Escursione ai vulcani dei Campi Flegrei
Un giro nei Campi Flegrei per vedere i vulcani e i prodotti delle loro eruzioni può comportare qualche difficoltà, trattandosi di un'area densamente edificata e trafficata e non rientrando la visita vulcanologica tra gli itinerari turistici più comuni. Fatta eccezione per la Solfatara di Pozzuoli, facilmente accessibile con mezzi pubblici e dotata di parcheggio per le auto private, nonché sede di un campeggio, i luoghi con possibilità di sosta e segnalati nelle più diffuse guide turistiche dell'area sono i monumenti di interesse archeologico. Questi spesso coincidono con i punti indicati nel nostro itinerario, che vuole così essere anche integrazione alla lettura di alcuni ambienti storici.
L'itinerario proposto cerca di individuare il panorama vulcanologico lungo tragitti stradali consueti, trascurando siti di altrettanto interesse per la comprensione dell'evoluzione del territorio, ma di difficile accesso.
L'escursione parte da Napoli e può essere fatta in alcune ore o comunque in una giornata in automobile. Alcuni punti dell'itinerario possono essere raggiunti con i mezzi pubblici, ma è bene informarsi prima. Con la ferrovia Cumana ci si può fermare alla stazione di La Pietra, percorrere Via Napoli a piedi e giungere fino al Serapeo a Pozzuoli. Da qui, prendendo di nuovo la Cumana, si giunge alla stazione di Lucrino, dove si può visitare il Lago di Averno e, eventualmente, salire sul Monte Nuovo. Da Lucrino, riprendendo la Cumana, si raggiunge la stazione di Torre Gaveta. Alla Solfatara si arriva per mezzo della metropolitana, fermandosi alla stazione di Pozzuoli e risalendo lungo la Domiziana per circa 500 metri.
Un tempo più lungo meritano i siti più vasti, come quello di Cuma, del Castello di Baia con il Museo Archeologico, Bagnoli e la Città della Scienza, Miseno e la Piscina Mirabilis, Monte Nuovo e molti altri.

approfondimenti collegati nel testo:
Bagnoli Miseno
Serapeo Monte di Procida
Monte Nuovo Cuma
Baia Solfatara di Pozzuoli


Itinerario dell'escursione con indicazione dei punti di sosta suggeriti

1 - Partendo da Mergellina, a Napoli, si può vedere tra gli edifici cittadini il Tufo Giallo, cioè i prodotti dell'eruzione avvenuta nei Campi Flegrei intorno a 12-15.000 anni fa. La struttura compatta della roccia come appare oggi è dovuta ai processi di saldatura che intervengono nei prodotti vulcanici dopo la loro sedimentazione, soprattutto per alterazione chimica delle particelle vetrose, che costituiscono gran parte delle ceneri emesse dai vulcani nel corso delle eruzioni esplosive.
 
Particolare del Tufo Giallo, con frammenti di rocce e di lava, piccole pomici e scorie, inglobati in abbondante cenere. La saldatura e il colore giallastro sono dovuti alle modificazioni chimiche avvenute nei granuli di cenere dopo la formazione del deposito.


Avviene un'eruzione esplosiva quando il magma arriva in superficie insieme ad abbondanti quantità di bolle gassose che, esplodendo, frammentano la massa incandescente in particelle di differenti dimensioni, chiamate piroclasti. La miscella di gas e piroclasti può alzarsi sopra il cratere per decine di chilometri (colonne eruttive pliniane) e lasciare poi cadere al suolo i frammenti di magma solido che si distribuiscono sul terreno con dimensioni decrescenti con la distanza dal vulcano (da pomici e scorie grossolane, vicino al cratere, fino a cenere finissima nelle zone più distanti).  Se il flusso di magma diventa molto abbondante e la miscela eruttiva è così densa da non potersi sollevare a formare la colonna pliniana, il materiale eruttato scivola sul terreno come il corpo di una valanga (flussi piroclastici). Quando il flusso si ferma, deposita a terra tutto il materiale trasportato, senza alcuna selezione granulometrica. I prodotti che formano il Tufo Giallo derivano da violente eruzioni esplosive, nel corso delle quali si sono susseguiti enormi flussi, formati prevalentemente da cenere. I depositi dei flussi piroclastici sono chiamati tufi vulcanici, quando sono saldati e formano una roccia compatta. Il termine vulcanologico più corretto per i depositi da flusso particolarmente estesi è ignimbrite, usato anche per descrivere il processo eruttivo (eruzione ignimbritica).
 
Schema dei due principali meccanismi di dispersione dei prodotti nel corso delle eruzioni esplosive.

Da Mergellina, salendo lungo Via Orazio, all'inizio della salita, sulla destra, appare una parete di Tufo Giallo Napoletano. In questo punto, i flussi scendevano verso il mare e il deposito reca i segni delle laminazioni che si producevano al loro interno mentre scorrevano.
 
Le frecce indicano gli affioramenti di Tufo Giallo nell'area di Mergellina.

2 - Proseguendo lungo Via Petrarca e fermandosi alla grande curva che precede gli chalet dei ristoranti, si vede dall'alto una parete verticale di circa 40-50 metri, fronte di una vecchia cava di Tufo Giallo, ora occupata da condomini.

Punto di osservazione in Via Petrarca. Nella fotografia si vede il Tufo Giallo fino al mare.
Anche in questo taglio si nota una debole stratificazione nei prodotti dei flussi, con immersione verso mare.
 
Particolare della parete di Tufo Giallo visibile da Via Petrarca.
3 - Da Via Petrarca si arriva al bordo orientale della caldera, sopra Coroglio dove, dalla rotonda che si trova all'inizio della discesa, si ha una panoramica dei Campi Flegrei.

Il Tufo Giallo all'esterno del bordo dei Campi Flegrei, nell'area di Capo Posillipo. In alto a sinistra, l'isola di Nisida.
A sinistra si osserva l'isolotto di Nisida, un piccolo vulcano successivo all'eruzione del Tufo Giallo e alla formazione della caldera. Di fronte a Nisida, verso l'interno della caldera, vi è la località di Coroglio con l'ampia area industriale di Bagnoli il cui recupero, dopo la sua chiusura definitiva, ristagna ormai da decenni tra difficoltà di ogni genere. Sullo sfondo sono visibili Capo Miseno, Procida ed Ischia. La direttrice che va da Capo Miseno verso Baia rappresenta il bordo occidentale della caldera.
 
L'area industriale di Bagnoli, l'isola di Nisida e, sullo sfondo, i profili di Capo Miseno e Ischia, visti dal promontorio di Posillipo.
Al centro, poco prima di Pozzuoli, si vede il duomo di lava di Monte Olibano, sul quale si trova l'Accademia dell'Aeronautica e poi, sulla destra, la Solfatara di Pozzuoli. Monte Olibano rappresenta una delle rare eruzioni non esplosive avvenute nei Campi Flegrei.

Il rilievo di Monte Olibano, con l'edificio dell'Accademia di Aereonautica.
La sua formazione è dovuta a una lava viscosa che si è accumulata intorno al punto di emissione, quasi senza scorrere. La contrazione della lava nel corso del raffreddamento ha provocato le fratturazioni visibili nella parte frontale del rilievo.

 
Schema dalle fasi di formazione, crescita e successiva erosione di un duomo lavico

I duomi lavici sono edifici vulcanici formati dall'emissione di lave viscose che non scorrono sul terreno formando delle colate, ma restano intorno alla bocca eruttiva. La forma iniziale può essere quella di una cupula con pareti quasi verticali ma la spinta del magma sotto il duomo in via di raffreddamento comporta una continua fratturazione della parte esterna e la formazione di blocchi di detrito che rotolano al piede del rilievo. Con il tempo, la struttura assume la forma di un cono svasato alla base. Alcuni duomi, chiamati spine, sono porzioni di magma rimaste all'interno del condotto e spinte verso l'alto dalla pressione dei gas, quasi verticali e solide. Spesso sono distrutte dalle esplosioni provocate dal gas che, dopo essere stato compresso sotto il tappo solido, riesce a liberarsi intorno alla base.
 
Schema della formazione di un duomo a spina.


In direzione di Fuorigrotta risalta la depressione di Agnano, al cui interno si trovavano le rovine delle terme romane che sfruttavano l'attività fumarolica del cratere.

Il cratere di Agnano con le opere di canalizzazione in una foto degli anni'30.
Il pianoro, dove ora spicca il tracciato dell'ippodromo, venne prosciugato nel 1866 con un impianto di canali a raggera e un emissario.

Agnano al giorno d'oggi.
Sul bordo della depressione di Agnano si trova il cratere di Astroni. Questo, come gli altri apparati intorno a Agnano, si è formato in un periodo di tempo compreso tra circa 4500 e 3500 anni fa. Il cratere è una riserva del WWF dal 1987, mentre un tempo era una riserva di caccia che Ferdinando II aprì al pubblico nel 1830. All'interno del cratere, largo due km, si trovano tre piccoli laghi, un cono di scorie e due duomi di lava che rappresentano l'attività finale di questo vulcano.

Il cratere di Astroni, dietro il quale si vede il bordo della conca di Agnano. In alto a sinistra, il bordo orientale della caldera e, sullo sfondo, il profilo del Vesuvio.
Le eruzioni di Astroni iniziarono con esplosioni, riconoscibili nel deposito stratificato che forma le pareti del cono, ormai nascoste da una fitta vegetazione. Gli orari di apertura al pubblico del cratere vanno richiesti al personale della riserva (081-5883720).
 
I Campi Flegrei visti dalla collina dei Camaldoli, in una stampa settecentesca di Fabris. La depressione di Agnano è ancora occupata dal lago e, s
ul bordo a destra, risalta il cratere di Astroni coperto di vegetazione

I coni di scorie sono edifici vulcanici, in genere di piccoli dimensioni, formati dall'accumulo dei brandelli di lava che esplosioni di modesta intensità scagliano in aria per qualche centinaia di metri. Quando le esplosioni sono intervallate da pause, l'eruzione è detta di tipo stromboliano, essendo un'attività caratteristica del vulcano Stromboli, nelle Eolie. Se le esplosioni diventano più intense si forma un getto continuo incandescente, chiamato fontana di lava.
 
Esempi di esplosioni stromboliane e di fontane di lava avvenute nel corso delle ultime eruzioni dell'Etna
Il cono di Astroni deriva da esplosioni innescate dal contatto tra il magma e l'acqua di falde sotterranee (eruzioni freato-magmatiche), in genere più violente di quelle di tipo stromboliano. Gran parte dei prodotti di queste eruzioni possono essere pezzi di rocce distrutte dalle esplosioni, mescolati a quantità molto variabili di frammenti magmatici. Il succedersi di diverse esplosioni forma un deposito di sottili strati, con piroclasti prevalentemente di piccole dimensioni, che si accumulano formando coni vulcanici ampi e poco elevati. Le esplosioni possono avvenire anche solo per il riscaldamento e l'evaporazione della falda, senza che il magma arrivi al contatto diretto con l'acqua e in superficie (esplosioni freatiche).

Fasi di formazione di un cono nel corso di un'eruzione freato-magmatica.


Proseguendo lungo la strada che scende verso Coroglio, si segue una perete di Tufo Giallo.

Il Tufo Giallo lungo la strada verso Coroglio

4 - Lungo Via Napoli, all'altezza della stazione cumana di La Pietra, la parete dietro la ferrovia è formata da cenere vulcanica, di colore giallastro, inglobante pomici e frammenti litici di varie dimensioni, eruttati dal vulcano di Monte Spina intorno a 4200 anni fa. La struttura degli strati, con laminazioni ondulate è tipica nei depositi dei flussi piroclastici molto ricchi in gas, chiamati surge.

I prodotti di Monte Spina lungo la ferrovia cumana.


Il surge è un tipo di flusso piroclastico nel quale il volume del gas è maggiore rispetto a quello delle particelle solide derivanti dalla frammentazione del magma. Data l'abbondanza di gas, un surge è meno denso e più veloce di un flusso piroclastico, ma deposita più rapidamente il materiale sul terreno, perchè gran parte dei granuli è trasportata dal movimento vorticoso della fase gassosa (turbolenza) e cade verso il basso quando manca questo sostegno. I frammenti più pesanti si depositano a breve distanza dal cratere, mentre quelli più fini vengono abbandonati sul terreno a distanze maggiori. La struttura stratificata e spesso ondulata dei depositi rispecchia una diversa concentrazione di solidi già all'interno del surge che causa variazioni nella velocità di scorrimento e di sedimentazione.
Nei flussi piroclastici le particelle solide sono più abbondanti della fase gassosa e proprio la densità della miscela ostacola la liberazione
nell'aria del gas, che rimane intrappolato più a lungo nel flusso. La fase gassosa non riesce a muoversi nella corrente densa seguendo le traiettorie circolari che provocano la turbolenza, ma segue  canali verticali, lungo i quali trascina verso l'alto le particelle che è in grado di sostenere (fluidizzazione). Al calare del contenuto in gas, con la distanza dal cratere, diminuisce anche la quantità di cenere fluidizzata che contribuiva a mantenere in sospensione e a trasportare i piroclasti grossolani. Il flusso rallenta fino a fermarsi e può depositare tutto il materiale che trasporta in massa.

Le principali caratteristiche delle correnti piroclastiche con diversa concentrazione di particelle solide rispetto alla fase gassosa.

Per questo motivo, i depositi che contengono insieme piroclasti di dimensioni molto diverse sono attribuiti alla sedimentazione di un flusso denso o flusso piroclastico in senso stretto, mentre quelli con piroclasti mediamente più piccoli e più selezionati sono attribuiti a flussi poco densi o surge.
Un singolo flusso può essere formato da strati con
diversa concentrazione di materiale e contenuto in gas. I solidi tendono a cadere formando uno strato basale più denso, mentre il gas tende ad uscire dal flusso creando zone periferiche turbolente e poco dense. In questo senso, le definizioni di flusso piroclastico e surge individuano due termini estremi di correnti piroclastiche in continua evoluzione durante lo scorrimento sul terreno.

5 - Proseguendo per Via Napoli, si arriva alla base del duomo di Monte Olibano, o dell'Accademia di Aeronautica. Dalla strada si possono vedere la parte basale del duomo, formata da brecce, e la lava del nucleo centrale del rilievo, fratturata in irregolari colonne per contrazione della massa calda durante il raffreddamento.

La parte rossastra, formata da scorie e brecce, del duomo di Monte Olibano. La zona chiara, in alto, è il nucleo di lava.
6 - Poco prima di entrare in Pozzuoli si vede la spiaggia formatasi durante gli episodi di bradisismo ascendente del 1970. Prima d'allora il mare giungeva in prossimità della vecchia strada che costeggia gli edifici e il lungomare con i giardinetti fu costruito dopo il 1972. Sullo sfondo è visibile Rione Terra, sopra una rupe di Tufo Giallo Napoletano. L'antico centro di Pozzuoli è disabitato dal 1970 per il provvedimento di evacuazione adottato a causa della crisi sismica che accompagnò la fase di bradisismo.

La costa davanti a Pozzuoli. La freccia indica l'area del lungomare formatasi nel 1972.

7 - Nel centro di Pozzuoli si trova il Serapeo, un monumento che più di ogni altro ha fornito dati per ricostruire i movimenti relativi tra suolo e mare nelle ultime due migliaia di anni. Il Serapeo, nel I sec a.C., era un mercato romano costruito pochi metri sopra il livello del mare, mentre già il suolo era in abbassamento. Subito furono necessari lavori di restauro e, nel II-III sec d.C., fu aggiunto un secondo pavimento.

I resti del mercato romano, detto Serapeo, al centro di Pozzuoli.

Gli sprofondamenti del monumento sono stati fedelmente registrati dai molluschi marini che vivono a pelo dell'acqua e scavano i loro rifugi nelle rocce (lithodomus dactylus). I molluschi hanno intaccato le tre grandi colonne ancora in piedi fino a 10 metri dalla base, misura del massimo abbassamento del suolo tra epoca romana e il 1538. Non è noto quando sia iniziata l'inversione del bradisismo, ma la fase di massimo rigonfiamento del suolo, e la completa emersione del Serapeo, coincisero con l'eruzione del 1538.

Un'immagine del Serapeo invaso dall'acqua negli anni '50.

Dopo l'eruzione, il suolo riprese il movimento verso il basso durato fino al 1969. L'acqua invase interamente il pavimento del Serapeo fino a buona parte della piattaforma circolare interna, lasciando il segno scuro visibile sulle colonne al centro. A partire al 1969 fino al 1972 e poi dal 1982 fino al 1984, il suolo è risalito portando di nuovo il monumento tutto al di sopra dell'acqua. Dall'inizio del 1985 è iniziata una fase di abbassamento che continua tuttora, con oscillazioni verso l'alto.

Particolare delle colonne del Serapeo con i segni dei diversi livelli delle acque marine

8 - Continuando lungo la strada che porta verso Arco Felice, in località La Starza si percorre un tratto alto sopra il livello del mare di circa 40 metri. Il rialzo è formato da strati di sabbie e ciottoli di spiaggia, alternati a prodotti vulcanici, sollevati nella posizione attuale da un movimento della costa variabile e decrescente da Est a Ovest. Nella parte più interna della caldera sono state trovate linee di spiaggia fossili in posizioni ancora più elevate, fino a quote di 60-70 metri dal livello odierno della costa.

La linea indica il tratto di costa in località La Starza, che comprende depositi di spiaggia e prodotti vulcanici, sollevato di circa 40 m.

9 - Giunti ad Arco Felice, si prosegue verso il lago Lucrino, un nome derivante da lucre, a ricordo del profitto che traevano i romani dalla coltivazione delle ostriche nelle sue acque. La tradizione vuole che, dopo aver rubato i buoi a Gerione, Ercole li fecesse passare su una lingua di terra costruita da lui stesso sul mare, isolando così le acque del lago di Lucrino. Vicino alle sponde di questo lago si trovano le grotte, chiamate Stufe di Nerone, scavate nel tufo per sfruttare la temperatura delle fumarole vulcaniche.
Intorno alle grotte, in epoca romana, sorse un vasto impianto termale che si stendeva su tutto il fianco del pendio e che furono usate almeno fino al Medio Evo. Nello stesso luogo ora si trova funzionante un complesso di piscine e saune naturali a varie temperature, molto frequentato. Prima di giungere al lago, si gira a destra in direzione del lago d'Averno.

L'area Sud-occidentale del Golfo di Pozzuoli.
Il lago di Averno occupa il cratere formato da un'eruzione avvenuta intorno a 3700 anni fa all'interno di una struttura vulcanica precedente, detta Archiaverno. I prodotti delle eruzioni dell'Archiaverno si possono vedere, anche se non da vicino essendo su terreni privati, sulle pareti del cratere rivolte al lago. Si tratta di una successione di strati di cenere giallastra, con strutture ondulate, tipica delle eruzioni esplosive con formazione di flussi ricchi in gas.

Il lago di Averno in una stampa d'epoca di Pietro Fabris.
Quelli dell'eruzione di Averno si trovano all'esterno del bordo craterico, con un raggio di distribuzione poco ampio. Il deposito consiste in strati di pomici che testimoniano una serie di esplosioni e la formazione di una colonna eruttiva alta qualche chilometro. Alle pomici si alternano strati di ceneri, probabilmente rimaste in sospensione nell'aria e cadute al suolo tra un'esplosione e l'altra. La parte superiore del deposito è formata da cenere sedimentata dai flussi finali dell'eruzione. Nella cenere si trovano piccoli aggregati sferici (pisoliti vulcaniche) che si formano quando nella miscela eruttiva vi è vapore acqueo.

Strati di pomici e ceneri dell'eruzione di Averno .

Dal lago di Averno si vede Monte Nuovo, il cono vulcanico formatosi nel 1538 durante l'ultima eruzione avvenuta nei Campi Flegrei.


Monte Nuovo visto da Punta dell'Epitaffio. In primo piano una frana che interrompe il collegamento litoraneo tra Pozzuoli e Baia (febbraio 2009)

Sullo sfondo si nota il Tempio di Apollo, la cui presenza testimonia che i flussi piroclastici, verificatisi durante l'eruzione di Monte Nuovo, non furono così violenti da distruggere l'edificio. L'eruzione ha tuttavia cancellato un piccolo villaggio chiamato Tripergole.

Profilo di Monte Nuovo.

10 - Riprendere la strada fino a Baia, dove è possibile visitare l'imponente complesso termale di epoca romana che faceva parte del palazzo imperiale di Nerone, ora sommerso fra Baia e Lucrino.

La costa tra Baia e il lago di Lucrino, visibile ai piedi di Monte Nuovo. La freccia indica i ruderi romani, in corrispondenza dei quali sorsero i bagni termali del Sole e della Luna riportati nei codici medioevali
Salendo verso il castello aragonese di Baia, in corrispondenza del secondo tornante, si vedono i due crateri di Fondi di Baia che appartengono all'ultimo ciclo di attività dei Campi Flegrei. Dal castello, che sorge su uno sperone di Tufo Giallo Napoletano e ospita il museo Archeologico, si ha un ampio panorama dei Campi Flegrei.

Il castello di Baia.

Giungendo a Bacoli, si gira a destra in direzione di Monte di Procida, da dove si vede l'area del porto di Miseno e Capo Miseno, un cono vulcanico in progressivo smantellamento a causa dell'erosione marina.

Capo Miseno è formato da un cono in parte demolito dall'erosione.

Capo Miseno chiude l'articolata insenatura, con il lago di Lucrino e la penisola di Punta Pennata che rappresenta anch'essa il bordo di un cratere.

Il lago di Lucrino e il porto di Moseno, visiti da Monte di Procida. Sullo sfondo il lato orientale del golfo di Pozzuoli.
Il promontorio di Monte di Procida è formato dai prodotti di eruzioni avvenute nell'area di Procida, nel Canale di Procida e nei Campi Flegrei. Il rilievo delimita a occidente la caldera, attorno e all'interno della quale vi sono gli edifici vulcanici più recenti.

Panoramica da Monte di Procida verso Capo Miseno.

11 - Scendendo verso il mare, si arriva alla spiaggia di Acquamorta, chiusa a Ovest dal duomo di lava di S. Martino. Nella parete che sovrasta la spiaggia si vedono i prodotti dell'attività più antica dei Campi Flegrei e quelli di alcune eruzioni delle vicine isole di Procida e Ischia.

La parte occidentale della spiaggia di Acquamorta con l'isolotto di San Martino.

Tra i prodotti vulcanici visibili nella falesia di Acquamorta, nella parte centrale, risalta uno strato formato da piccole scorie scure, attribuite all'eruzione di Fiumicello, avvenuta sull'Isola di Procida.

La falesia di Monte di Procida presso la spiaggia di Acquamorta.

A diverse altezze, vi sono livelli di cenere di colore rossiccio. Questo indica che i prodotti vulcanici hanno avuto tempo, tra un'eruzione e l'altra, di trasformarsi in suolo umificato (paleosuolo) e, nello stesso tempo, che questa area dei Campi Flegrei non fu invasa per lunghi intervalli da prodotti vulcanici.

La parte centrale della falesia di Acquamorta.
Sopra un paleosuolo particolarmente evidente, un deposito, chiamato Breccia Museo, deve il suo nome alla presenza di materiale grossolano eterogeneo (pomici, scorie, pezzi di ossidiana e di rocce sedimentarie), inglobato in quantità variabile di materiale fine. La sua origine è al centro dei dibattiti tra vulcanologi da decenni, rappresentando, secondo alcuni autori, un deposito riconducibile all'Ignimbrite Campana e, secondo altri, quello di un'eruzione avvenuta nel Canale di Procida.

Il tratto di costa di Monte di Procida tra Acquamorta e Miliscola.

Tornando al molo, si può proseguire lungo la spiaggia in direzione di Miliscola, ai piedi dell'altro lato di Monte di Procida.

Panoramica dei tratti di falesia visibili ai piedi di Monte di Procida.
Appena dopo il molo, a livello del mare affiora la Breccia Museo che riempie un'incisione esistente prima dell'eruzione. Proseguendo lungo la spiaggia, gli strati della Breccia Museo e quelli sottostanti, ricoprendo l'antica morfologia, si trovano verso l'alto della parete.

La falesia di Acquamorta verso Miliscola.

12 - Tornati su Monte di Procida, si scende in direzione del lago del Fusaro e, in località Torregaveta, dove la strada si apre verso il mare, sulla sinistra affiora, prima tra le case e poi in una vecchia cava, il Tufo Giallo Napoletano.

Il Tufo Giallo Napoletano in località Torregaveta.
Arrivando ad affacciarsi verso il mare, si vede il Tufo Giallo che si appoggia sui Tufi di Torregaveta. Sotto questi, vi è la Breccia Museo, poi i prodotti stratificati visti lungo la spiaggia di Acquamorta ed infine, a livello del mare, le lave. Verso il mare, il Tufo Giallo presenta i segni della giacitura originale che risale su una paleomorfologia ormai completamente erosa dal mare.

La falesia di Torre Gaveta con il Tufo Giallo che ricopre i prodotti delle eruzioni precedenti.

13 - Proseguendo lungo il Lago del Fusaro si raggiunge il rilievo di Cuma, formato da lave delle prime eruzione avvenute nei Campi Flegrei, e poi coperto dai prodotti del Tufo Giallo Napoletano. La visita agli scavi archeologici dell'acropoli greca e delle opere romane successive è più che consigliata.

Il corridoio di accesso all'antro della Sibilla a Cuma, scavato nel Tufo Giallo Napoletano.

14 - Riprendendo la Domiziana, si giunge alla Solfatara di Pozzuoli (ingresso a pagamento). L'ampio cratere, uno tra quelli formatisi dopo 3500 anni fa, è circondato da numerose fumarole e ha al centro la cosiddetta fangaia, un'area che fino a tempi molto recenti era piena di fango ribollente per effetto della risalita di bolle di gas.

Le intense fumarole nel cratere della Solfatara.

Nei pressi di un vecchio edificio ormai franato, si trova il cratere di una fumarola, ampio alcuni metri, che si è progressivamente allargato a partire dal dicembre del 1984, quando fu emesso un violento getto di vapore. Immediatamente alle spalle, le esalazioni a più alta temperatura (157°C) impediscono la crescita della vegetazione lungo tutta la scarpata. Le pareti intorno al cratere della Solfatara mostrano strati di materiale di varie dimensioni, con prevalenza di ceneri.

Gli strati di cenere che formano la parte superiore del cratere della Solfatara.
Alla base vi è una breccia, seguita da alcuni metri di depositi da flusso, per lo più alterati dall'attività fumarolica. Questi prodotti ricoprono il duomo di lava di Monte Olibano, formatosi precedentemente. All'interno della breccia basale, che testimonia la fase esplosiva con cui il magma si è aperto la strada verso la superficie, si trovano infatti numerosi frammenti lavici derivanti dal duomo stesso.

Il cratere della Solfatara, formatosi a ridosso del rilievo di lava di Monte Olibano.
All'interno della Solfatara, la guida propone un piccolo esperimento sui fenomeni di condensazione del vapore accendendo una torcia di carta in prossimità delle fumarole. Le particelle di cenere generate dalla torcia costituiscono nuclei di condensazione per il vapore, per cui sembra che improvvisamente l'attività fumarolica aumenti di intensità.

L'area centrale del cratere della Solfatara

In diversi punti all'interno del cratere si trovano strumenti per il controllo dell'attività sismica. In corrispondenza del bordo interno, a una profondità di 2-4 km, erano localizzati buona parte dei terremoti di magnitudo più elevata della crisi di bradisismo del 1982-84. All'ingresso, in prossimità del bar, sono collocati i monitor dell'Osservatorio Vesuviano che riportano la temperatura di alcune fumarole.


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