1 - DA PIANO PROVENZANA A MONTE NERO
2 - MONTI SARTORIUS
3 - MONTE SCORSONE
4 - CASERMA PITARRONE-PASSO DEI DAMMUSI
1
DA PIANO
PROVENZANA A MONTE NERO
All'Albergo le Betulle di Piano Provenzana si possono acquistare i biglietti per la salita verso i crateri con i fuoristrada della S.T.A.R. Il biglietto costa L. 62500 a persona per circa un'ora e mezza-due ore di escursione. Conviene farsi dire in anticipo se è concessa la salita a piedi ai crateri dal punto di arrivo dei fuoristrada. In caso contrario, è bene valutare l'opportunità della spesa. Benché si tratti di un percorso molto interessante, sia dal punto di vista vulcanologico che naturalistico, il piccolo dépliant e le informazioni date dalle guide durante la salita sono decisamente scarse.
PIANO
PROVENZANA
Anche senza spingersi
oltre, Piano Provenzana vale da solo una sosta e una breve passeggiata
verso monte. La località, sede di impianti di risalita per gli sport
invernali, è circondata da numerosi coni di scorie, tra i quali
si distingue l'imponente Monte Frumento delle Concazze, attribuito con
qualche dubbio all'eruzione del 1566.
(Si raccomanda di localizzare
bene i vari rilievi, in quanto spesso lo stesso nome è utilizzato
per coni differenti e si può fare confusione. Ad esempio, si contano
almeno tre Monte Frumento sulle pendici all'Etna e un certo numero di Monti
Neri e Monti Rossi.)
Ai piedi di Monte Frumento,
si intravvedono appena i coni dei Monti Sartorius formatisi nel 1865 e,
in direzione di Piano Provenzana, Monte Zappinazzo, Monte Corvo e, in primo
piano, Monte Conca.
Guardando a monte si vede
il cratere di Nord-Est e una piccola colata recente (1963) che sembra un
guanto nero appoggiato sul pendio che scende verso Piano Provenzana.
In direzione dei crateri sommitali si vedono le bocche dell'eruzione del
1879 (Colli Umberto e Margherita), lambite dalla strada sterrata.
Per raggiungere Monte Nero si segue da Piano Provenzana un tratto di strada sterrata che serve per la salita al cratere con i fuoristrada. La prima parte si può fare anche entrando nel bosco alle spalle dell'Albergo Le Betulle e seguendo i segni gialli di un itinerario del TCI. Quando il sentiero interseca la strada sterrata, alla fine del bosco, salire a sinistra lungo la sterrata fino a che si incontrano le bocche del 1879. (Seguendo per intero il sentiero tracciato dal TCI, dopo l'incrocio con la strada sterrata si risale un breve pendio e si arriva ad un ovile, dal quale si raggiunge poi Monte Nero.)
Durante l'eruzione del 1879, iniziata il 26 maggio, si aprirono due fessure sul fianco del vulcano, una su questo lato Nord-Est e una sul lato opposto a Sud-Ovest, dove l'eruzione durò un solo giorno. Le bocche del lato N-E eruttarono fino al 7 giugno una lunga colata di lava che il 29 maggio attraversò la strada tra Randazzo e Linguaglossa.
Intorno a queste bocche
eruttive si sono formati accumuli di scorie che ricadevano al suolo ancora
calde e si saldavano una all'altra assumendo delle forme plastiche. Insieme
a queste ricadevano anche pezzi di lava già solidificata in aria
e formavano strati di materiale incoerente.
Subito dopo questi rilievi, il muretto di contenimento a monte della sterrata è costruito da blocchi di scorie saldate che presentano la tipica forma dei brandelli di lava lanciati in aria dalle esplosioni e appicicati uno all'altro nella ricaduta al suolo.
Da qui il panorama si stende fino al mare. Si possono osservare anche i numerosi coni che punteggiano il versante dell'Etna e quelli più vicini verso Piano Provenzana e verso Monte Frumento delle Concazze. Guardando verso Monte Nero e seguendone il profilo verso valle si vede l'allineamento di conetti formatisi nel corso dell'eruzione del 1923.
Proseguendo lungo la sterrata
fino a quota 2400 (si può valutare visivamente se si è in
grado o meno di percorrere questo tratto) si raggiunge un cratere dell'eruzione
del 1809. Nella parete interna di questo cratere, sul lato a monte, una
delle ultime fuoriuscite di lava conserva intatto il camino di risalita
e la colata si appoggia sopra i prodotti di precedenti fasi esplosive,
erodendoli in parte.
(L'escursione guidata con i fuoristrada prevede una sosta in questo punto).
Tornando indietro fino
alle bocche del 1879, o ripartendo da qui, si aggira il cono a mezza costa
e quindi si scende verso un pianoro, in direzione del punto di emissione
di una piccola colata di lava che risalta nel prato pianeggiante.
Risalendo lungo il bordo
della colata si arriva alle profonde cavità da cui questa è
stata eruttata nel 1923.
MONTE
NERO
Si scende quindi verso
Monte Nero, un cono attribuito all'eruzione del 1646-47, attraversando
tratti di terreno erboso con splendide fioriture.
Avvicinandosi a Monte Nero, il terreno è disseminato di bombe vulcaniche
dalle forme più varie, in gran parte provenienti dal cono più
piccolo (M. Ponte di Ferro) che sorge a monte, spesso circondate da splendidi
cespugli di saponaria sicula e di spinosi cuscinetti di astragalo che creano
un paesaggio di fascino particolare.
Le bombe vulcaniche si
formano da brandelli di lava che durante il volo aereo assumono svariate
forme e ricadono al suolo quasi completamente freddi. Al contrario dei
brandelli di lava che intorno alla bocca eruttiva si saldano uno con l'altro
costruendo i conetti di scorie saldate dopo tragitti in aria più
o meno simili, le bombe indicano episodi esplosivi isolati, in genere più
violenti.
Le forme che assumono
le bombe dipendono dalla loro dimensione, dalla viscosità e dalla
quantità di gas contenuto nel magma, nonché dalla lunghezza
del tragitto che percorrono prima di arrivare a terra.
Le più piccole
derivano in genere da magmi fluidi e con poco gas. Nell'attrito con l'aria
prendono la forma di fusi più o meno allungati (bombe fusiformi)
e spesso nell'impatto col terreno, essendo dure e fragili, le parti terminali
più sottili si spezzano. Alcuni brandelli si arrotolano su se stessi
e assumono forme curve percorse da nervature.
Le bombe di grosse dimensioni
si formano più facilmente da magmi viscosi e ricchi in gas. Arrivano
a terra con la parte interna ancora calda e si allargano sul terreno (bombe
a focaccia)
.
Se il nucleo è liquido, può gonfiarsi e forzare la crosta
esterna, fredda ma sottile, che si fende assumendo un aspetto screpolato
(bombe a crosta di pane).
Quando il materiale lanciato in aria è un pezzo solido -pezzi del cratere strappati dall'esplosione, lava già raffreddata della stessa o di precedenti eruzioni- prende il nome di blocco. Alcuni blocchi sono incrostati di lava fresca che raccolgono durante la risalita e formano delle bombe con nucleo solido chiamate con un termine inglese cored bomb (approssimativamente traducibile in bombe con il nocciolo, ma si preferisce dire con un nucleo solido).
Tutte queste tipologie di bombe, in prevalenza di piccole e medie dimensioni, si trovano ai piedi di Monte Nero e si possono perdere ore a riconoscere l'una o l'altra forma, indovinandone il percorso dalla bocca eruttiva fino a terra, ricostruendo mentalmente il grande "botto" da cui sono scaturite. In ogni parco vulcanologico del mondo, queste ed altre forme vulcaniche sono preservate e intoccabili -nonché adeguatamente segnalate.
Prima di andare alle bocche
del 1923 si può risalire brevemente lungo il sentiero fino al passaggio
che separa i due coni. Qui si vede a monte la colata del 1923, che si divide
in due rami arrivando contro Monte Nero. La superficie è in parte
coperta da scorie, in parte formata da corde grossolane e da brevi lastroni
lisci formati dai rivoli di lava calda usciti tra la crosta fredda.
BOCCHE
ERUTTIVE DEL 1923
Seguendo la traccia di
un sentiero si attraversa la colata di lava che circonda Monte Nero e si
raggiunge una serie di bocche del 1923.
Questa eruzione, iniziata il 17 giugno da una frattura al cratere sommitale,
si è poi progressivamente spostata a quote inferiori, formando una
colata che si è divisa in due rami urtando contro Monte Nero.
Il ramo destro, ulteriormente alimentato dalle bocche eruttive apertesi ai piedi di Monte Nero, è sceso velocemente in direzione di Linguaglossa fino al 29 giugno, interrompendo numerose strade e fermandosi sotto quota 600 m, a Nord di Catena.
Le bocche formano un rilievo
continuo, punteggiato dai piccoli crateri.
I bordi sono formati da scorie accumulate con regolarità quasi innaturale,
come focacce morbide tutte uguali appoggiate una sull'altra. Questo significa
che il livello di esplosività dell'eruzione è stato costante
per un certo tempo e che la lava veniva frammentata nelle stesse dimensioni
e scagliata alla stessa altezza.
Per chi ha scelto l'escursione
con i fuoristrada della S.T.A.R., o ha deciso di proseguire a piedi verso
i crateri sommitali, dopo le bocche del 1809 si incontrano numerose fumarole
che continuano a scaturire da alcune fratture apertesi nel 1923. Il percorso
attraversa poi numerose colate recenti, scese su questo lato tra il 1956
e il 1981. Nelle giornate limpide il panorama spazia dalla costa ionica
a quella tirrena. Sul versante dell'Etna i coni allineati indicano l'andamento
delle fratture che si aprono sui fianchi del vulcano e che, con le bocche
a bassa quota, danno luogo alle eruzioni più pericolose per i paesi
etnei.
Verso i Monti Deserti,
formatisi nel corso della lunga eruzione del 1614-24
,
il paesaggio diventa lunare, cominciano a scarseggiare anche i pulvini
di saponaria sicula e di astragalo, profumato ma inavvicinabile per le
lunghe spine nascoste
.
Sulle lave meno fresche spicca il rosso del Rumex
e sotto la cenere nera spesso occhieggia, anche a stagione avanzata, qualche
chiazza di neve.
A otto chilometri da Piano
Provenzana si raggiunge Piano delle Concazze dove i fuoristrada fanno un'altra
sosta, all'andata o al ritorno. Da questo pianoro si domina la Valle del
Leone
e, a monte, si vede il cratere di Nord-Est
;
sull'altro lato Pizzo Deneri con l'Osservatorio vulcanologico.
La strada riprende a salire
fra le colate emesse dal cratere di Nord-Est. Dove il pendio è ricoperto
di scorie, risaltano le grosse bombe laviche scagliate dal cratere.
A destra di Punta Lucia vi sono le bocche dell'eruzione del 1981, una colata
fluida che distrusse molte coltivazioni e arrivò in soli tre giorni
vicinissima a Randazzo. Sfortunatamente, contrariamente a quanto segnato
sul dèpliant della S.T.A.R., i fuoristrada non sostano in questo
punto, ne' le guide lo indicano.
A quota 3000 i fuoristrada
si fermano. In alto, verso destra, si vede il bordo della Bocca Nuova
,
al centro si trova La Voragine e, verso sinistra, il cratere di Nord Est
.
Guardandosi intorno da questo punto, si vedono le bombe disseminate un
po' ovunque e una piccola colata con argini e fronte molto pronunciati
.
Fino a primavera inoltrata
qui si può trovare la neve
,
spesso intercalata da livelli di ceneri, scorie e isolate bombe laviche
(brandello di lava liquida raffreddata prima di cadere al suolo) con un
nucleo solido (blocco)
.
Non sempre è permessa la salita ai crateri. I criteri di sicurezza non sono mai abbastanza rigidi, quando si tratta di vulcani attivi. Le notizie sull'attività e sull'accesso ai crateri sommitali sono aggiornate a fine settembre 1999 e chiaramente possono variare da un giorno all'altro.
2
MONTI
SARTORIUS
Questo itinerario segue
in parte il sentiero natura del Parco. L'esistenza di questi sentieri è
molto utile per raggiungere interessanti strutture vulcaniche senza pericolo
di finire su percorsi troppo accidentati. Purtroppo il loro tracciato privilegia
l'aspetto naturalistico a scapito della parte vulcanologica, danneggiata
anche da una frequentazione non sempre educata.
A questi coni è
stato dato il nome di Sartorius von Waltershausen, lo scienziato tedesco
che nel secolo scorso studiò e per primo cartografò le più
importanti eruzioni dell'Etna.
Il sentiero inizia poco dopo sulla destra della strada asfaltata che sale verso il rifugio con un tratto pianeggiante attraverso un bel bosco di betulle. Questa zona è tutta percorsa da avvallamenti del terreno che si intravvedono in più punti nel bosco e che rappresentano la parte terminale di fratture che solcano tutto il versante partendo da sopra il rifugio Citelli.
Quando il sentiero comincia
a salire fiancheggiando la colata di lava, si notano numerose bombe vulcaniche,
purtroppo molte ridotte in pezzi non da cause naturali.
Sono bombe di grosse dimensioni con una spessa crosta esterna che doveva
già essere solida al momento di toccare il terreno. Sotto la crosta
vi è uno strato di bolle, la cui dimensione decresce andando verso
l'interno della bomba.
Le bolle sono formate
dal gas che, uscendo dal nucleo ancora caldo, si concentrava sotto la crosta
solida senza riuscire a romperla. Le bolle si sono unite fra di loro ingrandendosi
e formando una specie di guscio sotto la parte solida.
Questa struttura rende fragili le bombe, che si possono facilmente rompere
sia quando cadono a terra che in seguito.
A questo punto si può
abbreviare il tragitto andando a destra lungo un sentiero tracciato e puntando
direttamente ai coni vulcanici. I coni presentano un lato integro e uno
fratturato e smembrato dalla fuoriuscita della lava. Questo è il
punto di partenza delle lave dell'eruzione del 1865 che sono scese verso
valle per circa 8 km.
Le eruzioni tipo quella del 1865 attraversano vari stadi: dapprima si apre una fessura sul fianco del vulcano, poi da questa comincia a sgorgare la lava, non sotto forma di una tranquilla colata, ma lanciata in aria in pezzi più o meno grandi con esplosioni stromboliane che durano a sufficienza per costruire intorno alla bocca un cono regolare anche di notevoli dimensioni.
Quando il gas e le esplosioni cominciano a diminuire, se l'afflusso di magma non cessa, la lava si trova confinata all'interno del cono, dal quale cerca di uscire rompendo il fianco a valle, quello verso il quale tende a scendere per gravità.
A volte il cono non è
simmetrico perché la sua formazione è condizionata dalla
direzione di lancio dei pezzi di lava dalla bocca, che può non essere
perfettamente verticale o, in alcuni casi, può risentire della presenza
di forti venti. I fianchi possono essere più compatti a valle che
a monte e la colata di lava romperà il lato meno solido.
Ai Monti Sartorius si
vedono le colate uscire dal lato a monte, con belle strutture plastiche
vicino alla bocca, dove la lava è molto fluida e forma una sottile
crosta che si deforma senza rompersi. In un caso si vede il canale iniziale
(purtroppo interrotto e smembrato dal sentiero) entro il quale la lava
scorreva incandescente appena apertasi la strada dal fianco del cono.
In alcuni punti si può
osservare come i coni siano formati da strati di scorie saldate alternati
a strati di scorie non saldate o a livelli compatti formati da veri e propri
trabocchi lavici
.
Gli strati incoerenti rendono instabili i fianchi del cono che franano
facilmente, riducendo con il tempo l'iniziale pendenza, in genere
piuttosto elevata.
3
MONTE
SCORSONE
Questo itinerario non è brevissimo, ma poco faticoso e quasi tutto in ombra. Il Monte Scorsone si trova sul bordo orientale della Valle del Bove e rappresenta un ottimo punto di osservazione verso l'ampia depressione percorsa da innumerevoli colate. Lo sguardo può spaziare verso la parte più a settentrionale (Valle del Leone), fino ai crateri sommitali e a tutto il bordo occidentale. Data la durata (comodamente, circa tre ore), in una sola giornata si può abbinare questa escursione al breve tragitto chilometrico.
Il percorso inizia a 6,1 km dopo il rifugio Brunek in direzione di Milo. Dalla strada principale, a destra, chiusa da una sbarra che reca la scritta C1, parte una strada forestale asfaltata. L'auto si può lasciare nello slargo prima della sbarra.
Il primo tratto di strada
è fiancheggiato da due brutti muri di cemento. Dopo poche centinaia
di metri la strada taglia la colata di lava del 1928.
Queste lave sono uscite da una profonda frattura apertasi a monte del rifugio
Citelli.
In alto si vede il cono di SE.
La superficie della colata di lava è formata da scorie dette a cavolfiore, perché la loro forma ricorda questo vegetale. Le scorie che ricoprono le colate di lava sono pezzi di crosta fredda che si rompe durante lo scorrimento della colata (autobrecciatura). Tra le scorie dell'autobrecciatura si notano altre piccole scorie nere e lucide che si accumulano nelle cavità, derivanti da episodi esplosivi recenti ai crateri sommitali.
Dopo pochi minuti si taglia
un altro ramo della colata del 1928.
L'instabilità dei versanti dei vulcani si vede anche nelle numerose
fratture, larghe da pochi millimetri fino a 10 cm, che attraversano l'asfalto
della strada.
Dopo una decina di minuti
si incontra la colata del 1971 di cui si vede a monte il punto di partenza.
Alle sue spalle si staglia il cratere di Nord Est.
Si vede in alto anche il rifugio Citelli. La colata segue a monte un salto
morfologico molto ripido. La superficie è coperta di detrito formato
da scorie con dimensioni abbastanza simili fra loro, molto diversa, ad
esempio, dalla superficie a lastroni vista nelle lave del 1865, sotto i
Monti Sartorius.
La strada prosegue asfaltata
e pianeggiante fino a quando si incontra un piazzale con un grande fabbricato
della forestale. Dall'auto a questo punto si impiega circa 1/2 ora, sia
all'andata che al ritorno. Proseguire fino in fondo al piazzale: in alto
a destra si vedono alcuni strati formati da piccole scorie grige.
Questi prodotti non sono frequenti sulle pendici dell'Etna, in gran parte
ricoperte da colate, e derivano da eruzioni esplosive più violente
e dalle fasi stromboliane che comunemente accompagnano l'emissione delle
lave.
In fondo al piazzale,
sulla destra, sotto le scorie stratificate, parte un sentiero che taglia
a mezza costa un ripido pendio boscoso. Dopo circa 5 minuti, si incrocia
una larga strada sterrata che si segue verso sinistra per circa 15 minuti
(stesso tempo anche al ritorno). Se si teme di non trovare il punto giusto
per il sentiero al ritorno, memorizzare bene il luogo o lasciare un segnale
a terra
.
Dopo un paio di km la sterrata fa un curvone verso sinistra e comincia
nettamente a scendere.
Da questa curva, si prende
un sentiero a destra,
in prossimità di un grosso masso lavico, che sale con un tratto
iniziale in gradini contenuti da tronchi d'albero. Si percorre questo sentiero
per 20 minuti-1/2 ora (15 m il ritorno) e alla fine si sbuca presso uno
sperone di roccia da cui si domina la Valle del Bove.
Ai piedi di Rocca Capra,
che sta proprio sotto di noi, si vedono le colate che sono finite contro
questo bordo della valle e si sono sovrapposte una sopra l'altra.
Dopo la sosta alla prima
apertura, seguire il sentiero verso sinistra, aggirando lo spuntone di
lava; il panorama in alto si allarga fino ai crateri sommitali.
Guardando a sinistra si vede l'apertura a Nord-Est della Valle del Bove,
in direzione di Fornazzo, con la colata del 1979.
E' un itinerario molto bello e, anche se abbastanza lungo, si svolge su una comoda sterrata pianeggiante. Il percorso è segnalato da tutte le guide attualmente reperibili perché conduce a numerose grotte (della Palomba, delle Femmine, dei Lamponi, del Gelo). Qui lo stesso tracciato viene utilizzato per vedere alcune tra le più interessanti strutture vulcaniche dell'Etna, rimandando la descrizione e le istruzioni per una eventuale escursione speleologica alle guide specializzate. L'itinerario può essere allungato se si vuole raggiungere la Grotta del Gelo oppure, disponendo di due auto, da Passo Dammusi si può proseguire lungo la sterrata e scendere verso contrada Pirao, dove vi è un'altra caserma della Forestale. Volendo renderlo più breve, si consiglia di arrivare almeno al secondo punto di sosta (cono del 1911).
In una decina di minuti
si raggiunge la bella radura con la Caserma Pitarrone e si prosegue sul
sentiero chiuso dalla sbarra della Forestale. Poche centinaia di metri
dopo la sbarra, in prossimità di un ampio curvone, guardando tra
gli alberi a sinistra, si vede il terreno segnato dallo sprofondamento
di un tunnel di lava, di cui in alcuni punti affiora la parte laterale.
COLATA
DEL 1923
La strada sale leggermente,
curvando nel bosco. La vegetazione termina quando si incontra la prima
colata di lava (eruzione del 1923) che scende da Monte Nero.
Questa colata scorre in parte sopra le lave del 1911, ha una superficie
ricoperta da detrito lavico derivante dalla fratturazione della crosta.
I bordi della colata sono delimitati da argini, formati dall'accumulo di
pezzi di lava solida che ricadevano a lato del flusso mentre scorreva verso
valle.
In alcuni punti gli argini
laterali sono stati forzati da fiotti di lava che, dal corpo caldo che
scorreva ricoperto di crosta solida frantumata, si infiltravano tra il
detrito e uscivano dalla colata principale lateralmente, formando una nuova
breve lingua con una superficie più liscia che successivamente si
rompeva in lastroni.
Il corpo della colata
in questo punto è molto spesso, probabilmente perché il flusso
rallentava sul terreno poco ripido e la lava si accumulava.
Verso valle, dove il pendio torna ad essere ripido, la lava scivolava velocemente,
lasciando il canale di scorrimento parzialmente vuoto, delimitato da alti
argini laterali.
Quando la struttura degli
argini (come in questo caso) è simile a quella della colata di lava
che vi fluiva, cioé con una base formata da detrito, una parte centrale
massiva e la superficie ricoperta da detrito, gli argini sono detti massivi.
Sui bordi della colata,
tra il detrito più fine, si possono vedere dei blocchi rotondeggianti,
chiamati palle di lava accrezionali, che si formano quando un grumo
di lava calda rotola dal dorso della colata, raccogliendo altro materiale,
come una palla di neve che rotola da una collina.
LAVE E CONO DEL 1911
Dopo un breve tratto bosco
risparmiato dalle lave (queste lenti di vegetazione intatte tra le colate
sono chiamate dagale) si arriva alle lave del 1911. La superficie è
prevalentemente costituita da lastroni spezzati e ammucchiati uno sull'altro.
I lastroni sono pezzi di crosta liscia, fratturata dal movimento del flusso,
che possono essere trasportati come zattere sul dorso della colata anche
per lunghi tratti. Quando il flusso rallenta, i lastroni si ammucchiano
uno sull'altro caoticamente.
Dopo pochi passi il sentiero
si accosta al bellissimo cono di scorie formatosi nell'eruzione del 1911,
completamente squarciato verso valle.
Le scorie lanciate in aria dalle esplosioni sono ricadute al suolo accumulandosi
e formando la struttura a cono. Quando la lava ha cominciato ad uscire
più abbondante, prima è rimasta confinata all'interno
del cono, poi ha forzato la parete ed ha cominciato a scorrere a valle.
Via via che la lava usciva
dal cono, ai lati del flusso si sono formati degli argini per solidificazione
delle zone laterali più esposte al raffreddamento. Gli argini entro
i quali il flusso scorreva incandescente, lasciando alla fine dell'eruzione
il canale vuoto che ci si presenta di fronte, hanno la forma di due pareti
verticali e vengono detti argini iniziali accrezionali.
Già dopo poche
decine di metri, gli argini sono formati da una successione verticale di
piccole colare di lava traboccate sopra l'argine iniziale.
Questi argini, detti da straripamento, si accrescono con un'alternanza
di brecce, la superficie dell'argine precedente, e di lave massive, l'onda
traboccata, a sua volta ricoperta da detrito.
Dopo le lave del 1911,
il sentiero attraversa per un lungo tratto un campo lavico del 1946, punteggiato
da numerose conifere per lo più danneggiate da fulmini, fatto che
consiglia prudenza in caso di tempo incerto. La strada taglia ad un certo
punto un pezzo di colata, sezionando una struttura, detta pinnacolo, formata
dalla risalita di lava incandescente tra il detrito breccioso della crosta.
La formazione dei pinnacoli indica che il movimento in avanti del nucleo fluido era in quel punto rallentato e, di conseguenza, la lava tendeva a muoversi verso l'alto, aprendosi un varco tra il detrito della crosta. Proprio per la loro genesi, i pinnacoli hanno una parte esterna scoriacea, simile al resto della colata, e una parte interna massiva, ancorata direttamente al corpo massivo della lava. Non è sempre facile distinguere simili strutture sulla superficie di una colata perché, quando non sono molto pronunciate, si confondono con altri ammassi di scorie o con pezzi di lastroni verticalizzati. Inoltre, molti vengono distrutti se, dopo la loro formazione, la colata continua a scorrere.
Dopo l'attraversamento di una dagala, cui segue un altro breve ramo della colata del 1923, a circa un paio di km dal conetto del 1911 si incontra un punto di sosta attrezzato e un bivio. Il nostro tragitto prosegue diritto lungo la sterrata di sinistra, in leggera salita, mentre a destra si possono raggiungere le grotte delle Palombe e delle Femmine.
Dopo un tratto di bosco
molto bello, si arriva quasi improvvisamente al bordo della colata del
1947. Si tratta di un argine detritico, cioé formato dall'accumulo
dei pezzi di crosta che ricadono ai lati del flusso mentre questo scende
a valle.
La strada attraversa la
colata del 1947, la cui superficie è formata prevalentemente da
scorie dette a cavolfiore, per la forma e le dimensioni che ricordano questo
vegetale. La rotondità dei singoli pezzi di crosta è dovuta
in gran parte alle collisioni che questi subiscono fra di loro mentre vengono
trasportati sopra la colata. Alcuni pezzi, rotolando ancora caldi ai bordi
della colata, raccolgono altro materiale e formano grumi più grandi,
detti palle di lava accrezionali.
Le lave del 1947 si sovrappongono
in parte al bordo dell'ampio campo lavico formatosi nel corso dell'eruzione
del 1614-24. Le lave di questa lunga eruzione sono diverse non solo da
quelle incontrate fino ad ora, ma anche dalla maggior parte delle colate
dell'Etna.
Le strutture di superficie
di una colata riflettono le condizioni della lava nel momento in cui il
flusso si è fermato e sono pertanto uno dei parametri più
osservati, oltre che il più evidente. In base al diverso tipo di
superficie, le lave vengono chiamate aa e pahoehoe, termini hawaiiani la
cui singolarità ne facilita perlomeno la memorizzazione.
Quelle dette aa hanno sono ricoperte da detrito derivante dalla frantumazione di una spessa crosta fredda durante lo scorrimento del flusso. Pur con differenze anche notevoli tra una e l'altra, sono le più comuni all'Etna e derivano da colate piuttosto viscose che si muovono lentamente ricoprendosi di detrito sempre più abbondante con la distanza dalla bocca eruttiva. Casi meno frequenti all'Etna sono i flussi molto viscosi e lenti nei quali la crosta si rompe in grossi blocchi con superficie liscia (lave a blocchi).
Al contrario, le lave
dette pahoehoe sono più fluide e scorrono più veloci. La
crosta fredda che si forma in superficie è sottile e il movimento
della parte calda non la frantuma, ma la deforma plasticamente, formando
increspature simili a drappeggi e corde. Molte strutture tipiche delle
lave pahoehoe si possono osservare sulla superficie del campo di lave del
1614-24, proseguendo lungo la strada che dal bordo della colata del 1947
arriva a Passo Dammusi e addentrandosi di poco tra le lave.
Le strutture più
comuni che si formano nella crosta sottile e duttile sono quelle dette
a corde. Queste sono fasci di corrugazioni alte pochi centimetri, curvate
nella direzione del flusso per la maggiore velocità della parte
centrale rispetto ai bordi, dove la lava è rallentata dall'attrito
con il terreno.
Molte corde non sono solo arcuate, ma anche attorcigliate su se stesse
per il continuo movimento della lava mentre sono in formazione.
Se il flusso di una lava
pahoehoe rallenta, ad esempio su un tratto pianeggiante, la crosta diventa
più grossa. L'accumulo di lava calda sottostante può sollevarla
e arcuarla formando piccoli rilievi, detti tumuli, dalle cui fratture la
lava esce in rivoli, simili a serpenti o a grosse budella
.
Nelle lave del 1614-24, alcuni tumuli sono molto estesi e sono stati chiamati
mega-tumuli.
Quando il flusso si restringe
per qualche ostacolo, la crosta con superficie liscia o a corde, viene
compressa e si frattura in lastroni. Nelle fessure tra un lastrone e l'altro
si insinua la lava incandescente che, talvolta, si raffredda in quella
posizione, formando delle specie di cunei rigonfi verso l'alto.
Alcune strutture delle
lave pahoehoe sono molto curiose, come quelle dette a spirale che si formano
nei punti in cui la lava crea una specie di mulinello.
Viste da vicino, le lave
di Passo Dammusi non sono lisce, ma hanno una superficie simile a quella
di una grattuggia per la presenza di innumerevoli cristalli inglobati nella
lava, come canditi impastati in una torta.
Seguendo le indicazioni
nei pressi di Passo Dammusi si può arrivare in pochi minuti all'ingresso
della grotta dei Lamponi, una delle più lunghe dell'Etna (900 m),
formata da un unico tunnel con andamento Nord-Sud.
Seguendo i segnali, si può salire da qui alle grotte del Labirinto,
dell'Aci e del Gelo, per raggiungere le quali bisogna camminare ancora
per circa 1,30-2 ore.
I tubi di lava si formano
in tutti i tipi di colate, ma le gallerie più ampie e più
lunghe sono una caratteristica delle lave pahoehoe. Un tubo di lava si
forma quando gli argini iniziali di una colata crescono fino a congiungersi
verso l'alto. La lava incandescente, al riparo di questo coperchio, disperde
calore in minima parte, scorre e resta fluida anche per tragitti molto
lunghi. Dove il tunnel finisce e la lava ritorna in superficie si forma
una bocca effimera.
Quando l'alimentazione dal cratere termina, la lava continua a scorrere all'interno della cavità lasciandola alla fine vuota. In questo modo si sono formate le numerose grotte che si trovano sulle pendici dell'Etna. L'interno delle grotte conserva i segni del passaggio della colata, con stalagtiti che pendono dal soffitto formate dalla rifusione della volta solida per il calore sprigionato dal flusso sottostante. Le pareti dei tunnel sono spesso segnate da solchi e rilievi, paralleli allo scorrimento, lasciati dai diversi livelli raggiunti dalla lava calda.
La presenza di tunnel
di scorrimento rappresenta un'incognita sulla previsione dell'espansione
di un campo di lava e sulle eventuali misure da approntare per fronteggiare
i rischi che ne derivano. La lava ingrottata può uscire calda e
fluida e pertanto ancora in grado di scorrere a lungo a quote molto basse.