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IL VULCANISMO IN CAMPANIA

L'ATTIVITA' VULCANICA DEL MARGINE TIRRENICO

Una serie di vulcani di differenti età bordano il Tirreno dalla Toscana alla Campania. La formazione di questi vulcani è collegata al movimento di rotazione verso Est dell'Italia, iniziato circa 7 milioni di anni fa e tutt'ora in corso.

Il movimento della penisola italiana provoca uno stiramento nella crosta, cioé dello spessore superficiale di roccia che ricopre tutta la terra, fino ad assottigliarla e lacerarla.

Questo processo si ripercuote in profondità con una diminuzione di pressione che favorisce la fusione di alcuni minerali che compongono il mantello terrestre. Il materiale allo stato fuso, più leggero di quello solido circostante, tende a risalire verso l'alto e, se raggiunge la superficie, dà origine a attività vulcanica.

Nella zona di distensione creatasi alle spalle della penisola italiana si è formato il bacino tirrenico e le tracce della lacerazione della crosta consistono in una serie di apparati vulcanici, alcuni dei quali ormai estinti (i vulcani sommersi al centro del Tirreno e le Isole Pontine).

Il movimento delle placche litosferiche è riconosciuto come una delle cause principali che determinano la formazione dei vulcani. In altri casi, come ad esempio nelle Hawaii, il vulcanismo è legato alla presenza di un punto caldo (hot spot), in corrispondenza del quale si ha una risalita di calore dalle zone più interne del mantello con conseguente produzione di magma.

Il punto caldo è ancorato al mantello e la placca, muovendosi e passando sopra di esso, resta segnata da un allineamento di vulcani, dei quali il più vecchio indica il senso del movimento della placca. L'hot spot delle Hawaii è attivo da circa 70 milioni di anni ed ha lasciato dietro di sé una catena di vulcani lunga migliaia di km.

Il vulcanismo del Mar Tirreno è diverso da questo, in quanto la placca in movimento, costituita dalla penisola italiana (che rappresenta una parte della placca africana), lacerando la crosta e innescando la risalita di porzioni del mantello sottostante (astenosfera), provoca essa stessa il vulcanismo. I vulcani seguono come una scia il movimento della placca ed è il più giovane ad indicare il senso di movimento.

In questo quadro si colloca la progressiva migrazione nel tempo da Ovest verso Est dell'attività vulcanica presente lungo il margine tirrenico.

La prima attività vulcanica si è sviluppata nelle Isole Pontine, prima a Ponza, intorno a 4-5 milioni di anni fa, e successivamente a Ventotene con attività compresa tra circa 1 milione e 300.000 anni fa.

Nella Piana Campana, in perforazioni eseguite per la ricerca geotermica in prossimità di Parete, è stato ritrovato, a una profondità di circa 2000 metri, un apparato vulcanico di età incerta, ma probabilmente più giovane di 3 milioni di anni. Nella zona vesuviana, sempre in perforazione, l'attività più antica è testimoniata da prodotti datati intorno a 500.000 anni fa.

Nell'area campana l'attività vulcanica più antica riconosciuta in prodotti visibili in superficie, è quella del vulcano di Roccamonfina, datato fra 700.000 e 300.000 anni fa. L'attività iniziale di questo vulcano è stata prevalentemente di tipo effusivo. All'emissione di lave, di composizione simile a quelle del Vesuvio, ha fatto seguito una violenta attività esplosiva che ha provocato la formazione di una caldera al cui interno sono poi state emesse lave molto viscose che hanno formato una serie di colline. Lungo il Garigliano si possono ancora osservare le imponenti colate di lava del vulcano primordiale, mentre la parte orientale è ormai completamente smembrata.

In tempi più recenti, da 200.000 anni fa, l'attività vulcanica si concentra ad Ischia, Procida, Monte di Procida, Campi Flegrei e Vesuvio.

I vulcani attivi dell'area napoletana (Ischia, Procida, Campi Flegrei e Vesuvio), si sono formati in tempi relativamente recenti: l'attività più antica è quella di Ischia e viene datata a partire da 150.000 anni fa; l'eruzione più recente è quella del Vesuvio nel 1944.

I VULCANI CAMPANI

SCHEMA GEOLOGICO DELLA PIANA CAMPANA

La rotazione della penisola italiana e l'apertura del Mar Tirreno sono i movimenti cui è riconducibile il sistema di apparati vulcanici che bordano il Tirreno e gli spostamenti verticali lungo faglie, ipotizzati nell'ordine di 4.000 metri, che interessano tutto il versante tirrenico dell'Appennino e che hanno dato origine alle depressioni della piana del Volturno, del Sele, del Garigliano e della Piana Campana.

La morfologia della Piana Campana si è delineata dal Pliocene in poi, cioé negli ultimi 5 milioni di anni. La vasta depressione formatasi in seguito al ribassamento di blocchi di roccia calcarea (piattaforme carbonatiche), i cui resti emergono ancora ai suoi bordi (M. Massico a Nord e Penisola Sorrentina a Sud), si è successivamente in parte riempita di prodotti sedimentari e vulcanici.

La parte centrale della Piana Campana è caratterizzata dalla depressione di Acerra, fiancheggiata da faglie con direzione NE-SO che si estendono fino al mare e che passano da un lato attraverso la città di Napoli e dall'altro attraverso il Vesuvio.

La presenza delle faglie è riconosciuta attraverso studi gravimetrici sulla terraferma e profili sismici in mare. La faglia passante per il Vesuvio taglia anche i depositi di eruzioni relativamente recenti e lungo essa sono avvenute eruzioni vulcaniche laterali nel 1794 e 1861.

Recentemente è stato proposto che la depressione di Acerra possa derivare dal crollo di una zona svuotata dalla grande eruzione dell'Ignimbrite Campana, i cui prodotti rappresentano il più esteso deposito vulcanico dell'area.

SCHEMA CRONOLOGICO DELL'ATTIVITA' VULCANICA CAMPANA

L'attività dei vulcani campani è stata sia di tipo esplosivo che effusivo, con una prevalenza di quella esplosiva nei Campi Flegrei. Il Vesuvio invece ha avuto entrambi i tipi di attività, con prevalenza dell'esplosiva dopo lunghi periodi di quiescenza.

Generalmente si suddivide l'attività vulcanica campana in sei periodi:


INQUADRAMENTO STORICO DELL'AREA CAMPANA

(tratto in parte da Campi Flegri-Campania Felix, L.Giacomelli e R. Scandone, 1992, Ed. Liguori, Napoli)

Campi Flegrei significa "campi ardenti" e con questo nome gli antichi Greci indicavano tutta la zona campana che attualmente comprende i Campi Flegrei e il Vesuvio. In questi luoghi la mitologia greca collocava la battaglia avvenuta fra i Giganti e gli dei dell'Olimpo, il cui mito è forse legato alla visione di eruzioni vulcaniche.

Non avendo notizie di attività vulcanica al Vesuvio durante la dominazione greca, si ritiene che i Greci abbiano adattato la loro mitologia a antiche leggende campane che prendevano spunto da eventi vulcanici.

Le prime colonie greche in Campania furono fondate intorno alla metà dell'VIII secolo a.C. a Ischia e a Cuma. A Cuma è stato ritrovato uno dei primi esempi di alfabeto greco inciso su un reperto chiamato Coppa di Nestore.

Cuma raggiunse l'apice della sua potenza durante il V secolo a.C. quando, alleata con i Greci di Siracusa, sconfisse una coalizione formata da Etruschi e Cartaginesi. Dopo la battaglia, avvenuta in mare di fronte a Cuma, i Siracusani si insediarono a Ischia, da dove vennero scacciati poco dopo da un'eruzione.

Tutta l'area campana cadde sotto l'influenza di Roma fra in IV e III secolo a.C., quando i Romani, dopo le guerre sannitiche, riuscirono a sottomettere l'intera penisola.

I Campi Flegrei erano un'area malarica coperta di paludi e da una fitta foresta chiamata Silva Gallinaria, dove trovavano rifugio numerose bande di malfattori. L'intera Silva Gallinaria venne tagliata per costruire la flotta di Augusto e l'area di Baia divenne una specie di zona turistica per l'aristocrazia romana, mentre Pozzuoli diventerà il più importante porto commerciale dell'Impero romano.

Il palazzo degli Imperatori, nel quale si consumarono i molti assassini di Nerone, era posto in corrispondenza dell'attuale Punta dell'Epitaffio a Baia, dove le sue rovine si trovano sotto otto metri di mare.

Si hanno poche notizie della zona flegrea durante il Medioevo, ma pare che una parte della costa fosse sommersa. Tutta l'area restò sicuramente in balia delle incursioni saracene fino a quando venne incorporata nel Regno di Napoli e seguì le vicissitudini storiche del resto dell'Italia meridionale. I Campi Flegrei rimasero comunque infestati dalla malaria fino all'inizio di questo secolo.

Il Vesuvio entra nella storia della vulcanologia con l'eruzione del 79 d.C., anche se la sua natura vulcanica era nota sia ai Greci che ai Romani. Diodoro Siculo (80-20 a.C.) riferisce che la piana campana era chiamata "campo flegreo (ardente) per la montagna che un tempo emetteva fuoco, come l'Etna in Sicilia; attualmente la montagna è chiamata Vesuvio e reca molti segni del fuoco di un tempo".

Vitruvio, attivo tra il 46 e il 30 a.C., scrive che "un fuoco arde sotto il Vesuvio e talvolta getta fiamme sui campi circostanti". Strabone (64 a.C.-25 d.C.) dà un'accurata descrizione del Vesuvio: "il Vesuvio domina questi posti e, tranne la sua vetta, è coperto di abitazioni e deliziose terre coltivate. La cima è in gran parte uniforme, completamente improduttiva e color cenere, con masse di rocce porose color fuliggine che sembrano mangiate dal fuoco. Si potrebbe pensare che in tempi passati questo territorio fosse infuocato e avesse crateri di fuoco e che poi, finito il combustibile, si sia spento".

L'eruzione del 79 d.C. distrusse Pompei, Ercolano, Oplonti, Stabia e innumerevoli masserie e ville campestri poste sulle pendici del Vesuvio, causando la morte di molte persone. Plinio il Giovane ha lasciato un vivido racconto di questa eruzione in due lettere scritte a Tacito, circa 20 anni dopo l'accaduto, per narrare le circostanze della morte dello zio Plinio il Vecchio.

Non si sa quanto possano essere attendibili le lettere di Plinio, sia perché l'autore stesso avverte che gran parte dei fatti gli sono stati riportati da altri, sia per il tempo intercorso tra l'eruzione e la stesura delle lettere. Il documento rappresenta, in ogni caso, la prima cronaca di un'eruzione esplosiva. Plinio si trova, insieme allo zio, a Miseno, circa 21 km dal Vesuvio.

Quando l'eruzione inizia e la nube eruttiva è già alta nel cielo, Plinio il Vecchio decide di prendere il mare, per portare soccorso agli amici di Ercolano. Durante il suo viaggio il mare si ingrossa. Lo sbarco a Ercolano è impossibile e le navi si dirigono verso Stabia.

Sulla spiaggia di Stabia Plinio il Vecchio e quanti erano con lui o aspettavano di potersi salvare, vengono soffocati dalle ceneri emesse dal Vesuvio.


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