Le pendici dell'Etna sono solcate da comode strade asfaltate, forse troppe, che spesso toccano aree di grande interesse vulcanologico e paesaggistico. Mancando al momento un vero e proprio centro visitatori dove sia disponibile materiale illustrativo nonché un'adeguata cartellonistica lungo le strade, spesso si attraversano zone molto interessanti senza rendersene conto.
- ACI CASTELLO-GOLE DELL'ALCANTARA
- ETNA NORD - ZAFFERANA
- ZAFFERANA - ETNA SUD
- ETNA SUD - MOTTA S.A.
- DA NICOLOSI AL RIFUGIO SAPIENZA
I tragitti di seguito indicati possono essere utilizzati durante gli spostamenti tra i vari itinerari a piedi, ma servono anche a quanti vogliano conoscere l'aspetto peculiare dell'Etna, quello vulcanologico, senza camminare troppo.
1 - Aci CastelloQuesto itinerario porta dal mare verso l'Etna e può essere abbinato a altre escursioni o utilizzato per interrompere una vacanza di spiaggia. Si vedono luoghi di interesse vulcanologico lontani dai crateri, percorrendo la storia dell'Etna fin dalle sue origini. Le Gole di Alcantara sono un punto di sicuro interesse anche per i meno vicini agli argomenti vulcanologici.
2 - Acitrezza
3 - Spiaggia di Praiola
4 - Giardini Naxos
5 - Gole di Alcantara
ACI CASTELLO
Ad Aci Castello affiorano le lave eruttate in un arco
di tempo compreso tra 700.000 e 200.000 anni fa, quando ancora non esisteva
l'edificio dell'Etna vero e proprio.
Queste antiche colate basaltiche erano emesse sotto
il mare e, al contatto con l'acqua, la lava si raffreddava rapidamente
formando una crosta esterna vetrosa e fragile, mentre all'interno dei singoli
blocchi o rivoli la lava si contraeva e si fratturava.
I blocchi di lava rotondeggianti e fratturati si chiamano lave a cuscino
(pillow lava). I vari pezzi di lava si ammucchiavano uno sull'altro prima
di raffreddarsi completamente e ogni nuovo blocco si adattava alla forma
di quelli sottostanti, incuneandosi tra gli spazi rimasti liberi.
Il Castello è costruito sopra uno di questi
cumuli di lave sottomarine, le cui strutture interne, avvolte nella crosta
vetrosa, sono visibili da vicino salendo lungo i gradini che portano in
cima al rilievo o scendendo verso il mare.
Se i pillow ammassati uno sull'altro franavano, essendo strutture molto
fragili, si frantumavano. Anche un breve rotolamento poteva provocare la
perdita della fragile "buccia" vetrosa che li avvolgeva.
Un accumulo di frammenti di vetro, alterati chimicamente e frammisti a
pillow interi e a pezzi (detti ialoclastiti), forma la parte verso il mare
della rocca di Aci Castello.
Risalendo sulla strada dal lato sinistro (spalle al
mare) si vede una colata che ricopre le lave sottomarine.
ACITREZZA
Sul lungomare tra Aci Castello e Acitrezza affiorano
piccoli scogli formati da antichi prodotti vulcanici che non sono stati
eruttati in superficie, ma derivano dal raffreddamento di magmi che sono
rimasti intrappolati sotto una coltre di sedimenti, dove sono lentamente
raffreddati contraendosi e fratturandosi in colonne verticali o curvate.
Al porto di Acitrezza, la parte superiore delle colonne
prodottesi nella massa magmatica forma una specie di pavimentazione, molto
singolare nella sua regolarità.
Purtroppo, per ammirare questa meraviglia della natura si è costretti
ad aggirarsi tra una notevole quantità di immondizia.
Anche le Isole dei Ciclopi, una serie di scogli che
punteggiano il mare di fronte ad Acitrezza, sono formate da basalti intrusivi,
derivano cioé da un magma basaltico raffreddato in profondità,
senza essere eruttato.
Tra i basalti e sopra questi, risaltano i depositi marini (argille) sotto
i quali il magma si è intruso.
Percorrendo l'autostrada tra Acireale e Giarre il profilo
dell'Etna si staglia sullo sfondo. Il boscoso crinale che si vede a sinistra
dei crateri sommitali, è il bordo occidentale della Valle del Bove
che parte da Monte Zoccolaro e degrada verso destra, dove la profonda depressione
del fianco dell'Etna si apre in direzione di Zafferana, a Sud-Est.
Le fasi geologiche che hanno portato alla formazione
della Valle del Bove non sono ancora del tutto chiare. E' probabile che
ripetute eruzioni esplosive abbiano squarciato il fianco del vulcano e
che nella originaria incisione si siano poi innescati processi erosivi,
come spesso osservato su altri vulcani. Grossi flussi di materiale vulcanico
rimosso dalle piogge o dallo scioglimento della neve devono essere fluiti
in questa direzione, lasciando allo sbocco verso il mare uno spesso deposito
di materiale caotico.
In prossimità di Riposto, vicino a Giarre, seguendo
le indicazioni che portano al campeggio Praiola, si raggiunge una spiaggia
alle cui spalle, sia in direzione Nord che Sud, si trova un'alta falesia.
Il materiale che si vede nella parete verticale (denominato Formazione
del Chiancone) è considerato l'evidenza che, almeno in parte, la
Valle del Bove si è formata in seguito a grossi flussi di fango,
detti in vulcanologia lahar.
GIARDINI NAXOS
Si prosegue fino a Giardini Naxos, famosa località
di villeggiatura posta a Capo Schisò. Questo pezzo di terra proteso
verso il mare si è formato per l'entrata in acqua di una colata
che è scesa seguendo il corso del fiume Alcantara.
A sinistra (spalle a monte), spiccano le colline di Taormina, formate dall'erosione
di rocce sedimentarie.
La lunga colata, che segna il limite orientale dei
prodotti dell'Etna ed è separata dalle pendici del vulcano da una
striscia di terreni sedimentari, rende l'idea di come la morfologia possa
influire sulla propagazione dei prodotti vulcanici.
Da Giardini Naxos, si prende la statale 185
e dopo meno di 10 km si giunge alle Gole dell'Alcantara. La località
è meta di numerose gite e può essere molto (troppo) affollata
nei periodi di maggior flusso turistico. L'area è dotata di parcheggio,
bar e servizi. Si può accedere alle gole tramite un breve sentiero
in discesa (pochi minuti) o tramite un ascensore. L'entrata è a
pagamento, così come la fornitura di lunghi stivali di gomma che
permettono di risalire per un breve tratto nelle gole. L'acqua è
fredda e in alcuni punti profonda oltre il metro.
GOLE DI ALCANTARA
Il fiume Alcantara nasce a 1250 ms.l.m. a Floresta,
circa 12 km a Nord di Randazzo, e sfocia nello Ionio dopo aver percorso
48 km in una valle incisa fra colline di marne e arenarie su cui sorgono
i paesi di Castiglione e Motta Camastra. Il suo corso a Nord, da Randazzo
a Moio, segna un confine raramente superato dai prodotti vulcanici, mentre
da Moio fino al mare, l'incisione scavata dalle acque nelle rocce sedimentarie
ha funzionato come canale di scorrimento per una colata di lava uscita
dal cratere di Monte Moio.
Secondo Diodoro Siculo e altri autori storici, la colata sarebbe quella che nel 396 a.C. sbarrò la strada alle truppe cartaginesi guidate da Imilcone il quale, in guerra contro Dionisio di Siracusa, cercava di raggiungere Catania costeggiando il mare, in modo da avere il costante supporto della flotta di Magone. L'esercito cartaginese fu costretto a raggiungere Catania aggirando l'intero perimetro dell'Etna e per questo si suppone che una colata impedisse loro di procedere, scendendo dal fianco del vulcano fino al mare. Restano molti dubbi sul fatto che questo episodio si riferisca alla colata dell'Alcantara, la quale forse ha molto più di 2396 anni.
La colata ha seguito l'antica valle scavata dal fiume,
probabilmente senza intasarla completamente, dal momento che l'acqua ha
ripreso il suo percorso erodendo poco a poco i basalti e infliltrandosi
attraverso i giunti colonnari fino ad arrivare all'antico letto di arenarie.
La spettacolarità delle gole è dovuta
a una catena di eventi geologici. Prima, la colata di lava si è
fratturata per la contrazione prodotta dalla perdita di calore. Alcune
fratture hanno un andamento verticale e formano diritte e regolari colonne,
altre si dipartono da un nucleo e sono curvate in una forma detta "a rosetta".
La presenza di lunghe fessure verticali ha poi accelerato il processo di
erosione, incanalando le acque in una stretta sezione.
Le spettacolari gole formatesi in questo punto hanno
una lunghezza di circa 400 m, una larghezza media di 5 m e un'altezza intorno
ai 50 m. Si consiglia di fare a piedi il breve sentiero, almeno in discesa,
in modo da avere una panoramica sulle strutture della colata e sulle gole.
Dall'alto, si notano al centro della parete che sta di fronte le fratture
"a rosetta" nella parte alta che dividono la lava in prismi curvi che scendono
fino a livello dell'acqua.
Raggiunto il greto del fiume, si cammina per un breve
tratto sopra le arenarie. Attraversando il corso d'acqua che qui è
poco profondo e raggiungendo la sponda destra, si vedono i grossi strati
di arenarie intercalati da strati più sottili di marne (una roccia
fragile, e quindi più erosa, sottilmente stratificata, composta
da particelle più fini di quelle delle arenarie) sulle quali scorre
il fiume.
Appena sopra i cespugli della sponda destra -che purtroppo
celano variabili quantità di immondizie, ancor più sgradevoli
del solito, considerando che si tratta di un luogo custodito e gravato
da biglietto di ingresso che si presume sottintenda controllo e manutenzione
dell'area- si vede il contatto tra le rocce sedimentarie e quelle vulcaniche
che le hanno ricoperte.
Ritornando alla sponda sinistra, prima di entrare nelle
gole, ci si trova sotto una parete formata da eleganti colonne diritte.
Se si è dotati di stivali, si può ora risalire lungo il fiume,
osservare le colonne di lava lisciate dal lento lavoro dell'acqua e ammirare
i riflessi della luce che filtra dalle strette e verticali pareti.
Il livello dell'acqua varia da pochi decimetri a oltre
il metro. Il fondo a tratti sprofonda rapidamente per poi alzarsi dove
la sezione del fiume si allarga. Nei punti più larghi, infatti,
la velocità dell'acqua diminuisce e con essa la capacità
di trasporto del fiume. I granuli di sabbia (almeno quelli più grossi)
che erano trasportati in sospensione, al diminuire della velocità,
vengono abbandonati sul fondo dove si accumulano diminuendone col tempo
la profondità.
Tornati ai piedi del sentiero (o dell'ascensore) si
può osservare verso l'alto sulla parete sinistra, verso valle, i
prodotti vulcanici che hanno un assetto del tutto diverso rispetto alla
colata delle gole. Questo tratto di parete è infatti formato da
una successione di 5 o 6 colate, intervallate da detrito scoriaceo.
Volendo trovarsi il giorno seguente già alle pendici dell'Etna, si consiglia di proseguire dalle Gole di Alcantara verso Francavilla e quindi in direzione di Linguaglossa, dove non sarà difficile trovare una sistemazione.
Per spingersi più in quota, basta seguire da Linguaglossa la strada Mareneve. A circa 15 km, in un tratto di fitto bosco si incontra il rifugio Brunek, una struttura semplice, economica e accogliente. Appena oltre vi è un campeggio e dopo meno di 4 km, seguendo le indicazioni, si giunge a Piano Provenzana, dove vi sono altre strutture alberghiere.
1 - lave del 1865
2 - Grotta dei Ladri
3 - colata del 1865
4 - lave del 1950-1971-1979
Se si indossano delle scarpe adeguate, si consiglia
di addentrarsi per qualche decina di metri sulla colata del 1865, a monte
della strada. Subito si vedono i Monti Sartorius da cui è uscita
la colata
.
Tra la superficie caotica si trovano numerosi tratti lisci
, formati da lastroni sovrapposti
.
Questi derivano da successivi rivoli di lava molto calda e fluida fuoriusciti
da fratture della crosta fredda durante lo scorrimento del flusso o sgorgati
al termine di un tubo di lava
.
Anche i tratti di superficie più scoriacei, visti da vicino si presentano
come un ammasso di lastroni fratturati e ammucchiati uno sull'altro dal
flusso in movimento
.
In alcuni punti la lava calda è uscita sopra la crosta con piccole
esplosioni e i brandelli incandescenti sono ricaduti al suolo assumendo
forme plastiche a drappo
.
Piccole porzioni di lava calda e viscosa hanno forzato
in più punti la crosta, formando strutture arricciate e striate,
simili a quelle del dentifricio spremuto da un tubetto.
Quando la colata rallenta sopra un tratto di terreno
pianeggiante, la crosta solida che si forma per raffreddamento della superficie
a contatto con l'aria, tende ad inspessirsi, mentre la lava calda si accumula
al di sotto, spinge la crosta fino ad inarcarla e forma piccoli rilievi
detti tumuli. La parte più alta e i fianchi del tumulo si fratturano
facilmente e dalle fessure possono scorrere brevi rivoli di lava che assumono
forme di serpentelli lisci
(se la lava è fluida), oppure di protrusioni solide strisciate dal
passaggio nelle fratture, se è più viscosa.
La colata del 1865 termina poco prima di questo bivio.
La Grotta dei Ladri è un insieme di cunicoli
che dalla superficie del terreno entrano all'interno di profondi tubi di
lava.
La formazione di queste grotte (e di molte altre disseminate sulle pendici
dell'Etna) avviene quando, al declinare dell'eruzione, la lava defluisce
tutta o almeno in parte dal tunnel che si è costruita e che ha percorso,
lasciandolo vuoto. Alcuni di questi tunnel sono molto estesi e ampi e recano
all'interno i segni dei vari livelli raggiunti dal flusso di lava fluida.
I vari ingressi sono recintati ed è bene aggirarsi
nell'area con cautela, senza oltrepassare gli steccati.
La parte massiva centrale presenta delle fratture parallele
al terreno, simili a stratificazioni. Queste fratture si formano quando
il corpo di lava non ha una velocità uniforme, ma alcune porzioni
scorrono più veloci di altre. Osservando da vicino i diversi strati,
si notano allineamenti di bolle gassose, la cui concentrazione ha probabilmente
influito sulla differente velocità delle varie porzioni di lava.
La parte superiore della colata è formata da
una spessa coltre di scorie. Lo sviluppo di questo strato è condizionato
dal tipo di lava. Sopra le colate abbastanza viscose che scorrono lentamente,
già a poca distanza dalla bocca eruttiva si forma una grossa crosta
rigida. Sotto la crosta la lava resta calda e continua a scorrere trascinando
e fratturando la parte solida soprastante. In questo modo la colata si
ricopre di detrito che ricade ai lati (formando gli argini) e davanti al
flusso (detrito basale).
Il 3 agosto 1979, un'altra colata si arresta contro il muro della cappella, bucandolo di poco a monte (si vede guardando all'interno). Da questo spiazzo si possono vedere le lave del 1950 alle spalle della cappella, sopra la strada, quelle del 1979 contro il muro della cappella e quelle del 1971 sullo sfondo.
Da questo punto l'itinerario prosegue in direzione
del paese di Fornazzo e quindi di Milo e Zafferana, per salire poi sul
versante meridionale dell'Etna.
Verso valle si vede un tumulo nella colata del 1792.
I tumuli sono piccoli rilievi formati dalla spinta della lava incandescente
sotto la crosta solida. L'inarcamento provoca la fratturazione della crosta
e la lava fluida sottostante esce attraverso le fratture formando una serie
di rigagnoli che solidificano con le forme più differenti, a seconda
della temperatura e della quantità di lava che scorre all'esterno
del tumulo.
Osservando l'interno del tunnel, si possono notare
i segni lasciati sui fianchi dai vari livelli raggiunti dal flusso. Al
termine dell'eruzione, cessata l'alimentazione dalla bocca eruttiva, tutta
la lava è scesa verso valle, lasciando la galleria vuota.
Da questo punto vale la pena di scendere sotto la strada almeno di qualche passo. E' bene camminare con attenzione, perché la galleria prosegue in questa direzione e il tetto potrebbe essere in qualche punto interrotto o fratturato.
Appena sotto la strada, il terreno è meno ripido,
forse spianato da questa stessa colata e, nella fase finale dell'eruzione,
si deve essere creata una zona di ristagno della lava. Questa si è
accumulata sotto la crosta e l'ha spinta verso l'alto, formando un piccolo
tumulo. Dalle fratture della crosta arcuata numerosi rivoli di lava scorrevano
fluidi e si raffreddavano conservando le strutture tipiche di una crosta
sottile e plastica.
E' possibile osservare piccoli flussi con superficie
a corde, bubboni di lava rigonfi con la superficie liscia o segnata dall'esplosione
delle bolle di gas. A volte le impronte delle bolle sono così fitte
che la superficie viene detta "a conchiglie".
Guardando verso valle, si può notare il passaggio
tra questo tipo di lave, con superficie liscia o deformata plasticamente,
a un tratto di colata con la superficie scabrosa, prodotta dalla frammentazione
irregolare di una crosta più spessa e rigida.
L'eruzione del 1989 è iniziata con fasi esplosive
al cratere di Sud-Est e si è poi sviluppata con colate di lava emesse
lungo un sistema di fratture che si dipartivano quasi ad angolo retto dalla
base del cratere. In questa direzione, le fratture avevano una lunghezza
di circa 7 km e fecero temere che l'emissione di lava non restasse confinata
alla parte sommitale, ma potesse interessare anche le quote più
basse, con grave rischio per i paesi ai quali si avvicinavano pericolosamente.
Fortunatamente, fino ad oggi, la parte inferiore di queste fratture è
rimasta inattiva.
I Monti Silvestri, sono coni di scorie formatisi nelle fasi esplosive dell'eruzione del 1892, nel corso della quale una colata, benché non di grosso volume, scese quasi fino a Nicolosi. Una bocca dei Monti Silvestri dà accesso a una lunga galleria di scorrimento lavico, meta di escursioni speleologiche.
I numerosi negozi e ristori del piazzale, traboccanti di oggetti ricordo non sempre originali, conferiscono a quest'area l'aspetto un po' deprimente della baraccopoli. Dato il numero di visitatori che si accalca in questa zona, sarebbe forse il punto più adatto dove rendere reperibili pubblicazioni e informazioni di ogni tipo e livello.
Gran parte della colata del 1983 presenta in superficie
forme simili a quelle descritte nelle lave del 1792, incontrate salendo
verso il piazzale. La crosta fredda che ricopriva la colata è fratturata
in lastroni o ripiegata verso l'alto in tumuli. Tra le fratture della crosta,
i rivoli incandescenti sono solidificati con forme lisce, a budella o a
corde.
Guardando in alto si vede la superficie caotica di
brandelli di crosta ammucchiati uno sull'altro,
alternati a lisci bubboni solidificati dalla lava incandescente che veniva
spremuta sopra la crosta dagli irregolari movimenti del flusso. Sullo sfondo
si vede il salto morfologico di questo ramo della colata del 1983.
La ripida parete della sponda destra è formata
da prodotti eruttati intorno a 15.000 anni fa nel corso di violente eruzioni
esplosive. Questi prodotti, in prevalenza ceneri e pomici, sono scesi dal
cratere dell'Etna come densi torrenti ad alta temperatura. Simili fenomeni
eruttivi, che non si sono ripetuti nella storia più recente dell'Etna,
sono definiti flussi piroclastici e il loro deposito è chiamato
ignimbrite.
Le ignimbriti visibili a Adrano e a Biancavilla si
sono formate da almeno due grossi flussi piroclastici. Il primo ha lasciato
un deposito con spessore massimo di 8 m, il secondo uno spessore di circa
7 metri. La sponda sinistra del fiume Simeto è intagliata in banchi
di lave delle prime eruzioni subaeree dell'area etnea.
E' questo l'unico centro eruttivo visibile della prima
attività vulcanica dell'area etnea, dopo quella sottomarina, probabilmente
sviluppatasi lungo fratture.
Scendendo alla base del rilievo si può osservare la struttura del
blocco di lava: la parte più esterna è fratturata irregolarmente,
mentre verso il centro le fratture delimitano regolari ed eleganti colonne.
Questo tipo di fratture si producono nei prodotti vulcanici
per contrazione della massa calda durante le fasi di raffreddamento. Purtroppo
la solidità dello sperone di roccia appare in più punti compromessa
ed è prudente non sostare troppo a lungo sotto la parete.
L'eruzione del 1669 è famosa per aver prodotto una grossa colata di lava che raggiunse il mare dopo aver distrutto numerosi paesi e parte della città di Catania. Viene anche ricordata per il primo tentativo noto di rompere artificialmente con picconi e pale l'argine della colata per cambiarne il percorso, lavoro interrotto dai contadini i cui terreni minacciavano di esseri invasi dal flusso deviato.
LA COLATA DEL 1983
Dopo 4-5 km dall'uscita del paese, la strada comincia
a salire sopra le lave del 1983. Questa eruzione, iniziata il 28 marzo
e durata 131, giorni viene ricordata per le barriere e gli argini artificiali
predisposti nel tentativo, riuscito solo in parte, di salvare le strutture
alberghiere, gli impianti sciistici e la stazione di partenza della cabinovia.
L'attuale strada che da Nicolosi porta al Rifugio Sapienza
ripercorre il tracciato di quella sepolta dalla colata nel 1983. Lascia
perplessi un intervento così pesante sopra una colata lavica, peraltro
accompagnato da un enorme edificio la cui costruzione è da tempo
bloccata (fatto lodevole ma che non ripristina -e non potrà più
farlo- il paesaggio costruito da una delle più spettacolari eruzioni
recenti).
Ambienti delicati e instabili come quelli dei vulcani attivi, richiedono interventi altrettanto delicati e flessibili. Non si deve ritenere improponibile la variazione del percorso di una strada, o la costruzione di manufatti più agili, quasi provvisori, come peraltro possono rivelarsi nel tempo.
I parchi vulcanologici devono avere in primo luogo
rispetto delle strutture vulcaniche e, pur cercando tutti i compromessi
per il proficuo sfruttamento che questi ambienti offrono, è quantomeno
originale che le soluzioni avvengano a totale discapito delle risorse stesse.
I concetti ormai acquisiti sulla salvaguardia dell'ambiente (e nel caso
dell'Etna l'ambiente è quello di natura vulcanica), dovrebbero trovare
un'applicazione più evidente.
La colata del 1983 ha purtroppo preso una strada sfortunata e le sue belle strutture a tumili e lastroni, i tratti di superficie lisci o a corde inseriti in un accidentato paesaggio di scorie sono quasi ovunque stravolti dal ripristino dei manufatti che aveva inconsapevolmente distrutto, sia nel tratto a monte, alle spalle del rifugio Sapienza, che a valle. D'altra parte, benché simili lave non siano del tipo più comune tra le tante che coprono i fianchi dell'Etna -oltre che tra le più recenti scese a bassa quota- nessun cartello le indica e nei punti in cui non sono devastate dalle ruspe, sono spesso piene di immondizie o deturpate da frequentazioni poco civili.
Uno degli aspetti più importanti delle colate recenti consiste nel fatto che l'osservazione diretta permette di riconoscere gli stessi processi in lave antiche e di ricostruire la storia eruttiva di un vulcano. Per analogia si possono utilizzare gli stessi parametri per valutare le condizioni dei flussi, prevedere la loro capacità di propagazione e la probabilità che determinate aree possano essere danneggiate. Le strutture di superficie sono l'espressione più diretta delle condizioni fisiche della lava e la loro conservazione costituisce una testimonianza importante, almeno fino a quando non vengono cancellate da altre lave.
Nonostante queste considerazioni, lungo la strada da Nicolosi al Rifugio Sapienza restano ancora numerosi i punti di osservazione interessanti, sia naturalistici e panoramici che vulcanologici.
Dopo i primi tornanti, il fronte della colata viene
attraversato perpendicolrmente dalla strada e il taglio mette in evidenza
le varie parti di cui si compone il corpo di una colata: la zona massiva
centrale deriva dal raffreddamento del nucleo, cioé di quella parte
di colata che è incandescente mentre scende a valle. La parte massiva
sembra suddivisa in tre strati da fratture parallele al terreno che possono
indicare che il corpo incandescente non scorreva tutto alla stessa velocità,
ma si divideva in zone con caratteristiche (temperatura, contenuto in gas)
e capacità di movimento diverse.
La superficie è ricoperta da uno spesso ammasso di detrito caotico, che si forma per la rottura della crosta fredda trascinata e spezzata dal movimento del nucleo caldo sottostante. Anche la base della colata, che si vede oltre il muretto della strada, è formata da pezzi di lava uguali a quelli che costituiscono la parte superiore. Questo strato si forma perché, mentre la colata scende a valle, il detrito di scorie che si è formato in superficie cade in continuazione davanti al flusso e la colata avanza scorrendovi sopra.
Continuando a salire, dopo aver superato il brutto
edificio in costruzione nel mezzo della colata,
guardando a valle il panorama si allarga in direzione di Nicolosi, dove
risalta il cono dei Monti Rossi e altri conetti che punteggiano il lato
Sud dell'Etna, verdi di vegetazione, e arriva fino a Catania e al mare.
A uno degli ampi tornanti che si incontrano dopo il bivio per il Grande Albergo dell'Etna (punto di partenza per l'escursione a Monte Nero degli Zappini) ci si può fermare per osservare da vicino alcune forme superficiali della colata. Questa zona è più vicina della precedente al punto di emissione, la colata aveva una temperatura più alta e le strutture di superficie sono pertanto diverse. Le lave del 1983, inoltre, erano particolarmente fluide e scorrevano veloci formando, non lontano dalle bocche eruttive, dei tunnel, all'interno dei quali scorrevano senza quasi disperdere calore, per uscire a giorno più in basso ancora molto fluide.
L'intera colata scendeva a valle raffreddandosi nelle
parti più esterne a contatto con l'aria e mantenendo un nucleo incandescente.
La crosta fredda funziona come un coperchio e impedisce la dispersione
di calore dalla parte più interna della colata. La crosta diventa
tanto più spessa quanto più la colata si allontana dalla
bocca eruttiva, perde calore e diventa lenta e viscosa. Il movimento trascina
e frattura la crosta rigida i cui brandelli formano lo strato di detrito
che ricopre gran parte della colata.
In questo tratto, la colata doveva avere sotto la crosta
un nucleo molto caldo e fluido che, in alcuni punti, riusciva ad arcuare
la crosta fredda, a fuoriuscire sopra questa e a scorrere in rivoli incandescenti
per qualche metro.
Il raffreddamento di questi rigagnoli ha formato ammassi di lava con forme
plastiche, lisce e rotondeggianti.
In altri punti, la lava calda forzava la crosta con
un fiotto abbondante che scorreva formando un largo torrente tra il detrito,
raffreddandosi con una superficie liscia o appena corrugata.
Alcuni pezzi di crosta spessa e rigida sono fessurati
dalla ribollente lava sottostante. Questa si insinuava nella fessura formando
una striscia gonfia e liscia che raffreddava tra i due bordi freddi della
frattura.
Il trabocco di lava calda sopra la crosta fredda può
avvenire quando il fronte della colata comincia a raffreddarsi e a rallentare,
mentre prosegue l'alimentazione dalla bocca eruttiva. Il materiale incandescente
si muove più veloce del fronte e si apre la strada verso l'alto,
tra i blocchi di crosta fratturata, dove scorre e si raffredda rapidamente
con una superficie liscia o deformata plasticamente.