciola, ma i danni furono gravi anche a Forio e a
Lacco Ameno e ne risentì quasi tutta l'isola. In totale il sisma
provocò 2313 morti e 762 feriti, oltre a 9500 sinistrati che
vennero alloggiati in baracche. Tra le vittime vi furono i genitori di
Benedetto Croce, numerosi ospiti delle cure termali e una cinquantina
di turisti stranieri.
Danni del terremoto
del 1883 a Casamicciola
Le scosse durarono tra 14 e 16 secondi. A Casamicciola, su una
popolazione di 4300 abitanti, si contarono 1784 morti e 448 feriti. Su
672 case, 537 crollarono e 134 furono danneggiate. A Lacco Ameno vi
furono 146 morti e 93 feriti su 1800 abitanti. Delle 389 case del
paese, 269 crollarono e 102 furono danneggiate. Crollò anche la
Chiesa del Rosario.
Lacco
Ameno e il Monte Epomeo
A Forio i morti furono 345 e 190 i feriti su una popolazione di 6800
abitanti. Dei 2713 vani abitabili ne crollarono 1344 e 977 furono
lesionati. A Serrara Fontana vi furono 28 morti e 21 feriti, 65 vani
crollati e 973 danneggiati. A Barano, 10 morti e 10 feriti, 63 vani
crollati e 1430 danneggiati. A Ischia la scossa fu solo avvertita e
pochi edifici subirono lievi lesioni.
Lacco
Ameno visto da Monte Vico
Per la prima volta un'indagine tecnica analizzò la risposta alle
onde sismiche dei vari tipi di terreno e degli edifici. Lo scopo era
individuare i luoghi e le tecniche edilizie più adatte per la
ricostruzione, dal momento che la normativa antisismica, dopo
l’unificazione d’Italia, aveva perso le disposizioni sia dello Stato
Pontificio che del Regno delle Due Sicilie.
Le due frane sulle
pendici del Monte Epomeo innescate dal terremoto del 1883
Per registrare i frequenti terremoti che colpivano l'Italia
furono anche istituiti diversi osservatori. Uno ebbe sede sulla stessa
Ischia, altri a Catania, Pavia e a Rocca di Papa, sui Colli Albani
(quest’ultimo è stato recentemente restaurato dall’Istituto
Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dal Comune e restituito all’uso
pubblico con un piccolo ed esemplare museo di Geofisica).
La cima del Monte Epomeo e Casamicciola ai
suoi piedi
La commissione tecnica si concentrò sulle diverse conseguenze
del terremoto in località molto vicine fra loro e addirittura su
parti di un solo edificio costruite in tempi differenti o sui lati
opposti di una stessa piazza. Molti crolli risultarono causati, oltre
che dalla scadente qualità dei muri e delle fondazioni, anche
dagli smottamenti del terreno e dall’assembramento delle case che aveva
provocato un effetto di caduta a catena.
Esempio
dell'attuale concentrazione di edifici su un pendio
In generale, gli edifici delle zone rialzate crollarono più di
altri, soprattutto sul lato rivolto a valle a causa di franamenti. La
mancanza di riferimenti alla parte alta di Casamicciola, la più
danneggiata, nella relazione che doveva stimare i danni, fa ritenere
che le macerie formassero un tale cumulo da impedire qualsiasi analisi
sui fabbricati e che la risposta dei materiali alle scosse sismiche
fosse stata la peggiore. La parte occidentale di Casamicciola alta (la
Spezieria, Piazza Majo, Purgatorio, Casa Mennella, La Rita e Campo) era
un unico ammasso di detriti e la strada che la collegava a Fango era
resa impraticabile dalle frane.
Il Monte della
Misericordia a Casamicciola, dopo il terremoto del 1883
Le conseguenze furono catastrofiche sia sul piano umano che economico.
Al disastro si aggiunse la decisione del Ministro dei Lavori Pubblici,
Genala, il quale, ritenendo un’impresa impossibile il recupero dei
cadaveri, pensò di far coprire tutta Casamicciola con uno strato
di calce, trasformando una superficie di 20 km
2 in un
cimitero.
Il
porto di Casamicciola
Il decreto ministeriale venne sospeso dal Re e dalle
macerie furono salvate ancora un centinaio di persone.
La lapide visibile nel paese di
Casamicciola che ricorda la visita del Re dopo il terremoto
La scarsa resistenza al sisma degli edifici restaurati dopo il
terremoto del 1881, indusse a emanare una serie di norme antisismiche
per la riscostruzione. Fino ad allora, il regolamento edilizio dettava
solo criteri di estetica, specie per la distribuzione degli edifici
intorno alle piazze e alle vie principali, senza affrontare il problema
della sicurezza delle strutture.
La
costa tra Forio, Punta Caruso e Baia di S. Montano, vista dalla cima
del Monte Epomeo
La Commissione Ministeriale per le Prescrizioni Edilizie produsse
l’anno seguente una normativa che sconvolse i criteri costruttivi
tradizionali dell’isola, decretando la demolizione anche di resti
recuperabili e la proibizione di costruire strutture a volta. Quelle
esistenti erano ammesse solo negli interrati, se rinforzate, mentre si
costringeva ad eliminare tutte le altre e a sostituirle con solai anche
negli edifici che avevano resistito alle scosse.
Ischia Ponte vista dal Castello
Le aree che, per caratteristiche geologiche, erano le più adatte
ad essere edificate coincidevano in parte con quelle utilizzate per gli
alloggi provvisori dei senza tetto. Si ipotizzò che il vero
intento della Commissione fosse quello di rendere definitivi i precari
alloggiamenti in baracche di legno, cosa che avvenne in molti casi con
l’adeguamento per mezzo di fodere in muratura.
Lacco
Ameno visto dal Monte Epomeo
Al di là delle buone intenzioni e delle oggettive
difficoltà, il giudizio storico su quel piano regolatore non fu
particolarmente benevolo. La totale assenza del concetto di restauro e
di conservazione venne giudicata un atto di omologazione che cancellava
totalmente una storia insediativa più di quanto fosse riuscito a
fare il terremoto stesso.
Un
vecchio portale
3 -
FUMAROLE E SORGENTI TERMALI
vedi anche Note
storiche sulle sorgenti termali e sui bagni di Ischia
La spiaggia dei Maronti
Il persistere di fonti di calore in profondità si manifesta con
la presenza di sorgenti di acque calde che da molto tempo consentono
sull'isola d'Ischia una forma di turismo che si sviluppa per gran parte
dell'anno.
Il Monte Epomeo
Il Monte Epomeo è circondato da profonde faglie e fratture che
facilitano l'uscita in superficie dei gas e delle acque riscaldate in
profondità. Fumarole e campi fumarolici con temperature massime
prossime ai 100°C sono presenti sulle pendici di Monte Nuovo e
Monte Cito e lungo il litorale di Maronti. In altre località
(San Michele, Monte Rotaro, Fundera e Scarrupo di Panza), le fumarole
non superano i 46°C .
Emissioni di vapore
nei pressi di uno stabilimento termale
Le sorgenti calde hanno temperature comprese tra i 20° e gli
80°C. Queste si trovano a Forio in località Monterone
(sorgenti Castaldi e Castiglioni), a Casamicciola (sorgenti La Rita e
dei Bagni), a Barano in località Maronti (sorgenti di Cava
Scura, Olmitello e Cava Fredda), oltre alle sorgenti di Cartaromana,
Punta Chiarito, Bagnitiello, San Montano e Porto d'Ischia.
I
prodotti vulcanici alterati dalle emissioni gassose nella falesia alle
spalle della spiaggia dei Maronti
Le zone con intensa attività idrotermale sono considerate
possibili sedi di apertura di bocche eruttive. Prima che avvenisse
l'eruzione dell'Arso (1302), proprio nel luogo dove si è formato
il cratere, esisteva un campo fumarolico, detto Solfonaria, da cui
veniva estratto zolfo.
Il parco termale Poseidon e la
spiaggia di Citara
Dalle indagini eseguite sulle acque di sorgenti e pozzi risulta che le
temperature in profondità raggiungono valori di circa 200°C
e che negli acquiferi di interesse geotermico sono presenti acque di
origine marina.
Una
piscina nel parco termale Aphrodite Apollon
Un modello geotermico individua una sorgente di calore situata a oltre
3.000 metri di profondità la quale riscalderebbe, per
conduzione, un acquifero profondo. Il vapore prodotto da questo
acquifero, risalendo in superficie attraverso fratture, trasferisce
calore anche alle falde superficiali da cui derivano le sorgenti
termali.
Ischia
4 - Tra
mitologia e storia
Fin dal Neolitico, lo sviluppo delle attività
umane sull'isola d'Ischia è stato condizionato dalle frequenti
catastrofi causate da eruzioni, frane e terremoti. Ischia presentava,
come il resto della costa campana e le isole vicine, un doppio volto:
terra felice per il suolo fertile e la dolcezza del clima, addirittura
dotata di miniere d’oro, come riferisce Strabone (se non oro, doveva
essere qualcosa di molto prezioso per quei tempi, probabilmente
argilla), era anche luogo di sconvolgimenti inspiegabili e
terrificanti, allora più di oggi. Terremoti ed eruzioni la
rendevano inospitale per lunghi periodi e, nei momenti meno fortunati,
divenne terra buona solo per i briganti o per il confino coatto.
Punta
Monte Vico
Il primo a subirne i danni fu un insediamento dell'età del Ferro
che rimase sotto le ceneri di un'eruzione avvenuta tra Ischia Porto e
Casamicciola.
All’inizio dell’VIII sec. a.C., sull'isola approdarono
i navigatori greci partiti dall’Eubea che si stabilirono sul
promontorio di Monte Vico, all'estremità Nord-Ovest dell'Isola.
Con loro arrivò la coltivazione della vite e dell’ulivo, l’uso
del tornio per fare i vasi, l’alfabeto greco, nonché i miti e i
culti delle divinità elleniche.
Monte Vico visto da Lacco Ameno
Secondo la mitologia riportata da Ovidio, a Ischia furono segregati i
Cercòpi, due fratelli tramutati in scimmie per aver tentato di
ingannare Ercole e persino Giove. A loro Strabone fa risalire l’antico
nome dell’isola, Pitecusa (Pitecos in greco significa
scimmia). Ovidio, nelle Metamorfosi è dello stesso parere Pythaecusas,
habitantum nomine dictas (Pitecusa, così chiamata dal nome
degli abitatori). Ma potrebbe anche derivare da pitos, vaso,
con riferimento alla produzione locale di orci.
La colata lavica di Zaro
Da qui passarono Enea e Ulisse. Per aver dato rifugio alle navi di
Enea, l’isola fu chiamata da Plinio Aenaria, nome usato
contemporaneamente a quello di Pitecusa, forse per indicare due diverse
località e poi esteso dai romani a tutta l'isola. E, ancora,
venne chiamata Oinaria, da oinos, vino, altro prodotto
abbondante sull'isola.
La penisola di S. Angelo
Il nome Inàrime fu ricavato
dall’espressione omerica ein Arimois (Iliade, libro II) che
indicava il letto di fuoco di Tifeo. Omero paragonò il frastuono
delle navi e degli eserciti in partenza per la guerra di Troia ai
rimbombi della terra quando Tifeo si agitava sotto le montagne di Arime:
. . il suol s'udia rimbombar.
Come quando il fuiminante
irato Giove Inàrime fiagella,
duro letto a Tifeo, siccome è grido;
così dei passi al suon gemea la terra..
I miti greci distribuivano i monti Arimi nella vasta zona che abbraccia
i Campi Flegrei, Cuma, Pozzuoli, la Calabria, le Isole Eolie e l'Etna,
cioè tutta l'area che l'immane mostro con cinquanta o cento
teste, con occhi e saliva di fuoco, faceva traballare e esplodere nel
tentativo di sovrapporre montagne su montagne per raggiungere la volta
celeste.
Le spiagge di Grado e dei Maronti
Da sotto Ischia, il gigante, tormentato dal peso del
Monte Epomeo, mandava un soffio infuocato, nel quale si può
riconoscere un riferimento alle eruzioni e alle numerose fumarole che
punteggiano l'isola. L'orrendo mostro fu sconfitto e si ritirò
in Sicilia, dove gli fu gettato addosso l’Etna. Anche Dante riconobbe
l'attività vulcanica nel mito greco (Non per Tifeo ma per
nascente solfo, Paradiso, canto 80).
Tramonto a S. Angelo
Il mito di Tifeo, riportato da autori come Pindaro,
Eschilo, Esiodo, Strabone, era un'interpretazione degli spaventosi
eventi naturali, ma per i coloni greci assumerà anche un valore
simbolico di monito contro i nemici. Contro gli Etruschi, sconfitti
nelle acque di Cuma, e contro i Siracusani, costretti ad abbandonare
Ischia per un'eruzione, cioè per una manifestazione di potenza
dello stesso Tifeo.
Il versante del Monte Epomeo verso Casamicciola
I coloni greci se ne andarono definitivamente
dall'isola dopo un'eruzione avvenuta intorno al 600 a.C. nell'area di
Monte Rotaro. Approdati sulla terraferma, fondarono Cuma, segnando
così il declino economico di Ischia.
Monte Nuovo e la
cima di Monte Epomeo
I greci lasciarono sull'isola un famoso reperto,
portato dalla madre patria, noto col nome di Coppa di Nestore. La
piccola tazza, trovata nel 1955 dagli archeologi Giorgio Buchner e C.F.
Russo nella tomba di un ragazzo di dieci anni, reca inciso in alfabeto
euboico un epigramma: Io sono la bella
coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo
prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona.
La Coppa di Nestore
L'allusione su un piccolo oggetto alla coppa descritta
nell'Iliade, canto XI, tanto grande che servivano quattro uomini per
sollevarla, ha lasciato spazio a interpretazioni del primo rigo in
senso ironico: La coppa di Nestore può esser buona, ma...
o anche Vada alla malora la coppa di Nestore, buona solo a
togliere la sete...
La vera particolarità del reperto è
che il testo rappresenta il più antico esempio di scrittura
greca trovato in Italia e, oltre a essere un frammento di poesia
originale, fa esplicito riferimento al poema omerico.
La coppa è custodita presso il Museo
Archeologico di Pithecusae, situato nel complesso di Villa Arbusto di
Lacco Ameno, costruito nel 1785 da Don Carlo Acquaviva, duca di Atri.
Dall'insediamento
greco di Cuma si vedono sullo sfondo Procida e Ischia
Solo nel 486 a.C. sull'isola giunsero i Siracusani, presto scacciati,
tra il 474 e il 470, da una nuova eruzione, probabilmente quella cui si
deve la formazione del cratere di Porto d'Ischia. Dopo un periodo di
abbandono, l'isola fu occupata da coloni provenienti da Neapolis, forse
gli stessi che l'avevano abbandonata in precedenza per fondare sulla
costa la futura città di Napoli.
Nel 322 a.C., i Romani conquistarono Napoli e
occuparono Ischia. Durante tutto il periodo romano, l'attività
vulcanica fu intensa: si ha notizia di eruzioni nel 91 a.C. e sotto
l'Imperatore Augusto, il quale cedette l'isola ai Napoletani in cambio
di Capri. Altre eruzioni sono riportate sotto i regni di Tito, Antonino
e Diocleziano.
Interventi per contrastare l'erosione delle
onde: l'arenile tra il dislivello indicato dalle frecce e il mare
è formato da sabbia riportata che si cerca di trattenere con
barriere di massi
L'ultima eruzione di Ischia avvenne nel febbraio del
1302 quando, da un cratere apertosi nell'area di Fiaiano, uscì
lava per oltre due mesi. La colata, larga da 500 a 100 m, detta una
volta delle Cremate e oggi chiamata colata dell'Arso, raggiunse la
spiaggia tra il Porto d'Ischia e Ischia Ponte e distrusse l'antico
centro urbano della Geronda. L'eruzione seminò panico su tutta
l'isola e costrinse molta gente a fuggire verso le isole vicine e la
terraferma.
Da allora, l'unica
manifestazione vulcanica consiste in una intensa attività
fumarolica. Nonostante questo, Ischia, come i vicini Campi Flegrei e
Vesuvio, è considerata un vulcano attivo, comprendendo con
questa definizione tutti i vulcani che hanno avuto eruzioni in epoca
storica.
La rupe del castello d'Ischia
Ora l’isola si chiama Ischia, un nome che può
derivare ancora dal greco iscuròs, forte, o forse da Iscla,
termine ricavato da un più antico Isle, voce gallica
usata genericamente per isola.
Chiamata dal geografo greco Claudio Tolomeo fortunatissima
tra le fortunate, l’isola ricava ancora oggi dalla sua origine
vulcanica la principale fonte di reddito. Piani edilizi e progetti di
sviluppo recenti non sempre rendono onore alla bellezza che rese famosa
l’isola fin dall’antichità. Spesso intasata dal traffico e
soverchiata dal rumore, conserva solo in parte il fascino del passato,
peraltro sufficiente ad appagare una moltitudine crescente di turisti.
L'imbarcazione che scarica rocce davanti alla
spiaggia dei Maronti, nel tentativo di limitare l'erosione che ha
portato il mare quasi ai piedi degli alberghi costruiti sul litorale