CAMPI FLEGREI

argomenti:
1 - LE ERUZIONI PREISTORICHE
2 - L'ERUZIONE DI MONTE NUOVO
3 - IL BRADISISMO
4 - LA SITUAZIONE ATTUALE
5 - I MITI E LA STORIA
6 - ESCURSIONE ai vulcani dei Campi Flegrei


Un'immagine dell'area Campana, con le aree vulcaniche dei Campi Flegrei, Ischia, Procida e il Vesuvio (foto NASA)


1 - LE ERUZIONI PREISTORICHE
L'ampia area dei Campi Flegrei descrive già con il nome, che deriva dal greco e significa campi ardenti, la sua caratteristica principale. Tutta la zona, infatti, è vulcanica, ma con una struttura piuttosto singolare, almeno per chi si aspetta un vulcano con la forma di cono troncato.

Un'immagine settecentesca dei Campi Flegrei con il lago nel cratere di Agnano, prosciugato all'inizio del '900.
Al contrario, qui si trova una superficie ribassata, ampia circa 12x15 km, che forma un semicerchio bordato da numerosi coni e crateri vulcanici, prevalentemente formatisi ognuno nel corso di una sola eruzione.

L'area dei Campi Flegrei con le principali strutture vulcaniche (mod. dal sito www.ov.ingv.it)

Le aree vulcaniche di questo tipo, di forma più o meno rotonda e sprofondate rispetto al territorio circostante, sono chiamate in vulcanologia caldere. Le caldere si formano dopo violente eruzioni, nel corso delle quali sono emessi rapidamente volumi di magma tali da causare collassi, a profondità di decine di km, che si propagano fino alla superficie.

Panoramica dei Campi Flegrei da Sud-Ovest. In primo piano Capo Miseno
Il fondo di una caldera può avere ulteriori sprofondamenti muovendosi lungo le fratture che lo delimitano e che diventano la via di risalita del magma per le eruzioni successive. Nuovi accumuli di magma in profondità, e di gas che da questo si liberano, possono rigonfiarlo senza dar luogo ad eruzioni, provocando movimenti del suolo che prendono il nome di bradisismo.


Il Castello di Baia.

L'attività vulcanica dei Campi Flegrei iniziò in corrispondenza dell'odierna area di Cuma intorno a 50-45.000 anni fa. Eruzioni molto violente che, fortunatamente, in epoche più vicine al presente non si sono più ripetute con quelle dimensioni, colpirono i primi uomini che, fin dalla più lontana preistoria, già occupavano queste terre.

Il rilievo di Cuma, sul quale sorse l'insediamento greco, è formato dai prodotti delle eruzioni più antiche (circa 50.000 anni fa). In primo piano, prodotti di un'eruzione successiva, il Tufo Giallo Napoletano (12-15.000 anni fa).
La presenza di insediamenti stabili in un territorio così inospitale può sembrare impossibile, ma i ritrovamenti archeologici dimostrano che diversi nuclei umani sfidarono fin da allora la violenza della natura. Gli approdi riparati dai venti, la terra fertile, il clima mite e i numerosi promontori adatti all'avvistamento dei nemici erano vantaggi che a quei tempi probabilmente compensavanole calamità naturali.

La strada dell'insediamento greco sulla rupe di Cuma.
Inoltre, le eruzioni, per quanto improvvise e devastanti, avevano tempi diversi da quelli umani e, tra un evento e l'altro, intere generazioni potevano prosperare, costruendo le basi per lo sviluppo di un'area destinata a diventare il centro vitale del Mediterraneo.

Il promontorio di Capo Miseno, un cono vulcanico sezionato dall'erosione

I prodotti vulcanici creavano alterne condizioni di vita e, pur cancellando ogni cosa al loro passaggio, diventavano poi terreni eccezionalmente fertili che si coprivano di folta vegetazione. Questa era una circostanza determinante quando il sostentamento derivava esclusivamente dalle risorse del territorio e, nonostante le ripetute distruzioni, l'uomo si è sempre reinsediato in tempi relativamente brevi in questi luoghi.

I resti di un cono vulcanico formano l'isola di Nisida

Così deve essere successo nel Paleolitico, dopo che una serie di eruzioni di straordinaria violenza, il cui evento principale è datato intorno a 37-40.000 anni fa, ricoprì tutta la Piana Campana di prodotti vulcanici.

Una cava d
i Ignimbrite Campana vicino Caserta
L'eruzione ebbe fasi esplosive nel corso delle quali si formarono enormi flussi di pomici e ceneri che, spinti dai gas, scivolarono sul terreno e si allargarono fino agli Appennini. Questi prodotti col tempo si compattarono fino a diventare una roccia leggera e resistente, chiamata Tufo Grigio o, più propriamente, Ignimbrite Campana.

L'Ignimbrite Campana nei pressi di Lauro, in provincia di Avellino.
I flussi furono preceduti da una colonna eruttiva, alta almeno 35-40 km, a giudicare dall'esteso manto di pomici che si trova alla base dell'Ignimbrite Campana e sul fondo di tutto il Mediterraneo orientale. In base alla quantità di prodotti, il cui spessore varia fra i 20 e i 60 metri, il volume di magma emesso nel corso dell'eruzione è stimato in circa 100 km3. Ancora non c'era il Vesuvio e forse nemmeno l'ampio vulcano del Monte Somma, i cui resti ora circondano il suo cono.

Le due linee tratteggiate indicano lo strato di pomici alla base dell'Ignimbrite Campana.

L'evoluzione da colonna eruttiva sostenuta a flussi piroclastici è frequente nelle eruzioni esplosive quando cresce il tasso di emissione (cioè la quantità di materiale che esce dal cratere in un'unità di tempo) e la miscela eruttiva diventa così densa da non riuscire a salire verso l'alto. In queste condizioni, le pomici, i pezzi di roccia, la cenere e il gas che escono dalla bocca del vulcano formano un'impetuosa e torrida fiumana che scorre rasentando il terreno.

Schema del meccanissimo di collasso di una colonna eruttiva sostenuta e formazione dei flussi piroclastici.

I flussi dell'Ignimbrite Campana devono essere stati immani e la loro energia di propagazione tanto elevata da poter superare rilievi alti 800 m, arrivando al di là della penisola Sorrentina e nella piana di Salerno. In alcuni casi, dopo essersi depositati sui pendii, i prodotti rifluirono verso il basso, riempiendo intere vallate e spianando un vasto territorio.

L'Ignimbrite Campana lungo nella valle del fiume Garigliano, circa 50 km a Nord dei Campi Flegrei.
Nel paesaggio lunare lasciato dall'eruzione, i fiumi che scendevano dall'Appennino furono costretti a scavarsi un nuovo corso, iniziando con la loro opera di erosione a rimodellare il paesaggio. Per raggiungere il livello del mare, i fiumi incisero la costa con profondi valloni, ancora riconoscibili nella zona di mare davanti al golfo.

Il porto di Miseno, nei Campi Flegrei e, sullo sfondo, Procida e Ischia.
Dopo l'eruzione dell'Ignimbrite Campana, l'attività vulcanica si distribuì su una zona che comprendeva, oltre ai Campi Flegrei, anche le aree di Procida e di Napoli. Tra Procida e Monte di Procida, dove ora vi sono due chilometri di mare, le eruzioni iniziarono circa 40.000 anni fa, in corrispondenza dell'isolotto di Vivara.

L'isola di Vivara.
Del vulcano di Vivara non rimane che parte del cratere a formare la piccola isola a mezzaluna, in cui si vede una successione di prodotti tipici delle esplosioni causate dal contatto fra magma e acqua.

L'isola di Procida e, in alto al centro, l'isolotto di Vivara.
Successive a quelle di Vivara furono due eruzioni di lava viscosa che formarono Punta Ottimo (a Procida) e S. Martino (a Monte di Procida).

L'isolotto di S. Martino.
Nello stesso periodo avvennero le deboli esplosioni che costruirono il cono di scorie di Monte Grillo (a Monte di Procida) e le eruzioni del vulcano di Punta Serra (a Procida).

La falesia di Monte di Procida verso Miliscola.
Un evento esplosivo più violento (eruzione di Fiumicello) avvenne a Procida circa 31.000 anni fa. Ceneri e piccole scorie scure, trasportate da flussi turbolenti e ricchi in gas, coprirono l'isola e arrivarono fino a Monte di Procida.

La freccia indica i prodotti dell'eruzione di Fiumicello visibili sulla falesia di Acquamorta a Monte di Procida.
Intorno a 27.000 anni fa, una fase di deboli eruzioni esplosive è testimoniata da strati di scorie, visibili sull'isolotto di S. Martino e lungo la falesia di Monte di Procida. Nell'area di Procida, l'attività terminò circa 17.000 anni fa con esplosioni che coprirono di cenere giallastra buona parte dell'isola, la vicina Vivara e arrivarono fino alla costa di Monte di Procida (eruzione di Solchiaro). Sulla terraferma, le eruzioni successive avvennero circa 14.000 anni fa nei pressi di Torregaveta

La sovrapposizione dei prodotti vulcanici lungo la costa orientale dell'isola di Procida.
Il territorio subiva continui e rapidi cambiamenti ad ogni eruzione. A questo si aggiungevano le lente variazioni del livello del mare, causate soprattutto dall'alternarsi di periodi interglaciali, climaticamente simili a quello odierno, a epoche glaciali in cui le calotte polari si espandevano fino a latitudini ora temperate.

Panoramica del Golfo di Pozzuoli verso Capo Miseno.
Durante l'ultima fase di espansione dei ghiacciai, circa 18.000 anni fa, il mare raggiuse picchi di 85 metri al di sotto dell'attuale e i prodotti vulcanici coprirono terre, con probabili forme di vita, più ampie di quelle odiere, poi tornate nuovamente sott'acqua.

Ricostruzione della possibile linea di costa nell'area campana nel corso dell'ultima glaciazione.

La linea di costa poteva essere spostata al largo di 2-3 km nella parte meridionale del golfo di Napoli e forse tra i 5-10 km in corrispondenza dei Campi Flegrei, in modo che la penisola Sorrentina risultava riunita a Capri, e si estendeva a Nord in maniera continua fino all'isola d'Ischia.

Le isole di Ischia e Procida e i Campi Flegrei sullo sfondo.
Il ritorno a condizioni climatiche più miti e il progressivo sciogliersi dei ghiacciai, ripristinarono l'afflusso al Mediterraneo di grossi corsi d'acqua. Favorito anche dai movimenti della crosta terrestre, il livello del mare tornò lentamente intorno alla posizione odierna.

La zona occidentale del Golfo di Napoli, in località Marechiaro, formata dai prodotti dell'eruzione del Tufo Giallo.
Intorno a 12.000-15.000 anni fa, un evento di dimensioni catastrofiche sconvolse nuovamente la regione. Seppure di volume inferiore (tra 20 e 50 km3 di prodotti, distribuiti su un'area di circa 350 km2) rispetto all'Ignimbrite Campana, l'eruzione deve aver modificato profondamente la morfologia e l'ambiente di tutta l'area, modellando il Golfo di Napoli più o meno nella forma che conserva tutt'ora.

Il Tufo Giallo Napoletano (sopra la linea tratteggiata) sul bordo orientale della caldera flegrea. In alto a sinistra, gli edifici della città di Napoli.

Anche in questo caso, forse non si trattò di un solo evento, ma di una successione di diverse esplosioni che provocarono ondate di flussi di cenere. I prodotti coprirono tutta l'area dove ora sorge Napoli, formando i rilievi della collina di Posillipo e del Vomero e, con il tempo, diventarono una roccia compatta, chiamata Tufo Giallo Napoletano.

Il Tufo Giallo Napoletano contro il rilievo della collina di Cuma.
La grande quantità di Tufo Giallo presente oltre il bordo orientale della caldera, indicherebbe che i flussi provenivano da una zona dei Campi Flegrei spostata in quella direzione.

Il Tufo Giallo Napoletano tra Napoli e Nisida. La freccia indica la villa imperiale Pausylipon del I sec. a.C.
Verso Ovest, si accumularono sopra i prodotti delle eruzioni di Torregaveta e a Nord finirono contro e sulla collina di Cuma.


Nella falesia di Torregaveta il Tufo Giallo si appoggia sopra la Breccia Museo e i tufi di Torre Gaveta.

E' probabile che proprio la rapida emissione della grande quantità di magma avvenuta nel corso dell'eruzione del Tufo Giallo abbia causato, o accentuato, lo sprofondamento della parte centrale dei Campi Flegrei. Le rocce che racchiudevano il serbatoio magmatico, in parte lasciato vuoto dall'eruzione, si fratturarono e collassarono, innescando ribassamenti in profondità che si propagarono fino alla superficie.

Il Tufo Giallo Napoletano (frecce) a Torregaveta.
L'eruzione fece tabula rasa di ogni forma di vita, ma nello stesso tempo creò i presupposti per la straordinaria avventura di una regione che l'attività vulcanica rendeva invivibile e che poi, in tempi relativamente brevi, restituiva più generosa di prima. Le terre devastate dalle eruzioni furono occupate in successione da vari popoli che si contesero un territorio tanto fragile quanto ricco di risorse.

Una parete di Tufo Giallo tra le case di Posillipo

Non sorprende, però, che l'uomo sia tornato nel cuore dei Campi Flegrei molto tempo dopo l'eruzione del Tufo Giallo, essendo l'area compresa tra Monte di Procida, da un lato, e le colline di Posillipo dall'altro, rimasta dopo la formazione della caldera al di sotto del livello del mare. Il golfo di Pozzuoli, i promontori e le insenature che vediamo ora, si delineeranno solo in seguito ad una successiva serie di eruzioni avvenute lungo i bordi della depressione.

Da Capo Miseno, un cono sezionato dall'erosione, si dominano i golfi di Pozzuoli e di Napoli.
I numerosi coni, più recenti del Tufo Giallo, che punteggiano il bordo della caldera, seguono l'andamento delle fratture lungo le quali avvenne il collasso dell'area e che sono diventate, negli ultimi 10.000 anni, le vie seguite dal magma per arrivare in superficie.

Il cratere di Monte Spina, in primo piano, e quello di Agnano, con l'ippodromo all'interno. Sullo sfondo il bordo della caldera e gli abitati di Pianura, a sinistra, e Soccavo, a destra.
Quindi, nel periodo che rappresenta l'inizio e lo sviluppo del Neolitico, fino all'Eneolitico, il territorio dei Campi Flegrei era soggetto a profonde trasformazioni e poco adatto agli insediamenti umani. Solo intorno a 5000 anni fa il golfo assumerà una conformazione tale da consentire il tranquillo sviluppo di agglomerati, i quali rimasero tuttavia soggetti a sporadici eventi vulcanici di portata minore.

Il canale di Procida e Capo Miseno in primo piano. In alto a destra si vede Monte di Procida e, di fronte, Procida e Ischia in lontananza.

La morfologia dei Campi Flegrei presenta due depressioni quasi concentriche, considerate la conseguenza delle eruzioni esplosive dell'Ignimbrite Campana, la più ampia, e del Tufo Giallo quella più interna. L'esistenza o meno di un doppia caldera è un problema discusso da decenni tra i vulcanologi.

Il Tufo Giallo Napoletano verso Capo Posillipo, confine tra il Golfo di Pozzuoli e quello di Napoli.
Se la depressione associata all'eruzione del Tufo Giallo Napoletano è riconoscibile nella struttura della Baia di Pozzuoli e nella posizione a contorno dei coni successivi, quella più ampia attribuita all'eruzione dell'Ignimbrite Campana non è altrettanto chiara.

Disposizione degli apparati vulcanici all'interno della caldera Flegrea. Le linee tratteggiate approssimano le aree di ribassamento a seguito delle eruzioni del
l'Ignimbrite Campana (quella esterna) e del Tufo Giallo Napoletano l'altra. (mod. da Kilburn e McGuire)
Uno dei punti in discussione è il fatto che i prodotti dell'Ignimbrite Campana sono abbondanti a Nord e a Sud-Est dei Campi Flegrei, ma mancano completamente su Procida e Ischia. Le due isole già esistevano al tempo dell'eruzione e, data la breve distanza dall'ipotizzato centro di emissione, ci si aspetterebbe che almeno in parte fossero state raggiunte dai prodotti di un'eruzione simile.

La Breccia Museo lungo la spiaggia di Ac
quamorta nei Campi Flegrei
Un altro argomento di dibattito è il deposito caotico, chiamato Breccia Museo per la varietà della sua composizione, derivante da esplosioni che frantumarono rocce di vario genere. Questo deposito è spesso associato all'apertura delle bocche dalle quali avvenne l'eruzione dell'Ignimbrite Campana.

La costa del Golfo di Pozzuoli, da Monte Nuovo, a sinistra, al Gauro.
Le brecce vulcaniche si accumulano nei pressi del punto di emissione, essendo formate da prodotti grossolani e pesanti che non possono essere trasportati molto lontano. Al contrario, la Breccia Museo è scarsa (o forse addirittura assente) nell'area dei Campi Flegrei, mentre è particolarmente abbondante lungo una striscia di 10-12 km, a Nord-Ovest, tra Napoli e Villa Literno.

La Breccia Museo a Punta della Lingua (Procida).

Per quanto non sia nemmeno scontato che tali brecce siano ricollegabili all'eruzione dell'Ignimbrite Campana, qualora fosse, la loro distribuzione suggerisce che l'eruzione, o più probabilmente la serie di eruzioni che hanno lasciato sul terreno l'Ignimbrite Campana, siano avvenute lungo fratture lineari esterne ai Campi Flegrei e che la struttura semi-circolare che abbraccia il campo vulcanico derivi da fenomeni erosivi o comunque da eventi non direttamente ricollegabili all'attività vulcanica. In questo caso, gli isolati accumuli di brecce, visibili a Monte di Procida e a Procida, sarebbero prodotti di eruzioni avvenute nel braccio di mare tra le due località.

Particolare della Breccia Museo


In ogni caso, negli ultimi 10.000 anni le eruzioni si sono concentrate lungo un anello non più ampio di 4-5 km che demarca il bordo del ribassamento causato dall'eruzione del Tufo Giallo. Si tratta di eruzioni di modesto volume (circa 1 km3 di prodotti o meno ciascuna), quasi tutte esplosive, intervallate da almeno due lunghi periodi di quiescenza, tra 8000 e 4500 anni fa e tra 3000 anni fa e il 1538, anno dell'ultima eruzione dei Campi Flegrei.

Il lago di Averno occupa un cratere formato da diverse eruzioni esplosive, l'ultima delle quali è avvenuta intorno a 3700 anni fa.
Nel corso della prima fase di stasi, l'evento geologico più importante avvenuto nell'area è stato il sollevamento della costa, ancora evidente in un blocco lungo 5 km tra La Solfatara e Monte Nuovo.

Il cratere della Solfatara di Pozzuoli.
Questo terrazzo marino, visibile in località La Starza, si trova attualmente circa 40 m sopra il livello del mare e reca nella parete verticale le tracce di tre antichi livelli di spiaggia, l'ultimo datato a 4500 anni fa.

La linea indica il tratto di costa rialzato di circa 40 m  sopra il livello del mare in località La Starza.

Nel periodo relativamente breve che va da 4500 a 3000 anni fa, si sono avute nei Campi Flegrei un numero rilevante di eruzioni, avvenute dai crateri di Fondi di Baia, Agnano-Monte Spina, Solfatara, Monte Olibano, Astroni, Averno e Senga.

Il cono del Gauro.

Questi eventi, pur di dimensioni molto piccole rispetto alle grandi eruzioni che formarono la caldera, cambiarono la fisionomia del territorio e distrussero alcuni insediamenti locali. Ancora una volta, gli uomini lasciarono sotto i prodotti vulcanici le tracce della loro presenza e delle loro fughe.

Le fumarole all'interno della Solfatara di Pozzuoli

Nonostante tutto, la posizione degli insediamenti stabili, con primordiali forme di agricoltura, rivela che gli antichi occupanti di queste terre erano meno sprovveduti di quanto si potesse pensare. I villaggi sorsero nei luoghi individuati dall'intuito dell'uomo primitivo, profondo osservatore della natura, e solo gli eventi più violenti e inaspettati poterono colpirli irrimediabilmente.

Un'immagine dei Campi Flegrei con, in primo piano, l'ex area industriale di Bagnoli


Paradossalmente, le eruzioni più pericolose per l'uomo sono quelle che maggiormente preservano le testimonianze del passato. Le eruzioni esplosive, infatti, conservano sotto i loro prodotti ogni cosa quasi intatta (basti pensare a Pompei). Al contrario, le eruzioni meno violente, quelle effusive che producono colate di lava, difficilmente provocano vittime, ma sopprimono irrimediabilmente ogni traccia di vita.

I prodotti dell'eruzione di Averno, avvenuta 3700 anni fa, caduti da una colonna eruttiva che si alzava, a impulsi, per qualche km sopra il cratere, formano una successione di strati di pomici alternati a strati di cenere.
Il percorso di una colata di lava è quasi prevedibile, come quello di un denso corso d'acqua, e bisogna arrivare ai nostri tempi perchè l'uomo sia così irresponsabile da collocare i propri beni lungo il possibile tragitto della lava.

Il rilievo su cui sorge l'Accademia dell'Aeronautica è una delle rare strutture vulcaniche dei Campi Flegrei che non si è formata con eruzioni esplosive, ma per l'accumulo di lava viscosa intorno al punto di emissione.
Le eruzioni dei Campi Flegrei, dopo quella del Tufo Giallo, furono di piccole dimensioni, ma quasi tutte esplosive. Le pomici coprirono come un manto di neve i villaggi preistorici e l'impatto dei flussi non fu tale da demolirli completamente. Così, millenni dopo, studiando gli strati di pomici e di ceneri, si conosce la storia dei vulcani e insieme quella di coloro che furono testimoni, e vittime, delle loro eruzioni.

Il lago di Lucrino e sullo sfondo Procida e Ischia.

Sulla costa Sud-occidentale dei Campi Flegrei, nella località di Monte di Procida, i reperti di un insediamento (frammenti di ossidiana e di selce, forse importati da Palmarola, la più vicina isola dotata di questa tagliente roccia vulcanica, insostituibile fino all'avvento dei metalli) sono coperti da uno strato di ceneri attribuite ad un'eruzione avvenuta tra il 2700 e 2500 a.C. dal vulcano di Fondi di Baia.

Il Castello di Baia e, al centro, uno dei crateri di Fondi di Baia.
A Fuorigrotta e nella Città di Napoli sono stati trovati reperti e tombe dell'età del Bronzo coperti da prodotti dell'eruzione di Astroni avvenuta fra il 1800 e il 1700 a.C.

I due crateri di Fondi di Baia

Nei Campi Flegrei, in località Montagna Spaccata, vi sono tracce di un insediamento datato fra il 1400 e il 1300 a.C., coperto da prodotti vulcanici che possono essere dell'eruzione di Senga, avvenuta dopo quella di Astroni, la quale ha probabilmente causato l'abbandono del villaggio.

L'interno del cratere di Astroni, con un residuo di acqua sul fondo. In secondo piano si vede il bordo del vulcano Monte Spina e, sullo sfondo, l'isolotto di Nisida.
Nonostante la tenacia degli uomini, la frequenza delle eruzioni in un'area così piccola deve aver lasciato il segno se, nell'età del Bronzo, il livello di sviluppo in queste zone non è paragonabile a quello delle civiltà dell'Egeo o del Mediterraneo Orientale.

La parete visibile dal lago di Averno, formata dai prodotti vulcanici eruttati dal centro chiamato Archiaverno

Si trovano tuttavia indizi della presenza stabile di popolazioni italiche e, per i nuclei sorti lungo la costa, vi sono evidenze di scambi con mercanti micenei.


Panoramica dei Campi Flegrei, con Monte di Procida in primo piano.
Le tracce di chi vide quelle eruzioni costituiscono un dato che manca in ogni altra parte del mondo e che consente di dare una collocazione cronologica a eventi vulcanici avvenuti in tempi molto remoti per l'uomo, oltre che di valutare la dimensione delle loro conseguenze.

Un tratto di costa dei Campi Flegrei
dove risalta la concentrazione di edifici


L'ERUZIONE DI MONTE NUOVO

L'ultima eruzione dei Campi Flegrei è avvenuta nel 1538. La data non è così lontana da poter considerare definitivamente conclusa la storia vulcanica di un'area che probabilmente, in passato, è tornata in attività dopo fasi di riposo anche molto più lunghe. Ma per la memoria umana, questo tempo è stato sufficiente a consentire un'espansione urbana che ignora completamente il possibile rischio.

Il cratere di Monte Nuovo eil lago di Averno.
Prima dell'eruzione, tutta l'area continuava a dimostrare il suo provvisorio stato di quiete sollevandosi e abbassandosi ciclicamente. Mentre il movimento del suolo verso il basso costringeva, dopo impari lotta, ad abbandonare vaste aree ed edifici monumentali, quando il movimento si invertiva, pur accompagnato dal dissesto di molti manufatti, poteva restituire terreni in misura ancora più abbondante di quanti ne avesse tolti.

Monte Nuovo (in primo piano, a sinistra) e Gauro

E' del 1503 un editto del vicerè spagnolo che concedeva alla città di Pozzuoli la proprietà legale delle terre che si andavano formando per l'arretramento del mare lungo la costa. Un editto analogo venne promulgato nel 1511, segno che il sollevamento era tutt'altro che cessato. Purtroppo, il rigonfiamento in superficie indicava un aumento di pressione nel sottosuolo, evento precursore un tempo ignoto, causato dalla risalita di magma che sfocerà nell'eruzione di Monte Nuovo. 

La spiaggia davanti alla città di Pozzuoli.

Fin dal 1536 si avvertirono a Pozzuoli e nei paesi vicini frequenti e forti terremoti, tanto che "nessuna casa rimase illesa" (Delli Falconi, 1539). Le scosse durarono fino al 27 settembre del 1538 e, due giorni dopo, preceduta dall'apertura di fratture, dalla formazione di nuove sorgenti di acqua e dall'arretramento del mare, cominciò l'eruzione.

Il cratere di Monte Nuovo.
La bocca eruttiva si aprì alla una di notte del 29 settembre sulla sponda orientale del lago di Averno, dove vi era il borgo di Tripergole. Ceneri e pomici, mischiate con acqua, la "fangosa e cinerulenta pioggia" descritta nella cronaca di Delli Falconi, caddero per tutto il giorno seguente e costrinsero gli abitanti di Pozzuoli ad abbandonare le proprie case. La cenere arrivò fino a Napoli.

I prodotti dell'eruzione
di Monte Nuovo. Di colore chiaro, pomici e ceneri delle prime fasi eruttive (29-30 settembre). A destra, le scorie scure eruttate nei giorni successivi.
A Baia, il suolo si sollevò, causando il ritiro del mare e lasciando la spiaggia cosparsa di pomici e pesci morti. L'eruzione continuò a impulsi, alternando esplosioni a momenti di quiete. Nelle pause, si vedeva "poco a poco rischiararsi il condensato fumo" e poi riprendere l'eruzione "col medesimo strepito" (Delli Falconi). Il progressivo diminuire dell'acqua nelle falde intercettate dal magma riduceva la violenza delle esplosioni.

La linea bianca indica il limite tra il deposito di scorie, a destra, e quello di ceneri e pomici delle fasi eruttive iniziali. Dietro il cono, si vede il lago di Averno e il quartiere Toiano.
Dopo la cenere e le pomici, dal cratere uscirono grossi brandelli incandescenti. Cadendo al suolo, questi formavano pesanti accumuli di scorie che franavano dal versante del cono. Dopo una settimana, il 6 ottobre l'eruzione sembrava finita. La montagnola, alta circa 130 m, cresciuta intorno alla bocca eruttiva, rappresentò un'attrattiva irresistibile per un gruppo di curiosi che si spinse fino all'interno del cratere, dove furono investiti da un'ultima esplosione. Degli sprovveduti, mancheranno ventiquattro persone "tra quelle che si sono ritrovate morte e quelle che non si ritrovano" (Delli Falconi).

Il cono di Monte Nuovo

Gli abitanti di Pozzuoli, terrorizzati, tornarono alle loro case solo nel 1539, dopo che il vicerè Don Pedro di Toledo costruì nella città un suo palazzo, di cui ancora rimane la Torre Toledo, e vi si installò coraggiosamente "per placare le ansie della popolazione" (Delli Falconi).

Il cratere di Monte Nuovo e la parte occidentale del Golfo di Pozzuoli.
Il tempo dei miti era finito e l'eruzione non diede vita ad alcuna leggenda. Il bel conetto di Monte Nuovo, che allora distrusse un piccolo agglomerato di case e causò la morte di pochi incauti, appare ora come un monito. Immaginarlo che spunta tra l'infinita distesa di condomini che ricopre quest'area vulcanica tutt'altro che spenta e tranquilla, è molto più che preoccupante.

Monte Nuovo e gli edifici che lo circondano.


IL BRADISISMO
Dopo quella di Monte Nuovo, nei Campi Flegrei non sono avvenute altre eruzioni, ma il suolo ha continuato a muoversi verso l'alto o verso il basso. Il fenomeno, chiamato bradisismo, un termine che deriva dal greco e significa lento movimento del suolo, era noto ai Romani che furono costretti ad innalzare più volte il pavimento del mercato di Pozzuoli di età flavia, il Serapeo, per tenerlo al di sopra dell'acqua. Anche il tratto della via litoranea di Pozzuoli subì lavori di adeguamento, ordinati da Giulio Cesare per cercare di contrastarne lo sprofondamento.

Un'immagine della parte centrale del Serapeo nel corso di recenti lavori di restauro.
Il Serapeo rappresenta da quasi 2000 anni uno straordinario strumento di registrazione delle variazioni del livello del suolo di Pozzuoli. L'acqua evidentemente lo minacciava fin dall'epoca della sua costruzione dal momento che, sotto la base, si trova un accumulo di detriti e materiali di risulta, intenzionalmente scaricati per rialzare l'edificio. I segni degli organismi marini che perforano le rocce (litodomi) presenti sulle colonne ancora verticali arrivano a circa 10 metri di altezza e indicano un abbassamento del suolo di altrettanti metri, dall'epoca di costruzione fino alla massima sommersione, probabilmente avvenuta in epoca medioevale.

Il Serapeo di Pozzuoli.
Dopo di che il suolo riprese a sollevarsi e, poco prima dell'eruzione di Monte Nuovo del 1538, il Serapeo era sicuramente tutto al di sopra del livello marino. Molti altri edifici e le stesse strutture dei porti romani subirono gli effetti del bradisismo. Un ninfeo che sorgeva a Punta dell'Epitaffio venne abbandonato nel V secolo d.C., dopo numerose opere di riempimento per mantenere il pavimento al di sopra del livello dell'acqua.

Il mercato romano (Serapeo) a Pozzuoli e particolare delle colonne intaccate dagli organismi marini.

Alcuni frammenti della sommità dell'edificio, ora conservati al museo archeologico di Baia, recano i segni di una completa sommersione dopo il suo abbandono. Questa sommersione improvvisa, ripresa dalla tradizione popolare, potrebbe essere avvenuta fra il VII e l'VIII secolo d.C. e fa pensare che, oltre al fenomeno del bradisismo, abbia concorso alla formazione di zone acquitrinose l'abbandono delle terre e delle opere di bonifica.

Le strutture portuali di epoca romana sommerse nel golfo tra Bacoli e Baia.


LA SITUAZIONE ATTUALE
Sulla base di misure effettuate a partire dall'inizio del 1800, sappiamo che il livello del Serapeo si è abbassato in maniera regolare con una velocità media di circa 1 cm per anno fino al 1970. In quell'anno iniziava una fase di bradisismo ascendente, accompagnata da una serie di terremoti di bassa energia che precedeva un evento più forte, avvertito dalla popolazione il 26 marzo.

Una statua di epoca romana finita sott'acqua e perforata dagli organismi marini (litodomi) che scavano i propri rifugi nelle rocce.

Successivamente, si registrarono piccoli sciami sismici il 2 aprile, il 21 luglio e il 26 novembre 1970. Il terremoto più energico avvenne il 2 marzo 1972. Le scosse sismiche e la deformazione del suolo, che risultava più alto di circa 170 cm rispetto alle precedenti misure effettuate nel
1953, portarono allo sgombero dell'intero Rione Terra. Il nucleo antico di Pozzuoli non verrà più rioccupato e diventerà un luogo fantasma fino a pochi anni fa, quando sono iniziati lavori di recupero e di valorizzazione.

Monte di Procida.
Il rigonfiamento aveva una forma a cupola, con il massimo in Via Napoli a Pozzuoli, e diminuiva in maniera regolare, fino ad annullarsi alla periferia dei Campi Flegrei. Nell'estate del 1972 il sollevamento del suolo si arrestò e, contemporaneamente, terminava la crisi sismica. Dal 1972 al 1974 l'area ricominciò a abbassarsi, per poi mantenersi allo stesso livello, con piccole oscillazioni, fino alla primavera del 1982. L'oscillazione più sensibile verso l'alto avvenne nel mese di settembre 1976, in contemporanea con uno sciame sismico localizzato nell'area della Solfatara.

L'immagine di Pozzuoli su un quotidiano dei primi decenni del '900.
Dal 1982 alla fine del 1984, riprese il sollevamento che raggiunse i 180 cm. Il movimento era accompagnato da una prolungata crisi sismica, con circa 10.000 terremoti, molti dei quali avvertiti dalla popolazione. Lo sciame più importante, 513 terremoti in circa 6 ore, si verificò il 1° aprile 1984. Il terremoto con la massima magnitudo (4.2 scala Richter) avvenne il 4 ottobre del 1983 e costrinse a evacuare buona parte della popolazione residente a Pozzuoli.

L'area di Napoli di Fuorigrotta, a ridosso del limite dei Campi Flegrei. In alto il rilievo dei Camaldoli.
La misura precauzionale si rivelò poi inutile, non essendo stato il sollevamento seguito da un'eruzione, e il provvedimento venne giudicato come un costoso eccesso di prudenza -e solo alla luce del poi lo fu- e punito da roventi polemiche. Dal 1985, il suolo tornò a muoversi verso il basso, con brevi fasi di sollevamento, accompagnate da piccoli terremoti.

In primo piano, il Rione Terra di Pozzuoli, evacuato nel corso della crisi bradisismica degli anni '70. Sullo sfondo, al centro, il bordo della Solfatara e, a destra, il rilievo di M. Olibano (una delle rare eruzioni effusive dei Campi Flegrei) con l'edificio dell'Accademia di Aereonautica.
I principali sollevamenti avvennero nel 1989 e nel 2000, con una variazione massima intorno a 4-5 cm, ubicata sempre nella stessa zona di Pozzuoli. Il 10 aprile e 4 novembre 1987 furono registrati due sciami sismici, con 50 e 26 terremoti, nell'area della Solfatara. Tra aprile e giugno del 1989, l'innalzamento arrivava a 7,5 cm, accompagnato da 316 terremoti, localizzati a Sud-Est del cratere della Solfatara.

Il cratere di Agnano.
Dopo il 1989 non si registrarono altri eventi di rilievo fino al 2000 quando, a partire da marzo, l'area si sollevò di 5 cm. L'attività sismica riprense dal 2 al 10 luglio 2000, con una decina di eventi a bassa energia. Il 22 agosto, uno sciame di 60 terremoti, alcuni dei quali avvertiti dalla popolazione, fu registrato nell'area della Solfatara
.

L'isolotto di Nisida.
Poi il movimento del suolo tornò in lieve fase discendente, con isolati terremoti nel 2002 (a Nord dei Campi Flegrei) e 2003 (in prossimità di Agnano e di Nisida). Settanta terremoti di bassa energia accaddero nell'ottobre 2005, tra la Solfatara e Agnano, e altri 7 tra il 1° gennaio e il 14 aprile 2006.

Al centro della fotografia, l'abitato di Monte Ruscello.
La successione di eventi dal 1970 ad oggi indica un'accentuata instabilità dell'area. Malgrado il movimento, nel suo insieme discendente, possa sembrare rassicurante, gli sciami di terremoti che hanno accompagnato le brevi fasi di sollevamento sono stati di natura diversa e hanno localizzazioni anomale rispetto al passato. Intanto, la situazione urbanistica è molto peggiorata anche rispetto al non lontano 1984.

Variazioni di quota sel suolo misurate dal gennaio 1985 al marzo 2006 a Pozzuoli (dal sito www.ov.ingv.it)
Lo stesso abitato di Monte Ruscello, scelto per il nuovo insediamento della popolazione evacuata da Pozzuoli nel 1984, ha incrementato la densità umana di un'area a alto rischio. Lasciato libero dagli abitanti di Pozzuoli, tornati alle loro case dopo l'emergenza, Monte Ruscello, peraltro costruito in una delle aree a maggior probabilità di apertura di nuove bocche eruttive, ha poi ospitato altrettante famiglie, provenienti anche da aree esterne
.

Il cratere della Solfatara di Pozzuoli. Sullo sfondo, il profilo del Vesuvio.
I fondi spesi nel 1984 e negli anni seguenti (circa 2500 miliardi di lire) per la realizzazione di Monte Ruscello rappresentano un riferimento per la minima entità di danni economici che ci si può aspettare da una crisi di bradisismo. Recenti studi identificano due zone a maggior probabilità di apertura di nuove bocche, una nell'area Solfatara-Agnano, l'altra in prossimità di Monte Nuovo, ma la posizione potrà essere individuata con la localizzazione della sismicità solo nella fase immediatamente pre-eruttiva
.

Il cratere di Monte Nuovo.
Il sistema di monitoraggio dell'area è efficiente e continui piani di intervento sono allo studio di apposite commissioni, ma è evidente che senza il coinvolgimento della popolazione e un efficace impegno delle amministrazioni pubbliche nel controllo dello sviluppo urbanistico, un evento anche di minima portata potrebbe avere conseguenze impensabili
.

Il cono del Gauro.
Anche se l'ultima crisi dei Campi Flegrei non è stata seguita da eruzioni, Monte Nuovo indica nel rigonfiamento del suolo un indizio di risalita magmatica che può sfociare in un'eruzione. Se il sollevamento del 1984 sia stato un segnale di lungo periodo, come quelli che precedettero di oltre 30 anni l'eruzione di Monte Nuovo, oppure il riaggiustamento di un delicato equilibrio, lo sapremo solo in un futuro che ci auguriamo il più lontano possibile.

Strumenti di trasmissione dei dati geochimici e sismici della rete di sorveglianza, realizzata da Telespazio per conto della Protezione Civile nazionale, all'interno del cratere della Solfatara.



I MITI E LA STORIA
Nel II millennio a.C., i Minoici, un popolo con forme di civiltà progredita che già usava un rudimentale tipo di scrittura per la registrazione della produzione agricola e degli atti commerciali, avviarono traffici marittimi con tutto il Mediterraneo. Era un'epoca di grandi scambi e migrazioni di popoli e, con essi, cominciarono il loro viaggio i racconti di grandi catastrofi naturali, giustificate con interventi divini e tramandate oralmente fino a diventare, di generazione in generazione, memoria storica.

Vista aerea di alcuni crateri dei Campi Flegrei.

In questi luoghi di forte suggestione, campi davvero ardenti, ricchi di sorgenti sulfuree, di foreste, di laghi e voragini ancora calde, gli uomini intuirono che l'oblìo del pericolo poteva essere il peggior nemico per vivere in una regione dove, quando non c'erano eruzioni, non mancavano i terremoti. Così iniziò l'invenzione di miti e leggende che servivano a mantenere vivo il terrore, o il rispetto, verso la natura e i suoi imprevedibili sconvolgimenti.

Il bordo orientale della caldera flegrea, con in primo piano l'area industriale dismessa dell'Italsider. Sullo sfondo si intravede il Vesuvio.
L'arrivo dei greci in questa regione d'Italia si colloca nell'VIII sec. a.C., periodo che coincide con una stasi (ad eccezione di Ischia) dell'attività vulcanica. Uno dei miti che i Greci collocarono proprio nei Campi Flegrei è la battaglia fra Ercole e i Giganti.

Il lago di Averno e Monte Nuovo.

Furibondi perché Zeus aveva confinato nel Tartaro alcuni loro fratelli, i Giganti, "sovrapposero montagne sopra montagne; (...) lanciando alberi accesi contro gli Dei del cielo: e scagliavan tali scogli, che parecchi di essi ricadendo sulla terra formavano alti monti, ed isole se piombavano nell'acqua" (Ovidio). "Tanta battaglia fu guerreggiata sopra i Campi Flegrei" (Omero) e i Giganti furono imprigionati sotto di essi.

I ruderi del Tempio di Apollo, sulla sponda del lago di Averno. L'edificio si trova ai piedi di Monte Nuovo, ma non venne ditrutto dall'eruzione.
Come non riconoscere la descrizione di un'eruzione vulcanica, in questa caduta di massi in mare e alberi accesi lanciati in cielo, benchè, molto saggiamente, Strabone ritenne che la battaglia si fosse svolta in quei luoghi "per nessun'altra ragione se non per il fatto che era una terra prosperosa per la quale valeva la pena lottare".

Il lago di Averno.

Ma anche lo smaliziato Strabone riconosce la natura vulcanica dell'area e ipotizza che un canale pieno di fuoco e di caverne congiungesse il territorio fra Cuma e l'Etna, passando attraverso le Isole Eolie. Per questo, "tutti i territori intorno a Dicearchia (Pozzuoli), Napoli e Baia e l'Isola d'Ischia avevano carattere simile a quello dell'Etna."

Capo Posillipo, formato da Tufo Giallo Napoletano.
Il mito greco dei Giganti, così calzante alla descrizione di un'eruzione, potrebbe derivare da esperienze dirette o da tradizioni locali, oppure può rappresentare il tentativo di paragonare la natura di questi luoghi alle isole vulcaniche dell'Egeo, la cui origine era pure giustificata col mito della battaglia dei Giganti. E' probabile che i coloni greci, come tutti i coloni di tutte le epoche, abbiano trasferito le credenze della terra di origine, adattandole alla nuova realtà.

Le fumarole della Solfatara di Pozzuoli.
Tuttavia, un particolare fa sospettare che la battaglia dei Giganti nei Campi Flegrei interpreti una diretta conoscenza dell'attività vulcanica della zona. Secondo Dionisio di Alicarnasso, Ercole venne in Italia alcune generazioni prima della guerra di Troia e, quindi, un certo tempo prima del 1200 a.C. L'ultima attività vulcanica nell'area campana, prima dell'arrivo dei coloni greci, è datata fra il 1700 e il 1500 a.C. e poteva dunque coincidere con la presenza di Ercole, il quale avrebbe poi narrato il fatto al suo ritorno in Grecia. Secondo lo stesso autore, Ercole avrebbe fondato in quella occasione la città di Ercolano ai piedi del Vesuvio.

La Baia di Pozzuoli verso Capo Miseno, vista dal castello di Baia.

Ma ancora più diffuso del mito dei Giganti era quello che collocava in prossimità dell'Averno l'accesso agli Inferi. Virgilio lo descrive nell'Eneide come "una grotta profonda, per vasta voragine orrenda, difesa dal lago nero e dall'ombra dei boschi". Se un uccello si avventurava sopra il lago era colpito a morte dalle esalazioni di gas e "da ciò i Greci chiamarono il luogo con nome d'Aorno" (privo di uccelli).

Un'immagine dell'area esterna ai Campi Flegrei.

Probabilmente le origini di questo mito sono ancora più antiche e forse l'Averno fu visitato dallo stesso Ulisse, del quale Enea sembra ripercorrere i passi. Circe indica il viaggio ad Ulisse dicendogli che "la nave te la porterà il soffio di Borea, ma quando sarai passato attraverso l'oceano, (...) fa approdare la nave (...) e vai nella casa di Ade". L'Averno (la casa di Ade) si trova a una giornata di viaggio per mare dall'isola di Circe (Circeo) per chi parta col favore di un vento del Nord (Borea).

Il lago di Averno e
Monte Nuovo.
La tradizione orale riportata da Omero narra di fatti avvenuti intorno al 1200 a. C. in posti desolati che ricordano l'Inferno. E così doveva essere l'aspetto di questi luoghi dopo ogni eruzione, con diffuse e intense esalazioni di gas che non consentivano nemmeno il volo degli uccelli nelle vicinanze. Nulla di più adatto per indentificarvi l'ingresso all'inferno.

L'interno del cratere della Solfatara di Pozzuoli.

I coloni Greci che si insediarono sulla rupe di Cuma erano reduci dall'Isola d'Ischia (che chiamavano Pitecusa), colpita da un'eruzione avvenuta nel tratto di spiaggia fra Ischia Porto e Casamicciola nella prima metà dell'VIII sec. a.C.

Il suggestivo corridoio, noto come l'Antro della Sibilla, a Cuma, interamente scavato nel Tufo Giallo.
Cuma aveva tutte le caratteristiche per un insediamento greco. Aveva una rada riparata per l'approdo delle navi e un'altura su cui costruire l'acropoli per difendere il porto. Alle spalle, da dove potevano provenire gli attacchi delle popolazioni dell'interno, era protetta da una zona di acquitrini. Un'ulteriore opzione poteva essere quella di mantenere un rapporto visivo con la colonia di Ischia.

Il panorama dalla collina di Cuma. La freccia indica Arco Felice.

Adesso Cuma si trova separata dal mare da un centinaio di metri di spiaggia, ma l'aspetto d'allora doveva essere differente. Il mare aveva eroso il Tufo Giallo, più tenero della roccia lavica che costituisce l'ossatura del rilievo, e arrivava a ridosso della rupe, alla cui base si apriva una piccola rada.

Il versante del rilievo di Cuma verso i Campi Flegrei.
A Nord, l'insediamento era difeso dalla paludosa piana di Quarto, le cui tracce sono presenti fino all'inizio del '900, quando nella zona vi era il lago di Licola. A Sud, la difesa era rappresentata dalla palude Acherusia, l'attuale lago del Fusaro, e ad Est dalle malsane acque dell'Averno, con il bastione costituito dall'orlo dell'Archiaverno.

La piana alla base del rilievo di Cuma, dove sorse l'agglomerato di epoca romana.

Una fitta e impenetrabile boscaglia completava il perimetro difensivo verso l'esterno. Interne a queste difese naturali esistevano rapide vie di comunicazione in direzione di Baia e Miseno, ampie rade chiamate nell'antichità "porti di Cuma", che permettevano il riparo delle navi dal maestrale proveniente da Nord-Ovest. Non fa meraviglia quindi che la colonia soppiantasse rapidamente l'insediamento di Ischia che conoscerà da qui in poi un progressivo declino.

Lo sperone di Tufo Giallo su cui sorge Castel dell'Ovo, ospitò uno dei primi insediamenti greci.

Nel VII e VI secolo a.C., Cuma allargò il proprio dominio commerciale lungo la costa. I cumani costruirono il porto di Miseno, si insediarono nell'area di Napoli (sulla collina di Pizzofalcone e sull'isolotto dove ora si trova Castel dell'Ovo), e a Capri. Nel 528 a.C., concessero a un gruppo di fuggiaschi provenienti da Samo, un'isola dell'Egeo, di occupare la rocca dell'odierna Pozzuoli, dove fondarono Dicearchia, ovvero "giusto governo".

Il promontorio di Posillipo formato dal Tufo Giallo.
Questo consentiva a Cuma di avere un punto di difesa alleato sulla costa, accanto alla fortezza di Miseno. L'ampliarsi della sfera di influenza greca urterà, inevitabilmente, contro gli Etruschi. I rapporti fra le due civiltà alternarono momenti di conflitto e altri di intensi scambi, tanto che gli Etruschi assorbirono dai Greci il culto di Apollo, Hera, Demetra, Dioniso, l'alfabeto, lo stile nelle manifatture e molte altre forme culturali.

Una stampa del '700 con il lago di Averno e Monte Nuovo.
Gli Etruschi, ormai dominatori del Tirreno centrale, attaccarono Cuma nel 524 a.C. Lo scontro decisivo avvenne in una stretta gola che può essere identificata con l'unica via di accesso alla città, la valle delimitata da Archiaverno e Gauro da un lato e Monte Ruscello dall'altro.

Resti dell'acropoli di Cuma.
L'impraticabilità dei luoghi ostacolò il dispiegamento dell'esercito e della cavalleria etruschi, che pure riuscirono a mettere in seria difficoltà i cumani. Solo grazie alla migliore conoscenza dei luoghi, i cumani, guidati da Aristodemo, riuscirono ad avere ragione del nemico con una classica manovra di aggiramento sui fianchi.

La falesia lungo
la spiaggia di Acquamorta, formata da prodotti vulcanici dei Campi Flegrei, Procida e Ischia.  
Lo scontro segnò una svolta irreversibile nei rapporti fra i due popoli e Cuma, che fino ad allora si era sempre difesa, dal 505 a.C., passò all'attacco affiancando contro gli Etruschi i popoli laziali, riuniti nella lega latina. Il contingente cumano era guidato ancora da Aristodemo il quale, tornato in patria e divenutone tiranno, sarà deposto e giustiziato all'inizio del V sec. Di lui resteranno comunque le opere di regimentazione delle acque paludose che diedero impulso all'agricoltura.

Il lido di Licola visto dall'acropoli di Cuma.
Per cercare di liberarsi definitivamente degli Etruschi, i greci di Cuma furono costretti a chiedere aiuto a un'altra potente colonia greca, Siracusa. Guidati da Gerone, i siracusani sconfissero, nel 474 a.C., la flotta etrusca nelle acque di Cuma e poi si stanziarono su Ischia. La fondazione di Neapolis, la "città nuova", accanto all'antica Parthenope, da parte di coloni greci provenienti da Ischia si colloca in questo periodo.

La costruzione di Arco Felice, del 95 d.C., allargava un taglio precedente che evitava alla via Domiziana di aggirare Monte Grillo.
Forse erano i primi coloni greci di Ischia, scacciati dall'arrivo dei siracusani, forse erano gli stessi siracusani che, con poca fortuna, erano approdati sull'isola poco prima di un'eruzione vulcanica e avevano velocemente ripiegato sulla terraferma. In ogni caso, i greci fondatori di Neapolis torneranno su Ischia dopo il 466 a.C.

Le mura di Cuma recano i segni degli interventi sannitici sulle opere greche.
Al quadro di popoli in movimento tra alterne fortune, si va aggiungendo una popolazione di stirpe sabellica, la più antica stirpe protostorica della Campania, gli Oschi. Gli Oschi avevano le proprie basi nelle aspre montagne del Sannio e, benché non avessero grandi interessi rivolti verso il mare, nel 421 a.C., assalirono Cuma e poi Dicearchia, probabilmente con il solo scopo di liberarsi di una pericolosa antagonista.

Il Golfo di Pozzuoli visto dalla rupe di Cuma.
Cuma, per contrastarne l'avanzata, fu costretta ad allearsi con Roma, ricevendone in cambio la civitas sine suffragio, cioé la cittadinanza senza diritto di voto. La conseguenza fu che, vinta la lunga resistenza sannitica, tutta l'area napoletana e flegrea, dall'inizio del III sec. a.C., si troverà con il resto della Campania nelle mani dei romani.

Punta Pennata e il porto di Miseno.
Il culto dell'Averno doveva essere ancora vivo quando nella piana campana giunsero i cartaginesi di Annibale, dopo la battaglia di Canne del 216 a.C. se, come ricorda Livio, lo stesso Annibale vi si recò a rendere sacrifici. La campagna cartaginese in Italia si concluderà nel 203 a.C. e i romani, che nel frattempo avevano già riconquistato Capua, ritornarono padroni anche delle città flegree.

Resti di epoca romana sull'acropoli di Cuma.
Cuma, dalla conquista sannitica in poi, conobbe momenti di ripresa, ma non ebbe più l'importanza di prima. La sua potenza economica e marinara era passata a Neapolis e solo la fondazione di Puteoli, nel 194 a.C., segnò un risveglio per l'economia flegrea, stimolata dalla nota intraprendenza commerciale dei romani.

La struttura del Gauro in una foto aerea.

Anche i grandi interventi che avvennero nell'architettura e nell'urbanistica, sembrano dettati più dalle esigenze del territorio che aveva intorno, che non da un ruolo predominante della città. I sanniti avevano mantenuto i templi e le strutture difensive dell'acropoli e, nella pianura ai piedi del rilievo, avevano costruito diversi edifici, tra cui il tempio che diventerà il Capitolium. I romani, oltre alle opere di manutenzione dell'acropoli, organizzarono nella pianura un nuovo abitato, tracciando il tipico impianto di strade regolari.

Strutture di epoca romana sommerse tra Baia e Pozzuoli. Sulla costa Monte Nuovo e il lago di Averno.
Nei primi anni dell'età imperiale, la città bassa venne messa in comunicazione con il porto attraverso la Crypta Romana, che proseguiva la Grotta di Cocceio. L'opera, voluta da Agrippa e affidata all'architetto Cocceio, era parte del progetto di potenziamento dei porti flegrei. Isolata dai nuclei di sviluppo, all'acropoli di Cuma rimase la sola funzione sacra, collegata alla leggenda di Enea e al culto di Apollo, alla quale ridiede prestigio la famiglia imperiale di Augusto.

L'area ai piedi della rupe di Cuma, dove si svilupparono gli edifici in epoca romana.
Una delle più importanti opere di ristrutturazione romana dei Campi Flegrei, nonchè di sconvolgimento ecologico, avvenne tra il 38 e il 36 a.C. con la costruzione del Portus Julius. L'opera, ancora oggi visibile, venne realizzata perforando il Monte Grillo e aprendo una comunicazione fra Cuma e l'Averno.

Il promontorio di Posillipo chiude verso Est il Golfo di Pozzuoli.

Fu anche scavato un canale che metteva in comunicazione Averno e Lucrino con il mare e che doveva servire a svuotare la palude di Lucrino attraverso il deflusso di acque che si trovavano ad una quota maggiore. Questo straordinario intervento segnerà l'inizio di una forsennata urbanizzazione che in breve tempo coprirà tutta l'area da Pozzuoli a Miseno.

Il cono di Monte Nuovo.

Gli effetti del bradisismo resero necessario il potenziamento del porto di Miseno, già utilizzato dai Cumani. Con Agrippa, genero di Ottaviano e artefice principale delle di lui fortune militari, nacque la potente base navale di Miseno, la cui flotta era destinata a dominare i mari nel nome di Roma imperiale.

Lo specchio d'acqua del Lago di Lucrino.

Nei primi secoli dell'impero, la città bassa era simile alle altre colonie romane, sviluppata intorno a un foro monumentale e servita dalla via Domiziana, una diramazione della via Appia, completata dall'imperatore Domiziano nel 95 d.C. Le colonie romane in Campania conobbero periodi di grande prosperità, bruscamente interrotta dall'eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che cancellerà anche il ricordo di intere città oltre a innumerevoli ville e agglomerati contadini disseminati intorno al vulcano.

Un'immagine del 1700 della parte orientale del golfo, fino al Rione Terra di Pozzuoli.
Ma, fino al 530 d.C., Cassiodoro descrive i Campi Flegrei come un'oasi di pace con "acque piene di delizie marine, (...) porti collocati sul Golfo dalla provvidenza di natura stessa (...) terme calde, riscaldate non da condotti di laterizio, ne' da fornaci piene di fumo, ma direttamente dalla natura."

Il centro di Pozzuoli, con l'anfiteatro di epoca romana.
Il declino dell'Impero Romano segnò il tramonto delle colonie e l'abbandono delle terre. In Campania, alle conseguenze del crollo del sistema centrale di potere, si aggiunsero le eruzioni del Vesuvio. L'acropoli di Cuma ritroverà una funzione difensiva in età tardo-imperiale, mentre la città in pianura sarà progressivamente abbandonata. Nell'alto medioevo sorsero nel pianoro isolate strutture rurali e l'acropoli divenne un borgo fortificato, circondato da modesti edifici e da chiese ricavate dai vecchi templi.

Il porto di Miseno chiuso da Punta Pennata. Sullo sfondo si intravede nella foschia il Vesuvio innevato.

Con la caduta dell'Impero Romano le notizie dalla Campania, sia per quanto riguarda l'attività vulcanica che l'organizzazione sociale, diventano sporadiche. Le nuove difficoltà ponevano in secondo piano gli eventi naturali, che peraltro colpivano un territorio in agonia. Persino la tragedia che si era abbattuta sulle due ricche colonie di Pompei e Ercolano, dopo lo sgomento, sarà cancellata dalla memoria per lungo tempo.

vai alla pagina ESCURSIONE AI VULCANI DEI CAMPI FLEGREI

Ritorna:
all'indice VULCANI DELL'ITALIA MERIDIONALE

all'HOMEPAGE - Esplora i vulcani italiani

Per commenti e informazioni scrivete a
L. Giacomelli
lisetta@tin.it