ISCHIA

massima altezza: 789 m (Monte Epomeo)
latitudine 40.73°N, longitudine 13.898°E

argomenti:
1 - ATTIVITA' VULCANICA Prima del Tufo Verde
Il Tufo Verde e l'attività successiva

2 - TERREMOTI
3 - FUMAROLE E SORGENTI TERMALI Note storiche sulle sorgenti termali e sui bagni d'Ischia
4 - TRA MITOLOGIA E STORIA
5 - ESCURSIONE

1 - Attività vulcanica
Ischia dal satellite (immagine tratta da Google earth)

Ischia è formata da numerosi vulcani cresciuti dal fondo del mare fino ad emergere dall'acqua intorno a 150.000 anni fa. Sopra il livello marino, le eruzioni sono continuate fino al 1302, anno dell'ultimo evento. L'accumulo dei prodotti vulcanici, contrastato dall'azione erosiva del mare e dai frequenti smottamenti, ha costruito, 33 km a Sud-Ovest di Napoli, un'isola ampia 46,3 km2.
Schema della struttura geologica dell'Isola d'Ischia
La parte centrale dell'isola è formata dal Monte Epomeo, che copre una superficie di 16 km2 (il 34,5% dell'intera isola). Benché non sia un vulcano vero e proprio, il Monte Epomeo è costituito quasi tutto da roccia vulcanica, il Tufo Verde di Monte Epomeo, insieme a minori quantità di sedimenti e prodotti di eruzioni successive alla sua formazione.
Il Monte Epomeo
Un'ampia area triangolare di forma depressa, denominata Graben d'Ischia, si estende a Nord-Est del Monte Epomeo, tra Casamicciola, Barano e Ischia Ponte. (Il termine tedesco Graben, in geologia, è usato per indicare aree ribassate, delimitate da profonde faglie e da bordi rialzati, chiamati Horst).
Le pendici del Monte Epomeo e, ai suoi piedi, Casamicciola
Il Graben termina a Sud con un sistema di faglie che vanno da Carta Romana ai Maronti e a Ovest contro il margine orientale del Monte Epomeo. La depressione è divisa in due settori da una faglia che segue la valle di Rio Corbore.
Il profilo di Ischia dietro l'isola di Procida
Ogni eruzione ha modificato la forma dell'isola, lasciando tracce che consentono la ricostruzione delle tappe fondamentali del suo sviluppo. La sovrapposizione dei prodotti vulcanici è ora visibile quasi esclusivamente nelle sezioni naturali delle falesie costiere, mentre in gran parte del territorio interno i prodotti sono nascosti da materiale di frana o coperti da edifici.
Un vallone formato dall'erosione
La lunga storia eruttiva dell'isola è stata suddivisa in cinque fasi principali, di cui le prime due sono precedenti l'eruzione del Tufo Verde.
La cima del Monte Epomeo
Vista aerea del Monte Epomeo e della costa dell'Isola d'Ischia da Citara ai Maronti

L'attività pre-Tufo Verde

Fase 1 (attività prevalentemente esplosiva: Formazione di Carrozza; Formazione inferiore della Scarrupata di Barano)
L'area di Ischia interessata dall'attività vulcanica più antica (immagine da Google Earth)
I prodotti più antichi visibili in superficie testimoniano un'attività di tipo esplosivo avvenuta in corrispondenza del bordo Sud-Est dell'isola.
La falesia occidentale di Punta S. Pancrazio
Si tratta di pomici e scorie (Formazione di Carrozza) che formano la struttura interna di Monte Vezzi e affiorano nella scarpata alle spalle della spiaggia di S. Pancrazio.
La falesia alle spalle della spiaggia di S. Pancrazio
Seguirono almeno altre tre violente fasi esplosive, intervallate da periodi di riposo, i cui prodotti costituiscono la Formazione Inferiore della Scarrupata di Barano, visibili lungo la Scarrupata stessa e a Punta S. Pancrazio.
Particolare della Formazione Inferiore della Scarrupata di Barano
Si tratta di circa 100 m di materiale vulcanico di dimensioni molto diverse, in prevalenza depositi di flussi piroclastici, con abbondanza di ceneri inglobanti pomici.
La costa Sud tra La Guardiola e la Scarrupata di Barano

Fase 2 (attività prevalentemente effusiva: duomi di lava di Punta Imperatore, Capo Negro, Punta Chiarito, Sant'Angelo, Punta della Signora, Capo Grosso, La Guardiola, Monte Vezzi, Castello d'Ischia, Monte Vico)
L'area Sud-occidentale di Ischia interessata da diverse eruzioni della seconda fase (immagine da Google Earth)
Le eruzioni continuarono con l'emissione di lave che costruirono gran parte del settore meridionale dell'isola. Le colate di lava iniziarono nei pressi di Monte Cotto e tra il Lido dei Maronti e la Scarrupata di Barano.
Le lave di Monte Cotto e de La Guardiola formano la base del rilievo di Monte Cotto (i prodotti chiari soprastanti sono dell'eruzione del Tufo Verde)
Le lave viscose si accumularono formando, circa 145.000 anni fa, tre duomi a Punta della Signora, Capo Grosso e La Guardiola.
Capo Grosso
Della stessa fase sono due dicchi affioranti alla base della Scarrupata di Barano e una colata di lava (datata a circa 130.000 anni fa) visibile a Rione Bocca, sul pendio occidentale del Monte Epomeo.
Punta Iperatore
Alle lave si alternarono alcune eruzioni esplosive, i cui prodotti sono intercalati alle colate (Formazione Superiore della Scarrupata di Barano).
I prodotti visibili nella Scarrupata di Barano
Verso Est, si formò il duomo di lava su cui sorge il Castello d'Ischia.
Il Castello
Più a Sud, datato circa 125.000 anni fa, si formò il duomo di Monte Vezzi, dai cui fianchi uscirono anche due colate di lava viscosa.
Il rilievo di Monte Vezzi. La parte centrale è formata dalle lave del duomo
Altre colate di lava formarono la penisola di San Pancrazio e Punta della Cannuccia.
A destra, la colata di lava di Punta della Cannuccia
Intorno a 117.000 anni fa, le eruzioni si spostarono nell'area di Punta Imperatore dove, dopo una fase di esplosioni, una colata di lava diede forma al promontorio.
Il duomo di Monte Sant'Angelo, coperto (fianco destro e cima) dai prodotti di eruzioni esplosive successive
Circa 100.000 anni fa era attivo un centro nell'area di S. Angelo, cui sono attribuite le pomici e le scorie che si trovano alla base delle lave che formano l'ossatura della penisola.
Il versante rivolto verso il mare di  Monte Sant'Angelo
Anche a Punta Chiarito e a Capo Negro alle lave sono associati prodotti di eruzioni esplosive che accompagnarono le fasi effusive.
Punta Chiarito
I prodotti delle esplosioni furono coperti dagli accumuli di lava che, resistendo più degli altri materiali all'erosione, hanno creato le tre penisole.
Capo Negro
Più isolato e non allineato con gli altri, il duomo di Monte Vico si formò intorno a 75.000 anni fa.
Monte Vico
Intorno a 73.000 anni fa, avvennero le eruzioni delle colate di lava, con associati strati di pomici, visibili alla base della falesia tra Carta Romana e il Porticello (Formazione di Parata).
La costa Sud-orientale nei pressi di Parata
Nell'area di Punta della Pisciazza si formarono due duomi di lava, dei quali si vede la struttura interna lungo la costa sezionata dall'erosione.
Punta della Pisciazza
Alla fine di questa intensa fase eruttiva si colloca lo sprofondamento di un'area centrale dell'isola, cui fece seguito una lungo periodo di quiescenza, terminato intorno a 55.000 anni fa.
La costa orientale, tra Punta della Pisciazza e Carta Romana
Fase 3 (attività esplosiva: Formazione del Pignatiello, Tufo Verde del Monte Epomeo, Formazione di Citara)
Area interessata da diverse eruzioni della terza fase (immagine da Google Earth)
L'attività vulcanica riprese con numerose eruzioni esplosive, i cui prodotti sono raggruppati nella Formazione del Pignatiello, in quella del Tufo Verde di Monte Epomeo e della Formazione di Citara. I centri da cui avvennero le eruzioni non sono ora riconoscibili.
Il Monte Epomeo da Casamicciola
I prodotti delle eruzioni del Pignatiello si vedono nella zona Sud-Est dell'isola, tra Pignatiello e Case Conte e nel versante di Monte Vezzi. Si tratta di strati di pomici, scorie e brecce grossolane ricollegabili a numerosi eventi esplosivi di diversa violenza. In località Il Porticello, tra i prodotti delle eruzioni esplosive, si trova una colata di lava dello spessore di circa 15 m.
La colata di lava (a) intercalata agli strati di pomici delle eruzioni del Pignatiello. A destra, il Tufo Verde di Monte Epomeo (b)
L'eruzione che più ha lasciato il segno nella forma dell'isola è quella esplosiva detta del Tufo Verde. In base alla successione dei prodotti, l'eruzione ebbe fasi con colonna eruttiva sostenuta, cui seguirono flussi di ceneri e pomici, miste a quantità variabili di gas vulcanici.
Blocchi di Tufo Verde caduti in mare dalle pendici del Monte Epomeo
Il centro di emissione doveva essere nella zona meridionale dell'isola, tra la penisola di Sant'Angelo e la spiaggia dei Maronti, al di là delle lave e dell'allineamento di duomi che bordavano da Sud l'area sprofondata (caldera) che si era formata in seguito alla seconda fase eruttiva.
La spiaggia di Maronti e la penisola di S. Angelo
I prodotti dei flussi riempirono la depressione e, in parte, si allargarono anche al suo esterno, verso il settore orientale dell'isola. Il colore verdastro, frequente nei prodotti vulcanici che hanno subito alterazioni chimiche per il contatto con l'acqua marina, fa ritenere che la parte più profonda della caldera fosse invasa dal mare al tempo dell'eruzione e che il livello dell'acqua si sia poi innalzato, sommergendo completamente i depositi dei flussi.
Particolare del Tufo Verde di Monte Epomeo
Potrebbe anche essersi verificato un abbassamento del fondo della caldera, e conseguente ingressione marina, dopo l'eruzione, proprio a causa del grande volume di materiale riversatosi in una conca la cui struttura sotterranea doveva essere fratturata e poco stabile.
L'irregolare cima del Monte Epomeo. Sullo sfondo, Monte Vico, a destra, e la spiaggia di S. Montano al centro
La massa compatta di prodotti finiti nella caldera, coperta da sottili strati di sedimenti derivanti dal suo stesso disfacimento in acqua (Tufite del Monte Epomeo) e da altri prodotti vulcanici misti a sedimenti (Formazione di Colle Jetto), si sollevò lentamente tra 33.000 e 28.000 anni fa.
La morfologia del Monte Epomeo, con il ripido versante Nord a destra e quello più dolce a sinistra
La spinta che portò a emergere l'intero blocco che forma il Monte Epomeo fu probabilmente causata da un aumento di pressione verificatosi nel serbatoio magmatico sottostante.
La cima del Monte Epomeo sezionata da fratture e il versante coperto di detriti di frana
Il movimento verticale avvenne lungo fratture che delimitano il rilievo e causò vistose spaccature anche nello stesso blocco di roccia.
Il Tufo Verde verso la cima di Monte Epomeo
Il lato Nord dell'Epomeo risulta quello maggiormente rialzato, come se lo spostamento fosse stato simile all'apertura di una botola, con i cardini fissati sul lato di minor sollevamento.
Il versante Nord-Nord Ovest del Monte Epomeo delimitato da ripide scarpate (immagine da Google Earth)
Le fratture lungo le quali scivolò muovendosi verso l'alto sono ora nascoste dal materiale franato dalla cima e dai fianchi, ma la loro esistenza è segnalata da un allineamento di sorgenti e di emissioni gassose.
Il versante Ovest del M. Epomeo, con in primo piano il rilievo di Monte Nuovo. Sul profilo a destra vi sono le scarpate di faglia di Falanga, Pietra dell'Acqua e Rione Bocca
I prodotti del Tufo Verde che si erano distribuiti all'esterno della caldera, al contrario di quelli che formano il Monte Epomeo, non recano segni di un prolungato contatto con l'acqua marina.
Depositi di flussi esterni alla caldera, attribuiti all'eruzione del Tufo Verde
Si tratta di depositi non saldati di cenere e grosse pomici, con un colore che varia dal bianco al giallastro, presenti a Monte Vico e a Punta Imperatore, nonché lungo la falesia della Scarrupata di Barano, a Punta S. Pancrazio e a Grotta di Terra.
In alto a sinistra, i prodotti dei flussi del Tufo Verde sopra le lave del duomo di Monte Vico
Altre eruzioni esplosive avvennero intorno a 38.000 anni fa. I prodotti di questi eventi (Formazione di Casa S. Costanzo), visibili tra Monte Cotto e Monte Barano, hanno oltre 30 m di spessore.
 
La costa Sud in corrispondenza di Casa S. Costanzo
Tra 44.000 e 33.000 anni fa, una serie di eruzioni esplosive riversarono nei settori Sud e Ovest dell'isola grandi quantità di prodotti chiamati Formazione di Citara.
La Formazione di Citara
Le esplosioni avvennero da diversi punti in zone ora esterne all'isola e ebbero almeno tre fasi principali con colonna eruttiva sostenuta alternate a numerosi flussi piroclastici.
La costa in corrispondenza della spiaggia di Citara. L'altezza della falesia aumenta verso destra dove, in località Agnone, la Formazione di Citara ha lo spessore massimo
I tufi formatisi dai depositi dei flussi conservano strutture di sedimentazione, quali dune, laminazioni e stratificazioni, nonché i segni di scivolamenti avvenuti quando il deposito era ancora fluido. Sono frequenti anche le erosioni tra uno strato e l'altro che formano ampi e profondi canali a U.
Canale d'erosione nei prodotti della Formazione di Citara
Strati di pomici da caduta si alternano a depositi da flusso fino a raggiungere nel punto di maggiore accumulo, a Sud della spiaggia di Citara (Agnone), uno spessore di 80 m.
Particolare delle strutture di sedimentazione e dei movimenti successivi del deposito nei Tufi di Citara
La Formazione di Citara copre il Tufo Verde a Monte Vico e affiora anche sulle pendici del Ciglio, tra Capo Negro e Punta Chiarito, e tra la spiaggia di Citara e Punta Imperatore.
Strutture di riflusso nei Tufi di Citara
Fase 4 (attività effusiva: duomo lavico di Grotta del Mavone; colate di lava dei vulcani del Pilaro; attività esplosiva: Scarrupo di Panza e Formazione inferiore di Cava Pelara; attività effusiva: Schiappa e Pomicione. Periodo di stasi. Attività esplosiva: Punta Imperatore, Formazione superiore di Cava Pelara e vulcano di Campotese. Coni di scorie di Ciglio, Cava Petrella, Monte Cotto, Monte Vezzi e Grotta di Terra.)
L'area Sud occidentale di Ischia, con alcuni dei centri attivi nella quarta fase eruttiva (immagine da Google Earth)
I prodotti di questa fase relativamente breve e intensa, provenienti da vulcani sorti nel settore Sud-occidentale dell'isola (nell'area di Panza), sono visibili lungo la costa tra Punta Imperatore e la penisola di Sant'Angelo.
La costa meridionale di Ischia, tra Pilaro e Punta S. Pancrazio. Al centro, la penisola di Sant'Angelo
Verso Est, furono attivi altri centri isolati, in corrispondenza degli Scogli di S. Anna e di Monte Vezzi.
Gli Scogli di S. Anna, Carta Romana e Monte Vezzi visti dal Castello d'Ischia
L'attività iniziale della quarta fase fu di tipo effusivo e formò un duomo di lava, la cui parte superiore affiora alla base della Grotta del Mavone.
La falesia a Grotta del Mavone con i prodotti stratificati del vulcano di Scarrupo di Panza sopra le lave del duomo
Le eruzioni continuarono poco più a Sud dal vulcano del Pilaro. Diverse sottili colate di lava, alternate a scorie, e una grossa colata viscosa, alta circa 100 metri, di colore chiaro e fessurata in colonne, si vedono lungo la costa tra Grotta del Mavone e Cava Pelara.
I prodotti del centro eruttivo del Pilaro nella falesia tra Grotta del Mavone e Cava Pelara
L'attività del Pilaro terminò con altre colate laviche di poco spessore, probabilmente emesse lungo una fessura.
Spessa colata di lava del Pilaro
Tra Punta dello Schiavo e Scoglio La Nave si formò il vulcano dello Scarrupo di Panza, che ora appare sezionato lungo la costa. Le spesse colate di lava e gli strati di scorie che si vedono nella parte centrale dell'edificio vulcanico, diventano lateralmente sottili lingue di ossidiana e livelli di scorie saldate.
Sopra il duomo lavico di Grotta del Mavone (alla base), si vedono gli strati di pomici, che livellano l'irregolare superficie delle lave, i sottili strati scuri di lava (ossidiana) e le scorie saldate rossastre del vulcano di Scarrupo di Panza
Il numero e lo spessore degli strati di scorie saldate diminuiscono progressivamente con la distanza dal punto di emissione e si alternano a strati di pomici che, al contrario, hanno uno spessore crescente.
La costa tra Grotta del Mavone e Monte Pilaro
In zone ancora più esterne, non vi sono scorie, ma grossi blocchi di ossidiana.
Schema dei prodotti vulcanici tra Grotta del Mavone e Punta Pilaro
Quasi contemporanee e simili a quelle dello Scarrupo di Panza furono le eruzioni di un centro di incerta collocazione cui di deve una successione di prodotti chiamati Formazione di Cava Pelara Inferiore.
Capo Negro e, a destra, la baia di Sorgeto. Sopra le lave che formano la base del promontorio, vi sono i prodotti delle eruzioni di Citara e di Cava Pelara Inferiore
Si tratta di pomici grossolane, scorie e ceneri saldate, con uno spessore di circa 45 m, sopra le quali si trova una successione di brecce e tufi, fino a uno spessore massimo totale di circa 80 m.
Da sinistra, Capo Pilaro, la valle di Cava Pelara e Capo Negro. Sul versante della valle verso Capo Negro, la Formazione di Cava Pelara Inferiore ha il massimo spessore di 80 m
La Formazione di Cava Pelara Superiore si sovrappone in discordanza angolare a quella di Cava Pelara Inferiore. Anche questa raggiunge uno spessore di circa 80 m, e comprende tufi, alla base, uno spesso strato di pomici da caduta e diversi strati di brecce, con pomici, scorie e blocchi di lava verso l'alto. Il centro eruttivo doveva trovarsi in corrispondenza di La Cima.
Tra Capo Negro e Sorgeto si vedono, sopra le lave della fase eruttiva più antica, i tufi della Formazione di Citara e i prodotti della Formazione di Cava Pelara Inferiore e Superiore
Della stessa fase sono due colate di lava, datate a circa 24.000 anni fa, che si vedono ai bordi del vulcano di Campotese, nelle località di Schiappa e Pomicione.
Schema della sovrapposizione dei prodotti eruttivi a Grotta di Terra
Nel settore Sud-orientale, in corrispondenza di Grotta di Terra, si formò un cono di scorie. Nella falesia resta la via di alimentazione con le scorie e le pomici associate.
Il condotto lavico di Grotta di Terra taglia verticale le lave di Parata della prima fase eruttiva
Non localizzati con precisione i punti di provenienza, ma inseribili in questa fase per la loro posizione stratigrafica, sono i prodotti di eruzioni esplosive che si trovano sopra i rilievi di Monte Cotto e Monte Vezzi e le colate di lava, datate a circa 22.000 anni fa, di cui restano ora gli Scogli di S. Anna.
Da destra, gli scogli di S. Anna, Carta Romana e Punta della Pisciazza
Nell'area dove in seguito sorse il vulcano di Campotese avvennero, circa 19.000 anni fa, alcune eruzioni esplosive i cui prodotti sono chiamati Formazione di Faro di Punta Imperatore.
I prodotti di Faro di Punta Imperatore visibili tra S. Angelo e Capo Negro
I flussi di queste eruzioni si allargarono verso Ovest tra Punta Imperatore e Punta dello Schiavo e verso Sud, in direzione di S. Angelo.
Particolare dei prodotti di Faro di Punta Imperatore sopra Monte S. Angelo
I prodotti sono visibili alla base del Faro, dove hanno lo spessore massimo di 90 m, verso il Rione di Campotese e nel tratto di costa meridionale, tra Punta Chiarito e Monte S. Angelo.
Punta dello Schiavo: alla base si vedono i prodotti delle eruzioni dello Scarrupo di Panza e sopra questi la Formazione del Faro di Punta Imperatore
La quarta fase eruttiva terminò con le eruzioni esplosive del vulcano di Campotese, la cui struttura nasconde probabilmente il centro di emissione dei prodotti di Faro di Punta Imperatore, e con la formazione dei coni di scorie del Ciglio e Cava Petrella.
I tufi della Formazione del Faro di Punta Imperatore tra Punta Chiarito e S. Angelo
I prodotti delle eruzioni di Campotese sono visibili sopra quelli del Faro di Punta Imperatore e tra Agnone Panza. Frammenti di selce di epoca Neolitica sono stati trovati sotto le pomici eruttate da questo vulcano.

Da Punta Imperatore verso lo Scarrupo di Panza. Alla base del promontorio, le lave datate 117.000 anni fa, sopra le quali vi sono prodotti stratificati di eruzioni esplosive della prima fase, poi il Tufo Verde, la Formazione di Citara, pomici e scorie dello Scarrupo di Panza e, in alto, la Formazione di Punta Imperatore
Schema della foto precedente
Fase 5 (scorie di Punta della Cannuccia; vulcano di Zaro; Formazione di Piano Liguori; complessi vulcanici di Monte Rotaro e Montagnone-Monte Maschiata; centri eruttivi di Porto d'Ischia, Vateliero-Molara-Cava Nocelle; vulcano dell'Arso)
Alcuni centri eruttivi dell'attività più recente di Ischia (immagine da Google Earth)
L'area centrale dell'isola aveva continuato a sollevarsi fino a circa 33.000 anni fa, portando il rilievo del Monte Epomeo vicino alla posizione attuale.
Blocchi di Tufo Verde caduti in mare dal Monte Epomeo
I terremoti innescati dal sollevamento provocavano frane e staccavano enormi blocchi di roccia che rotolavano fino al mare, mentre faglie e erosione intaccavano i fianchi del rilievo con profonde incisioni.
Profonda incisione erosiva del versante Sud (Cava Petrella)
Le faglie lungo le quali il rilievo dell'Epomeo si era mosso verso l'alto rappresentarono successivamente la via seguita dal magma per arrivare in superficie.
Il versante del Monte Epomeo, cosparso di blocchi franati dalla cima
Dopo una fase di quiescenza, a partire da circa 10.000 anni fa, sulle fratture che si trovavano alla base del fianco Est dell'Epomeo, tra Selva del Napoletano e Piedimonte, diverse eruzioni formarono una serie di duomi lavici. Esplosioni con emissioni di pomici accompagnarono la formazione dei duomi.

Pomici da caduta in località Il Cretaio
Eruzioni di tipo effusivo avvennero nel settore Nord-occidentale dell'isola circa 6.000 anni fa. Il centro di Zaro, che rimase attivo fino a tempi storici, emise la spessa colata di lava (lunga 1500 m, larga circa 1 km e alta un centinaio di metri) che forma al bordo dell'isola tra la Baia di S. Montano e Monte Vergine.
La colata di lava di Zaro, a destra, chiude la Baia di San Montano
Alcuni rilievi di lave viscose, Monte Marecocco e Monte Caccaviello, si trovano intorno al centro eruttivo di Zaro.
La linea delimita l'area coperta dalla colata lavica di Zaro (immagine da Google Earth)
Sul lato occidentale della Baia di S. Montano alla base della colata di Zaro vi è uno strato di pomici, attribuito a una fase esplosiva che avvenne prima dell'emissione di lava.
La colata di lava di Zaro con lo sfondo del Monte Epomeo
Nel settore Sud-Est dell'isola, una successione di strati di pomici e ceneri (Formazione di Piano Liguori) è attribuita a un centro eruttivo non chiaramente riconosciuto e che forse era parzialmente sommerso nell'area della Secca d'Ischia. I prodotti coprono un'ampia superficie compresa tra Ischia Ponte, Testaccio e l'interno. Alla base hanno un paleosuolo contenente reperti archeologici di epoca Neolitica.
La costa orientale verso Punta Parata. Sopra le lave di Parata (circa 73.000 anni fa) si vedono i prodotti di diverse fasi esplosive (Formazione del Pigniatiello) e i prodotti della Formazione di Piano Liguori che formano la superficie topografica
Intorno a 5.000 anni fa, le eruzioni del Cantariello formarono, tra Piedimonte e Fiaiano, otto coni di pomici alti tra 200 e 50 m. Una colata di lava emessa dallo stesso centro eruttivo scese lungo la valle del Rio Corbore.
L'area delle eruzioni del Cantariello (immagine da Google Earth)
Nell'area Sud, a Punta della Cannuccia, si formò un cono di scorie e, intorno a 4.000 anni fa, lungo una fessura eruttiva che si trovava a Costa Sparaina, un duomo di lava. Il duomo coprì uno strato di pomici, probabilmente emesse all'inizio della stessa eruzione.
La costa nei pressi di Punta della Cannuccia
Un altro duomo lavico è la collina di Monte Tabor, quasi interamente sepolta dalle colate laviche più recenti che arrivarono fino a Punta della Scrofa.
Monte Tabor e Monte Rotaro
Vicino a Punta della Scrofa, si formò, nell'VIII sec. a.C., il piccolo duomo di Castiglione, con una colata di lava. Il dicco di risalita in superficie della lava si vede a Punta Bagnetielli.
La costa in località Castiglione
Le prime eruzioni del complesso vulcanico del Montagnone avvennero intorno al V sec. a.C. Quelle esplosive formarono il cono di Bosco dei Conti, mentre un accumulo di lava formò il duomo di Fondo Ferraro.
Schema strutturale del Graben d'Ischia con i principali centri dell'ultima fase eruttiva
Le eruzioni proseguirono fino al I sec. d.C. lasciando una struttura concentrica: i resti di un cono di tufo a forma a mezzaluna (Costa del Lenzuolo) racchiudono il cono di Bosco dei Conti, sulla cui cima si trova il cratere di Fondo Ferraro, profondo 30 m e con un diametro di 350 m. Intorno al bordo del cratere vi sono i duomi di Fondo Ferraro, il più vecchio, e di Posta Lubrano.
I duomi di Monte Maschiata e Montagnone
Nel III sec. a.C., lungo lo stesso sistema di fratture del Montagnone, avvennero le eruzioni del cratere di Porto d'Ischia.
Carta geologica dell'area di Porto d'Ischia, dove si nota la forma circolare del cratere. I prodotti attribuiti all'eruzione sono indicati con il numero 21
I prodotti riconducibili a questa eruzione sono colate di lava e scorie visibili a Punta S. Pietro e nella falesia di Spiaggia degli Inglesi.
Il Porto d'Ischia in una vecchia fotografia
Il Lago del Bagno, che si trovava all'interno del cratere (circa 400 m di diametro), fu tagliato nel 1853 per formare il porto.
Il Porto d'Ischia
I coni del complesso vulcanico di Monte Rotaro si sono formati in successione da Sud a Nord lungo una frattura.
Monte Rotaro
Nel I sec. a.C., nell'area di Monte Rotaro avvennero le eruzioni di Bosco della Maddalena che lasciarono un cono regolare (strato-vulcano) e alcune colate di lava (Fondo d'Oglio e Cava Puzzillo).
I complessi vulcanici di Monte Rotaro e Montagnone (immagine da Google Earth)
Il cono di Bosco della Maddalena, alto 200 m e con un diametro di circa 800 m
, è costituito da una successione di pomici e sottili colate di lava. La cima presenta un cratere (Fondo d'Oglio), profondo 125 m e con un diametro di 350 m.
Il porto di Ischia e il duomo lavico del Montagnone
Nel I sec. d.C. si formarono quasi contemporaneamente i duomi di lava di Montagnone-Monte Maschiata. La parte sommitale dei due rilievi presenta una depressione delimitata da scarpate di faglia.
I rilievi del centro vulcanico del Montagnone (a destra) ai piedi del Monte Epomeo
Nel II sec. d.C., il versante Nord di Bosco della Maddalena fu demolito dalla formazione del duomo di Monte Rotaro, un rilievo alto 175 m e con un diametro di circa 600 m.
Panorama da Bosco della Maddalena
Il rilievo di Monte Trippodi è un duomo di lava quasi completamente coperto da pomici che arrivano fino a Colle Jetto, Montegatto e Candiano. Le pomici hanno alla base un paleosuolo ricco di reperti archeologici datati al II sec. d.C.
La morfologia creata dai rilievi lavici ai piedi del Monte Epomeo
Alla base del versante Nord di Monte Rotaro si vedono alcune colate di lava. La più vecchia (III sec. d. C.) e più estesa, circa 650 m di lunghezza, forma Punta della Scrofa, mentre altre terminano nei pressi del cimitero di Casamicciola.
La colata di lava di Punta della Scrofa e i rilievi del Castiglione e di Monte Tabor (immagine da Google Earth)
I centri eruttivi Vateliero, Molara e Cava Nocelle si sono formati, nel III sec. d.C., lungo una frattura che separa Monte Vezzi dal Graben d'Ischia e dal rilievo del Monte Epomeo.
Area delle eruzioni di Vateliero, Molara e Cava Nocelle (immagine da Google Earth)
Dal più meridionale, il cratere del Vateliero, furono emesse scorie, bombe e blocchi che coprirono un paleosuolo ricco di reperti romani del II e III sec. d.C.
I rilievi di Montagnone e Rotaro e, sullo sfondo a destra, la cima del Monte Epomeo
Molara è un cratere, ampio 250 m e profondo 20 m, in parte riempito da una colata di lava, con un accumulo di 40 m di scorie sul lato occidentale. Il cratere di Cava Nocelle ha un diametro di 200 m e alla sua attività è collegato un deposito di scorie e una piccola colata di lava che ne copre il fondo. Intorno ai tre principali, si trovano altri crateri di dimensioni più piccole.
Frane lungo la costa ai piedi di Monte Rotaro
L'ultima eruzione di Ischia avvenne nel febbraio del 1302, quando la colata di lava dell'Arso, larga da 500 a 100 m, da Fiaiano raggiunse la spiaggia tra il Porto d'Ischia e Ischia Ponte e distrusse il centro urbano della Geronda.
Area coperta dalla colata dell'Arso (immagine Google Earth)
La lava
uscì per oltre due mesi dal cratere e, intorno al punto di emissione, lasciò un anello di scorie e bombe laviche, detto Le Cremate.
La lava dell'Arso


2 - I terremoti

La frase che Goethe scrisse nel 1787 riferendosi ai Campi Flegrei sotto il cielo più puro, il suolo più insicuro, può essere presa in prestito anche per Ischia. Fratturata in più settori, modificata dalle eruzioni e dall’erosione, scossa dal sollevamento del blocco del Monte Epomeo, l’isola ha offerto agli uomini le proprie risorse, costringendoli nello stesso tempo a vivere in un territorio instabile.
La spiaggia dei Maronti con alcuni degli alberghi edificati negli anni '80. Il litorale è interessato da una progressiva riduzione che si tenta di arginare con barriere a mare ed è minacciato alle spalle dai prodotti vulcanici incoerenti nei quali l'erosione ha scavato profondi valloni
Numerose cronache di epoca storica riportano notizie di frequenti terremoti e di altrettanto disastrose frane innescate dalle scosse.
Un blocco di Tufo Verde caduto dal Monte Epomeo forma il caratteristico Fungo di Lacco Ameno
Nel 1228, un terremoto localizzato a Casamicciola, una località che risente più di altre della posizione ai piedi del Monte Epomeo, innescò una frana che seppellì circa 700 persone. Tra i più violenti terremoti degli ultimi secoli vi sono quelli del 1767, 1796, 1828, 1841, 1863, 1867, 1880, e, infine, quelli del 1881 e 1883.
Casamicciola e il Monte Epomeo
1881
Alle ore 13 del 4 marzo 1881, un forte terremoto accompagnato da un boato, scosse l’area di Casamicciola per 7 lunghissimi secondi. Quasi tutte le case della zona alta del paese crollarono, mentre rimasero in piedi quelle alla Marina, che erano più recenti e più solide. I morti nel comune di Casamicciola furono 124, i feriti 140 e 2315 persone rimasero senza tetto. Furono danneggiati anche i centri di Lacco Ameno e Forio.
I danni del terremoto del 1881 a Casamicciola
Il terremoto colpì la stessa zona che era stata danneggiata nel 1828 e, come quello, aveva un'origine superficiale, dato che l'area disastrata risultò molto circoscritta. La scossa non venne avvertita oltre i 20 km di distanza dall’epicentro e non fu registrata dai sismografi di Napoli e del Vesuvio.

1883
Il 28 luglio 1883 avvenne il terremoto più disastroso registrato in tempi storici a Ischia. L'area più colpita fu di nuovo la parte alta di Casamicciola, ma i danni furono gravi anche a Forio e a Lacco Ameno e ne risentì quasi tutta l'isola. In totale il sisma provocò 2313 morti e 762 feriti, oltre a 9500 sinistrati che vennero alloggiati in baracche. Tra le vittime vi furono i genitori di Benedetto Croce, numerosi ospiti delle cure termali e una cinquantina di turisti stranieri.
Danni del terremoto del 1883 a Casamicciola
Le scosse durarono tra 14 e 16 secondi. A Casamicciola, su una popolazione di 4300 abitanti, si contarono 1784 morti e 448 feriti. Su 672 case, 537 crollarono e 134 furono danneggiate. A Lacco Ameno vi furono 146 morti e 93 feriti su 1800 abitanti. Delle 389 case del paese, 269 crollarono e 102 furono danneggiate. Crollò anche la Chiesa del Rosario.
Lacco Ameno e il Monte Epomeo
A Forio i morti furono 345 e 190 i feriti su una popolazione di 6800 abitanti. Dei 2713 vani abitabili ne crollarono 1344 e 977 furono lesionati. A Serrara Fontana vi furono 28 morti e 21 feriti, 65 vani crollati e 973 danneggiati. A Barano, 10 morti e 10 feriti, 63 vani crollati e 1430 danneggiati. A Ischia la scossa fu solo avvertita e pochi edifici subirono lievi lesioni.
Lacco Ameno visto da Monte Vico
Per la prima volta un'indagine tecnica analizzò la risposta alle onde sismiche dei vari tipi di terreno e degli edifici. Lo scopo era individuare i luoghi e le tecniche edilizie più adatte per la ricostruzione, dal momento che la normativa antisismica, dopo l’unificazione d’Italia, aveva perso le disposizioni sia dello Stato Pontificio che del Regno delle Due Sicilie.
Le due frane sulle pendici del Monte Epomeo innescate dal terremoto del 1883
Per registrare i frequenti terremoti che colpivano l'Italia furono anche istituiti diversi osservatori. Uno ebbe sede sulla stessa Ischia, altri a Catania, Pavia e a Rocca di Papa, sui Colli Albani (quest’ultimo è stato recentemente restaurato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e dal Comune e restituito all’uso pubblico con un piccolo ed esemplare museo di Geofisica).
La cima del Monte Epomeo e Casamicciola ai suoi piedi
La commissione tecnica si concentrò sulle diverse conseguenze del terremoto in località molto vicine fra loro e addirittura su parti di un solo edificio costruite in tempi differenti o sui lati opposti di una stessa piazza. Molti crolli risultarono causati, oltre che dalla scadente qualità dei muri e delle fondazioni, anche dagli smottamenti del terreno e dall’assembramento delle case che aveva provocato un effetto di caduta a catena.
Esempio dell'attuale concentrazione di edifici su un pendio
In generale, gli edifici delle zone rialzate crollarono più di altri, soprattutto sul lato rivolto a valle a causa di franamenti. La mancanza di riferimenti alla parte alta di Casamicciola, la più danneggiata, nella relazione che doveva stimare i danni, fa ritenere che le macerie formassero un tale cumulo da impedire qualsiasi analisi sui fabbricati e che la risposta dei materiali alle scosse sismiche fosse stata la peggiore. La parte occidentale di Casamicciola alta (la Spezieria, Piazza Majo, Purgatorio, Casa Mennella, La Rita e Campo) era un unico ammasso di detriti e la strada che la collegava a Fango era resa impraticabile dalle frane.
Il Monte della Misericordia a Casamicciola, dopo il terremoto del 1883
Le conseguenze furono catastrofiche sia sul piano umano che economico. Al disastro si aggiunse la decisione del Ministro dei Lavori Pubblici, Genala, il quale, ritenendo un’impresa impossibile il recupero dei cadaveri, pensò di far coprire tutta Casamicciola con uno strato di calce, trasformando una superficie di 20 km2 in un cimitero.
Il porto di Casamicciola
Il decreto ministeriale venne sospeso dal Re e dalle macerie furono salvate ancora un centinaio di persone.
La lapide visibile nel paese di Casamicciola che ricorda la visita del Re dopo il terremoto
La scarsa resistenza al sisma degli edifici restaurati dopo il terremoto del 1881, indusse a emanare una serie di norme antisismiche per la riscostruzione. Fino ad allora, il regolamento edilizio dettava solo criteri di estetica, specie per la distribuzione degli edifici intorno alle piazze e alle vie principali, senza affrontare il problema della sicurezza delle strutture.
La costa tra Forio, Punta Caruso e Baia di S. Montano, vista dalla cima del Monte Epomeo
La Commissione Ministeriale per le Prescrizioni Edilizie produsse l’anno seguente una normativa che sconvolse i criteri costruttivi tradizionali dell’isola, decretando la demolizione anche di resti recuperabili e la proibizione di costruire strutture a volta. Quelle esistenti erano ammesse solo negli interrati, se rinforzate, mentre si costringeva ad eliminare tutte le altre e a sostituirle con solai anche negli edifici che avevano resistito alle scosse.
Ischia Ponte vista dal Castello
Le aree che, per caratteristiche geologiche, erano le più adatte ad essere edificate coincidevano in parte con quelle utilizzate per gli alloggi provvisori dei senza tetto. Si ipotizzò che il vero intento della Commissione fosse quello di rendere definitivi i precari alloggiamenti in baracche di legno, cosa che avvenne in molti casi con l’adeguamento per mezzo di fodere in muratura.
Lacco Ameno visto dal Monte Epomeo
Al di là delle buone intenzioni e delle oggettive difficoltà, il giudizio storico su quel piano regolatore non fu particolarmente benevolo. La totale assenza del concetto di restauro e di conservazione venne giudicata un atto di omologazione che cancellava totalmente una storia insediativa più di quanto fosse riuscito a fare il terremoto stesso.
Un vecchio portale


3 - FUMAROLE E SORGENTI TERMALI


vedi anche Note storiche sulle sorgenti termali e sui bagni di Ischia
La spiaggia dei Maronti
Il persistere di fonti di calore in profondità si manifesta con la presenza di sorgenti di acque calde che da molto tempo consentono sull'isola d'Ischia una forma di turismo che si sviluppa per gran parte dell'anno.
Il Monte Epomeo
Il Monte Epomeo è circondato da profonde faglie e fratture che facilitano l'uscita in superficie dei gas e delle acque riscaldate in profondità. Fumarole e campi fumarolici con temperature massime prossime ai 100°C sono presenti sulle pendici di Monte Nuovo e Monte Cito e lungo il litorale di Maronti. In altre località (San Michele, Monte Rotaro, Fundera e Scarrupo di Panza), le fumarole non superano i 46°C .
Emissioni di vapore nei pressi di uno stabilimento termale
Le sorgenti calde hanno temperature comprese tra i 20° e gli 80°C. Queste si trovano a Forio in località Monterone (sorgenti Castaldi e Castiglioni), a Casamicciola (sorgenti La Rita e dei Bagni), a Barano in località Maronti (sorgenti di Cava Scura, Olmitello e Cava Fredda), oltre alle sorgenti di Cartaromana, Punta Chiarito, Bagnitiello, San Montano e Porto d'Ischia.
I prodotti vulcanici alterati dalle emissioni gassose nella falesia alle spalle della spiaggia dei Maronti
Le zone con intensa attività idrotermale sono considerate possibili sedi di apertura di bocche eruttive. Prima che avvenisse l'eruzione dell'Arso (1302), proprio nel luogo dove si è formato il cratere, esisteva un campo fumarolico, detto Solfonaria, da cui veniva estratto zolfo.
Il parco termale Poseidon e la spiaggia di Citara
Dalle indagini eseguite sulle acque di sorgenti e pozzi risulta che le temperature in profondità raggiungono valori di circa 200°C e che negli acquiferi di interesse geotermico sono presenti acque di origine marina.
Una piscina nel parco termale Aphrodite Apollon
Un modello geotermico individua una sorgente di calore situata a oltre 3.000 metri di profondità la quale riscalderebbe, per conduzione, un acquifero profondo. Il vapore prodotto da questo acquifero, risalendo in superficie attraverso fratture, trasferisce calore anche alle falde superficiali da cui derivano le sorgenti termali.
Ischia

4 - Tra mitologia e storia

Fin dal Neolitico, lo sviluppo delle attività umane sull'isola d'Ischia è stato condizionato dalle frequenti catastrofi causate da eruzioni, frane e terremoti. Ischia presentava, come il resto della costa campana e le isole vicine, un doppio volto: terra felice per il suolo fertile e la dolcezza del clima, addirittura dotata di miniere d’oro, come riferisce Strabone (se non oro, doveva essere qualcosa di molto prezioso per quei tempi, probabilmente argilla), era anche luogo di sconvolgimenti inspiegabili e terrificanti, allora più di oggi. Terremoti ed eruzioni la rendevano inospitale per lunghi periodi e, nei momenti meno fortunati, divenne terra buona solo per i briganti o per il confino coatto.
Punta Monte Vico
Il primo a subirne i danni fu un insediamento dell'età del Ferro che rimase sotto le ceneri di un'eruzione avvenuta tra Ischia Porto e Casamicciola.

All’inizio dell’VIII sec. a.C., sull'isola approdarono i navigatori greci partiti dall’Eubea che si stabilirono sul promontorio di Monte Vico, all'estremità Nord-Ovest dell'Isola. Con loro arrivò la coltivazione della vite e dell’ulivo, l’uso del tornio per fare i vasi, l’alfabeto greco, nonché i miti e i culti delle divinità elleniche.
Monte Vico visto da Lacco Ameno
Secondo la mitologia riportata da Ovidio, a Ischia furono segregati i Cercòpi, due fratelli tramutati in scimmie per aver tentato di ingannare Ercole e persino Giove. A loro Strabone fa risalire l’antico nome dell’isola, Pitecusa (Pitecos in greco significa scimmia). Ovidio, nelle Metamorfosi è dello stesso parere Pythaecusas, habitantum nomine dictas (Pitecusa, così chiamata dal nome degli abitatori). Ma potrebbe anche derivare da pitos, vaso, con riferimento alla produzione locale di orci.
La colata lavica di Zaro
Da qui passarono Enea e Ulisse. Per aver dato rifugio alle navi di Enea, l’isola fu chiamata da Plinio Aenaria, nome usato contemporaneamente a quello di Pitecusa, forse per indicare due diverse località e poi esteso dai romani a tutta l'isola. E, ancora, venne chiamata Oinaria, da oinos, vino, altro prodotto abbondante sull'isola.
La penisola di S. Angelo
Il nome Inàrime fu ricavato dall’espressione omerica ein Arimois (Iliade, libro II) che indicava il letto di fuoco di Tifeo. Omero paragonò il frastuono delle navi e degli eserciti in partenza per la guerra di Troia ai rimbombi della terra quando Tifeo si agitava sotto le montagne di Arime:
. . il suol s'udia rimbombar.
Come quando il fuiminante
irato Giove Inàrime fiagella,
duro letto a Tifeo, siccome è grido;
così dei passi al suon gemea la terra..

I miti greci distribuivano i monti Arimi nella vasta zona che abbraccia i Campi Flegrei, Cuma, Pozzuoli, la Calabria, le Isole Eolie e l'Etna, cioè tutta l'area che l'immane mostro con cinquanta o cento teste, con occhi e saliva di fuoco, faceva traballare e esplodere nel tentativo di sovrapporre montagne su montagne per raggiungere la volta celeste.
Le spiagge di Grado e dei Maronti
Da sotto Ischia, il gigante, tormentato dal peso del Monte Epomeo, mandava un soffio infuocato, nel quale si può riconoscere un riferimento alle eruzioni e alle numerose fumarole che punteggiano l'isola. L'orrendo mostro fu sconfitto e si ritirò in Sicilia, dove gli fu gettato addosso l’Etna. Anche Dante riconobbe l'attività vulcanica nel mito greco (Non per Tifeo ma per nascente solfo, Paradiso, canto 80).
Tramonto a S. Angelo
Il mito di Tifeo, riportato da autori come Pindaro, Eschilo, Esiodo, Strabone, era un'interpretazione degli spaventosi eventi naturali, ma per i coloni greci assumerà anche un valore simbolico di monito contro i nemici. Contro gli Etruschi, sconfitti nelle acque di Cuma, e contro i Siracusani, costretti ad abbandonare Ischia per un'eruzione, cioè per una manifestazione di potenza dello stesso Tifeo.
Il versante del Monte Epomeo verso Casamicciola
I coloni greci se ne andarono definitivamente dall'isola dopo un'eruzione avvenuta intorno al 600 a.C. nell'area di Monte Rotaro. Approdati sulla terraferma, fondarono Cuma, segnando così il declino economico di Ischia.
Monte Nuovo e la cima di Monte Epomeo
I greci lasciarono sull'isola un famoso reperto, portato dalla madre patria, noto col nome di Coppa di Nestore. La piccola tazza, trovata nel 1955 dagli archeologi Giorgio Buchner e C.F. Russo nella tomba di un ragazzo di dieci anni, reca inciso in alfabeto euboico un epigramma: Io sono la bella coppa di Nestore, chi berrà da questa coppa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella corona.
La Coppa di Nestore
L'allusione su un piccolo oggetto alla coppa descritta nell'Iliade, canto XI, tanto grande che servivano quattro uomini per sollevarla, ha lasciato spazio a interpretazioni del primo rigo in senso ironico: La coppa di Nestore può esser buona, ma... o anche Vada alla malora la coppa di Nestore, buona solo a togliere la sete...

La vera particolarità del reperto è che il testo rappresenta il più antico esempio di scrittura greca trovato in Italia e, oltre a essere un frammento di poesia originale, fa esplicito riferimento al poema omerico.

La coppa è custodita presso il Museo Archeologico di Pithecusae, situato nel complesso di Villa Arbusto di Lacco Ameno, costruito nel 1785 da Don Carlo Acquaviva, duca di Atri.
Dall'insediamento greco di Cuma si vedono sullo sfondo Procida e Ischia
Solo nel 486 a.C. sull'isola giunsero i Siracusani, presto scacciati, tra il 474 e il 470, da una nuova eruzione, probabilmente quella cui si deve la formazione del cratere di Porto d'Ischia. Dopo un periodo di abbandono, l'isola fu occupata da coloni provenienti da Neapolis, forse gli stessi che l'avevano abbandonata in precedenza per fondare sulla costa la futura città di Napoli.

Nel 322 a.C., i Romani conquistarono Napoli e occuparono Ischia. Durante tutto il periodo romano, l'attività vulcanica fu intensa: si ha notizia di eruzioni nel 91 a.C. e sotto l'Imperatore Augusto, il quale cedette l'isola ai Napoletani in cambio di Capri. Altre eruzioni sono riportate sotto i regni di Tito, Antonino e Diocleziano.
Interventi per contrastare l'erosione delle onde: l'arenile tra il dislivello indicato dalle frecce e il mare è formato da sabbia riportata che si cerca di trattenere con barriere di massi
L'ultima eruzione di Ischia avvenne nel febbraio del 1302 quando, da un cratere apertosi nell'area di Fiaiano, uscì lava per oltre due mesi. La colata, larga da 500 a 100 m, detta una volta delle Cremate e oggi chiamata colata dell'Arso, raggiunse la spiaggia tra il Porto d'Ischia e Ischia Ponte e distrusse l'antico centro urbano della Geronda. L'eruzione seminò panico su tutta l'isola e costrinse molta gente a fuggire verso le isole vicine e la terraferma.

Da allora, l'unica manifestazione vulcanica consiste in una intensa attività fumarolica. Nonostante questo, Ischia, come i vicini Campi Flegrei e Vesuvio, è considerata un vulcano attivo, comprendendo con questa definizione tutti i vulcani che hanno avuto eruzioni in epoca storica.
La rupe del castello d'Ischia
Ora l’isola si chiama Ischia, un nome che può derivare ancora dal greco iscuròs, forte, o forse da Iscla, termine ricavato da un più antico Isle, voce gallica usata genericamente per isola.

Chiamata dal geografo greco Claudio Tolomeo fortunatissima tra le fortunate, l’isola ricava ancora oggi dalla sua origine vulcanica la principale fonte di reddito. Piani edilizi e progetti di sviluppo recenti non sempre rendono onore alla bellezza che rese famosa l’isola fin dall’antichità. Spesso intasata dal traffico e soverchiata dal rumore, conserva solo in parte il fascino del passato, peraltro sufficiente ad appagare una moltitudine crescente di turisti.
L'imbarcazione che scarica rocce davanti alla spiaggia dei Maronti, nel tentativo di limitare l'erosione che ha portato il mare quasi ai piedi degli alberghi costruiti sul litorale


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