IL VESUVIO

Panoramica del Vesuvio da Pompei
LE ERUZIONI
Le eruzioni antiche
L'eruzione di Avellino
L'eruzione di Pompei 79 d.C.
Le eruzioni tra il 79 e il 1631
Le eruzioni recenti (1631-1944)
L'eruzione del 1944

LE ESCURSIONI

Un vulcano può essere attivo per milioni di anni, anche se talvolta attraversa periodi di riposo talmente prolungati da farlo ritenere estinto e può risvegliarsi con eruzioni più o meno improvvise. Conoscerne il comportamento nel passato rappresenta il punto di partenza per le previsioni della sua attività futura e diventa particolarmente importante quando il vulcano si trova in fase di riposo e il suo risveglio rappresenta un pericolo per l'uomo. E' questo il caso del Vesuvio, il cui cono è cresciuto all'interno dei resti di un vulcano più antico, il Monte Somma, negli ultimi 30-35000 anni e la cui ultima eruzione risale al 1944, un tempo troppo breve per poter considerare il vulcano definitivamente spento, ma sufficiente per allentare il timore delle sue devastazioni.
Gli scavi di Ercolano, in primo piano, sovrastati dall'abitato attuale e dal Vesuvio
La sua posizione geografica al centro di un'area popolata fin dall'antichità ha consentito di avere testimonianze più lontane nel tempo che per ogni altro vulcano al mondo ma, per la stessa ragione, molte sue eruzioni hanno provocato danni e perdite umane che hanno profondamente condizionato lo sviluppo della regione. In tempi recenti, i paesi vesuviani e la stessa città di Napoli si sono allargati sopra le sue lave che, ormai verdi di vegetazione, funzionano, come sempre è stato, da irresistibile richiamo.
Il Vesuvio visto da Stabia
Data la grande sproporzione con i tempi umani, le testimonianze dirette coprono comunque solo una minima parte della vita del vulcano e la passata attività si ricostruisce indirettamente, attraverso le tracce lasciate dalle eruzioni, cioé attraverso i prodotti accumulatisi intorno al cono. I prodotti vulcanici sono molto diversi a seconda del tipo di eruzione. Nel corso delle eruzioni effusive vengono emesse colate di lava che scorrono lungo le pendici seguendo canaloni e vallate. Benché la lava distrugga ogni cosa che incontra, le colate sono in genere poco veloci e solo raramente fanno vittime.
Una colata di lava che avanza lentamente sul terreno può essere osservata da vicino senza pericolo (Etna, novembre 2002)
Le eruzioni esplosive, al contrario, sono molto pericolose e causano spesso perdite di vite umane. In queste eruzioni il magma non scorre sotto forma di lava, ma è frammentato in pezzetti che vengono scagliati verso l’alto con potenti getti di gas. I pezzi di magma lanciati dal cratere formano colonne eruttive alte decine di chilometri e ricadono poi al suolo solidi, ricoprendo ogni cosa con strati di pomici e ceneri.
Una fase esplosiva durante l'eruzione dell'Etna 2002-3. L'altezza della colonna di cenere è di circa 2 km
A volte, le colonne eruttive collassano lungo i fianchi del vulcano formando veloci flussi di gas, pomici e ceneri, detti flussi piroclastici, che sono i fenomeni vulcanici più pericolosi e distruttivi. Il Vesuvio ha avuto eruzioni sia di tipo effusivo che esplosivo, intervallate da periodi di riposo anche molto più lunghi di quello attuale.
Un flusso piroclastico a S.Pierre, in Martinica, simile a quello che nel 1902 distrusse la città uccidendo 28000 persone

LE ERUZIONI ANTICHE
Nel corso dei millenni, le eruzioni del Somma-Vesuvio hanno sparso i loro prodotti non solo intorno al cono, ma in tutta la Piana Campana, fino e oltre gli Appennini. Le pomici cadute da alte colonne eruttive che hanno ricoperto vaste aree con strati uniformi sono i depositi più utili per ricomporre almeno le tappe fondamentali dell'attività del vulcano. Al contrario, le lave e i flussi piroclastici che scorrono al suolo seguendo direzioni obbligate, incanalati nelle valli e deviati dagli ostacoli, hanno lasciato depositi non uniformemente distribuiti, più difficili da correlare. La ricostruzione della storia del Somma-Vesuvio è complicata anche dalla presenza di prodotti provenienti dai Campi Flegrei, l'ampia area vulcanica posta a Nord-Ovest di Napoli.
Fenomeni associati alle eruzioni esplosive (colonna eruttiva sostenuta e flusso piroclastico) e relativi depositi
I prodotti vulcanici più antichi dell'area vesuviana sono colate di lava che si trovano sulle pendici del M. Somma o che si rinvengono in profondità negli scavi di pozzi. Tra queste lave e i depositi successivi vi è un paleosuolo, cioé uno strato di prodotti vulcanici trasformati dalle alterazioni chimiche in terreno fertile. La presenza dei paleosuoli rappresenta un dato importante, perché indica che i prodotti delle eruzioni non hanno invaso per molto tempo quell'area. Infatti, per la trasformazione dei prodotti vulcanici in suolo fertile servono molte decine o centinaia di anni e se un paleosuolo ha uno spessore molto sviluppato, l'intervallo di tempo privo di eruzioni può essere stato anche molto lungo.
In corrispondenza del coltellino usato come scala, si vede uno strato di pomici bianche da caduta (eruzione del Vesuvio detta di Avellino), con alla base un paleosuolo
Dal momento che uno dei criteri per ritenere estinto un vulcano si basa sul fatto che il suo riposo attuale duri da un tempo più lungo di ogni altro riposo precedente e siccome non è possibile conoscere direttamente questo dato, la presenza e la dimensione dei paleosuoli intorno al vulcano fornisce una stima di quanto lunghi possano essere stati in passato gli intervalli tra un evento e l'altro. In alcuni casi, il materiale organico contenuto nei paleosuoli, come il legno degli alberi, permette di effettuare datazioni con il metodo del C14 e di stabilire delle linee temporali di demarcazione tra i prodotti eruttivi che stanno al di sotto e al di sopra del suolo.
I livelli rossastri che caratterizzano le falesie di Ventotene (Isole Pontine), un antico vulcano smembrato dall'erosione, sono paleosuoli che si alternano a prodotti di eruzioni esplosive
Un'eruzione esplosiva del Vesuvio è testimoniata da uno strato di pomici visibile nei pressi del paese di Codola, sopra i prodotti di una grande eruzione avvenuta nei Campi Flegrei intorno a 35.000 anni fa.
Le due aree vulcaniche attive della Campania
I flussi dell'eruzione flegrea hanno invaso tutta la Piana Campana e i prodotti eruttati dal Somma-Vesuvio si sono poi accumulati sopra questo deposito, chiamato Ignimbrite Campana. L'eruzione delle Pomici di Codola deve essere stata una tra le più violente dell'antico vulcano, ma è anche una delle più difficili da interpretare, perché le sue tracce si trovano solo a una distanza di oltre 20 km dall'attuale cono e mancano riferimenti precisi intorno al vulcano.

I prodotti dei flussi piroclastici provenienti dai Campi Flegrei formano una roccia tufacea chiamata Ignimbrite Campana, utilizzata da secoli come pietra da costruzione in tutta l'area campana
I prodotti (chiamati Pomici Basali) di una fase esplosiva datata intorno a 17-18.000 anni fa, si trovano sopra le lave più antiche, separati da queste da un paleosuolo di 30 cm. Le Pomici Basali sono di colore bianco alla base dello strato e grigio verso l'alto, una variazione comune in molte pomici del Vesuvio che indica un mutamento nella composizione chimica del magma nel corso dell'eruzione. Sopra le pomici, ci sono oltre 5 metri di prodotti depositati dai flussi piroclastici formatisi per il collasso della colonna eruttiva.
Esempio di flussi piroclastici
Molte eruzioni esplosive, non solo del Vesuvio, presentano questa evoluzione da colonna sostenuta, dalla quale ricadono le pomici, a flussi piroclastici che formano depositi di pomici miste a ceneri e a frammenti rocciosi di vario tipo e dimensioni. Tra le Pomici Basali si trovano anche pezzi di rocce non vulcaniche, derivanti dalle zone più profonde della crosta terrestre e trascinate in superficie dal vorticoso risalire del magma.

Successione di prodotti un'eruzione esplosiva: sopra il paleosuolo (1), si trova uno strato di pomici da caduta (2), seguita da una serie di depositi da flusso (Santorini, eruzione Minoica)
In un'area a Nord-Ovest dell'attuale cono, in direzione di S. Sebastiano, sopra le Pomici Basali, si trova un deposito caotico di oltre 80 m che forse indica lo smembramento del cono nelle fasi più violente dell'eruzione e l'inizio della progressiva demolizione del vulcano Somma. Le violente eruzioni esplosive, oltre a demolire la parte alta del vulcano provocandone vistosi ribassamenti, innescano spesso anche processi di sprofondamento.
Il vulcano S. Helens (USA) squarciato dall'esplosione del 1980. A più di 20 anni dall'eruzione si vede ancora la zona grigia devastata dai flussi piroclastici
Questo avviene quando il magma risale veloce e abbondante in superficie, svuotando parte del serbatoio in cui si era accumulato. Di conseguenza, improvvisi cedimenti possono avvenire a chilometri di profondità e, se sono abbastanza ampi, si ripercuotono fino alla superficie, dove si formano delle depressioni circolari che vengono chiamate caldere. Probabilmente, dopo l'eruzione delle Pomici Basali, un ribassamento di questo tipo ha interessato una porzione del vulcano Somma, sviluppata verso Ovest rispetto all'attuale cono.

La depressione calderica circolare di Crater Lake (Oregon, USA)
Come spesso è accaduto al Vesuvio, a un'eruzione molto violenta deve essere seguita una fase di attività moderata. Infatti, sopra le Pomici Basali si trovano lave che testimoniano eruzioni effusive, probabilmente accompagnate da esplosioni di moderata intensità. E' evidente che i prodotti di eruzioni così lontane nel tempo non costituiscono che un indizio sull'attività del vulcano. Nei 1500 anni che separano l'eruzione delle Pomici Basali da quella esplosiva successiva, possono essere avvenute una gran quantità di eruzioni minori, che se accadessero oggi avrebbero una risonanza mondiale e, con molta probabilità, sarebbero catastrofiche. Con il tempo, i depositi di minore spessore vengono inesorabilmente confusi e cancellati insieme alla loro testimonianza.
Le pendici esterne del Monte Somma, oltre le quali si vede spuntare la cima del Gran Cono del Vesuvio
Quella datata intorno a 15-16.000 anni fa, fu un'altra eruzione esplosiva violenta. Il deposito, detto delle Pomici Verdoline, comprende, oltre allo strato di pomici di colore grigio-verdastro formatosi nella fase in cui la colonna eruttiva si alzava sopra il vulcano, anche un grosso deposito di ceneri e pomici lasciato dai flussi piroclastici successivi. Tra i prodotti di questa eruzione e quella precedente delle Pomici Basali si trova un paleosuolo che indica una stasi nell'attività eruttiva. All'interno del paleosuolo sono visibili alcuni sottili strati di cenere, probabile segno di sporadiche eruzioni minori.
Caratteristiche dei depositi di pomici da caduta  (A) e di flusso piroclastico (B). Il primo è composto da sole pomici con dimensioni più o meno uguali (la moneta usata come scala, indicata dalla freccia, ha un diametro di circa 2 cm); il secondo è composto da prodotti di tipo e dimensioni diverse (il coltellino usato come scala è lungo circa 10 cm)
Le Pomici Verdoline sono ricoperte da altre pomici attribuite a un'eruzione dei Campi Flegrei che, intorno a 9.800 anni fa, provocò la formazione del cratere di Agnano. Le pomici di Agnano ricoprono le pendici occidentali del M. Somma e rappresentano con la loro distribuzione uniforme e le loro caratteristiche un livello-guida. Di colore grigio-verde alla base che grada al rosato verso l'alto, sono intercalate da numerosi straterelli di cenere, particolarità che si ritrovano anche nel deposito presente nei Campi Flegrei intorno al cratere di Agnano. Il deposito sul M. Somma differisce da quello nei Campi Flegrei solo per lo spessore più ridotto, le dimensioni più piccole delle singole pomici e per la mancanza di litici e pezzi di lava, elementi tutti imputabili alla maggiore distanza del deposito dal punto di emissione.
Un'immagine satellitare dei Campi Flegrei. Il cratere più ampio, al centro della foto, è Astroni
Il paleosuolo che ricopre questi prodotti permette di datare la successiva eruzione vesuviana, detta di Mercato (o anche Pomici Gemelle o Pomici di Ottaviano), intorno a 8.000 anni fa. Prima di questa eruzione il riposo del vulcano deve essersi protratto per lungo tempo, non solo perché mancano altri significativi depositi vulcanici, ma anche perché il paleosuolo è particolarmente sviluppato e risulta databile in misura progressiva dalla base verso l'alto. I prodotti dell'eruzione di Mercato consistono in due strati di pomici separati da sottili livelli di cenere. Anche in questo caso la successione termina con prodotti depositati dai flussi piroclastici che riempiono i solchi di antiche incisioni.
Le pareti interne del M. Somma
I depositi dei flussi sono interrotti da strati di pomici che testimoniano come la colonna eruttiva a tratti tornasse ad alzarsi sopra il vulcano, per poi cadere nuovamente verso il basso. Questo alterno andamento nelle eruzioni esplosive è legato principalmente alla quantità di magma che arriva alla bocca eruttiva e alla capacità che la miscela di gas e frammenti solidi riesca a sollevarsi vorticosamente nell'aria. In alcuni punti, i depositi dell'eruzione di Mercato sono ricchi di litici, cioé di pezzi del cono vulcanico e del condotto frantumati dalle esplosioni. L'eruzione di Mercato è stata molto violenta ed è probabile che ad essa sia seguito uno sprofondamento dell'area centrale del vulcano, dove si è poi formato l'attuale cono del Vesuvio.
Vista aerea del Vesuvio, circondato in parte dalle pareti del Somma. Si noti l'urbanizzazione dell'area intorno al vulcano

L'ERUZIONE DI AVELLINO
Dopo questa, è presumibile che il Somma-Vesuvio abbia avuto altre eruzioni, anche importanti, ma i dati ricavabili dai prodotti danno la certezza di un grosso evento solo più di 4.000 anni dopo. L'eruzione, detta di Avellino perché i suoi prodotti si trovano principalmente in quella direzione, è comunque preceduta da un periodo di inattività, testimoniato da un diffuso paleosuolo. Per molto tempo i vulcanologi confusero i prodotti di questa eruzione, avvenuta intorno a 3750 anni fa, con quelli della successiva, tanto i depositi erano simili fra loro.
Le pomici, bianche alla base e grigie verso l'alto, dell'eruzione di Avellino
Le pomici di Avellino, infatti, come quelle eruttate molto più di un millenio dopo, sono di colore bianco all'inizio dell'eruzione, e quindi alla base del deposito, e diventano poi grigie all'incirca a metà della fase eruttiva a colonna sostenuta e quindi, nel deposito, a partire da circa la metà dello strato. Inoltre, in entrambe le eruzioni, sopra le pomici cadute dalla colonna sostenuta, si trovano depositi da flusso alternati ad altri strati di pomici, indicanti una fase con colonna eruttiva pulsante. La fase finale delle due eruzioni consiste in violenti flussi piroclastici, i cui prodotti formano la parte superiore del deposito.
  I prodotti dell'eruzione di Avellino: sopra la linea tratteggiata vi sono i depositi dei flussi piroclastici
La successione di questi prodotti è identica a quella che nel 79 d.C., distruggendo intere città dell'antica Roma, catapulterà il Vesuvio nella storia. Solo nei primi anni '70 i vulcanologi, con un capillare lavoro di rilevamento, distingueranno definitivamente le due eruzioni. Paragonabili fra di loro per volume e tipo di prodotti eruttati, esse differiscono innanzi tutto per l'area di distribuzione dei depositi.
La distribuzione delle pomici, con gli spessori in centimetri, delle due eruzioni dette di Avellino (Nord-Est) e Pompei (Sud-Est)
I prodotti dell'eruzione di Pompei: in appoggio sulla strada di epoca romana si vedono le pomici e, sopra la linea tratteggiata, i depositi dei flussi piroclastici
Le colonne eruttive che si alzano sopra il vulcano fino a raggiungere la stratosfera, si curvano nella direzione dei venti e lasciano cadere dall'alto i frammenti di magma ormai solidi sopra un'area che rispecchia la forma assunta dalla nube. Alla nostra latitudine, le correnti di alta quota spirano prevalentemente da Ovest verso Est e per questo gran parte delle eruzioni esplosive dei Campi Flegrei e del Somma-Vesuvio ricoprono con i loro prodotti da caduta più grossolani tutti i terreni immediatamente intorno al vulcano e poi, con granuli di dimensioni decrescenti con la distanza, un'area ellittica allungata verso Est.
Dimensioni delle pomici dell'eruzione di Avellino vicino al cratere (Somma V.)
Molti prodotti da caduta delle eruzioni più violente dei Campi Flegrei arrivano oltre Napoli e i depositi di pomici delle eruzioni del Somma-Vesuvio si trovano ben al di là degli Appennini. Le ceneri, più fini e leggere, sono trascinate ancora più lontano e, cadendo al suolo, formano sottili strati difficili da ritrovare sul terreno, ma spesso riconosciuti nei carotaggi effettuati in mare.
Dimensioni delle pomici dell'eruzione di Avellino lontano dal cratere (Ariano Irpino)
A differenza delle pomici di Avellino che, rispecchiando questo andamento, ricoprono un'area allungata verso Est, quelle del 79 d.C. sono insolitamente ricadute verso Sud-Est, proprio nella direzione di Pompei e della penisola Sorrentina, sui cui rilievi se ne ritrovano ancora spessi accumuli. Per quanto riguarda i flussi che scorrono al suolo, quelli dell'eruzione di Avellino, almeno i più ricchi in gas, si sono spinti fino a 10 km verso Nord-Ovest, mentre quelli dell'eruzione di Pompei si sono dispersi prevalentemente in direzione Sud. La direzione dei flussi dipende dalla topografia della zona ed è evidente che nel corso delle due eruzioni il vulcano doveva avere una forma o un'altezza diversa.
Sottili strati di ceneri da flusso dell'eruzione di Avellino in uno scavo archeologico di Frattaminore, circa 20 km dal Vesuvio
Un contribuito definitivo al riconoscimento delle due eruzioni si è avuto dall'archeologia. Nel 1972, i lavori per la costruzione dell'autostrada Caserta-Salerno intersecarono una piccola collina in Località Tirone, nel Comune di Palma Campania. Il taglio incontrò a cinque metri dalla superficie uno strato di oltre 60 cm di pomici, bianche alla base e grigie nella parte superiore, che ricoprivano numerose tombe del IV secolo a.C. Sotto la necropoli, un altro strato di pomici  copriva un'area di forma rettangolare (circa 5 x 4 m), posta al centro della zona delle tombe, e un paleosuolo che conteneva abbondanti residui di legno carbonizzato, dal quale emergevano orli di vasi e frammenti di ceramica.
Tracce di carri sul paleosuolo intorno allo scavo di Palma Campania
Alcuni vasi si trovavano accatastati uno accanto agli altri, due dolii e un piatto sembravano rovesciati intenzionalmente, una tazza era in posizione di caduta accidentale sopra uno strato di carboni. Intorno, altri recipienti, tazze, olle e brocche, tra le quali una rovesciata a terra era riempita di materiale vulcanico stratificato. La superficie di questi recipienti appariva screpolata e vetrificata per effetto della temperatura, fatto che in un primo tempo fece pensare alla discarica dei pezzi mal riusciti di una fornace.
Una tazza dallo scavo di Palma Campania
Lo scavo di questo sito incontrò difficoltà di ogni tipo, dalle piogge torrenziali, alle sollecitazioni della ditta appaltatrice del cantiere autostradale e, non ultimo, ai continui furti che impoverirono in maniera sensibile il materiale archeologico recuperato. Nonostante questo e nonostante il fatto che la collinetta dovesse fare rapidamente posto alla carreggiata e a un parcheggio dell'autostrada, il sito si rivelò una vera miniera, sia per gli archeologi che per i vulcanologi. Le indicazioni congiunte delle due discipline permisero di stabilire che l'insediamento preistorico era stato distrutto in maniera violenta e improvvisa da un'eruzione e che questa era evidentemente diversa e più antica di quella che aveva sepolto la soprastante necropoli del IV sec. a.C.
Scheletro rinvenuto in uno scavo sotto le pomici dell'eruzione di Avellino
Lo spesso strato carbonioso trovato sotto e tra i vasi e le dimensioni del rettangolo in cui erano concentrati i reperti, facevano pensare a un ambiente chiuso, forse una capanna, la cui intelaiatura di legno ricoperta da intonaco, (vi erano abbondanti pezzi di intonaco con tracce di bruciato) si era incendiata o per il calore sprigionato dalle pomici o, più probabilmente, per il crollo della struttura sopra un focolare acceso. Le intelaiature di legno che sostenevano i vasi e la struttura stessa dell'edificio preistorico furono le prime a crollare, rovesciando e rompendo alcuni degli utensili. Poi ogni cosa venne ricoperta dalla pioggia di pomici, sotto la quale la temperatura si mantenne così alta da provocare un inizio di fusione nell'argilla contenuta nell'impasto dei vasi, la cui superficie assunse l'aspetto screpolato e vetrificato.
Cranio di donna trovata sotto le pomici dell'eruzione di Avellino. Le frecce indicano le suture del cranio non ancora saldate, da cui si deduce l'età giovanile tra 20 e 22 anni e le macchie brune sugli incisivi superiori, dovute all'uso di acqua con alto contenuto di fluoro
Poco distante dal sito, in un taglio profondo circa 100 m praticato nella campagna per fare posto a una discarica di rifiuti, la successione dei prodotti eruttivi appariva chiara: lungo tutta la parete della cava, sotto uno spessore di 2 m di terreno vegetale e di prodotti vulcanici rimaneggiati, si trovava uno strato di circa 40 cm di pomici grigie; a profondità variabili tra 4 e 6,50 metri dal piano campagna, spiccava un altro strato di pomici, alla cui base vi era un paleosuolo. I due strati di pomici erano separati da depositi da flusso. Collegando nel breve tragitto in linea d'aria la posizione stratigrafica dei siti rispetto ai depositi vulcanici della cava, l'insediamento preistorico dell'Età del Bronzo risultava ricoperto dalle pomici più basse, le più vecchie, attribuite all'eruzione di Avellino, mentre le tombe del IV sec. a.C. venivano a trovarsi sotto le pomici più recenti e più vicine all'attuale superficie, quelle del 79 d.C. Erano in questo modo definitivamente confermate le intuizioni dei vulcanologi basate sulla differente distribuzione dei depositi e, seguendo questa distribuzione, numerosi insediamenti preistorici vennero scoperti ad Est del Vesuvio sotto le Pomici di Avellino, fino ad Ariano Irpino.
Tibia sinistra di un uomo sepolto sotto le pomici dell'eruzione di Avellino. Le frecce indicano un'escrescenza ossea, forse di origine genetica e la deformazione (doppia faccetta articolare con l'astragali), presente anche nella donna, tipica delle persone che passano molto tempo in posizione accovacciata
Se l'eruzione del 79 d.C. provocò una strage ampiamente documentata dal disseppellimento di intere città con molti dei loro abitanti, anche quella di Avellino deve aver fatto i suoi danni, proporzionati al livello di sviluppo e di densità umana intorno al Vesuvio, ma non per questo meno drammatici. In un'area al margine dello scavo di una villa rurale di epoca romana che sorgeva sopra un'ampia collina nei pressi di S. Paolo Belsito, poco distante da Nola, sono stati trovati sotto le pomici di Avellino gli scheletri di un uomo e di una donna la cui posizione raccolta, con le mani sul viso, ricorda straordinariamente l'ultimo gesto di molti abitanti di Ercolano e Pompei.
Calco di un corpo sepolto sotto i prodotti dell'eruzione di Pompei
Le buone condizioni delle ossa, nonostante le radici degli alberi avessero invaso il tronco dello scheletro maschile e una gamba di quello femminile, hanno permesso di riconoscere una donna robusta, alta un metro e mezzo, che alla giovane età di 21 anni registrava nell'osso pelvico il segno di almeno tre parti. Le analisi delle ossa del cranio e delle volte orbitali rivelarono inoltre ricorrenti carenze di ferro, forse coincidenti con i periodi di gravidanza e di allattamento. Il maschio aveva un'età molto avanzata per l'epoca, tra i 40 e i 50 anni, una statura insolitamente alta, un metro e 72 cm, e una forte muscolatura, deducibile dalla inserzione dei legamenti muscolari sulle ossa lunghe. A causa dell'età e delle condizioni di vita era afflitto da artrosi ai piedi e alle ginocchia.
Calco di un corpo sepolto sotto i prodotti dell'eruzione di Pompei
Le ossa delle tibie di entrambi, oltre a registrare un leggero rachitismo per carenze alimentari, avevano deformazioni tipiche delle persone abituate a una postura accovacciata. I denti recavano tracce di un'anomalia (ipoplasia) causata da periodi di stress e debilitazione durante le fasi di accrescimento e macchie di colore bruno (fluorosi) dovute ad un eccesso di fluoro nell'acqua, ritrovate anche in molti individui di Ercolano sepolti dall'eruzione del 79 d.C. Inoltre, i denti superiori anteriori recavano segni di abrasioni, come se fossero stati sottoposti a un continuo sfregamento, forse per l'uso della bocca come terza mano nella preparazione di cordami o cesti con fibre vegetali. Sorprendenti i risultati delle analisi sul DNA eseguite su un campione dell'osso interno del calcagno maschile che dimostrarono, tra l'altro, come quel maschio di 4000 anni fa e un napoletano di oggi appartengano allo stesso gruppo biologico.
Lo scheletro trovato a S.Paolo Belsito
Nonostante la straordinaria somiglianza tra l'eruzione di Avellino e quella di Pompei, il tempo che le separa è molto lungo e sicuramente ricco di episodi anche se, come in ogni altro periodo compreso fra due grosse eruzioni esplosive, l'attività del vulcano deve essere stata prevalentemente effusiva. Il fianco occidentale dell'attuale struttura del Vesuvio presenta una specie di piattaforma lobata, il Piano delle Ginestre, delimitata a Nord da Colle Umberto e dallo sperone su cui sorge lo storico edificio dell'Osservatorio Vesuviano e verso Sud-Ovest da un rilievo formato dall'accumulo di prodotti eruttati soprattutto nel corso delle due grosse eruzioni di Avellino e di Pompei.
I prodotti delle fasi iniziali dell'eruzione di Avellino: le pomici bianche sono cadute sopra il paleosuolo e hanno alla base un sottile strato di frammenti lavici e ceneri (compreso nel tratteggio) derivante dalle esplosioni che hanno causato l'apertura del condotto
Questa zona piatta è stata interpretata come indizio del ribassamento della superficie avvenuto dopo l'eruzione di Avellino e progressivamente riempito dai prodotti dell'attività successiva. Il cratere da cui è avvenuta l'eruzione di Avellino poteva trovarsi nell'area corrispondente al Piano delle Ginestre, a Ovest dell'attuale cono. Colmato lo sprofondamento, le colate di lava cominciarono a scorrere verso il mare, superando il bordo occidentale che chiudeva la depressione dove questo era smembrato e inciso.
Le pomici di Pompei, come quelle dell'eruzione di Avellino, sono cadute sopra il paleosuolo e hanno alla base un sottile strato di frammenti lavici e ceneri (compreso nel tratteggio) derivante dalle esplosioni che hanno causato l'apertura del condotto

L'ERUZIONE DI POMPEI DEL 79 d.C.
L'eruzione del 79 d.C., comunemente detta di Pompei dal nome della più famosa città dell'impero romano distrutta dai suoi prodotti, chiude il periodo più remoto dell'attività vulcanica vesuviana. Benché sia la prima eruzione al mondo della quale si abbia una descrizione scritta, non conosciamo la forma del vulcano prima dell'esplosione, perché il suo prolungato riposo lo aveva reso simile a molti altri rilievi e i geografi romani, ne' tantomeno i decoratori delle pareti delle case pompeiane, ritennero degno di attenzione questo isolato e neanche troppo esteso monte. Probabilmente la sua forma era quella di un cono abbastanza regolare, ricoperto da fitta vegetazione.
Il Vesuvio visto dagli scavi di  Pompei (in primo piano). La sua forma al momento dell'eruzione può essere ipotizzata in base ai resti delle pendici del Somma
Strabone, vissuto dal 63 a.C. al 19 d.C., descrive il vulcano come un monte circondato da bellissime campagne tranne che sulla cima, in gran parte piana, sterile e piena di caverne. Lucio Anneo Floro (98-138) e altri autori (Velleio Patercolo, prima metà del I sec. d.C.; Plutarco, 47-127) che raccontarono la fuga di Spartaco sul Vesuvio (73-71 a.C.), non parlano di una doppia cima o di un cono chiuso all'interno di un altro, ma ne danno una descrizione molto vicina a quella di Strabone. Anche le poche immagini che forse ritraggono il Vesuvio d'allora, un affresco di Pompei conservato al Museo di Napoli e uno di Ercolano andato disperso, rappresentano una sola montagna. 

La montagna dipinta su una parete a Pompei che si ritiene possa rappresentare il Vesuvio
L'eruzione del 79 d.C. iniziò il 24 agosto con la caduta di pomici da una colonna eruttiva che si sollevò sopra il Vesuvio per decine di chilometri. Dopo una fase pulsante, in cui la colonna a tratti collassava lungo le pendici del vulcano e poi tornava a sollevarsi nel cielo, dal cratere uscì una densa miscela di pomici e ceneri che, a più ondate, si abbatté torrida e veloce cancellando tutto quello che era riuscito a scampare alla pioggia di pomici.
Un edificio di Ercolano con le pareti decorate  
Plinio il Giovane descrisse questa eruzione in due lettere inviate a Tacito per raccontare, nella prima, la morte dello zio Plinio il Vecchio, avvenuta sulla spiaggia di Stabia e riferitagli da testimoni e nella seconda la sua drammatica esperienza a Miseno, distante quasi trenta chilometri dal vulcano, da dove osservava gli eventi nell'inutile attesa dello zio. Nonostante i limiti della descrizione di Plinio, il suo racconto può essere sincronizzato con le diverse fasi eruttive ricostruite attraverso l'analisi dei prodotti e altri dati disponibili sull'eruzione.
Capo Miseno e sullo sfondo, evidenziato con la linea tratteggiata, il Vesuvio
Il 24 agosto, alle ore 13, Plinio vede per prima volta da Miseno una nube, la cui altezza è stimabile fra 13 e 17 km, simile ad un pino più che a qualsiasi altro albero (in suo onore, la vulcanologia moderna chiamerà queste colonne eruttive pliniane). La risalita del magma e gli scossoni della terra erano iniziati già da un paio di giorni ed è probabile che anche l’eruzione vera e propria fosse in corso da alcune ore con moderate esplosioni. Infatti, poco dopo, giunge a Miseno un messaggero inviato da un’amica di Plinio il Vecchio, Rectina, la quale dai dintorni del Vesuvio implorava aiuto. Per il viaggio via terra dalla zona vesuviana a Miseno serviva presumibilmente almeno mezza giornata.
Un'imbarcazione romana in un dipinto di Pompei
Plinio il Vecchio raccoglie sollecito la richiesta di aiuto e mette in acqua le sue quadriremi. Considerando l'urgenza dell'operazione e la disponibilità dell'equipaggio anche senza preallertamento, le quadriremi avrebbero potuto prendere il mare entro un tempo compreso fra una e quattro ore. Navigando nelle condizioni di quel giorno, cioé in favore di vento e di mare, le navi possono aver tenuto una velocità media di 5 nodi, giungendo quindi alla costa vesuviana dopo quattro ore. Il fatto che Plinio abbia scelto di navigare con le quadriremi anziché con le quinqueremi, certamente presenti in buon numero nella sua flotta, fa pensare che egli si aspettasse di dover superare all'approdo di fondali relativamente bassi, simili a quello che vi era davanti a Ercolano. In tal caso, anche un mare forza 4 avrebbe provocato in prossimità della costa alti frangenti che potevano rendere pericoloso l'approdo.
Il tragitto seguito da Plinio il Vecchio
E, infatti, dopo aver tentato l'approdo a Ercolano, Plinio deve ripiegare verso la più riparata Stabia, dove trova l'amico Pomponiano con familiari e servitù in grande agitazione e apprensione. Tra il tempo per prendere il mare, l'attraversamento e il tentativo non riuscito di sbarcare a Ercolano, egli può essere arrivato a Stabia fra le 19 e le 22. Pomponiano aveva già le sue navi cariche e pronte a salpare appena il mare si fosse calmato. Plinio, dandosi il contegno che ci si aspetta da un simile personaggio, rincuora l'amico, fa un bagno e consuma con lui la cena nel modo più sereno possibile. Riferisce argutamente il nipote: egli è lieto o è simile a chi è lieto. Poi si mette a dormire.
Una villa di Stabia dopo i recenti scavi e, sullo sfondo, il Vesuvio
Intanto le pomici continuano a cadere. Ad un certo punto, da bianche diventano grigie, per la variazione della composizione chimica del magma che arriva in superficie. L'altezza della colonna, nel momento di transizione da pomici bianche a pomici grigie, è di 24 km. La fase più drammatica dell'eruzione inizia quando la risalita del magma verso il cratere diventa così abbondante da non riuscire più a formare una colonna eruttiva sostenuta e questa crolla verso il suolo, formando i poderosi flussi di pomici, ceneri e gas che semineranno morte e distruzione. Prima di collassare, la colonna carica di pomici grigie raggiunge la sua massima altezza di 32 km. Per avere una colonna di 32 km, dal cratere devono uscire 240 milioni di chilogrammi di magma al secondo.
Lo strato di pomici grigie e il soprastante deposito di cenere dei flussi (strato sporgente), visibili all'esterno delle ville di Stabia
Plinio il Giovane descrive i flussi come un nembo nero e orrendo, (che) discende sulle terre, copre la distesa del mare. E’ il giorno successivo all'inizio dell'eruzione e già il giorno era nato da un'ora e la luce era ancora incerta e quasi languiva. Il 25 agosto il sole sorge alle 6,25 e l’orario indicato da Plinio è quindi qualche tempo dopo le 7,30 del mattino. La luce languiva perché il sole, visto all'alba da Miseno, sorge esattamente dietro il Vesuvio e quindi si trovava oscurato dalla nube eruttiva.
Le pomici in uno scavo di Pompei. Il tratteggio evidenzia il passaggio di colore da bianche a grigie e, sopra queste, un sottile strato di ceneri sul quale si trovano i calchi di alcuni corpi (freccia). Le ceneri dei flussi successivi sono state asportate dallo scavo archeologico. Sullo sfondo si intravvede il Vesuvio
Nel frattempo, mentre Plinio il Vecchio viene udito russare dagli altri abitanti della casa che non riuscivano a prendere sonno per la paura (o fingeva, nel tentativo di infondere coraggio ai terrorizzati ospiti), dal cielo continuavano a cadere le pomici grigie. Lo strato accumulatosi a terra era ormai così alto che egli, se avesse indugiato nella stanza, non sarebbe potuto uscire più. A un tratto, la casa di Pomponiano è scossa da frequenti e violente scosse di terremoto, fino ad essere quasi divelta dalle sue fondamenta. Le forti scosse erano provocate dal cedimento in profondità delle rocce rese instabili dall'abbondante e rapida emissione di magma.
Schema delle principali fasi dell'eruzione, al passaggio da colonna sostenuta a formazione dei flussi piroclastici
Plinio il Vecchio e Pomponiano, oltre a molti servi, pur avendo l'accortezza di coprirsi la testa con cuscini per ripararsi dalla caduta di pomici, scelgono la via di fuga peggiore, scendendo in basso verso la spiaggia. Le condizioni del mare impediscono ancora di salpare e Plinio, che facilmente immaginiamo prostrato dalla fatica per aver camminato in quelle condizioni sopra una coltre di pomici, oltre ad avere una certa età e un fisico pesante, si getta a terra sopra un telo e chiede dell’acqua.
Le ville di Stabia. In corrispondenza dell'abitato moderno, in basso, si trovava l'antica linea di costa di Stabia, verso la quale si diresse Plinio il Vecchio e i suoi ospiti
La situazione di evidente pericolo avrebbe spinto a prendere il mare anche i più refrattari alla navigazione. L'operazione era poi comandata personalmente da Plinio il Vecchio, cioè dal comandante della più grande ed importante flotta dell'impero, che aveva sotto di sé i migliori marinai e i migliori equipaggi di rematori, nonché le navi nelle migliori condizioni di efficienza. Se continuò a rinviare la partenza, vuol dire che prendere il mare sarebbe equivalso ad un suicidio e questo fa ritenere che potesse esserci una burrasca forza 6 o 7. Per avere un mare talmente agitato in quell'area del golfo, dovevano spirare forti venti provenienti dai settori di Ponente o di Libeccio.
Una delle discese dalle ville di Stabia verso il mare
In questo modo, Plinio il Vecchio resta bloccato sulla spiaggia di Stabia mentre già altrove era giorno, lì era notte: una notte più nera e più fitta di tutte le notti. I fuggiaschi di Stabia, infatti, si trovano sottovento lungo la direzione di caduta delle pomici che nascondono completamente la luce del sole. Siamo all’incirca nello stesso istante in cui Plinio il Giovane osserva da Miseno la nube nera e orrenda. Sono le 7,30-8 del 25 agosto.
Un dipinto sulle pareti di una villa di Stabia
La morte di Plinio il Vecchio sopraggiunge allorché stramazzò al suolo (...) perché il respiro fu ostruito da una nebbia sempre più densa e la gola si occluse. La nebbia che lo avvolse era la nube di fine cenere vulcanica, minute particelle di magma solidificate al contatto con l'aria, dispersa dai flussi piroclastici. Gran parte del materiale che forma i flussi piroclastici scorre al suolo come un denso torrente che segue la conformazione del terreno, ma le zone esterne del tumultuoso torrente sono formate prevelentemente da cenere fine mescolata al gas liberato dal cratere e all'aria incorporata e riscaldata e possono scavalcare piccoli rilievi, colpendo zone che la parte densa non raggiunge. I flussi densi causano la morte di quanti hanno la sventura di esserne investiti soprattutto per traumi (fratture, ecc.), urti meccanici e ustioni, mentre le ondate di cenere e gas provocano asfissia per inalazione di cenere calda che aderisce alle vie respiratorie occludendole. Questo deve essere successo a Plinio il Vecchio sulla spiaggia di Stabia.
  Particolare del calco di una delle vittime di Pompei soffocata dalle ceneri
I flussi finiscono intorno alle 10,30 del 25 agosto. Le immani ondate che causarono la maggior parte delle vittime e delle distruzioni a Pompei, Ercolano, Oplonti, Stabia oltre che nelle innumerevoli ville disseminate ai piedi del Vesuvio e lungo la costa, durarono un tempo breve, contrariamente a quanto si possa pensare vedendo gli oltre 20 metri di depositi nella zona di maggiore accumulo a Ercolano. Infatti, in questa fase dell'eruzione il tasso di emissione (cioè la quantità di magma che usciva dal cratere nell'unità di tempo) era così alto che la grande quantità di materiale è scivolata in rapida successione verso la base del vulcano.
  Il calco di alcuni scheletri di Ercolano. La morte è dovuta all'alta temperatura dei flussi
Dopo i flussi, il magma in grado di risalire fino alla superficie è praticamente esaurito, ma il crollo delle pareti della camera magmatica, convogliando l'acqua delle falde sotterranee sulle rocce calde, provocheranno le violente esplosioni che scuoteranno il vulcano nelle fasi finali dell'eruzione. Considerando che l'espulsione di magma, in tutto circa 4 km3, è andata crescendo nel tempo fino alla fase dei flussi, che coincide con il massimo tasso di emissione, l'intero processo eruttivo deve essere durato non più di due giorni e mezzo. A distanza di quasi duemila anni, questa tragedia ci testimonia che le fasi più pericolose di un'eruzione esplosiva possono essere rapide, ma anche che possono avvenire dopo molte ore dell'inizio dell'eruzione. Con i moderni sistemi di allertamento e con adeguati piani di evacuazione, questa considerazione potrebbe essere preziosa nel caso di un futuro evento.
Lo stato attuale dei portici che si affacciavano sulla spiaggia di Ercolano e al cui interno sono stati trovate oltre duecento vittime dell'eruzione. Si intravvedono i resti di alcuni scheletri in cattivo stato di conservazione
Per lungo tempo gli effetti dell'accumulo di enormi masse di materiale incoerente si ripercossero intorno al Vesuvio. Mentre le piogge portavano a valle torrenti densi di fango misto a ciottoli, in pianura i fiumi Sarno e Sebeto, sbarrati dai prodotti vulcanici, cercavano un nuovo sbocco verso il mare. Lungo il litorale che va da Torre Annunziata a Torre del Greco, sopra i prodotti dell'eruzione del 79, si vedono ancora oggi i depositi di materiale caotico trascinato a valle dalle piogge dopo l'eruzione.
Il calco di una vittima di Pompei
Se è probabile che l'eruzione di Avellino abbia sventrato il vulcano di Somma, è difficile immaginare che le eruzioni successive ne abbiano modificato di molto la struttura e che la disastrosa esplosione del 79 possa aver costruito un cono, piuttosto che proseguirne la demolizione. Qualunque sia stata la sua forma, sicuramente dopo il 79 il Somma-Vesuvio non poteva essere come prima e forse cominciava ad assomigliare a quello di oggi.

LE ERUZIONI TRA IL 79 E IL 1631
L'eruzione del 79 segna una specie di confine nella storia del vulcano Somma-Vesuvio. L'eco di questo evento avrà la massima diffusione possibile per quei tempi, ma sarà seguita da un lungo silenzio forse più per distrazione degli uomini che per grazia del vulcano. Sporadiche notizie riferiscono di esplosioni nel 172 (Galeno) e di un'eruzione nel 203 (Dione Cassio). E' probabile che in questo periodo si siano avute altre eruzioni con colate di lava, ma dopo il 203 il vulcano sembra essere rimasto inattivo per almeno 170 anni. Alcuni autori (Dione Cassio, Procopio di Cesarea) lo descrivono ancora come un'unica montagna con un'ampia voragine ad anfiteatro.
  Le pareti interne del Somma
Il cono all'interno dei resti del Somma deve quindi essersi formato più tardi, ma probabilmente non in questo arco di tempo, in quanto le cronache parlano di un'altra eruzione molto violenta, detta di Pollena, nel 472. Questa eruzione non gode di grande fama, benché i suoi prodotti indichino che si sia trattato di un evento quasi paragonabile a quello del 79. Tutta l'area intorno al Vesuvio risentiva ancora della devastazione di quattro secoli prima e le rovinose vicende dell'impero romano non ne avevano favorito la ripresa. Se proprio non passò inosservata, l'eruzione ebbe effetti minimi su un'economia praticamente inesistente e su una diradata popolazione impegnata su altri fronti di sopravvivenza.
I prodotti delle eruzioni successive al 79, a Torre Annunziata. Il tratteggio evidenzia il deposito dei flussi atttribuiti all'eruzione del 472
Le eruzioni successive a quella del 472 e fino a quella del 1139, dopo la quale si ha un lungo periodo di riposo, sono chiamate "medioevali". In base allo studio dei depositi, l'attività medioevale comprende almeno 4 eventi esplosivi, anche se non particolarmente violenti, e numerose eruzioni con colate di lava. I prodotti di queste quattro eruzioni consistono prevalentemente in strati di scorie. Le scorie sono emesse nel corso di eruzioni esplosive di moderata intensità, definite stromboliane, che consistono in una successione di esplosioni durante le quali i brandelli di magma sono scagliati a qualche centinaia di metri sopra il cratere e ricadono poi al suolo sotto forma di scorie solide. La presenza di litici, cioé pezzi di roccia, è segno di un'esplosività che coinvolge la distruzione del condotto o della bocca del vulcano. Quando i litici non sono di origine vulcanica, è evidente che sono stati trascinati dal profondo, dove la risalita del magma incontra le rocce calcaree. L'intera successione degli strati di scorie, intervallati da piccoli paleosuoli, è visibile presso Terzigno a circa 7 km in linea d'aria dal cratere.
Un muro romano sul lungomare di Torre Annunziata, ricoperto dai depositi dell'eruzione del 79, tra i quali si trova un sottile strato di pomici grigie che rappresenta il punto di caduta più distante dal centro eruttivo per le pomici di quell'eruzione. Sopra queste si trovano i prodotti delle eruzioni esplosive successive e la colata di lava di un'eruzione effusiva
La prima di queste eruzioni esplosive è menzionata in una lettera di Cassiodoro, un questore di Teodorico, che nel 512 chiese l'esenzione dalle tasse per le popolazioni danneggiate dalla cenere che aveva invaso i campi coltivati. Altre segnalazioni di attività si hanno nel 536 e un'eruzione esplosiva, avvenuta tra il 680 e il 685, è riportata da Paolo Diacono nella Historia Longobardorum, mentre un'altra è segnalata nel 787. Le cronache dell'Abbazia di Montecassino parlano di un'eruzione nel 968, descrivendo per la prima volta con termini appropriati una colata di lava.
particolare della fotografia precedente. Le linee tratteggiate indicano lo strato di pomici grigie dell'eruzione del 79
Intorno all'anno Mille, la violenza del vulcano sembra crescere smisuratamente con terribili eruzioni segnalate nel 991, 993 e 999 ma, come è noto, in quegli anni la convinzione dell'imminente fine del mondo rendeva apocalittici anche avvenimenti assai meno gravi. Scampato il pericolo, le descrizioni diventano più attendibili e le cronache delle abbazie di Montecassino e di Cava dei Tirreni segnalano eruzioni nel 1037, nel 1068 o 78 e poi nel 1139, dopo la quale è quasi certo un lungo periodo di quiescenza interrotto nei primi anni del 1500 da una breve eruzione, peraltro riportata nel 1514 da una sola fonte (De Nola Opusculum di Ambrogio Leone).
La voragine interna al Gran Cono del Vesuvio
Nel lungo periodo di attività poco violenta compreso tra il 472 e il 1139, seguito da una quasi totale quiescenza tra il 1500 e il 1631, vi sono tutte le condizioni perché all'interno della caldera del Somma abbia cominciato a formarsi un cono più piccolo. D'altra parte, già un dipinto nelle catacombe di S. Gennaro a Napoli datato al VI secolo e poi i documenti tra il 1500 e il 1600 descrivono una struttura che ricorda molto quella di oggi, con un cono arido sulla cima, circondato da una depressione e da un bordo più esterno, che la chiude in parte, i cui versanti sono ricoperti da alberi e coltivazioni. Tutto l'apparato era chiamato la montagna di Somma, dal nome della città che si trova ai suoi piedi. Prima del 1631, il cono interno era più alto del bordo esterno di circa 55 metri e il diametro del cratere era di circa 480 metri. Sui bordi e sul fondo del cratere, riempito in parte dai materiali che vi franavano, si vedevano delle fumarole. Più o meno come ora.
Una colata di lava del Vesuvio tagliata dall'autostrada Napoli-Salerno

L'ERUZIONE DEL 1631
Il Vesuvio prima dell'eruzione del 1631 in un rame acquarellato di G. Hoefnagel (1578)
Dopo cinque secoli, il Vesuvio si risveglia drammaticamente nel 1631. I terremoti che si sentivano da alcuni mesi si erano fatti più intensi e frequenti dai primi giorni di dicembre. Alle 7 del mattino del 16 dicembre, tra fortissimi boati e tremori, una lunga frattura si apre sul lato Sud-occidentale del cono e attraverso questa inizia l'eruzione con lanci di scorie e brandelli incandescenti che ricadono fino sulla cresta del Somma. Subito dopo, dal cratere comincia a levarsi una colonna densa di cenere che, nel giro di due ore, diventa così alta e ampia da oscurare il cielo. Dalle 10 del mattino fino alle 4 del pomeriggio, la colonna si mantiene alla stessa altezza, ricoprendo di scorie Ottaviano e la pianura a Est del vulcano. Nel pomeriggio la scura nube copre il cielo fino a Napoli e sulla città comincia a cadere cenere.
L'eruzione del 1631 in un'incisione di G. Orlandi
La parte più alta della colonna si piegava nella direzione del vento e le ceneri erano prima trascinate verso Sud-Est e poi leggermente più a Nord. A sei ore dalla formazione della colonna, le ceneri cominciarono a cadere in Puglia, tra Bari e Lecce, a 320 km dal Vesuvio. Quando la direzione del vento si spostò ancora più verso Nord, le ceneri raggiunsero le coste della Croazia e, a 12 ore dall'inizio dell'eruzione, caddero per sei ore sopra Dubrovnik e le Bocche di Cattaro, a 390 km dal Vesuvio. Cadde cenere del Vesuvio fino a Costantinopoli, a 1250 km di distanza.
L'eruzione del 1631 in una stampa dell'epoca di N. Perrey
Dalle sette di sera del giorno 16 fino al mattino del giorno dopo, la colonna eruttiva divenne instabile e intermittente. Ogni volta che riprendeva ad alzarsi nel cielo, era accompagnata da tremori e terremoti. Alla fine di questa fase, in un momento di cielo limpido, da Napoli si vide il cono del Vesuvio più basso della cresta del Somma.
L'eruzione del 1631 ritratta da S. Compagno
Tra le 10 e le 11 del mattino del 17 dicembre, un interminabile terremoto segna l'inizio di una nuova fase. Tutto il cono viene improvvisamente avvolto da una poderosa nube che non si solleva sopra il cratere, ma scivola vorticosa lungo i fianchi del vulcano. La nube, formata da una densa miscela di pomici, cenere e gas, si divise in tanti rivoli che, incanalati nelle valli, raggiungono la pianura dove si allargano come ventagli. Il ramo più a Nord-Ovest segue il Fosso della Vetrana, rade al suolo Massa di Somma, parte di Pollena e San Sebastiano e si ferma nella pianura con un fronte ampio 800 m. Il ramo sceso sul versante Sud-Ovest raggiunge le case di Bosco.
I flussi piroclastici dell'eruzione del 1631 in un disegno di G.B.Passari
Tra questi due estremi, innumerevoli altri rivoli torridi si dirigevano verso il mare nell'area compresa tra S. Giovanni a Teduccio e Torre Annunziata. Davanti al Granatello, un flusso ampio 30-50 m si spinse in acqua per 570 m mentre, a Torre del Greco, un altro largo 80 m avanzava verso il mare aperto per circa 380 m. Solo le zone rialzate comprese tra le incisioni, come la collina dei Camaldoli, a soli 5 km dalla bocca, ma alta 185 m, furono risparmiate dalle dense ondate di cenere.
Un flusso piroclastico del vulcano Augustine in Alaska
La fase più violenta durò tre giorni e l'eruzione si esaurì completamente in cinque giorni. Ancora una volta, la forma del Vesuvio non era più la stessa. La cima, che prima aveva raggiunto la sua massima altezza e aveva superato il bordo del Somma, sembrava decapitata e il cratere aveva un diametro il doppio di prima. Per molti anni a seguire, ad ogni temporale, dai fianchi del vulcano scenderanno frane e torrenti di materiale vulcanico.
Il cono del Vesuvio più basso del Somma dopo l'eruzione del 1631, in un'illustrazione di D. Barra
Nell'eruzione del 1631 persero la vita circa 4000 persone, vennero distrutti interi paesi e vaste aree coltivate. I danni furono gravi fino alla città di Napoli. Una lunga discussione tra vulcanologi non è mai riuscita a chiarire se durante questa eruzione siano state emesse anche colate di lava. Alcuni autori riportano che 700 persone perirono travolte dalla lava, cosa abbastanza insolita dal momento che normalmente le colate avanzano a velocità tali da permettere alle persone di scappare. Probabilmente la descrizione dei flussi piroclastici fatta dai testimoni oculari è stata male interpretata, anche se non si può escludere in assoluto che l'eruzione abbia avuto una fase effusiva. L'equivoco può essere nato dal fatto che il termine lava, entrato nella moderna vulcanologia con il significato di materiale incandescente emesso nel corso di eruzioni effusive, nasce nel dialetto napoletano per descrivere i tumultuosi torrenti di fango che solcano i pendii del Vesuvio e delle montagne vicine e che innondano paesi e campagne, anche in tempi molto lontani dalle eruzioni. In questo senso, persino autori relativamente recenti e bene informati hanno chiamato "torrenti di lava" i flussi piroclastici che hanno sepolto Ercolano, ritenendoli frane e flussi di fango successivi all'eruzione.

LE ERUZIONI RECENTI (1631-1944)
Dal 1631 al 1944 il Vesuvio ha un'attività pressocché continua, interrotta solo da periodi di riposo che non superano mai i sette anni. Più ci si avvicina al presente e più la documentazione diventa attenta e frequente, anche se un gran numero di eventi minori può essere stato trascurato proprio perchè il vulcano in attività diventa una consuetudine.
L'eruzione del Vesuvio del 1807 in una gouache dell'epoca
Le eruzioni più rilevanti sono comunque descritte tutte con una evoluzione straordinariamente simile e il vulcano per tre secoli sembra avere un'attività che si ripete ciclicamente nel tempo. Dopo una fase di quiescenza, si aprono delle fenditure sul fondo del cratere dalle quali comincia a fluire la lava. Insieme, moderate esplosioni scagliano in alto brandelli di lava che ricadono e si accumulano formando un conetto interno. Il cratere si riempie lentamente e la sua base si alza fino a raggiungere l'orlo, dopo di che la lava tracima.
Il riempimento del cratere prima del 1926. La lava ha quasi raggiunto l'orlo della voragine lasciata dall'eruzione del 1906
Spesso anche all'esterno del cono si aprono nuove bocche, sempre confinate tra il Gran Cono e il recinto del Somma. Il tranquillo flusso di lava accompagnato da sporadiche esplosioni con lanci di brandelli incandescenti può durare anche mesi, ma al riempimento del cratere segue immancabilmente un'eruzione esplosiva più violenta. Questa inizia con fontane di lava alte da 2 a 4 km e termina con una colonna di cenere alta da 5 a 15 km, cui segue il collasso della parte centrale del cratere. Il vulcano entra poi in una fase di riposo che dura alcuni anni, fino a che riprende con effusioni di lava e la formazione di un nuovo conetto all'interno della voragine svuotata.
  Il conetto all'interno del cratere del Vesuvio nel 1934
Fedele a questo andamento, dopo il 1631 il Vesuvio resta tranquillo fino al 1637. Alla ripresa dell'attività, per molto tempo il profondo cratere riesce a contenere al proprio interno le colate di lava e i brandelli lanciati dalle esplosioni si accumulano sul fondo costruendo un nuovo conetto intorno alla bocca. Le opere di numerosi artisti dell'epoca ritraggono questa struttura concentrica, con l'ampia cinta del Somma che racchiude un cono, detto Gran Cono, al cui interno si trova il conetto in costruzione.
Una visione aerea del Vesuvio nel 1942. Le lave emesse dal conetto hanno riempito la voragine e, fin dal 1936, hanno cominciato a traboccare dal bordo orientale
Le eruzioni si succedono con episodi più intensi nel 1649, 1652 e 1654. Nel 1660 un'eruzione esplosiva dura quasi tutto il mese di luglio e, quando ormai sembra finita, un'ultima emissione di ceneri grossolane formate quasi interamente da cristalli di augite a forma di piccole croci, destò grande impressione, non priva di presagi, su tutta la popolazione intorno al vulcano.
Un'eruzione del Vesuvio in una gouache del 1700
L'attività segnalata nel 1663 e 1670 resta ancora confinata all'interno del cratere. Episodi più violenti avvengono nel 1680, 1682 e 1685, ma fino al 1688 la lava accumulata all'interno del cratere è più abbondante di quella lanciata all'esterno dalle esplosioni e in questo modo il conetto spuntato sul fondo della voragine del 1631 continua a crescere. Nel 1689 il conetto riempie tutto il cratere e la sua punta emerge dal bordo del Gran Cono, anche se resta ancora più basso rispetto alla cresta del Somma. Nel 1694 per la prima volta la lava esce all'esterno del Gran Cono e raggiunge i paesi di S. Giorgio a Cremano, Torre del Greco e Boscotrecase. Ormai non vi sono più ostacoli per le colate che minacceranno sempre più spesso i paesi ai piedi del Vesuvio. Il vulcano torna silenzioso fino al 1696, quando una nuova colata si sovrappone a quella di due anni prima e scende verso S. Giorgio a Cremano. Negli anni 1697 e 1698 altre colate raggiungono Torre del Greco e Ottaviano.
Un'eruzione del 1700 in un dipinto di P.J. Volaire
Per tutto il 1700 incessanti colate di lava, alternate a spaventose esplosioni con emissioni di cenere, distruggono o danneggiano i paesi vesuviani. Alle eruzioni dal cratere sommitale si alternano altre ancora più pericolose che avvengono lungo spaccature laterali che solcano i fianchi del vulcano. Nel 1760 le bocche si aprono sul lato meridionale a quota 300 m s.l.m. I brandelli infuocati che ricadono dalle fontane di lava si accumulano formando vari coni di scorie, di cui tre sono ancora oggi visibili. Nel 1794 le bocche si aprono tra 480 e 320 m s.l.m. e le lave invadono, per la terza volta in 150 anni, Torre del Greco. Si salva solo la parte orientale della città, peraltro già distrutta nel 1737.
Eruzione (del 1771) del Vesuvio dall'Atrio del Cavallo. Dipinto di P.J. Volaire
Anche nel 1800 le eruzioni sono frequenti. Nel 1822, forti esplosioni abbassano il vulcano di 93 m e lasciano un ampio cratere che comincia a riempirsi di lava dal 1826. Raggiunto il bordo, la lava comincia a scorrere all'esterno nel 1831. La successione è incredibilmente costante. Quando il cratere viene svuotato e ampliato da un'eruzione più violenta delle altre, questo funziona da contenitore per l'attività degli anni successivi. Riempita la voragine, la lava scorre poi all'esterno, fino al successivo evento esplosivo che svuota nuovamente il cratere. Le colate di lava che traboccano stanno cambiando la morfologia intorno al Gran Cono, riempiendo la depressione tra questo e le pareti del Somma.
L'eruzione del Vesuvio dell'8 agosto 1779 in un dipinto di P.J. Volaire
Nel 1855 la lava riesce per la prima volta a tracimare a Nord-Ovest, nel Fosso della Vetrana e nel sottostante Fosso del Faraone, strada che sarà poi seguita da altre colate aggiungendo nuove aree a rischio nella già accidentata mappa dei paesi vesuviani.
Nel 1858 numerose bocche alla base del Gran Cono formano una colata di lava che invade la strada tra Resìna (Ercolano) e l'Osservatorio. L'eruzione dura fino al 1860 e le sue lave fluide, con strutture superficiali a corde, sono oggi attraversate dalla strada che sale al Vesuvio.
L'eruzione del 1806 in una guache di L.S. Gentile
Nel 1861 nuove bocche si aprono a monte dell'abitato di Torre del Greco che sarà ancora una volta invasa da una colata di lava. Un'altra eruzione particolarmente dannosa per le colture e per i paesi di Massa e S. Sebastiano, già colpiti dalle lave del 1855, avviene nel 1872. La lava esce dalle fratture apertesi sui fianchi del Gran Cono, accompagnate da esplosioni al cratere. Questa eruzione lascerà un cratere del diametro di 250 m, diviso in due da un muro di lava solidificata.
Le lave dell'eruzione del 1858 (in primo piano) fiancheggiano per un lungo tratto la strada che sale al Vesuvio
Gli anni successivi sono caratterizzati da lente effusioni di lava e dalla formazione di duomi esterni e vicini al Gran Cono. Verso la fine del secolo si formano il Colle Margherita (1891-94), ora ricoperto dai prodotti delle eruzioni successive e il Colle Umberto (1895-99) che raggiunse 150 m sopra il piano campagna (880 m s.l.m.) e che risalta ancora sul fianco occidentale del Vesuvio.
Colle Umberto visto dalle pendici del Vesuvio
Per una serie di circostanze, nei due secoli che seguono l'eruzione del 1631, il Vesuvio monopolizza l'attenzione del mondo culturale di tutta Europa. Mentre le sue eruzioni più violente infieriscono sulla popolazione creando ondate di sgomento, i lunghi periodi di attività moderata o di riposo, insieme alle modeste dimensioni del vulcano e alla facilità con cui lo si poteva avvicinare anche coi mezzi di allora, attira una incredibile quantità di visitatori. Considerando poi che Napoli era la capitale di un regno e che già dall'inizio del 1700 erano cominciati gli scavi per riportare alla luce le città romane sepolte sotto i prodotti dell'eruzione del 79 d.C., il Vesuvio e i suoi dintorni divennero meta irrinunciabile del "Grand Tour d'Italie" che tutti gli intelletuali europei, per potersi dire tali, dovevano compiere.
Il Vesuvio in una gouache del 1833
Dal 1800, il Vesuvio diventa non solo polo di esperienza culturale ma anche scientifica e nel 1841 viene fondato per volere di Ferdinando II di Borbone, il Reale Osservatorio Meteorologico Vesuviano, il primo istituto vulcanologico del mondo, la cui sede storica spicca sulle pendici del vulcano. Il suo primo direttore, il fisico parmense Macedonio Melloni, inaugurò in occasione del VII Congresso degli Scienziati Italiani a Napoli l'importante istituzione, il cui edificio non era ancora terminato, ricordando come "noi abbiamo rapiti i fulmini al cielo, ma quel che è a poca profondità sotto questa terra che tutti calpestiamo è ancora una gran mistero".
 Una sala dell'Osservatorio
A tutt'oggi l'Osservatorio Vesuviano lavora per indagare sempre più a fondo questo mistero, affiancando alla ricerca l'opera di sorveglianza. Il moderno centro operativo è stato trasferito da tempo a Napoli, ma la palazzina ottocentesca che ospitò importanti scienziati (oltre a Melloni, furono direttori, tra gli altri, Palmieri, Matteucci e Mercalli) e al cui interno sono conservati sismografi d'epoca perfettamente funzionanti, documenti e collezioni mineralogiche, rappresenta un simbolo per la ricerca scientifica.

La sede storica dell'Osservatorio Vesuviano
Il 1900 si apre con una devastante eruzione. Il Vesuvio aveva raggiunto un'altezza di 1335 m s.l.m. e il cratere era completamente riempito dal conetto cresciuto al suo interno. Nel 1904 alcune esplosioni avevano demolito la parte superiore del conetto e nel 1905 flussi di lava erano usciti da due bocche apertesi sui fianchi del Gran Cono.
Il Vesuvio visto da Napoli poco prima dell'eruzione del 1906
All'alba del 4 aprile 1906 la lava comincia a sgorgare da una frattura che si era aperta alla base del Gran Cono, in corrispondenza delle bocche del 1751 e 1754. Nel pomeriggio dello stesso giorno, il conetto frana dentro il cratere e il materiale solido viene espulso con forti esplosioni. Intanto, la frattura da cui escono le lave si propaga verso il basso, fino alla quota di 800 m s.l.m. Il 6 aprile una terza bocca si apre a quota 600 m s.l.m. da cui uscirà una colata di lava che si fermerà il giorno seguente a poche centinaia di metri da Boscotrecase, dopo aver distrutto vigneti e case di campagna, mentre nello stesso giorno nuove bocche si erano aperte verso Est e verso Nord. La sera del 7 aprile l'attività diventa ancora più forte, con fontane di lava e colate che raggiungeranno rapidamente Boscotrecase, attraversando il paese e tagliando anche la ferrovia Circumvesuviana.
L'eruzione del 1906 fotografata dal vulcanologo americano F.A. Perret
Nella notte tra il 7 e l'8 aprile due forti terremoti avvertono che le viscere della terra, sconvolte dalla copiosa emissione di magma, stanno franando su se stesse. I franamenti sotterranei innescano forti esplosioni che scagliano all'esterno gas, pezzi di magma e una gran quantità di rocce. All'alba dell'8 aprile sopra il cratere si forma una diritta colonna di cenere, alta circa 13 km, che durerà fino a sera. Dal giorno seguente, pur continuando ad emettere cenere, il vulcano comincia lentamente a calmarsi. Gran parte della sua cima è stata distrutta e appare ribassata di oltre 100 m. In alcuni punti il ribassamento è stato addirittura di 200 m, mentre il cratere è profondo 250 m, con un diametro di 500 m.
L'eruzione del 1906
Nel 1913, il fondo del cratere sprofonda di 75 m. Nella zona sprofondata, le esplosioni e i lanci di scorie costruiscono un nuovo conetto e la voragine riprende a riempirsi di lava. Nel 1926 la lava comincia a traboccare all'esterno e, nel giugno del 1929 avviene una violenta eruzione, alla quale segue una modesta attività all'interno del cono svuotato.
Il cono del Vesuvio dopo l'eruzione del 1906
Nel 1943 ai piedi del conetto interno alla voragine, si apre una bocca la cui attività, come altre volte, porta al crollo del conetto. Le esplosioni, come potenti colpi di tosse, ributtavano verso l'alto i pezzi di lava solida che franavano.
Il Vesuvio negli anni '30 visto dall'autostrada Napoli-Pompei, lunga 20 km e inaugurata nel 1929
 
L'ERUZIONE DEL 1944
  Il Vesuvio visto da Napoli
Il 6 gennaio 1944 il flusso di lava che fuoriesce ai piedi del conetto aumenta e la colata si riversa all'esterno della voragine ormai piena fino all'orlo. Il 23 febbraio l'attività effusiva cessa e fino al 18 marzo avvengono solo deboli lanci di scorie, interrotti dai franamenti del conetto.
Il Vesuvio in una fotografia degli anni '30
La sera del 18 marzo, dopo alcune esplosioni, con un'abbondante emissione di lava, inizia l'eruzione vera e propria. La lava trabocca in diversi punti e una colata scende verso Sud arrivando fino alla quota di 300 m s.l.m. Un altro ramo di lava scorre verso Nord dal ripido bordo esterno del cono fino all'area pianeggiante all'interno del Somma, che segue fino all'imbocco del Fosso della Vetrana. La sera del 19, la lava raggiunge le prime case di Massa e S. Sebastiano, invade gli abitati e poi avanza verso Cercola, che fortunatamente sarà risparmiata.
L'interno del cono del Vesuvio negli anni '30
Nella mattina del 19 iniziano le esplosioni intermittenti con lanci brandelli di lava sino a 150 metri di altezza. Nel tardo pomeriggio del 21 marzo, le epslosioni diventano continue e si forma una colonna incandescente con fontane di lava che si alzano sino a 2 Km. La prima fontana dura 30 minuti e la lava ricade e si accumula sulle pendici esterne del Gran Cono, dalle quali poi scivola verso la base. Alle I7,30 ritorna una calma quasi totale.
Il Vesuvio prima dell'eruzione del 1944
La pausa eruttiva dura fino alle otto di sera, allorché inizia una nuova fontana di lava che dura 20 minuti ed è seguita da un'altra pausa. Questo andamento si ripete la notte e tutto il mattino seguente. Le fontane di lava saranno otto, l'ultima delle quali rappresenta il momento più violento di tutta l'eruzione.
Dal mezzogiorno del 22 marzo l'eruzione cambia gradualmente e, oltre al materiale incandescente, vengono emessi anche pezzi di roccia strappati dal condotto.
L'emissione di lave del 19 marzo 1944
La sera del 22 marzo, riprendono le esplosioni che durano fino alle prime ore del giorno successivo, per poi decrescere gradualmente. Nel corso dello stesso giorno le colate si arrestano completamente. Quando il pericolo peggiore sembra essere passato, a mezzogiorno del 23 si incominciano a sentire un numero sempre crescente di scosse sismiche che precedono una nuova fase dell'eruzione. Infatti, dalle 14, comincia un'alternanza di scosse sismiche e esplosioni con emissione di cenere scura, dopo di che inizia una graduale riduzione dei fenomeni. Il 24 marzo continua l'emissione di ceneri che diventano più chiare e nei giorni successivi le esplosioni sono sempre più rare e meno forti fino al 29, quando l'eruzione può dirsi conclusa. Tutta l'attività si riduce a semplici esalazioni fumaroliche.
La nube eruttiva del 23 marzo 1944
Terminate le esplosioni, le pareti del cratere e i fianchi del Vesuvio iniziano a essere interessati da fenomeni di assestamento. Il 29 marzo il cratere presenta una profondità centrale rispetto all'orlo di 300 m e un perimetro di 1,6 Km. L'orlo Ovest, il più interessato dalle frane, risulta a 1.169 m e quello Nord-Est a 1.300 m s.l.m. Il bordo del cratere pur essendo alquanto irregolare, si avvicina, visto dall'alto, alla forma ellittica con l'asse maggiore di 580 m (Est-Ovest) e quello minore di 480 m (Nord-Sud). Per i continui fenomeni di frana il cratere subisce negli anni successivi numerose modificazioni.
Le scorie accumulate sui bordi del cratere franano formando piccoli flussi
L'eruzione avviene poco dopo l'arrivo delle truppe alleate a Napoli. A causa degli eventi bellici, l'Osservatorio Vesuviano è diventato una stazione metereologica degli alleati e il suo Direttore, Giuseppe Imbo', è relegato in un'unica stanzetta dalla quale compie le sue osservazioni nei giorni dell'eruzione. L'evento coglie di sorpresa gli americani e causa loro danni maggiori di un bombardamento aereo: un intero stormo di 88 bombardieri B25 Mitchells che si trovava nel campo di atterraggio in prossimità di Terzigno viene distrutto in breve dalle ceneri.
Un aviere americano cerca di liberare dai lapilli un bombardiere B25 alla base militare di Terzigno
Il Vesuvio sembra così voler manifestare per l'ultima volta tutta la sua potenza prima di rientrare in un minaccioso riposo che dura a tutt'oggi. Gli unici segni della sua attività sono le fumarole che si osservano al cratere e i terremoti costantemente registrati dai sismografi, il cui periodico intensificarsi provoca uno stato di allarme generale che rientra prontamente nel giro di pochi giorni. Di fronte all'alterno riempimento e svuotamento della voragine che sembrava ripetersi con una regolarità quasi rassicurante, almeno dal punto di vista della previsione delle eruzioni, questo silenzio appare come una pericolosa alterazione.
Il cono del Vesuvio dopo l'eruzione del 1944

LE ESCURSIONI 

PER SAPERNE DI PIU'  

(BeMa Ed, Mi)


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