Questa eruzione, la più prolungata dell'Etna avvenuta in tempi storici, iniziò nel luglio del 1614 a quota 2550 s.l.m. dalle bocche eruttive (ora chiamate Monti Deserti) che si allineano lungo una frattura apertasi verso Nord Est.
Le lave di questa eruzione erano molto fluide e hanno formato una crosta superficiale liscia o corrugata da strutture plastiche (lave pahoehoe), non molto frequenti all'Etna. Lungo la colata si trovano numerosi accumuli di brandelli di lava (hornitos) di cui due, i Due Pizzi, hanno dimensioni veramente rilevanti.
Un'altra particolarità delle lave fluide è la facilità con cui formano tubi di lava solida al cui interno il materiale incandescente mantiene elevate temperature e percorre tragitti molto lunghi, venendo a giorno quasi come sorgenti d'acqua anche a quote molto basse. Gli ingrottamenti delle lave del 1614-24 hanno lasciato vaste cavità, ben conosciute dagli speleologi, come la Grotta del Gelo e, a quote inferiori, le grotte dei Lamponi, Del Diavolo e di Aci.
Il volume di materiale messo nel corso di questa eruzione
è stato stimato in oltre 1000 milioni di m3,
sparsi sopra circa 21 km2.
Il fronte della colata si spinse fino a 975 m s.l.m.
1669
Il racconto dettagliato della devastante eruzione del 1669 è stato fatto da numerosi autori dell'epoca come il Canonico Alessi, gli studiosi Alfonso Borelli, Recupero e molti altri, in gran parte citati da Carlo Gemmellaro nel suo volume del 1858 La Vulcanologia dell'Etna, riedito nel 1989 dall'Ed. Maimone di Catania.
Dopo l'eruzione del 1651, che nel corso di tre anni aveva riversato una colata di lava verso Ovest e distrutto Bronte, il vulcano era rimasto tranquillo fino all'inizio del 1669 quando, a partire dal 25 febbraio e ancora più intensamente l'8 di marzo, violenti terremoti causarono numerosi crolli a Nicolosi.
Nel pomeriggio dell'11 marzo dai crateri centrali fino a quota 1800 del fianco Sud dell'Etna si apre una frattura lunga più di 9 km (da Monte Frumento Supino a Piano di S. Leo). La parte inferiore della frattura si propaga poi fino a quota 800 m s.l.m. e una bocca eruttiva si apre sotto il Monte Nocilla, che sorge a poco più di un paio di km a monte dell'attuale centro di Nicolosi.
Seguendo lo stesso allineamento verso Sud, si formano una serie di bocche eruttive in contrada Fusara (Monte Fusaro). Nella notte tra l'11 e il 12 si apre il cratere di Monte Rossi, il cono con l'ampia bocca eruttiva ormai inglobato nell'abitato di Nicolosi, da dove comincia a sgorgare abbondante la lava. Le bocche in attività sono ormai sette.
La colata raggiunge il Monpileri (un cono allineato con i M. Rossi a Sud di Nicolosi, attualmente alto 722 m s.l.m, attribuito ad un'eruzione del 693 a.C)e lo circonda, distruggendo con il ramo occidentale il paese di Malpasso. Ora l'abitato si chiama Belpasso e sorge a Ovest, oltre il limite di questa colata.
Il 13 marzo la colata è scesa 4 chilometri oltre Nicolosi e con lo stretto ramo orientale si avvicina a Mascalucia, la travolge e due giorni dopo raggiunge e distrugge anche S. Giovanni di Galermo. Questo ramo si divide in due brevi lingue e si ferma poco oltre.
La parte centro-occidentale della colata, la più ampia, travolge il 13 marzo le campagne e molte case di S. Pietro e Camporotondo. Ora tutti questi abitati sorgono fuori dai bordi della colata e solo le costruzioni più recenti hanno invaso l'antico percorso della lava. In corrispondenza dell'attuale Camporotondo, l'ampio fronte si apre in due rami.
Il ramo più occidentale arriva tra il 17 e 18 marzo vicino a Valcorrente. Il fronte centrale si divide in numerose lingue, di cui solo una, che si avvicina al percorso del ramo orientale ormai fermo, prosegue spedita verso Sud. Il 25 marzo questo ramo è a 9 km dal punto di emissione e il 29 raggiunge il paese di Misterbianco, lo aggira e poi lo invade completamente. Seguendo la morfologia del terreno, a questo punto la colata è costretta a deviare tornando leggermente verso Est, in direzione di Catania.
Invano alcuni ardimentosi cittadini, guidati da Don Diego Pappalardo, tentarono di far cambiare strada alla lava. Gli uomini, ricoperti di pelli bagnate per resistere al torrido calore sprigionato dalla colata, riuscirono a rompere un argine nei pressi di Malpasso fino a che la lava cominciò a fluire lateralmente, ma l'operazione venne interrotta dai proprietari dei poderi che venivano invasi dal nuovo flusso artificiosamente prodotto.
Il 12 aprile, dopo avere percorso 12 km, la lava arriva alle porte di Catania, riempie la pianura e un laghetto (gurna di Nicito) alle spalle della città, abbatte i resti di un acquedotto e di altri monumenti storici, supera le mura e abbraccia la città a Sud-Ovest, distruggendo tutti gli edifici di quell'area. Il 23 aprile la lava raggiunge il mare.
L'emissione di lava dalle bocche terminò l'11 luglio e l'eruzione si concluse definitivamente il 15 dello stesso mese. Le colate, il cui volume è stato calcolato in oltre 900 milioni di m3, avevano causato gravi danni ai paesi e alla città di Catania e ricoperto 35 km2 di terreni coltivati.
L'eruzione del 1669 chiude un ciclo eruttivo particolarmente
intenso ed è seguita da un periodo di attività moderata ma
costante, sia sui fianchi che al cratere sommitale.
1763
Da anni ormai l'Etna era tranquillo, almeno lungo i fianchi da cui sgorgano le colate più pericolose, anche se numerosi episodi eruttivi sono segnalati ai crateri centrali, come quello del 1759 in cui il cono sommitale sprofondò lasciando un monte "bicorne".
Nel 1763 avvengono due eruzioni: il 5 febbraio si aprono alcune bocche sul lato Ovest dell'Etna tra 1500- 1750 m s.l.m. in prossimità dell'attuale Monte Nuovo e più a monte accanto a M. Rosso da cui sgorga una colata ampia circa 1 km nel punto più largo che percorre 3-4 km in direzione di M. Minardo.
Nel giugno dello stesso anno più in alto sul lato Sud, tra 2500 e 2600 m s.l.m., da una fenditura che scendeva dalla Schiena dell'Asino inizia un'eruzione che, in quasi tre mesi, emetterà circa 100 milioni di m3 di lava.
Le fasi esplosive di questa eruzione furono particolarmente
intense e il copioso accumulo di scorie formò il cono de La Montagnola,
oggi utilizzato per gli impianti di sport invernali.
1809
Le bocche di questa eruzione sono tra le più visitate del versante Nord dell'Etna in quanto sono attraversate dalla strada sterrata che sale ai crateri centrali da Piano Provenzana. Sono facilmente raggiungibili a piedi, ma anche le escursioni guidate prevedono una sosta in questo punto.
L'eruzione inizia il 27 marzo con l'apertura di una bocca sul lato Nord Est da cui viene emessa abbondante cenere che giunge sino a Messina e piccole scorie che ricoprono il versante del vulcano, le strade e le vigne di Linguaglossa.
Lo stesso giorno si apre una seconda bocca, più in basso, e poi in successione numerose altre sempre a quote più basse, fino a che da quella inferiore sgorga una colata di lava che scende verso Nord e il 1° aprile arriva a 700 m da S. Maria.
Tra il 28 e il 29 marzo si formano nuove bocche lungo le fenditure che continuano ad aprirsi sul fianco Nord-orientale del vulcano e che scendono fino sotto il M. Rosso, a quota 1400 m s.l.m. Molte delle bocche hanno solo attività esplosiva di tipo vulcaniano, senza emissione di lava, tranne quelle inferiori dalle quali si formano le colate.
Il 30 marzo la colata ingrossata dall'unione di due rami, sembra minacciare la campagna di Linguaglossa, ma il 3 aprile devia verso Nord-Ovest e l'11 si ferma.
Gran parte di questa colata, soprattutto il ramo più
lungo verso Nord-Est, è ora ricoperta dalle lave del 1911 e 1923
e solo un piccolo pezzo del fronte è visibile dopo Linguaglossa
(in direzione di Randazzo) presso Rovittello.
1832
Il 31 ottobre 1832, preceduta da terremoti, si apre una frattura sul fianco occidentale dell'Etna tra 2900 e 1700 m di quota, verso M. Scavo. All'estremità inferiore della fessura l'attività esplosiva costruisce il cono di M. Nunziata da cui sgorga una colata di lava che scende principalmente con direzione Nord-Ovest, verso il paese di Bronte, già distrutto dalla colata del 1651.
Gli abitanti di Bronte cercarono di salvare, se non
i campi e i vigneti ormai devastati, almeno le case, erigendo muri a secco
e cercando di rompere gli argini della colata che fortunatamente si arrestò
un paio di chilometri prima del centro abitato di allora. Oggi la parte
a monte del paese si spinge fin sopra queste lave.
1843
Si tratta di un'eruzione di breve durata, soli 11 giorni, ma viene ricordata perché vi perirono diverse decine di persone. Furono eruttati circa 52 milioni di m3 di lava e la stretta colata che si formò arrivò fino a 540 di quota, a Sud di Bronte.
Appena a monte della bocca del 1832, il 17 novembre 1843, lungo una fessura che andava da 2375 a 1900 m di quota, si formarono almeno una quindicina di fontane di lava e una colata cominciò a scorrere sopra le lave del 1832. Il 19 novembre, quando la colata sembrava ormai dirigersi verso il paese di Bronte, il fronte arriva contro un rilievo e devia verso M. Papalia.
La lava attraversa ormai terreni irrigati e coltivati. Le testimonianze dell'epoca ci dicono che, accorsi sui loro poderi minacciati dalla colata i contadini, piangendo, abbattevano con le scuri gli alberi più grossi per farne legna, salvavano ogni cosa possibile, asportando tegole e porte dalle piccole costruzioni rurali, sradicavano le viti sperando di poterle piantare altrove.
La tragedia avvenne poco dopo il mezzogiorno del 25
novembre. La lava avanzava lentamente e tutt'intorno la gente si affaccendava
per strapparle quanto poteva. Ad un tratto, forse causata dal passaggio
della colata sopra un terreno intriso d'acqua o sopra una cisterna, una
forte esplosione frantumò il detrito solido e il nucleo incandescente
del fronte. I frammenti scagliati intorno colpirono una settantina di persone,
di cui almeno 36 perirono.
1865
Il 30 gennaio del 1865, sul lato Nord-Est dell'Etna si apre una frattura che, da 2200 m s.l.m., in pochi giorni si propagherà verso il basso, fino alla quota di 1650 m.
Lungo la frattura, tra quota 1700 e 1650, si formano le bocche eruttive. L'attività esplosiva costruisce in corrispondenza delle bocche una serie di coni ora noti come i Monti Sartorius.
La colata di lava che esce dai conetti percorre sei km in due giorni. L'attività esplosiva termina il 10 giugno e l'emissione di lavail 28 dello stesso mese.
I Monti Sartorius sono attraversati da un sentiero
natura del Parco che permette di vedere da vicino la struttura dei coni,
le scorie saldate e vari tipi di bombe lanciate dai crateri nelle fasi
esplosive, nonché l'ampia colata di lava che si estende per circa
8 km di lunghezza con uno spessore medio di oltre 12 m.
1892
Il 9 luglio 1892 un sistema di fratture taglia il lato Sud del vulcano, tra 2600 e 1800 m s.l.m. Le bocche eruttive si aprono nella parte inferiore delle fratture, tra 2000 e 1800 m di quota. Le fasi esplosive di questa eruzione hanno edificato i Monti Silvestri, forse i più noti tra i molti coni che punteggiano le pendici dell'Etna, dal momento che si trovano a ridosso dell'area turistica.
L'eruzione durò 173 giorni e, benché abbia emesso un ridotto volume di lava, stimato in 9 milioni di m3, si spinse fin quasi a Nicolosi, raggiungendo la quota di 970 m s.l.m.
Una bocca dei Monti Silvestri è rimasta svuotata dopo l'eruzione ed è ora meta di escursioni speleologiche. Può essere una buona occasione per ripercorrere all'inverso la strada seguita dalla lava. L'apertura verso l'esterno, di due m di diametro, dà accesso a un pozzo profondo 20 m che rappresenta il condotto del cono. Dopo i primi 3 m, il condotto si allarga con una forma a campana.
La lava risaliva dalla fessura del fianco del vulcano, percorreva questo condotto e usciva verso l'alto rompendosi in brandelli più o meno grandi. Questi ricadevano al suolo, si ammucchiavano intorno alla bocca, accrescevano il cono e, di conseguenza, il condotto si allungava. Questa parte di galleria ha infatti le pareti formate da scorie saldate, i brandelli di lava bollosi, ricaduti ancora caldi e saldatisi fra di loro.
Alla base il condotto si restringe in una fessura larga
un metro e mezzo. La fessura dà accesso alla frattura eruttiva lungo
la quale si può scendere per 35 m, fino ad un fondo ricoperto di
lava scoriacea. Verso Sud la frattura è percorribile per altri 200
m e poi si chiude.
Il secolo si chiude senza altre
eruzioni di rilievo. Nel secolo corrente, l'attività è quasi
continua al cratere di NE dal 1911 al 1978, più sporadica al cratere
centrale (Bocca Nuova e Voragine) e al cratere di SE, che si forma nel
1971. Via via che ci si avvicina al presente, le eruzioni sembrano acquistare
maggiore importanza, sia per la documentazione che diventa più dettagliata,
sia perché i beni esposti al rischio hanno un valore sempre crescente.
Alcuni insensati insediamenti e l'espansione dei centri urbani verso il
vulcano accrescono la possibilità che nuove eruzioni possano arrecare
danni sempre maggiori.
Questa eruzione, iniziata il 2 novembre e durata solo 18 giorni, viene ricordata perché ha distrutto la città di Mascali. L'evento sembrava inoffensivo, con una piccola colata che usciva da una fenditura sul lato Nord-Est del cratere sommitale, tra 2600 e 2300 m di quota, e che si riversava nella Valle del Leone.
Il mattino seguente, una lunga frattura di 3,5 km si propagava dal versante di Serra delle Concazze (il bordo orientale esterno della Valle del Bove) verso Nord-Est. Da questa frattura, che resta segnata da un allineamento di piccoli conetti di scorie saldate (spatter) viene emessa lava fino al 4 novembre.
Nella notte tra il 4 e 5 novembre un'altra frattura eruttiva si apre tra 1400-1200 m s.l.m., fino a Ripa di Naca, dalla quale si forma un'ampia colata che il 6 novembre taglia la ferrovia Circum-etnea e il 7 raggiunge e distrugge il paese di Mascali, dove muoiono anche due persone. Il giorno 11 la colata attraversa anche la ferrovia principale e il giorno seguente l'afflusso di lava comincia a diminuire.
Il fronte si ferma il 16 novembre alla quota di 25 m s.l.m, mentre la fuoriuscita di lava dai crateri termina il 20. Il volume dei prodotti emessi è stato stimato in 40 milioni di m3.
Un filmato di quei giorni mostra il frenetico tentativo della popolazione di salvare quante più cose possibili (proprio come nei racconti del 1843 quando una colata si avvicinava a Bronte), dalle tegole delle case ai binari della ferrovia. Non si può non pensare anche ai filmati dell'eruzione del Vesuvio del 1944, dove si vedono gli abitanti di S. Giuseppe Vesuviano che sta per essere invasa dalla lava, caricare su furgoni e carretti bottiglie e fiaschi vuoti insieme a altre suppellettili piuttosto modeste. Poche cose come questi documenti danno la misura di quanto velocemente siano cambiate le cose in questi ultimi cinquantanni.
1971
Durante l'eruzione del 1971, protrattasi per 69 giorni, furono emessi 75 milioni di m3 di magma da numerose bocche distribuite sia sul lato Nord-Est che su quello Sud, tra quota 3050 e quota 1800 m. Il fronte della colata uscita dalla bocca più bassa (circa a 1 km da M. Rinatu) raggiunse in un mese i 600 m s.l.m. La voragine creatasi alla quota più alta diventerà, con l'accumulo di scorie e ceneri, il cratere sommitale di Sud-Est, la cui formazione caratterizzerà l'attività successiva dell'Etna.
Nel marzo 1971, la neve che ricopriva la cima dell'Etna cominciava a sciogliersi proprio nell'area in cui avrà inizio l'eruzione. Nello stesso tempo, il cratere di Nord-Est, che era interessato da attività esplosiva da anni, improvvisamente diventa inattivo.
Il 5 aprile, a 3000 metri di altezza, appaiono sul fianco Sud del cono sommitale due fessure lunghe circa 100 m, radiali rispetto al cratere centrale. L'eruzione inizia con una fase esplosiva lungo queste due fessure dove si formano la bocca di Vulcarolo (3050-3000 m) e la bocca dell'Osservatorio (2985-2975 m). L'accumulo di scorie incandescenti forma dei conetti (spatter) dalla cui base cominciano a uscire le colate di lava.
Il 12 aprile, la lava uscita dalla fessura orientale aveva percorso 3 km verso la Valle del Bove. Quella emessa dalla frattura più occidentale andava verso Sud, urtava contro i muri dell'Osservatorio e minacciava di distruggere la stazione della funivia. I coni cresciuti sulle fratture avevano intanto raggiunto altezze di 50 e 70 m.
Il 17 aprile il flusso di lava era alto circa 5 metri
e ricopriva un km2
di terreno. Il 22 aprile sopra la bocca dell'Osservatorio, a quota 3500,
si apre un'altra bocca eruttiva (bocca Ovest). Il 30 aprile la colata era
avanzata di 4 km e aveva distrutto l'Osservatorio, la stazione della funivia
e numerosi piloni dell'impianto. Il Rifugio Sapienza, a 1990 m di quota,
si salverà per poco, essendosi arrestata la colata (e l'attività
delle tre bocche eruttive), il 7 maggio, a quota 2130.
Il 4 maggio, mentre la prima fase dell'eruzione si andava esaurendo, accompagnate da forti esplosioni si videro colonne di fumo levarsi a Nord-Est della Torre del Filosofo. Intorno a 3100 m di quota, un sistema di fratture si diramava dal cono centrale verso il fianco orientale con attività esplosiva da una nuova bocca (bocca Est) posta ai piedi del cono centrale, a 2915 m s.l.m.
L'interno del cono era pieno di lava e, quando questa
cominciò a riversarsi all'esterno, il fianco Est venne parzialmente
distrutto. Il 6 maggio il cono era alto circa 30 m e l'attività
particolarmente violenta, ma durante la notte l'eruzione terminò
e il giorno successivo si poteva osservare l'interno del cono con due piccole
bocche di circa 1 metro e mezzo di diametro sul fondo.
La sera del 7 maggio riprende l'emissione di lave da una nuova frattura che, con andamento Nord-Est, andava da 2670 a 2570 m di quota. Il 9 maggio si vedono numerosi conetti, alti circa 15 metri, in prossimità dei punti in cui la lava è sgorgata dalla fessura. Le colate si formano alla base dei coni e percorrono canali paralleli larghi circa 1 m.
Brandelli di lava lanciati ad altezze di 50 m costruivano altri 3 piccoli coni. Nella parte più bassa della fessura si formavano altri 4 conetti di scorie. L'attività esplosiva era comunque meno intensa rispetto a quella delle due fasi precedenti.
Il 10 maggio comincia a uscire lava da un terzo punto
più a valle e poi ancora da un quarto. L'attività migra in
direzione Est-Nord-Est seguendo la zona fratturata lunga diversi chilometri
che si diparte obliquamente dal cratere centrale, vicina alla zona interessata
dall'attività nel 1928. Dalla bocca eruttiva più bassa, vicina
alla parte Nord della Valle del Bove (Serra del Concazze), viene emessa
lava senza alcuna attività stromboliana. Questa fase eruttiva termina
il 19 maggio.
La quarta fase inizia il mattino dell'11 maggio da una fessura che attraversa Serra delle Concazze e continua parallela al margine Nord-Est della Valle del Bove, a Est di 900 m rispetto a questo. A quota 1850 m, circa 1 km a Sud del rifugio Citelli, la lava cominciò a uscire senza attività esplosiva, formando 4 flussi larghi circa 1 m alla bocca. Questi scendevano da un piccolo rilievo e si riunivano in un'unica colata larga 11 m una volta alla base della collina. Il flusso si dirigeva verso Est, seguendo il fondo di una valle.
L'11 maggio una quinta bocca, 100 m più in basso, emetteva un'altra piccola colata che scendeva ad unirsi alle altre. La colata attraversava ormai una zona ricca di vegetazione e il suo percorso era punteggiato dagli alberi che prendevano fuoco. Tra le 4 bocche superiori e quella inferiore il suolo era percorso da fratture con larghezza e spostamenti verticali di circa 1 metro.
La colata di lava, con un fronte alto circa 10 m e
largo 150, tagliò la strada per Citelli il 13 maggio. Il 22 maggio,
dopo aver distrutto due viadotti e numerosi vigneti, il flusso si avvicina
lentamente a Fornazzo e S. Alfio. Fortunatamente passerà fra i due
paesi e rallenterà dopo aver percorso 7 km dalla bocca di Citelli.
Il fronte, alimentato da due sole bocche, continua a muoversi lentamente
fino ad arrivare, il 28 maggio, 1 km a Est di Fornazzo. L'emissione di
lava termina completamente l'11 giugno.
Nel corso di queste eruzioni laterali, al cratere centrale vi era stata una insolita calma, interrotta da rare esplosioni. Il 14 maggio, sul fianco Nord-orientale del cono centrale, sopra le bocche della seconda fase, si formò una depressione sub-circolare al cui interno due bocche eruttive emettevano ceneri e blocchi di lava con continue esplosioni.
Il 15 maggio l'attività si riduce all'emissione di fumo bianco, mentre i bordi del cratere collassano all'interno. Nel corso di questa fase non è stata osservata lava fluida e, quindi, è probabile che si sia trattato solo di emissione di gas e pezzi di lava solida fratturata dalle esplosioni.
Le violente esplosioni al nuovo cratere si ripetono
il 17 e 18 e il 21 e 26 maggio, mentre dal 1 giugno riprende la tranquilla
emissione di fumo bianco. A Est di questo cratere ne appariva un altro
più piccolo e inattivo.
1974
Alla fine di gennaio del 1974 l'Etna torna in eruzione da una bocca apertasi quasi 6 km a Ovest rispetto al cratere sommitale, a quota 1675 m s.l.m. Dal 1971 il vulcano aveva un'attività moderata, con esplosioni stromboliane e emissioni di lava confinate all'interno delle due profonde bocche presenti sul cratere centrale.
La breve eruzione del 1974 si divide in due fasi che vanno dal 30 gennaio a 17 febbraio e dall'11 al 29 marzo, caratterizzate da un'intensa attività esplosiva e dalla formazione dei coni di Monte Fiore I e II, che rappresentano gli esempi più recenti di coni piroclastici distanti dai crateri centrali. Il fronte della piccola colata di lave viscose, poco i 2 milioni di m3, raggiunse la quota di 1400 m s.l.m.
L'eruzione inizia nel pomeriggio del 30 gennaio con forti esplosioni stromboliane che si susseguono in numero di 30-50 al minuto, durante le quali i brandelli di lava sono lanciati fino a 700 metri di altezza. Intorno alla bocca eruttiva cresce rapidamente il primo cono di scorie (Monte Fiore I).
Il primo flusso di lava, osservato il 31 gennaio, è alto 2-3 metri e il suo fronte raggiunge i piedi di Monte Nuovo. Nei quattro giorni seguenti si formano altri due flussi che scorrono paralleli tra il cono in costruzione e Monte Nuovo. Le esplosioni decrescono fino a 25 al minuto nei giorni successivi.
All'inizio di febbraio, sul lato esterno del cono si aprono delle bocche dalle quali si formano due flussi molto viscosi, alti più di 20 m e molto brevi. Un successivo flusso di lava viscosa si apre la strada, il 5 o il 6 febbraio, sul lato Nord del cono di scorie. Questo flusso ha un fronte alto circa 10 m e avanza per circa 70-80 metri sul terreno.
Il 7 febbraio l'attività è solo stromboliana, con 14-16 esplosioni al minuto e proietti scagliati a 500 m di altezza, e dal 9 le esplosioni diventano sporadiche, con lanci di materiale che non superano i 100 m di altezza.
Nello stesso giorno, 9 febbraio, viene osservata una colata sul lato Sud-Est del cono, lunga 800 m, emessa da una bocca apertasi in una depressione del diametro di 120 m, riempita da un piccolo lago di lava viscosa. La colata si riversava verso Monte Leporello, dove era deviata dal rilievo verso Ovest. Il fronte era ampio circa 80 metri e avanzava lentamente.
Prima di questo flusso dalla stessa bocca si era formata un'altra piccola colata, alta 2-3 m, che era fluita intorno al cono e verso Monte Nuovo.
Il 13 febbraio, un nuovo flusso sgorga dal lato Sud del cono, si espande intorno ad esso e quindi si dirige verso Ovest. Nello stesso giorno si aprono altre due bocche, una sul lato Ovest e una sul lato Nord-Ovest del cono da cui escono piccole colate di lava, accompagnate da forti esplosioni.
Il 14 febbraio le pareti interne del cono cominciano
a franare e il giorno successivo sui fianchi Sud e Ovest si aprono delle
fratture radiali. L'attività termina il 17 febbraio.
L'eruzione riprende l'11 marzo con l'apertura di una
nuova bocca 200 m a Ovest della prima. Si forma un altro cone di scorie
(Monte Fiore II) dal cui piede fuoriesce una spessa e viscosa colata che
scorre fino al giorno 29 dello stesso mese.
1981
Nella primavera del 1981 una breve eruzione (sei giorni) produsse una delle colate del lato Nord dell'Etna che si è spinta fino a 600 m di quota in direzione di Randazzo. La lava, il cui volume è stato stimato in soli 30 milioni di m3, ha avuto un rapido movimento perché emessa copiosamente e manteneva a lungo una discreta fluidità.
L'eruzione inizia nel pomeriggio del 17 marzo da una
fessura apertasi sul fianco NE del vulcano tra 2625 e 2526 m s.l.m. Nelle
ore successive, la fessura si propaga verso il basso (fino a 1975 m di
quota) e verso occidente e lungo il suo percorso si aprono le bocche eruttive.
Esplosioni particolarmente violente avvengono alla bocca apertasi vicino
alla grotta del Gelo, a quota 2000. Come spesso avviene nelle eruzioni
laterali dell'Etna, via via che si apre una bocca verso valle, smette di
eruttare quella a monte.
Verso sera del 17 marzo, si apre una nuova fessura
a 1800 m di quota da cui sgorga una colata di lava che percorrerà
5 km in quattro ore, distruggendo numerosi casolari e terreni coltivati.
Nella notte la colata raggiunge e interrompe la ferrovia circumetnea e
alcune strade. Il mattino seguente interromperà anche la ferrovia
principale e le altre strade del verante Nord del vulcano.
La mattina del 18 marzo le fratture arrivano a quota 1400 m s.l.m., nella zona di contrada Conticelli e il flusso di lava che ne esce obliqua leggermente verso Ovest e scende in direzione di Randazzo. Il fronte del flusso principale (diretto a Nord) raggiunge nel pomeriggio il bordo della valle di Alcanatara, a 650 m s.l.m.
Il 18 marzo si apre un'altra fessura tra quota 1250 e 1225 m s.l.m. lungo la quale si allinea una serie di conetti in corrispondenza delle bocche. I coni più ampi si formano verso il basso della fessura, dove si concentra l'emissione di lava. Dai conetti dove l'emissione di lava è più scarsa, avvengono esplosioni con lanci di blocchi solidi, pezzi di roccia e di lave precedenti fratturati dalle esplosioni.
La colata diretta verso Randazzo si ferma 2 km prima
del paese, mentre il ramo più lungo raggiunse il giorno seguente
(19 marzo) il letto del fiume Alcantara. Le esplosioni continuarono sempre
più deboli nella parte inferiore della frattura fino alla sera del
23, quando l'eruzione si conclude.
1983
L'eruzione del 1983 viene ricordata anche per il tentativo, fatto il 14 maggio, di deviazione della colata. Dopo aver creato un nuovo alveo con le ruspe e costruite delle barriere, l'argine naturale fu fatto saltare con l'esplosivo, in modo che la lava deviasse verso la canalizzazione artificiale. Furono costruite due barriere, a 1950 e 1800 m s.l.m. Il materiale per le barriere venne prelevato da una colata del 1780, le cui cave a valle di Monte Nero degli Zappini sono attraversate da un sentiero natura del Parco.
L'eruzione del 1983 era stata annunciata da forti terremoti nella notte tra il 26 e il 27 marzo. Il mattino del 28 marzo lungo una fessura apertasi con direzione da Nord-Est verso Sud-Ovest, tra 2450 e 2250 m s.l.m., cominciano le eplosioni e l'emissione della lava che raggiungerà la strada Nicolosi-Sapienza e distruggerà gli impianti sciistici.
La fessura si dirama verso l'alto con numerose fratture che arrivano vicino al cratere centrale. Il 1 aprile da due crateri posti a 2700 m di quota vengono espulse ceneri e pezzi solidi dell'apparato vulcanico. Il 3 aprile, la colata di lava che sgorga in più punti dalla frattura principale ha percorso 3,5 km. Il fronte si separa in più rivoli che avanzano di poco fino all'8 aprile.
Tra l'8 e il 12 aprile l'attività si intensifica e la lava, sopra il rifugio Sapienza, straripa dal canale naturale entro il quale scorreva colpendo anche la stazione a valle della Funivia, a 1900 m di quota. Un altro straripamento più a Ovest scende fino a 1650 m di quota e diventa il ramo principale del flusso.
Dal 12 al 17 aprile si forma un nuovo flusso di lava che si muove verso Ovest con una velocità di circa 5-10 m all'ora e si fermerà a quota 1200 m s.l.m. Intanto, a 1600 metri di quota avviene un altro straripamento e il nuovo flusso scorre fino a 1150 di quota, dove si ferma nei primi giorni di maggio.
Il 4 maggio la lava comincia a scorrere verso Est e due giorni dopo il fronte della colata ha raggiunto i 1450 m di quota. L'eruzione prosegue con la formazione di numerosi e brevi flussi che formano un complesso ventaglio di colate. La crosta solida nasconde rivoli incandescenti che erompono improvvisamente da bocche effimere anche a quote relativamente basse.
Il 6 agosto, dopo 131 giorni durante i quali stati
emessi 100 milioni di m3
di lava, l'eruzione termina. Si può osservare questa bella colata,
con la superficie punteggiata da tumuli, lastroni, tratti di superficie
liscia o a corde inseriti in un accidentato paesaggio di scorie e molte
altre strutture laviche, percorrendo la strada che sale da Nicolosi al
Rifugio Sapienza.
1989
L'eruzione del 1989 è caratterizzata da due fasi che si svolgono la prima dall'11 al 27 settembre e la seconda dal 27 settembre al 9 ottobre. Nella prima fase l'attività eruttiva inizia al Cratere di Sud-Est con esplosioni stromboliane seguite da fontane di lava e da colate che traboccano all'esterno del cratere.
Gli episodi eruttivi sono nove e sono tutti simili: iniziano con fasi stromboliane e lanci di brandelli di lava appena oltre il bordo del cratere. Poi il livello del magma si alza all'interno del condotto e le bolle gassose si ingrandiscono fino a diversi metri. Quando il cratere comincia a riempirsi di lava, i pezzi incandescenti scagliati in alto dall'esplosione delle grosse bolle diventano sempre più grandi, le esplosioni si susseguono rapide fino a diventare quasi continue e si formano fontane di lava alte 100-200 m.
Il trabocco della lava dal cratere inizia in concomitanza delle esplosioni con ondate di liquido e, quando la lava arriva a riempire il cratere fino al bordo, diventano veri e propri flussi.
Dopo un certo tempo dall'inizio del trabocco, la fontana
di lava si allarga a tutto il cratere e si alza fino a 500 m di altezza,
per poi diminuire. Si forma a questo punto una colonna eruttiva formata
da vapore, cenere e lapilli, alta più di 2 km, che viene dispersa
dal vento.
La colonna sostenuta non dura più di 5-10 minuti. In alcuni casi (13 settembre) la sua formazione segna la fine dell'episodio eruttivo, in altri (settembre 22 e 23) è seguita da una moderata attività esplosiva. Quando il livello del magma all'interno del condotto si sposta verso il basso, il cratere non è più pieno di lava e non avvengono trabocchi all'esterno.
Durante la fase finale delle esplosioni del 24 settembre, nel fianco Sud del cono si aprono alcune fratture lungo le quali cominciano a formarsi fontane di lava. Il giorno dopo vengono viste fratture anche sul fianco Nord.
Nei giorni successivi e fino al 27 settembre, mentre la lava viene emessa alla base del cono attraverso le nuove fratture, cessano gli efflussi di lava dalla cima del cratere.
La seconda fase inizia nella tarda serata del 27 settembre, quando il versante Sud-Est del vulcano comincia a fratturarsi, verso la Valle del Leone. Dalla parte alta della frattura, tra 2670 e 2550 m di quota, esce una lava viscosa che forma piccole colate lunghe poche centinaia di metri.
Nella parte inferiore della frattura, a 2250 m di quota,
si formano due flussi che pochi metri più a valle confluiscono in
uno solo, largo circa 10-15 m. Dal 29 settembre al 3 ottobre l'attività
diventa fortemente esplosiva; alle bocche si accumulano i brandelli di
lava e si formano numerosi hornitos.
Tra il 3 e il 4 ottobre si ha un piccolo incremento nel tasso di emissione da tutte le bocche. Dal 5 comincia a diminuire sia l'attività esplosiva che la quantità di lava emessa. Il 6 un nuovo efflusso di lava spinge alcuni rami delle colate fino alla quota più bassa raggiunta nel corso dell'eruzione (1100 m s.l.m.) e l'8 ottobre i flussi si fermano. L'emissione di materiale dalle bocche eruttive termina completamente nella notte tra l'8 e il 9 ottobre.
Con l'emissione di lava Nella Valle del Leone, il cratere di Sud-Est entra in una fase di quiete, per tornare attivo solo il 28 settembre con un crescendo di esplosioni. Le ceneri eruttate in questa fase raggiunsero Catania. L'attività esplosiva divenne intensa nella notte tra il 3 e il 4 ottobre, con esplosioni stromboliane e sporadiche fontane di lava. Dal 6 al 9 ottobre, al cratere di Sud-Est vi furono solo tranquille emissioni di ceneri.
Il sistema di fratture apertosi durante questa eruzione interessò un'area molto vasta, fino a quota 1500 m s.l.m. La frattura verso Nord-Est si propagò rapidamente e in poche ore superò la Valle del Leone e si fermò, dopo 2.7 km dal punto di inizio, vicino a Rocca della Valle.
La zona fratturata verso Sud-Est ebbe una evoluzione più lenta. Dal 27 al 28 settembre, in meno di 24 ore, si estese fino alla località Cisternazza, a 2.3 km dal cratere di Sud-Est. Poi attraversò il bordo Sud-Ovest della Valle del Bove e, nel pomeriggio del 30 settembre, si propagò nell'area della Schiena dell'Asino, a 2.5 km dalla località Cisternazza. Il giorno seguente avanza di altri 400 m.
A mezzogiorno del 2 ottobre la strada che collega Zafferana
al rifugio Sapienza è attraversata da profonde crepe. Nel pomeriggio
la frattura si è estesa di altri 500 m, fino alla zona della Casa
dello Sciatore. Nella notte tra 2 e 3 ottobre, si ferma 200 m più
in basso a quota 1500 m s.l.m.
L'estensione dell'area fratturava aveva una lunghezza totale di circa 6.5 km e un'ampiezza variabile che decresceva nelle aree morfologicamente ribassate (circa 30 m) e si allargava sui rilievi (fino a 300 m alla Schiena dell'Asino). Lo spostamento verticale era massimo nelle aree depresse (2.5 m) e di molto inferiore sui rilievi (fino a pochi centimetri).
Fortunatamente le zone fratturate a quote più
basse non sono state interessate da attività eruttiva, ma la loro
formazione mise in grande allarme la popolazione e gli addetti alla sorveglianza.
Dall'ottobre 1989 al febbraio 1990, l'attività dell'Etna è caratterizzata da 4 episodi esplosivi con formazione di fontane di lava al Cratere di Sud-Est. La prima di queste fasi (4-5 gennaio) è stata una delle più violente registrate negli ultimi due secoli.
Nel settembre 1991 ai crateri Bocca Nuova e La Voragine
vi è attività stromboliana, che si intensifica in ottobre
e novembre, quando la lava raggiunge la base del cratere.
1991-93
L'ultima grossa eruzione dell'Etna comincia il 14 dicembre
1991 e termina 473 giorni dopo. Il volume di lava emesso durante questa
lunga eruzione è stato stimato in oltre 300 milioni di m3.
Le colate hanno invaso zone della Val Calanna coltivate da molto tempo
e distrutto strade, fontanili e casolari, arrivando a minacciare il paese
di Zafferana Etnea. Anche nel corso di questa eruzione si intervenne sulla
colata a monte con esplosivi, cercando di dividerla in due rami per evitarne
l'ingrottamento, e con barriere di materiale a valle.
L'eruzione è preceduta nella notte del 14 dicembre da uno sciame di scosse sismiche. Nelle prime ore dello stesso giorno, un sistema di fratture si diparte dalla base del Cratere di Sud-Est verso Nord e verso Sud. La frattura lungo la quale avverrà l'eruzione è divisa in tre segmenti discontinui: uno settentrionale lungo 150 m (da 3100 a 3080 m s.l.m.), uno verso Sud lungo 650 m (da 3090 a 2900 m s.l.m.), e un altro che si allunga per 200 m (da 2890 a 2800 m s.l.m.) nella stessa direzione del secondo e arriva fino al bordo della Valle del Bove.
Fin dalle prime ore del mattino del 14 dicembre lungo
le fratture si formano fontane di lava alte 300 m. L'attività esplosiva
decresce rapidamente e si forma una densa nube di cenere. I prodotti piroclastici
più fini, prevalentemente piccole scorie, sono dispersi verso Sud-Ovest,
fino a 1900 m di quota e ricoprono la collina della Torre del Filosofo.
Lungo la fessura meridionale si formano due accumuli di scorie alti 10 m e, nella parte più a valle della fessura alcune esplosioni freatiche formano un cratere ampio 10 m. Da questa e dalla fessura centrale si formano lingue di lava che scendono nella Valle del Bove.
Nella notte successiva (14-15 dicembre), le fratture si allungano in direzione della Valle del Bove fino a 2200 m s.l.m., con un andamento simile a quello seguito dalle fratture del 1989.
Nella parte più a valle, tra 2400 e 2200 m di quota, l'attività stromboliana è contemporanea a una copiosa effusione di lava. La lava continuerà a sgorgare fino al febbraio del 1992, mentre l'attività stromboliana decrescerà gradualmente.
Le colate di questa eruzione formano un ampio campo di lava, il cui sviluppo è segnato da cinque fasi. Nella prima fase (15 dicembre 91-2 gennaio 92), le colate si allargano nel Piano del Trifoglietto, nella parte meridionale della Valle del Bove e avanzano verso la Val Calanna.
Il primo giorno si formano due flussi larghi una decina di metri e alti 2-3 metri che raggiungono Serra Pirciata (1750 m). Alcune esplosioni freatiche sono innescate dal contatto tra la lava che avanza e la neve che ricopre il fondo della vallata.
In un giorno i flussi percorrono 2 km e raggiungono
la collina di Poggio Canfareddi (1600 m). Mentre il ramo meridionale della
colata si riduce a una stretta lingua di lava che scorre lentamente, quello
più a Nord avanza di alcune centinaia di metri al giorno. Dove il
terreno è pianeggiante, si allarga in un fronte di 200 m, alto 3-5
m.
Il 20 dicembre la colata meridionale si ferma, mentre
l'altra è deviata dalle pendici del Monte Zoccolaro. La lava raggiunge
il Salto della Giumenta il 23 dicembre e si riversa nella Val Calanna.
Dal 27 dicembre il fronte della colata, largo 400-600 m, avanza poche decine
di metri al giorno, con sporadiche accelerazioni.
Il 2 gennaio la Protezione Civile decide di erigere una barriera di terra a Portella Calanna al fine di rallentare l'avanzamento della lava verso il paese di Zafferana.
La seconda fase (3-10 gennaio) inizia la mattina del
3 gennaio, quando due canali di lava si uniscono a 1650 m di quota e formano
un flusso che si sovrappone a quello precedente nella parte Nord del Piano
del Trifoglietto. Il 4 gennaio la nuova colata, lunga 1 km e larga circa
200 m, diventa un flusso indipendente e si affianca al precedente campo
di lava. Il giorno seguente, il fronte della colata raggiunge il Monte
Calanna, dove devia prima a Nord e poi a Est, aggirandolo.
La terza fase (11 gennaio-7 aprile) è prolungata
e coincide con un periodo abbastanza tranquillo, durante il quale il campo
di lava si espande nella parte superiore della Valle del Bove.
Alcune bocche effimere si aprono sopra Piano Canfareddi e si formano numerosi
piccoli flussi dal cui fronte e dagli argini fuoriescono lingue di lava
ancora incandescente e fluida.
Alla fine di gennaio, a Nord del Monte Zoccolaro, si formano delle bocche effimere che alimentano più canali di lava che si dirigono verso il Salto della Giumenta. Superato il ripido salto, gran parte della lava si accumula nella zona pianeggiante ai piedi del pendio.
Il 14 marzo la colata arriva alla barriera artificiale approntata a Portella Calanna e alla fine del mese il bacino ricavato con l'escavazione del materiale è completamente riempito.
La quarta fase dura dall'8 aprile al 30 maggio. Nei primi giorni di aprile numerose bocche effimere sono attive vicino allo sbarramento di Portella Calanna. La barriera, lunga 234 m e alta 21, era disposta perpendicolarmente rispetto al percorso della colata e aveva lo scopo di arginare la lava e costringerla ad allargarsi lateralmente.
Il primo straripamento avviene l'8 aprile sul lato
Nord ed è seguito dopo poco da trabocchi in altri punti dello sbarramento.
Due giorni più tardi (10 aprile), superata la barriera di Portella
Calanna, la lava forma un unico flusso che scende verso il paese di Zafferana,
incanalata nella stretta valle che porta al Piano dell'Acqua.
In poche ore la colata avanza di un chilometro e, nei
giorni successivi, attraversa altri tre sbarramenti predisposti a monte
di Zafferana. Il fronte della colata si ferma il 16 aprile a meno di 1
km da Zafferana, dopo aver percorso 8 km dalla bocca eruttiva.
Alla fine di aprile, gli argini dello stretto canale
formatosi sul Salto della Giumenta si alzano fino a formare un tubo di
lava. In maggio, la colata principale è alimentata dalle bocche
effimere apertesi, nella zona Sud della Val Calanna, all'estremità
di questo tubo. Il 5 maggio un nuovo flusso si sovrappone a quello del
10 aprile e si ferma l'11 maggio 120 m oltre il fronte della colata sottostante.
Il 22 maggio si tenta di deviare il corso principale
della lava a monte, nell'alta Valle del Bove, scavando un canale artificiale
e cercando di rompere il tubo e gli argini del canale naturale con blocchi
di cemento sganciati da elicotteri. Circa un terzo della lava incandescente
che scendeva a valle era deviata in un nuovo ramo che, in poche ore, percorreva
1 km e restava attivo per due giorni.
Il 26 maggio la colata supera la Val Calanna e si avvicina
a Zafferana. Il giorno seguente, per la seconda volta, dopo l'eruzione
del 1983, si interviene con gli esplosivi. A fianco del canale naturale,
ne viene scavato uno artificiale con le ruspe. L'argine di lava solida
che separa i due canali, alto 3 m, viene fatto saltare con 7000 kg di esplosivo.
Dopo l'esplosione, due terzi della lava si riversa
nel canale artificiale e il corso naturale viene "bombardato" con 230 m3
di blocchi di cemento, al fine di ostruirlo e favorire il deflusso verso
la nuova strada. L'apporto di lava verso il fronte che avanza diminuisce
sensibilmente.
Nel corso della quinta fase (31 maggio 92-31marzo 93)
la lava continua a scorrere confinata all'interno della Valle del Bove,
grazie anche alla deviazione artificiale che ha diviso il flusso e ne ha
rallentato l'avanzamento. Il campo di lava di questa fase si è sviluppato
sopra i flussi precedenti fino ai piedi del Monte Zoccolaro.
Il 30 maggio 1992 il flusso di lava creato dalla deviazione
scorre al di sotto dei 1550 m di quota nel Piano del Trifoglietto e l'alimentazione
dalle bocche effimere che si erano formate in Val Calanna cessa dopo pochi
giorni. Anche l'emissione di lava alla bocca principale diminuisce tra
il 31 maggio e il 1 di giugno.
Nel mese di giugno, la lava del canale artificiale si espandeva all'interno della Valle del Bove sopra le colate dell'eruzione del 1992. Alla fine del mese, gli argini del canale artificiale si congiungono sopra la lava formando un tubo solido.
All'inizio di luglio, due flussi alimentati da bocche effimere formatesi all'estremità di un tubo di lava lungo 600 m, si estendevano per 1.5 km verso Poggio Canfareddi. Da un'altra bocca effimera apertasi a metà del mese vicino a Serra Pirciata si formavano tre flussi che scorrevano verso Piano del Trifoglietto.
Alla fine di luglio, numerose brevi colate scorrono a monte di Serra Pirciata. Successivamente, le bocche si spostano ai piedi del salto di Serra Pirciata e, in pochi giorni, scompaiono le colate a monte.
In agosto il tubo di lava ancora attivo è lungo circa 1 km. Piccoli flussi secondari scorrono dal salto di Serra Pirciata (1750 m di quota) a Poggio Canfareddi (1600 m). Quando questi si fermano, si vedono nuovi flussi nella zona a monte.
Il 24 agosto la lava forza il tubo solido e trabocca
sopra di esso a 1800 m di quota. Il nuovo flusso percorre 1 km in due giorni,
ma si ferma il giorno seguente. Tornano attive a valle le bocche effimere
e piccole colate si allargano nel Piano del Trifoglietto.
Il 2 settembre un flusso esce dal tubo di lava pochi metri a monte del trabocco del 24 agosto, appena sotto il punto di biforcazione artificiale. Dalla nuova apertura defluisce gran parte della lava contenuta nel tubo e forma una colata che, dopo il primo giorno, si allunga nella ripida vallata per 1.5 km.
Il 9 settembre la lava in parte trabocca dall'apertura prodottasi nel tetto del tubo di lava appena sotto la biforcazione artificale e in parte scorre all'interno del tubo, alimentando le vecchie bocche effimere alla base di Serra Pirciata.
Nella seconda metà di settembre, due gruppi di bocche effimere alimentano un flusso nel Piano del Trifoglietto. Altri piccoli flussi, durati pochi giorni, sono osservati scorrere lungo la parte Sud della Valle del Bove.
Tra il 7 e l'8 ottobre si aprono due piccole bocche effimere nel tubo di lava della deviazione artificale e si formano due flussi che restano attivi per tre giorni avanzando di 400 m nella Valle del Bove.
In ottobre e novembre gran parte della lava esce dalle bocche alle fine del tubo e sfocia in due zone strette formando quattro larghi tumuli. Il nuovo campo di lava si sovrappone al precedente, tranne che per una piccola parte verso Nord. Il fronte raggiunge quota 1600 m s.l.m. a Poggio Canfareddi.
Da dicembre numerosi flussi di lava superano il limite del campo di lava precedente, ricoprono il piccolo rilievo di Poggio Canfareddi e raggiungono i piedi di Monte Zoccolaro, a 1520 di quota. La bocca eruttiva a Nord diventa più attiva dalla metà del mese e il campo di lava si amplia considerevolmente verso Nord e Nord-Est.
Nel gennaio del 1993, le bocche effimere meridionali si spostano ancora più in basso e una complessa diramazione di piccole colate si allargano ai piedi del Monte Zoccolaro. La bocca più a Nord continuava ad essere attiva e il campo di lava si allarga fino a 400 m sopra Serra Giannicola Grande. Una lingua di lava raggiunge 1500 m s.l.m.
In febbraio l'attività si riduce sia alle bocche effimere a Sud che a quelle principali a Nord. L'8 marzo una colata si forma nella zona di Nord-Est, alimentata da una bocca effimera apertasi nel tubo di lava a 1550 m di quota, si incanala in alcuni burroni e si ferma dopo tre giorni a 1390 m di quota, a 5 km dal punto di emissione.
Dalla metà di marzo l'emissione di lava cala nettamente. Il pomeriggio del 21 marzo un nuovo flusso sbuca da una bocca effimera a 1850 m di quota, percorre rapidamente diverse centinaia di metri verso Nord-Est, ma rallenta dopo poche ore e si ferma nell'arco di due giorni.
Nei giorni seguenti le bocche effimere cominciano a
non essere più alimentate e l'ultimo flusso attivo è osservato
la mattina del 30 marzo 1993.